sabato 12 gennaio 2013

Taranto e il sistema Ilva. intervista a Roberto Nistri

ACCIAIERIA

Taranto e il sistema Ilva

Lo storico Nistri spiega come la città è stata ridotta a un orinale.

di Antonietta Demurtas

Articolo tratto da: Lettera43


Roberto Nistri, storico e scrittore tarantino, che alla città nella città, ovvero all'Ilva di Taranto, ha dedicato numerosi saggi e racconti, nel suo ultimo libro Tarantinità, identità residuale (Scorpione editrice) fa una profezia: «L'esito più probabile potrebbe essere lo sbaraccamento di Riva, che è ben consapevole della condizione obsoleta dei suoi impianti. Forse ci sarà un esproprio o una delocalizzazione o magari rimarrà un deserto bonificato», racconta a Lettera43.it «ma la mosca tarantina non riuscirà a uscire dalla bottiglia sin quando non sarà data risposta al grande quesito: “Cosa possiamo fare di quello che gli altri hanno fatto di noi?»
UNA CITTÁ SOTTOMESSA AL POTERE. La peculiarità del caso Taranto, secondo lo storico Nistri, è proprio nella sua «ultra centenaria etero direzione», osserva, «una perpetua rivoluzione passiva a partire dall'Unità d'Italia che ha determinato la formazione di un sistema di adattamento al potente di turno».
Prima era l'Arsenale militare, poi l'insediamento siderurgico. E ogni volta la città era pendente e dipendente dalle decisioni altrui. Qui le istituzioni locali «con le ricadute dei sovvenzionamenti statali, hanno sempre amministrato il micro potere clientelare garantendo la pace sociale».
Ma oggi che tutto è messo in discussione, che politici, industriali, tecnici, docenti universitari e perfino sacerdoti, vengono raggiunti da avvisi di garanzia a seguito delle due inchieste per disastro ambientale e ambiente svenduto, la pace sociale è svanita nel nulla.
Taranto trema e i tarantini sembrano perduti, ancora una volta soli e abbandonati davanti a quello che Dino Buzzati definiva «un drago ruggente che ribolle, esplode soffia e urla» e che ora ha le sembianze di un mostro addormentato.

