sabato 13 ottobre 2018

Una strada per l'utopia

Disegno di Stefania Castellana

Una strada per l’utopia di Alessandro Leogrande.

Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5.895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata dai Masai la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine. Forse cercava di andare oltre per trovare il suo Dio.
Anche Alessandro cercava sempre di andare più su, ma la Signora Nera lo avvolse in un manto di freddo. Nella sua Taranto lo attende ancora una strada a lui intestata nella lunga marcia verso l’Utopia del giardino felice: Starway to heaven, dove si incontrano tutte le vite degli uomini speciali, quelli che nella Storia sono riusciti almeno una volta a sospendere la pena del vivere, aprendo almeno un varco nell’Eu topos: La casa della gioia. Non dobbiamo mai stancarci di raccontare: una città se non viene raccontata, si addormenta e si spegne.
Diceva Ernesto De Martino: “Gli uomini hanno bisogno di Simboli e di Storie, che non devono morire come lacrime nella pioggia”.
Finché ci sarà ancora una Storia, lungo il sentiero di Alessandro, noi vivremo.

Roberto Nistri, 20 settembre 2018.

giovedì 14 giugno 2018

Dalle macerie. Un ricordo di Alessandro Leogrande


Dalle macerie. Un ricordo di Alessandro Leogrande


di Roberto Nistri
Lo scorso venerdì 1 giugno 2018, a Palazzo di città, veniva presentato un volume collettivo dedicato all’opera e alla memoria di Alessandro Leogrande, il maggiore scrittore tarantino. Sfogliando le pagine del volume “Dalle macerie”, ritornava alla memoria una piccola battaglia culturale fra i due mari, che doveva suscitare un certo scalpore sulla stampa cittadina: la questione dei cosiddetti neo-spartani. Per Alessandro oggetto di una necessaria puntualizzazione storiografica, per lo scrivente la necessità di non mettere in campo altre perniciose burle che i tarantini hanno giocato, contro se stessi, magari imbambolando anche ministri e senatori vogliosi di passerelle.
Agli inizi del secolo nuovo, l’amico Alessandro rimaneva perplesso di fronte all’improvvisa
passione dei tarantini per i culti Spartani: “La cultura è sempre rivolta al futuro, se vuole essere
vitale, anche quando recupera i fili più o meno sotterranei che legano il futuro al passato, non dovrebbe farlo con astrusi revanscismi o passatismi… Un vagheggiamento rivolto non all’Atene dei filosofi e dei tragediografi, ma alla Sparta grigia e militarista, che in Grecia riscuote successo solo presso i fanatici nazisti di “Alba dorata” (Corriere del Mezzogiorno del 23 Agosto e 21 novembre 2014).
Il mito di Sparta era stato coltivato da Hitler come luminoso esempio di Stato costruito su base razziale. Non si capisce a quale brand mondiale della “svolta” tarantina facessero riferimento il candido ministro della Cultura Franceschini e il presidente del senato Grasso che si sono illuminati a cavalcione di una malaugurante Cometa Spartana. (cfr. “Quotidiano” del 25 novembre 2014) Tutto questo nel mentre si discuteva sulla soppressione della facoltà di Beni culturali nella cosiddetta Università di Taranto. La nouvelle vague neo-spartana seduceva i due illustri ospiti che scoprivano un “brand-volano per una città sofferente”, brandizzando la nobile Urbs “Taranto città Spartana, esempio per tutti”. De chè, boh… (“Quotidiano” del 25 novembre 2014).
Annuciazione, annunciazione! Meno male che non segue mai la manutenzione. In omaggio al film “Trecento”: erano già pronti in cantiere il logo lambda da appiccicarsi ovunque, scudi rotanti e luminosi, statua bronzea di Taras, galee spartane e gondole con parco tematico. Mammoccioni in vetro resina, attrezzistica per body building rugginosa. Vecchi peplum e Maciste. Giustamente Alessandro indicava l’autentico privilegio di Taranto come punto d’incontro fra Oriente e Occidente, altro che il kitsch folklorico e strapaesano con genealogie farlocche e fondali di cartongesso in stile finto antico, con un residuale Museo spartano da nessuno accreditato. Sangue Spartano e piedigrotta cataldiana. La erezione di un falanteo bronzo al centro di piazza Garibaldi. Come si dice, una erezione non si discute. Blunt und boden, terra e sangue. Gloria al pesce strunzo. Pacchianate etiliche e tricche ballacche. Tanto tutte le salme finiscono in gloria. Quanto all’ossessione identitaria, rimane pur sempre la fucina del razzismo. All’epoca don Tonino Bello pregava: "che la Puglia (Apulia, terra senza porte) si pieghi come arca di pace e non arco di guerra”.
