martedì 3 maggio 2016

La farmacia del diavolo



La farmacia del diavolo


di Roberto Nistri, in  “Galaesus”, n.21, pp. 295-297,  Taranto,  1998.

© Roberto Nistri 2016. Tutti i diritti sono riservati.


      Il rituale immaginario del Sabba costituisce il pezzo forte della credenza nella stregoneria: non appena un giudice ha tra le mani una strega, l’obiettivo che si prefissa è quello di far confessare  la partecipazione al Sabba,  il che equivale ad  una sentenza di morte. Gli inquisitori annotano con cura le modalità dell’accoppiamento con il diavolo: “La baciava e amava meglio di suo marito, anche se lo trovava sempre decisamente freddo” (Mandrou,  I magistrati e le streghe). Veniva trascurato un fatto strano: l’amplesso produceva dolore causato dalla penetrazione: “esse sostengono che gli organi virili dei demoni sono talmente grossi e duri che è impossibile introdurli senza provare un dolore atroce” (Remy,  Daemonolatreia). Il coito era accompagnato dalla sensazione di acerbo dolore e orrore,  a causa del seme del caprone, che essa sentiva gelido come ghiaccio (Guaccio, Compendium maleficarum). Si tratta di una costante in tutte le testimonianze rese dalle povere allucinate: sintomo di primaria importanza per spiegare la meccanica del Sabba, come intuisce  Freud, che nel 1897 Scrive a Flies: “Se arrivassi soltanto a sapere, perché nelle loro confessioni, le streghe dicono sempre che lo sperma del diavolo è freddo”.
      L’origine di questo sintomo, come anche del tipico “volo a cavallo della scopa”, è ormai del tutto chiarita da una vasta letteratura scientifica  (ricordiamo almeno gli studi di Ioan Couliano e Paolo A. Rossi, che hanno ben esplorato il laboratorio del Sabba).  Unguento, unguento,  mandami alla noce di Benevento, supra acqua et  supra vento et supre ad omne maltempo. Questa formula, ripetuta in tutte le versioni dei racconti sulle streghe,  che si davano convegno sotto il magico noce, evocava con forza immaginativa il rituale preparatorio al volo notturno .
      Nel Cinquecento è Paracelso il primo ad intuire la composizione dell’unguento satanico: sugna, resina, fiori di canapa, rosolaccio e semi di girasole, ma è solo con il Della Porta che si prende piena coscienza del rapporto fra le sostanze neuropsicoattive contenute nell’unguento e il delirio indotto (P. A. Rossi). Il medico napoletano assiste alla preparazione di un unguento che una vecchia contadina si spalma sul corpo,  strofinando la pelle fino ad arrossirla, per poi cadere in un sonno profondo.  Al suo risveglio la “strega” sostiene di aver attraversato mari e motagne, mentre in realtà si è appisolata in cucina. Della Porta indica alcuni ingredienti interessanti: l’aconitum, napellus, detto ( Il veleno del lupo)  e l’atropa belladonna (donna sta per Domina)  piante ricche di alcaloidi fra cui la scopolamina, l’ iosciamina e  l’atropina.  Si tratta di veleni vegetali molto attivi, che a medi dosaggi provocano modificazioni neuropsicologiche. Il grande Giordano Bruno ci ha lasciato nel De Rerum principiis la ricetta di un brodo psicoattivo a base di coriandro, alio, hyoscyamo cum cicuta… et sandali rubro et papavere nigro… Con un simile beverone può scoppiare il Pandemonium, cioè la festa di tutti i diavoli!
      All’inizio del ‘900 vennero approfonditi gli studi su quegli unguenti. Il  Teirlink, come ingredienti psicoattivi usava  Datura Stramonium (o “erba del diavolo”)  e Hioscyamus niger “Poco dopo essermelo applicato, mi parve di volare  attraverso un tornado… feci sogni assai vividi di treni velocissimi e di meravigliosi paesaggi tropicali”. L’hyoscyamus o giusquiamo - derivante da culti celtici -  ancora oggi viene fumato nelle campagne romane,  contro il mal di denti: ribattezzato erba di Santa Apollonia, che venne martirizzata con l’estrazione violenta di tutti i denti.  
       Datura, Giusquiamo, Atropa e Mandragora,  a bassi dosaggi danno euforia , alterazioni spazio-temporali e vividezza nelle percezioni sensoriali, mentre ad alte dosi compaiono dilatazione della pupilla, allucinazioni e delirio.  Effetti psichici sono indotti anche da altre piante tipiche del corredo stregonesco: Cicuta con paralisi motoria e eccitazione convulsiva.  il Verbasco e la Valeriana producono sedazione. Morella e Dulcamara provocano allucinazioni, vertigine, paralisi dell’attività motoria e respiratoria. Digitale produce disorientamento spazio-temporale, il Salice induce forme stuporose e sindrome maniacale. Nelle ricette è ricorrente la Cannabis indica. Il libro di cucina delle streghe (dette anche herbariae) è zeppo di orride  bambolate: grasso di bambino non battezzato, sangue di pipistrello, ossa di morti… Non si deve invece sottovalutare la presenza del rospo che, baciato al punto giusto, si trasforma in principe: il punto giusto s’individua in ghiandole cutanee contenenti Bufotenina che, succhiata,  induce stati allucinatori. Molto vari sono gli effetti che possono produrre i composti ritrovati nella pelle degli anfibi, come si può leggere nell’aureo libretto di Albert Most (Rospi psichedelici, Edizioni Nautilus). In molte lingue o dialetti il rospo viene associato al fungo allucinogeno (vedi Alice). In cina l’Amanita Muscaria si chiama fungo-rospo mentre a Treviso l’Amanita pantherina è chiamata Fongo Rospèr.  Silvio Pagani ha studiato delicatessen come  la Psilocybe semilanceata.
       A proposito di funghi, quando Hofmann scoprì l’acido lisergico (LSD nella claviceps purpurea, fungo crittogamico che infesta la segale in fase di crescita, si sovvenne di strani fenomeni di allucinazione collettiva che si verificavano di frequente fra i contadini che si nutrivano di pane di segale. A questo punto ce n’è abbastanza per chiarire l’esperienza del “volo”. Ma perché a cavallo di una scopa? E l’amplesso del diavolo? I nomi di pixidariaee o   baculariae affibbiati alle streghe,  rivelano quanto importanti fossero nelle loro pratiche la scatola di un unguento e il manico di una scopa. Giordano da Bergamo dice esplicitamente che esse montavano a cavallo di un bastone spalmate di unguento. Ebbene, per assorbire attraverso la pelle gli estratti delle solanacee “le zone del corpo più sensibili sono le ascelle e, nelle donne per assorbire attraverso la pelle gli estratti delle solenacee “le zone del corpo più sensibili sono le ascelle e, nelle donne, la vulva” (Couliano). Data l’alta probabilità di infezione,  infiammazione e vaginite di ogni ordine e grado, la sofferenza fisica si traduceva sul piano fantasmatico in un rapporto doloroso con un partner dotato di un organo grosso e scaglioso. L’evaporazione dell’unguento, invece, produceva la famosa sensazione di “freddezza”. Sic transit gloria diabuli. Questa è la banale verità, ben diversa da quella che condusse al rogo migliaia di povere disgraziate.

Bibliografia
 
Oltre ai testi citati, C. Corvino, Credenze stregoniche e interpretazioni farmacologiche a cura di M. Di Rosa, 1990. Pozioni stupefacenti in “Medio Evo, 7 agosto 1997.