venerdì 13 novembre 2015

Le due città e una tarantola



Le due città e una tarantola


 di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

       Mi trovavo a frequentare  per la prima volta la città di Lecce verso la metà degli anni ’60, ospitato da Adolfo Buja,  ex compagno di banco al liceo “Archita”  di Taranto, che si era trasferito in terra salentina .  In quel tempo entrava in funzione il primo altoforno dell’Italsider,  ma questo  non  angustiava minimamente quella my generation che, per ultima, aveva avuto il privilegio di vedere il cielo di Taranto non trafitto dalle ciminiere. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare che, nell’anno di disgrazia 2013,  il Comune di Lecce dovesse manifestare serie preoccupazioni per i fumi tossici provenienti da Taranto. Il soggiorno leccese doveva risultare molto istruttivo per lo scrivente: Rino Buja,  grande erudito locale, mi illustrava fatti e misfatti della città, senza fare alcun cenno al tarantismo e alle sue ritualità. Avrei in seguito compreso che, in quel periodo, la musica tarantolata non godeva di particolare fortuna nella cultura borghese cittadina. Non per questo la tradizione si era esaurita. Una vivace testimonianza del tarantismo nel decennio precedente veniva offerta dall’erudito Giovanni Antonucci in una lettera al tarantino Cosimo Acquaviva il 26 novembre 1950: “Io ebbi uno zio dalla vita alquanto irrequieta, tutto preso da velleità di canto e di essere un violinista. Quando qualche tarantolare era colta dalla frenesia del ballo, lo si chiamava perché mettesse in pratica le sue doti musicali: io bambino di 7 od 8 anni correvo cogli altri a vedere la scena che svolgevano in qualche casa a piano terreno e colle porte aperte” (1).
       A dire il vero la  Città  Barocca , considerata arretrata e sonnolenta, era abbastanza snobbata dai tarantini, che in quella fase stavano vivendo l’ebbrezza della grande mutazione industriale. Anche lo scrivente , dopo aver frequentato qualche salotto old fashion e fascistino, in cui era tabuizzato l’argomento Jo Staiano (il primo trans che si era fatto onore nel felliniano La dolce vita)  pensò bene di ritornare di corsa fra i due mari, con tutto l’affetto e la simpatia per la “Bella addormentata”.  Sembrava una città in bilico fra magia e deserto che sarebbe piaciuta al  flaneur Roger Caillois, il cercatore dei “demoni meridiani” della tradizione folclorica, che nella sua Guida Blu aveva rievocato anomalie e sregolatezze, come vetrine che esponevano pipistrelli-vampiro appesi a testa in giù, “simili da lontano a ombrelli di seta neri riposti in buon ordine”.
      Si ritornava  a frequentare Lecce nei paraggi del ’68, quando vi erano abboccamenti fra i combattivi universitari baresi e tarantini e gli ammuinati studenti leccesi che, quanto a contestazione, stavano un po’ scarsi. Eppure proprio in quel contesto avevamo la fortuna di conoscere fugacemente la Rina Durante che, come ha scritto Ilaria Marinaci,  era riuscita a vedere prima degli altri il Salento del futuro , fondando il canzoniere Grecanico Salentino , contribuendo alla riscoperta del griko e analizzando fenomeni identitari come il tarantismo. Accanita masticatrice di tabacco,   avrebbe scritto anche uno splendido racconto Intitolato  La Luce, sulla acciaieria di Taranto (Manni, 1996). Alessandro Leogrande ha tracciato un bellissimo profilo di Rina Durante, proprio a partire dall’esperienza del ’68 e dintorni: La liana arborea e la fine dell’utopia, in “Galaesus”, Taranto, 2014.  “Vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…nel paese dell’Eco che mi hanno detto risuonare di suoni”, canti notturni di suonatori erranti, fra risentimento e sfinimento …
      Protagonista autorevole di quella stagione di “radiose utopie”, per tirare su i  ragazzi che,  a partire dalle facoltà occupate, non trovavano una fabbrichetta ove distribuire qualche volantino, la Durante faceva una mossa geniale simile a quella di Galilei, quando puntava verso le stelle quel cannocchiale che tutti consideravano solo un oggetto di trastullo. La  signora Rina ebbe la bella pensata di far entrare nell’Università alcuni suonatori di musica di tradizione, che all’epoca rimediavano qualcosina fra matrimoni e compleanni:  nell’Ateneo doveva fare furore il Toto di Calimera. La mossa galileiana della Durante era  straordinaria: si apriva una storia e peccato che, nella anticopernicana Taranto di ieri e di oggi, nessuna testa pensante sia stata capace di una simile genialata.  Le due città continuavano ad avere storie divaricate,  ma era Lecce che iniziava ad incrementare passo dopo passo il proprio sex appeal.