“Macerie” è il dolente titolo del volume collettivo che gli amici hanno voluto dedicare al nostro maggiore scrittore tarantino. Antonio Rizzo nel secolo scorso e il nostro contemporaneo Alessandro Leogrande rimangono senza dubbio le figure più esemplari della cultura tarantina. Purtroppo, negli anni lunghi della monocultura statalmilitare e di quella siderurgica, rimane solo l’eredità di un sottobosco mitomane e inconcludente, dalla Accademia dei Terroni agli Spartani fanfaroni.
* * *
Mi sia permesso, di ricordare una curiosa tenzone poetica fra due mari che molto divertiva il nostro buon amico. Il dolente Titolo del volume collettivo che gli amici hanno voluto dedicare alla memoria del Maestro Alessandro Leogrande, “Macerie”, ci ha fatto tornare con la memoria a un titolo simile, risalente agli anni Settanta. Nel 1972 il poeta Nerio Tebano pubblicava a Napoli un vecchio Poemetto in prosa: “Città di Macerie”. Incipit: “Era crollata la mia casa, la mia Città. Era crollata la mia casa, la mia città era fatta macerie…” Nel 1953. A un certo punto sulla stampa spuntavano tre poemetti, due di essi a firma di Tebano, il terzo firmato da Giorgio Liberati.
Dalla “Città di macerie” si faceva avanti il giornalista Barbalucca nel 1953. Nel 1955 toccava al poeta Barbalucca, la rivendicazione di Città di macerie. Ma il giornalista collezionava alcuni impicci e scompariva nelle tenebre. Richiesta la perizia di Piero Mandrillo, studioso della poesia tarantina. Cincischiava di lasse poetiche, ma rimaneva ancora oscura la proprietà dell’opera. Si arrivava sino al 1960. Ben tre pubblicisti della stessa “Tribuna del Salento”. “Città di macerie “era ancora in ballo. Con Mandrillo si avanzava nelle tenebre: intanto sulla rivista di toponomastica, tale Aurelio Svelto faceva una bizzarra scoperta sul vico Borgia, così nomato perché imparentato con Lucrezia Borgia (?!). Boiata pazzesca! Risorgeva la “Città di macerie”. Pian piano Mandrillo, con le sue lasse poetiche, andava convincendosi di essere lui il vero compositore di “Città di Macerie” alla faccia di Nerio Tebano. Nel 1966 ritorna alla luce con “Città di macerie” tutta la compagnia alla faccia di Nerio Tebano.
E dunque: Nerio Tebano (1952), Giorgio Liberati (1953), Giuseppe Barbalucca (1955), Nerio Tebano (1960).
Riepilogo: Tebano Barbalucca. Si arrivava al 1976. L’ora della verità veniva per tutti, ma non per il democristiano e comunista Barbalucca, e tanto meno per la Taranto di “Città di macerie”. Su tutti i periodici Salentini giravano ormai molti apocrifi. Il sempre attivo critico letterario Piero Mandrillo, sospettava ormai di essere l’autore dell’enigmatico poemetto, in virtù di alcune “lasse poetiche” che a lungo aveva compulsato.
* * *
Caro Alessandro, abbiamo voluto ricordare quelle figurine di ieri e forse anche di sempre. Le macerie sono eterne certamente la figura di Leogrande ci ricorda che, se non tutto, il meglio rimane. In giro c’è molta antropologia della scrittura, ai confini della antropofagia: voglia di mangiare lo scrittore. Anche se abiti sull’altro lato della strada, i compagni tengono la luce accesa.
Caro Alessandro, Il Maestro è nell’anima e nell’anima per sempre resterà. Ciao Amico, ovunque tu sia.

domenica 27 maggio 2018

Moro rapito e Taranto. Una testimonianza

Perché in via Caetani, fra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù?