Domanda. Come si è arrivati a questo punto?
Risposta.
È stata la mancata vicinanza del potere civile. All'Italsider prima e all'Ilva poi è stata data carta bianca, come a dire: fate quello che volete, a noi ci stanno bene i soldi che arrivano.
D. I tarantini si sono venduti o sono stati ingannati?
R.
Io la chiamo servitù volontaria. Non ci fu un'aggressione feroce, ma un uso strategico del territorio. E con il passare del tempo è stata uccisa anche la poca cittadinanza attiva sopravvissuta. Così è nata la città azienda.
D. E tutti l'hanno accettata?
R.
Vigeva il comandamento: mange e citt' (mangia e taci). C'era il circolo dopo lavoro dell'Italsider, si dava pane e godimento, ma già negli Anni '80 il sistema mostrò le prime crepe.
D. Nessuno si oppose?
R.
Tutto era permesso. Fu allora che le aziende esterne dell'Italsider diventarono il brodo di coltura di un'economia criminale. E quando negli Anni '80 cominciò la recessione, la banda Modeo - l'equivalente della romana banda della Magliana - creò una novità di professionalismo criminale collegandosi con i colletti bianchi e con quote significative del mondo politico amministrativo cittadino.
D. Nacque così il sistema Taranto che oggi la procura sta cercando di smantellare?
R.
Erano i tempi delle “grandi fortune”: una piccola ditta di pulizie apriva un ippodromo, si moltiplicavano le finanziarie. Ci fu una gestione malavitosa del sistema in cui anche Emilio Riva poteva scialare perché non aveva controparti. Tutto grazie al sistema della monocultura.
D. E nessuno provò mai a fermarlo?
R.
A Taranto ovviamente era la grande azienda che comandava, poi i piccoli malavitosi e i capitani di ventura squadristi politici e demagoghi come Giancarlo Cito
D. Che però ha amministrato la città per anni grazie al voto dei tarantini.
R.
Fu allora che cominciò a sgretolarsi la componente del mondo del lavoro. La città sino ad allora era riconosciuta a livello nazionale e internazionale per un certo prestigio acquisito nel sistema della produzione e organizzazione del lavoro. Ma l'errore fu mettere il silenziatore sulle morti bianche e i rischi per la salute.
D. Una responsabilità non solo del sindacato e del movimento operaio. Perché le istituzioni locali non sono state vigili?
R.
Il Municipio, da asse di equilibrio che doveva bilanciare la pace sociale, divenne distributore di reddito sino ad arrivare con il sindaco Rossana Di Bello alla bancarotta. Dal privilegio della gestione industriale alla dissipazione, al prendi i soldi e scappa.
D. E i cittadini?
R.
Sin dalle origini dell'insediamento siderurgico c'è stata una sorta di separazione tra i tarantini e gli operai. Il mondo della scuola e della cultura per esempio sono sempre stati distanti perché l'insegnante guadagnava molto meno del lavoratore siderurgico.
D. Una frattura sociale su cui alla fine hanno speculato i più potenti?
R.
Il tarantino ha preso atto del fatto che la fabbrica produceva profitto per Riva ed esternalizzava sulla città i suoi rifiuti. Taranto è stata ridotta a un grande orinale.
D. Ma qualcuno anche in città ci guadagnava?
R.
Sì a partire dalla borghesia commerciale. Anch'essa si è misurata con la distribuzione a pioggia delle risorse della grande industria. Ci campavano tutti.
D. Come?
R.
C'erano i piccoli privilegi per il sindacalista di turno e per il politico. Basta vedere quello che sta emergendo dall'inchiesta che coinvolge la dirigenza della Cisl, gli uomini della provincia di Florido. Anche il governatore Vendola per l'assedio ad Assennato. Perfino l'ex preside del Politecnico di Taranto Lorenzo Liberti. E la Chiesa.
D. L'acciaieria ha sottomesso tutti al suo volere?
R.
Nel Dna della popolazione è stata interiorizzata l'ineluttabilità della grande fabbrica. Nel 1983 per esempio scrissi un libro sulla storia di Taranto a fumetti, in una delle pagine finali c'era disegnato un operaio dell'Italsider morto schiacciato. L'editore fece sparire le ultime sette pagine, una censura preventiva. Già allora c'era un senso di sottomissione di fronte alla grande industria.
D. E ora che questa sottomissione ha portato solo disastri che succede?
R.
Si pensa sempre: tanto poi s'aggiusta. E ora che siamo arrivati al capolinea, ci sarà una lenta agonia, ma noi già sapevamo.
D. Che cosa?
R.
Che Riva non stava facendo altro che grattare il fondo del barile. E la prova è il fatto che ha continuato a produrre agli stessi livelli anche dopo il divieto della Procura. A inquinare come prima per aggiustare gli ultimi scarti di profitto.
D. Se tutti sapevano perché nessuno l'ha fermato?
R.
A Taranto Riva non si è certo presentato come ha fatto in Germania, ma come il padrone delle ferriere. È quello della palazzina Laf dove 70 operai sono stati tenuti come detenuti. E poi si è comprato il consenso di tanta gente.
D. E i cittadini onesti?
R.
Il sistema Taranto è stato molto sottovalutato dagli stessi cittadini. Siamo tutti responsabili, e adesso c'è l'effetto risacca.
D. Ma come è potuto succedere?
R.
La fabbrica produce non solo barre di acciaio, ma anche un modo di pensare. E se ai tempi dell'Arsenale era l'ammiraglio a gestire la città, ai tempi di Riva si è seguito questo modello di autoritarismo e paternalismo. E pensare che Taranto era considerata la Bologna del Sud...
D. Poi però ha votato Cito e Di Bello, perché?
R.
Bisognerebbe chiederlo a D'Alema che non è stato capace di scegliere un amministratore giusto ed è riuscito a rovinare anche il Pci (Partito comunista italiano).
D. Come sempre il fallimento della politica che viene pagato dai cittadini?
R.
Qui a Taranto c'è stata la politica del pesce pilota: il grande pesce era l'Ilva e tutto intorno ruotavano i pesciolini che mangiavano appena potevano.
D. Non solo colletti bianchi quindi?
R.
Anche i sindacati sono colpevoli, nelle case di alcuni era facile notare una prosperità sospetta. Qui il sindacato, dalla caduta del fascismo in poi, è stato molto più importante del Municipio, pensava a tutto. Dai trasporti alla formazione dell'operaio.
D. Anche a mantenere il proprio potere.
R.
Con la crisi degli Anni '80 e la disoccupazione nell'acciaieria ci fu una reintegrazione contrattata attraverso la quale l'azienda ha iniziato a comprare il silenzio sull'attività siderurgica.
D. Tutti vittime del grande sogno: Taranto, città dell'acciaio?
R.
Vittime dell'utopia che da Taranto partisse lo sviluppo del Mezzogiorno. Un inganno e un autoinganno alimentato da tanti soldi che sono piovuti sulla città
D. Dove oggi piovono solo avvisi di garanzia e fumi avvelenati...
R.
È questa la grande contraddizione: oggi Taranto non è più la città dell'Arsenale, della miticoltura, della grande industria. Che cosa sia non si sa.
D. E i tarantini si sentono persi, furiosi?
R.
C'è un grande smarrimento, sfilacciamento del tessuto sociale. C'è stata la polverizzazione di una sorte comune.
D. Spetta allora ai singoli individui mettersi in gioco?
R.
Il tarantino non è molto creativo, è un buon esecutore, conserva la figura postmoderna del metal-mezzadro che è un po' contadino e un po' metalmeccanico. E magari non è né l'uno né l'altro.
D. Anche gli amministratori sembrano confusi: il sindaco Stefano non ha ancora formato la giunta, peggio di Pizzarotti. E ora anche per lui è arrivato un avviso di garanzia...
R.
Stefano ha perso il contatto con la realtà. È un bravo cristiano, ma viene da un mondo di esperienza politica incapace di misurarsi con queste tensioni.
D. E uscire con la pistola nella cintura non l'ha certo aiutato...
R.
Un po' di ingenuità e un po' di passi falsi l'hanno portato a trovarsi in questa situazione. Ora non riesce a fare la giunta per paura di ritrovarsi corrotti dentro.
D. Come finirà?
R.
A Taranto c'è un problema di riparazione. È inutile pensare a fare tabula rasa. Non si possono cancellare o sanare 50 anni di inquinamento selvaggio. Ora deve essere fatta un'opera di rammendo.

Twitter @antodem
Martedì, 27 Novembre 2012

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