       Intanto nel 1971, avendo a lungo frequentato la casa di Alfredo Maiorano, avevamo avuto modo di apprezzare in anteprima la ricchezza del suo repertorio etnografico, potendo  anche  seguire la sapiente cura esercitata da Antonio Rizzo e Alberto Cirese, nell’allestimento della grande mostra sulle tradizioni popolari,  che doveva costituire un vero primato nell’Italia meridionale. Sulle tristi vicissitudini del costituendo Museo, la storia è nota. L’infelice gestione, da parte degli amministratori, della donazione di don Alfredo, era già un segnale inequivocabile dell’inarrestabile declino di una cultura cittadina ormai slegata dalla propria storia.
       Nel 1984 usciva il film di Giuseppe Schito,  Il ragazzo di Ebalus (1984): si raccontava di un giovane terrorista in crisi che, in fuga da Milano, cercava l’aiuto dei compagni dell’Italsider di Taranto. Braccato sia dai poliziotti che dai brigatisti, veniva ospitato da un vecchio contadino, reincarnazione di quell’agricoltore di Corico (l’attore Cucciolla)  che, incontrando Virgilio sotto le torri della rocca di Ebalo, lo introduceva alla magia del mondo contadino, volta a sconfiggere la cultura della violenza. Casualmente proprio in quel periodo seguivamo a Taranto il processo alla colonna tarantina di “Prima Linea”, scrivendone qualcosa in A sud del Sessantotto. Erano gli anni di una svolta epocale, traumatica. Le cose stavano cambiando. Con l’esaurirsi della Vertenza Taranto, la città e la grande fabbrica correvano ormai, senza alcuna consapevolezza,  nel tunnel del declino. Qualcuno armeggiava attorno a serrature che chiudevano male sull’infinito (Aragon).  I più morivano per attacchi di scetticismo. Invece la barocca “città del sonno” veniva risvegliata dal “folk revival” salentino e poi baciata dal più che principe Edoardo Winspeare .   Le raccoglitrici di tabacco salentine, rimaste inceppate negli ingranaggi di una mobilità sociale negata, non danzano più cercando di schiacciare con il piede quel ragno immaginario che era il simbolo del loro mal di vivere. Nuove generazioni hanno fatto della taranta un emblema identitario trasversale. Da zavorra del passato a risorsa per il futuro, da relitto folklorico a bene culturale. Una nuova patria culturale, avrebbe detto Ernesto  de Martino, da ricordare a 50 anni dalla morte. Egli fece del tarantismo l’emblema di un Meridione dell’anima, come ha scritto Marino Niola.
      Le “spose di San Paolo” non roteavano più la testa e non si arrampicavano sull’altare della barocchissima cappella di Galatina, ma i turisti giungevano a frotte in cerca di buone vibrazioni. Come ha scritto Marino Niola, l’ombra dell’Aracne mediterranea non ha mai abbandonato questi luoghi: “ Resta tra le spighe del grano e le foglie del tabacco come una cifra nascosta, che si rivela nei bagliori visionari della campagna abbacinata dal sole e risorge nel riverbero bizantino del tramonto, quando il cielo diventa una iperbole scarlatta  sospesa sopra un orizzonte di assoluti”.