Per una banale svista topografica, che ha oscurato il luogo dove è stato trovato il cadavere. Via Caetani non aveva a che fare con quel sito ove si trovano due brevi strade, le vie Celsa e dell’Ara Coeli, che si addentra nel Ghetto ebraico. Di altro rilievo era Palazzo Caetani, che doveva far scattare il nome dell’illustre Maestro di origine russa, Igor Markevic, considerato con sospetto come il Misterioso “intermediario”.

Comunque qualcuno aveva capovolto con un colpo di coda una trattativa nella quale erano stati coinvolti i servizi segreti di mezzo mondo. Markevic aveva vissuto in un mondo di emigrati russi, apolidi, diplomatici e spie, massoni e banchieri nella Firenze occupata dai nazisti, partigiani, ma anche una Monaco della principessa Grace Kelly con i suoi strani intrighi. Igor veniva coccolato dall’artista Jean Cocteau che lo iniziava al suo ordine cavalleresco per la fondazione di un governo mondiale. Il dominus di Palazzo Caetani era riuscito a conciliare opposti interessi e fazioni anche sulla scena internazionale. Noi mangiamo pane e stelle, diceva.
Markevic non era un partigiano inquadrato militarmente, ma i suoi rapporti di contiguità con la Resistenza sono provati.
Il mondo di Igor era sempre effervescente. Un ginepraio inestricabile: perfino roberto Sandalo, il terrorista di Prima Linea, sospetto di essere un infiltrato dei servizi segreti. Rimaneva l’imbroglio del rapporto Moro-Caetani. Il Sismi indagava sull’appartamento, ma venivano fermati da ordini superiori. Entrava in scena il giornalista Pecorelli, ma veniva fatto fuori. La Renault era tenuta a Palazzo Caetani, secondo l’ordine dei Cavalieri di Malta.
La rivista satirica “Il Male”, rilancia su Palazzo Gaetani. La maga Ester profetizza che gli imputati del Processo 7 aprile vengono liberati in capo a 2 anni. Intanto la caccia al Grande Vecchio. Altrove abbiamo già ricordato le figure di Giorgio Conforto e della figlia, ospitante i brigatisti. Grande frequentazione della loggia del "Libero Pensiero Giordano Bruno”. Giuliana Conforto, l’avvocato Edoardo De Giovanni, e l’agente americano Peter Tompkins, Tutti studiosi dei Misteri Egizi.

Lo scrivente aveva già iniziato i suoi studi per un libro su Giordano Bruno, poi dato alle stampe. Fra i vari cacciatori di “Grandi vecchi”, spiccava la bella figura di Ambrogio Donini. Docente illuminato di Storia del Cristianesimo. Presso l’università di Bari. Diplomatico, entrato nel partito comunista dopo la promulgazione delle leggi eccezionali, si trasferiva negli Stati Uniti, insegnando ad Harvard. Rientrato in Italia, diventava membro del Consiglio mondiale della Pace. Nel 1973 veniva insignito dal Soviet sapremo fell’URSS. Era naturalmente un “uomo di ferro”, come si diceva un tempo. Era un generoso gentiluomo che promuoveva gli studi degli allievi più indigenti. Con il suo assistente, Antonio Moscato, che ricordo con affetto, sempre presente a Taranto con la prima organizzazione Autonoma per l’unità operaia.
Donini era certamente uno stalinista della vecchia guardia, detto anche “kabulista. Un trozkista e uno stalinista che la voravano con grande rispetto reciproco. Certamente era legato a uomini come Rodano e Secchia, morto per avvelenamento nel 1973. Fiero avversario di Togliatti, frequentava giovani extraparlamentari ma, a differenza di Secchia, che era sempre in attesa dell’ora x. Non è un caso che giovani compagni secchiani si ritrovassero come attivi gappisti in Toscana, come ai vecchi tempi del concertista Igor e dei gap fiorentini. L’inquietante codi Gradoli derivava addirittura dai Rosacroce. Si parlava anche di Prodi, della Fabian Society e della Round Table.
Già Pecorelli aveva annusato ombre di Gladio. A palazzo Caetani c’era una stanza segreta che che avrebbe dovuto accogliere Moro, ormai instradato verso la salvezza. E invece Moro fu fatto entrare non nell’auro dei Cavalieri di Malta, ma nel bagaglio di una Renault rossa. Una voce era uscita dal coro.