       Ai piedi di Santu Paulu rimane uno scorpione sormontato da due serpi, sullo sfondo di una ragnatela. Il guanto era  stato rovesciato e il logo antico si andava trasformando nel simbolo positivo di una economia sostenibile e attrattiva. Si metteva in moto una grande avventura che avrebbe fatto di Lecce e del Salento un cosmopolita luogo del cuore; una storia molto lunga, attorno alla quale valorosi studiosi hanno variamente discettato.   Nell’arco di alcuni decenni, con un vasto retroterra di esperienze musicali e spettacolari, Lecce meritoriamente godeva di una pulita economia turistica, con la sua Renaissance pizzicofila. Gli anziani coetanei tarantini  di quei giovinotti del ’68, dopo decenni di volantinaggi al “Siderurgico” si ammuinavano con la ballata degli affumicati. La storia aveva rovesciato la frittata. Culturalmente Lecce e Taranto si avvicinavano:  è da ricordare la mirabilesi  operazione di Koreja e del Sud Sound System in  Acido fenico: la ballata del camorrista Mimmo Carunchio, dal testo del tarantino Giancarlo De Cataldo ispirato alla banda Modeo (2003).
      Eppure le due città offrivano ben diversi marcatori identitari: Taranto rimaneva  sottomessa alla monocultura siderurgica, Lecce valorizzava la propria tradizione pizzicomane. A ciascuno il suo, considerando che ogni monocultura recava in grembo una minaccia e anche la Città Barocca oscillava tra incanto e autarchia, magari spacciando vetusti stereotipi che fingevano vita novella, riducendo la filologia ad ancella del turismo. Nella terra di sotto  nessuno era immune dalla malinconica sindrome delle dissolvenze, degli oggetti smarriti, dei buchi neri. Per questo era importante unire molte solitudini per una piccola ragione di allegria, scacciando il demonio dalla bocca. 
       Si poteva riflettere sul sogno di Jung, durante il viaggio che lo portava insieme a Freud negli Stati Uniti, mentre maturava il suo dissenso nei confronti dello scientismo  del  Maestro. Jung sognava di scendere nella sua casa sempre più verso il “profondo”,  trovando in una grotta due teschi: le due culture, si diceva una volta. I due teschi rappresentavano le due  forme del pensare: il fisicalismo di Freud e il simbolismo di Jung, la ratio e l’icona, la techne e il mito.  Con una eccessiva semplificazione si potrebbe dire che la città del mito ha battuto la città del logos. Convinti da sempre della necessaria concordia discors fra il logo e il mito, non siamo tanto babbioni da contropporre la fucina di Efesto al reincantamento dionisiaco. Diciamo soltanto che il brand della Taranta si presentava,  nell’immaginario collettivo,  molto più attrattivo di quello dell’Ilva.
       Nel 1996 recensivamo il libro di Franco Cassano, Il pensiero meridiano, in cui si invitava a “non pensare il sud alla luce della modernità, ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud”. Si trattava di “restituire al sud l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri”. Un programma audace, in una qualche maniera interrotto o incompiuto, tuttavia ricco di suggestioni in riferimento alle due città . Sempre nel 1996 veniva prodotto Pizzicata di Edoardo Winspeare, il regista che doveva diventare  l’ambasciatore nel mondo del “tarantismo” e della “salentinità”: purtroppo stereotipi che rischiavano di imprigionare l’artista in una sola dimensione.  La filmografia di Edoardo non era certo riducibile alla pizzica come rock’n roll  mediterraneo: le sue erano anche storie di clandestini, trafficanti di droghe, Dark ladies della Sacra Corona Unita, vite in bilico fra musica e contrabbando, in una Puglia dove si scontravano  tradizioni antichissime e criminalità imprenditoriale.