Giunti a questo punto chiudiamo lo schematico riassunto e rinviamo a eccellenti pubblicazioni: Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da gladio al caso Moro. Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro.

mercoledì 20 settembre 2017

La romanza sporca dei due mari. Il primo romanzo di Roberto Nistri!

La romanza sporca dei due mari


E' già disponibile nelle migliori librerie il primo romanzo di Roberto Nistri, dal titolo La romanza sporca dei due mari. Personaggi probabili ed altri meno, si agitano in un quadro onirico ma troppo reale, nella terra tra i due mari. Continui colpi di teatro fanno gustare questo romanzo come un sogno ininterrotto...

Roberto Nistri, La romanza sporca dei due mari, Scorpione editrice, Taranto 2017, ISBN 9788880994190

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lunedì 1 maggio 2017

Giordano Bruno. Per non dimenticare!


Bruno. Per non dimenticare!

di Roberto Nistri


Il 17 febbraio 2017, “Gli  Amici della Ragione” hanno doverosamente onorato la memoria del grande martire del Libero Pensiero, il  filosofo meridiano e Cittadino dell’Universo,  Giordano Bruno, che,   distruggendo il castello di carta dei Tolemaici e il  cielo delle stelle fisse,  spalancava per la scienza i sentieri infiniti  di un Universo senza limiti, aprendo la strada al grande Galileo, che traduceva   Bruno,  senza citarlo. Nato sotto una stella vagabonda,  la sua   felice eresia lo rendeva uccello di bosco della Filosofia,  lo spingeva a battere tutte le strade  d’Europa, ben accolto da tutti gli spiriti nobili e perseguitato dagli stolti  abitatori del cielo asinino: scomunicato e perseguitato da tutti gli inquisitori  dell’epoca: cattolici,  luterani e calvinisti.
 Solo, contro il “Vangelo armato”,  Bruno perseguiva invece il sogno umanista del tollerante e  civile conversare dei popoli, ricercando l’Unione nella Molteplicità .  Nessun capo è assoluto, solo la diversità ci salva.  Non inginocchiarti di fronte all’Unità, ricerca invece l’Unione nella fraternità…L’inaudita cosmogonia bruniana, l’Universo infinito che  conferisce pari dignità a tutti i centri,  ognuno  dei  quali portatori  di responsabilità  e  titolari a pieno diritto di umanità.
Nel mondo capovolto e incendiato dalle guerre di religione,  Bruno promuoveva la grande riflessione etica della modernità europea, che doveva trovare compimento nella kantiana riflessione  sul nesso Emancipazione e Responsabilità.   Cercava di promuovere ,  in coerenza con una cosmogonia che non conosce limiti  e censure,  muraglie  e prigioni,  che possono appagare solo i piccoli tiranni,  propagandisti,  dell’ignoranza e della paura. Il filosofo accende una lampada nel buio, ma è solo contro tutti i vessilliferi del Vangelo armato.
 Negli anni a venire frate  Giordano abiterà tuttavia  fra le pagine dei grandi scienziati.
Come ha scritto Koyrè,  si deve essenzialmente a Bruno e Galilei l’ l’affermarsi impetuoso della scienza moderna. La più   grande e bella avventura:  ad ventura, verso le cose future.
 La  danza delle stelle di cui lui si inebriava… come Einstein avrebbe sognato di volare a cavalcioni di un raggio di luce.
Gli eretici si affacciano sempre sull’orlo del precipizio.   Ma quale grande scrittore non si è innebriato nelle pagine bruniane,  a partire  da  Marlowe, che  nel  Faust vedeva  Bruno fuggire da una prigione sul dorso di un drago. Si pensi alle scritture  di  Leopardi,  di Joyce,  di  Brecht di  Gadda,  che amorevolmente  chiamava Bruno “ l’abbruciato”.  Vale per tutti la speranza bruniana:   Ai venturi…
Certamente Bruno , come i veri profeti, rimane sempre   un disturbatore del quieto vivere, che infastidisce  il piccolo uomo che non vuole pensieri, pauroso di mettere il naso fuori dalla nigra spilonca.  In Umbra lucis… Bruno appartiene a pieno titolo  all’ Illuminismo. Nella cosmogonia bruniana, non vi è alto o basso, centro o periferia. Ogni  individuo, tra infiniti centri irriducibili, è parimenti portatore di umanità e titolare di una incoercibile soggettività. Una società è felice quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate. Non idolatrare l’ottusa Unità, ricerca invece l’unione nella Varietas. Si tratta di una grande riflessione etica che trova pieno compimento nella riflessione Kantiana. Valga il motto dell’Illuminismo: Sapere Aude!  Abbi il coraggio di conoscere!  
Non chiudere gli occhi, ma tienili ben aperti. Alza in alto  lo sguardo verso gli infiniti mondi ,  per uscire dallo stato di minorità, di dipendenza. Ogni individuo, in  quanto centro irriducibile di infiniti centri , comprende che nell’infinito universo tutti i centri hanno pari dignità: nessuno è esentato e ciascuno ha il suo carico di responsabilità: tale è il senso di una autentica democrazia.
Sentirsi padrone delle proprie decisioni. Non rimanere  sotto tutela… Giordano Bruno rimane Maestro di Anarchia, come ha chiarito Aldo Masullo.  L’Archè,  il principio assoluto,  l’auctoritas, è sempre la grande impostura. Nell’infinito,  l’ordine umano è sempre Anarchico. L’ Essere padrone della propria sorte… La meravigliosa caparbietà dei sognatori…

Il pensiero in fumo, la lingua tagliata. La vittima annientata.
Il martirio di Bruno, il rogo a Campo de’fiori, rimane la più esemplare tragedia del fanatismo.
Vergogna perpetua per i carnefici della verità, i silenziatori del canto della Ragione.

Venerdì 17 febbraio 2017.  Roberto Nistri

Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)


Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2017. Tutti i diritti sono riservati.

L'antropologo Ernesto De Martino diceva che gli uomini hanno fame di simboli e di storie.
Per inciso, proprio in questo periodo, il bravo giornalista Alessandro Leogrande, ex studente del Liceo Archita, sta curando un programma radiofonico sulla terza rete, illustrando le vite di alcuni uomini speciali: quelli che per primi si sono fatti avanti, spendendosi per una generosa utopia.
Ci sono storie di vite speciali: personaggi che, pagando in prima persona , hanno combattuto la sopraffazione e la tirannide, cercando di migliorare l'umana condizione, resistendo, senza mai arretrare di fronte al pericolo, senza mai dimettersi dal mestiere di uomo.
 Oggi raccontiamo la bella storia di Odoardo Voccoli, fiero oppositore di fronte alla prima e alla seconda Guerra mondiale. E questo in una città come Taranto, che prosperava in tempo di guerra e si immiseriva in tempo di pace. Nello scenario della grande storia, Odoardo era uno di quelli che non mollavano mai, militando dalla parte giusta, mentre la dittatura nazifascista incendiava il mondo. Ricordiamo questo personaggio che ha vissuto controcorrente, pagando in prima persona, assieme ai suoi familiari con la meravigliosa caparbietà dei sognatori.


 Nato a Castellaneta nel 1877, Odoardo era figlio di un impiegato delle Ferrovie, di cultura liberale e mangiapreti , come si diceva nell'epoca risorgimentale. Non mancava un antenato prete , ma iscritto alla Carboneria. Odoardo aveva vissuto una giovinezza felice, correndo a cavallo nel paesaggio omerico di Castellaneta, esplorando terre boscose e grotte profonde, in compagnia di un giovinotto dal nome molto impegnativo, anche lui studente a Taranto: si chiamava Rodolfo Alfonso Raffaele Pierre Filibert Guglielmi che , emigrando a New York, avrebbe continuato a galoppare nella leggenda, con il nome immortale di Rodolfo Valentino.
 Invece la famiglia di Odoardo si trasferiva al Borgo in via Anfiteatro.
 Il padre prendeva a lavorare come contabile in una Farmacia, permettendo così al figliolo di progredire negli Studi Classici presso il Liceo-Ginnasio Archita, con buon profitto fino al conseguimento del diploma.
 Per il ragazzo Odoardo, decisamente formativi furono quegli anni, nell'istituto dove si sarebbero addestrate intelligenze vigorose, come lo storico Vito Forleo e l'astrofisico Luigi Ferrajolo. L'idolo di Odoardo rimaneva sempre il liber'uomo Ugo Foscolo: Questo ch'io serbo in sen sacro pugnale, io alzo e grido a l'universo intero...Un Ortis letto essenzialmente in chiave libertaria e anticonformista. Ma, a cambiare per sempre la vita del giovane Voccoli, doveva essere un insegnante di filosofia e cultore di antropologia: Emilio Lovarini: un agguerrito socialista, romagnolo di Cesena, che faceva circolare i testi fondamentali del Socialismo, intrattenendosi spesso con gli allievi, sul "Materialismo storico".
 Stava per aprirsi il secolo nuovo, il Novecento. Odoardo iniziava a lavorare come scritturale presso il Tribunale di Taranto e a 19 anni si iscriveva alla Sezione locale del Partito Socialista.
 Nel 1898 in tutta Italia, e anche a Taranto, scoppiavano i moti per il caroviveri, repressi odiosamente da Re Umberto, con cannoneggiamento contro gli affamati.
 Nel 1902, Voccoli assisteva al primo grande sciopero dell'Arsenale di Taranto: uno scontro durissimo fra operai e militari con la baionetta in canna. Il territorio veniva completamente militarizzato, con il sopraggiungere, addirittura, di due Corazzate: "Varese" e "Garibaldi".

Nel 1910, un altro episodio traumatico: i molluschicultori, danneggiati per l'inquinamento delle acque, organizzavano una piccola protesta . Presso la Caserma Rossarol, attuale sede della Università, una improvvisa salva di fucileria, doveva concludersi con un eccidio: tre morti e numerosi feriti. Odoardo ormai, anche fuori di Taranto, era già un dirigente riconosciuto della Camera del lavoro e organizzatore dei portuali. Una figura ormai di primo piano nel movimento, che tuttavia non reputava disdicevole una capatina al Cafè-chantant.
 In un rapporto prefettizio del 1905 si legge: "Non v'ha sciopero o movimento operaio nel quale non sia uno dei promotori". Uno spirito allegro, ma anche un fiero combattente contro la Camorra, nel "fronte del porto" di Taranto, ma anche di Brindisi. Per la conquista di un onesto lavoro,
si doveva anche battagliare a colpi di pistola e di uncini. Organizzando i portuali anche a Savona, Genova e Brindisi, Voccoli aveva conquistato ormai un certo prestigio, ma anche un tenore di vita che gli permetteva di vivere decorosamente in una palazzina di sua proprietà, con la fedele compagna Maria Assunta D'Auria, con i figli Libero Ribelle, Clara Vera Fede, Libertà, Idea Proletaria Vindice e infine, Wservodol Lebedintseff, detto Todol.
Ma, con la fine della guerra e la mancanza di commesse statali, l'ondata di disoccupazione era travolgente. Odoardo doveva affrontare i terribili moti per il caroviveri: la grande prova del fuoco. La la cittadinanza, in assenza di forniture militari, era ridotta alla fame: saccheggi nei mercati, otto cittadini uccisi dalle forze dell'ordine! Un lavoratore morto ammazzato veniva traslato in corteo lungo il ponte girevole. Erano le fiamme del " Biennio Rosso": pronto purtroppo a colorarsi di Nero: il cosiddetto diciannovismo! A Taranto si registrava la latitanza di ogni civica istituzione.
Con la Camera del Lavoro, Voccoli e i socialisti, senz'altro non colpevoli dello sfascio istituzionale, dovevano farsi carico di una situazione degenerata. I commercianti , in testa i "Grandi Magazzini D'Ammacco", portavano nelle mani di Odoardo le chiavi dei loro magazzini, sperando di salvare la "roba". Divampato lo sciopero generale, i cittadini ormai facevano affidamento solo nella Camera del lavoro. Ma in tutta la città, come nel resto del paese, doveva venire anche allo scoperto la grande paura dei padroni e padroncini, che ne volevano vendetta, del Governo e dei politicanti dell'epoca. I facinorosi non mancavano, lo Stato non sembrava in grado di proteggere la proprietà e garantire la sicurezza. I signorotti si decidevano ad allargare i cordoni della borsa, prezzolando squadracce e mazzieri.
Il Regio governo, perpetuamente allo sbando, non era minimamente in grado di prospettare ampie misure riformatrici. Era l'ora siderale dei peggiori farabutti : gli imprenditori della paura.
La regola aurea: seminare il terrore , per candidarsi poi come salvatori della Patria.
 Accendere l'incendio e poi travestirsi da pompieri!
Pronto a tutto e capace di niente, Il Re Vittorio, detto Sciaboletta, apriva le porte agli squadristi di Mussolini, scendendo uno ad uno tutti i gradini della indegnità, sino a firmare le vergognose leggi razziali.
Dopo la Marcia su Roma, i fascistissimi fratelli Giusti assalivano La Camera del Lavoro e colpivano con bombe a mano la palazzina di casa Voccoli, in via Cugini... Un primo operaio assassinato doveva essere Raffaele Favia, dei Cantieri Tosi. Il fascista Casavecchia lanciava una bomba verso un gruppo di comunisti e intanto veniva arrestato il Comunista Millardi.
Già nella semiclandestinità Odoardo era delegato a Livorno, nel 1921, partecipando alla fondazione del Partito Comunista d'Italia. Nel 1926 partecipava al Congresso Internazionale a Lione e il 20 giugno veniva arrestato, e così la sua compagna. "Quanto più l'avversario mostra di voler usare la mano pesante, l'ingiustizia fa più grande un'anima libera e fiera".

 Per Voccoli il socialismo non è stata la ballata di una sola estate, la bandiera degli anni verdi.
 La ribellione era ormai un imperativo categorico che legava indissolubilmente la battaglia per il lavoro alla rivendicazione dei diritti civili, secondo la lezione liberal-democratica ricevuta dal genitore. Era anche necessario difendere la città proletaria, mantenendo quel piccolo embrione di organizzazione di classe con le cui sorti Odoardo aveva identificato la sua scelta di vita: " la città "più Rossa" del Mezzogiorno...

 Scattavano le leggi speciali e Odoardo veniva condannato a 12 anni e mezzo di carcere duro, tre anni al figlio Todol per la minore età. Il carcerato confortava la compagna Assunta : "Mia adorata e sventurata Assunta, dodici anni sono un po' troppi, vero? Di una cosa puoi essere sicura, della serenità con la quale ho ascoltato la sentenza. Il primo e migliore giudice è la mia coscienza. I deboli si accasciano. Chi viene colpito per la sua fede non deve impallidire dinanzi alle conseguenze che gli derivano dall'aver troppo amata la sua idea...Spero di essere additato come uomo di carattere, che non piegò mai dinanzi a qualunque avversità...
Anno dopo anno, giorno dopo giorno, ai carcerati veniva sempre offerta quella domanda di Grazia, quel "Pentimento", che poteva rimettere in sesto tante famiglie sofferenti, considerando che non vi era lavoro per i familiari che non avevano la tessera del Partito.
 Ovviamente Voccoli, come altri compagni, rifiutava sdegnosamente qualunque Grazia, guardando con disprezzo il "pentito" che poteva ritornare in famiglia.
Intanto scriveva e organizzava una piccola scuola nel carcere. Quelli come noi, diceva: non mollano mai.Nel '29 veniva arrestato il figlio Libero Ribelle. Non mollare! Fino all'ultimo giorno, in carcere scriveva i suoi quadernetti, che riusciva a far circolare all'esterno fra i compagni.
Con qualche accorgimento si potevano trasmettere alcune informazioni: Trascriveva per esempio
 Il Principe di Machiavelli, usando in sostituzione la parola "Partito"
La famiglia era ridotta alla fame, ma non veniva meno la solidarietà dei compagni ancora in libertà, come il nobile Carducci, che non faceva mancare il suo sostegno.
 Per le famiglie dei carcerati, già si attivava il "Soccorso Rosso", con collette fra i compagni.
 Nel 1932, in occasione del Decennale, veniva concessa una amnistia: si celebrava in carcere il matrimonio civile, testimone il nobile Carducci Artenisio Ernesto: buon sostenitore della Causa.
Nel 1934, a seguito della delazione di uno spione dell'OVRA, si tornava in carcere: 4 anni di reclusione per Voccoli e e per i Fratelli Mellone morti in galera.

Una militante di grande rilievo, dirigente del "Soccorso rosso" , si prodigava per alleviare economicamente l'indigenza della perseguitata famiglia Voccoli. Anch' essa attivista nel primo nucleo storico socialcomunista, era stata condannata pure lei a lunghi anni di carcere, ma rimaneva fiera combattente partigiana fino alla caduta del fascismo. Il suo nome era una bandiera: Antizarina Cavallo. Si trattava di una militante del primo nucleo torinese. Voccoli avrebbe conservato in Archivio il suo ultimo saluto: "Ciao a tutti, compagni miei, continuate a lottare anche per me".

Una sola ferita non si rimarginò mai nel cuore di Odoardo: la perdita del figlio più sfortunato, quel Wservodol , detto todol, il figlio tubercolotico morto di stenti nella solitudine del carcere. Commuovente il suo ultimo saluto al padre: " Muoio sicuro di non aver menomato il nome che con fierezza ed orgoglio ho portato. Tuo Todol". I compagni in libertà riuscivano ad organizzare un funerale clandestino, notturno, fischiettando l'internazionale con uno striscione sul feretro:
 "I compagni di Taranto". Nell'amnistia del Decennale, Odoardo veniva scarcerato, ma il Tribunale Speciale lo condannava per altri quattro anni di reclusione per cospirazione.
Nel '34, a seguito a seguito della delazione di una spia dell'OVRA, sempre di più erano i compagni carcerati. In effetti si stava stava riorganizzando il fronte Antifascista. Nel marzo del '34, Odoardo era di nuovo carcerato. Anno dopo anno, un giorno dopo l'altro veniva offerta al prigioniero Voccoli la domanda di grazia, che gli avrebbe spalancato subitamente le porte della libertà.
 Ma lui non sarebbe mai uscito a capo chino. Il figlio Libero Ribelle, posto in cella d'isolamento veniva condannato al confino, serbando"cattiva condotta politica".
Dopo la caduta del fascismo, Odoardo sarà il primo sindaco repubblicano del dopoguerra, unanimamente stimato dai suoi concittadini. Quelli come noi non mollano mai, diceva...


La riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti per il nostro futuro.
(Umberto Eco) Per Approfondire: Roberto Nistri e Francesco Voccoli, Sovversivi di Taranto,
Sedi Edizioni, Taranto 1987.
Roberto Nistri. 16 febbraio 2017. Relazione ANPI. Liceo Archita Taranto.