       La frequentazione di Winspeare, soprattutto durante la produzione a Taranto del film Il miracolo (2003) si costituiva nella memoria cittadina come  un momento alto di battaglia culturale. Il miracolo deve essere girato a Taranto, diceva Edoardo. “Questa città possiede la luce più struggente d’Italia… Taranto è perfetta perché è sia spaventosa, con l’impianto siderurgico più grande d’Europa a ridosso della città, sia  il più incantevole luogo  ameno della Magna Grecia, circondata dall’acqua che riflette per ogni dove la luce”.  Cercando i volti fra gli studenti del liceo “Archita” e i ragazzini dei vicoli della città vecchia, l’artista promuoveva  una grande operazione maieutica per la cittadinanza. “Taranto è sempre molto bella”, diceva il regista all’intervistatrice Anita Preti, “ma è anche un luogo dove la violenza è palpabile, una città continuamente ferita”.
       Nell’estate del 2002 presentavamo nella città di Ebalo una corposa raccolta di studi a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, dal titolo molto esplicativo Il ritmo meridiano - La pizzica e le identità danzanti del Salento, in evidente sintonia con la riarticolazione del rapporto fra modernità e tradizione proposta da Cassano.  Sotto l’influsso incoercibile dello “spirito del tempo” , nella stessa estate veniva dato alle stampe un compendio storico-filologico della  Taranta tarantina.  In quel momento quasi felice,  la città riconquistava una  primogenitura indiscutibile , invero mai contestata dagli acculturati: il musicologo Aristosseno di Taranto raccontava di “epidemie di danza” attorno al dio della  maschera e dell’ebbrezza, Dioniso. Antidotum tarantulae, che il medico Paracelso chiamava  Lasciva Chorea, ballo licenzioso. Da Marino a Lubrano si era diffuso un immaginario colto di tutta Europa, al punto che nel Cinquecento, Cesare Ripa poteva raffigurare il tacco d’Italia come una bella danzatrice, vestita di un sottil velo costellato di tarantole.
      Si restituivano  ai due mari le origini del culto della Taranta, smarrito negli anni della grande industrializzazione. Un gruppo di “scienziati tarantoleschi”, coordinati da Carlo Petrone, raccoglieva  tutte le documentazioni reperibili nel territorio jonico su una antica cultura che ancora oggi si offre come un accumulatore di potenza di grande valenza simbolica. Con una strategia di Reconquista la Taranta  ritornava a casa.  Esaurita una  prima edizione del volume, ne veniva  pubblicata una seconda  molto più ricca. E  si continuerà ancora a ricercare, spinti dal desiderio di ritornare a casa e poter rivedere quel luogo come se fosse la prima volta.
      La memoria del Ragno veniva riattivizzata in terra jonica, ma nel frattempo era andata  smarrita una città.  Purtroppo nella antiquissima urbs la techne è stata assolutizzata, abbiamo peccato di  yubris (dismisura) e le potenze degli inferi si sono scatenate diffondendo il Male nostrum. Per poter evitare che la stessa  mater tarantula finisca asfissiata fra le emissioni dell’Ilva e dell’Eni, volenterosi artisti  si sono impegnati nel recupero del ritmo mediterraneo,  per scacciare i maligni vapori, traducendo il mood della pizzica in world music. Fra i non tantissimi, il maestro concertista Mimmo Gori ha raccolto attorno a sé valorosi musici tarantati e non scoordinati, promuovendo il Festival dello Scorpione.  
      Si tratta del più antico emblema di Taranto,  in seguito sostituito dal più accattivante Delfino. In effetti lo Scorpione,  ma anche il  santo Ragno, non brillano per benevolenza.  “Qui lo scorpione è padrone /  e la tarantola ruffiana /di un’antica follia”: così poetava Raffaele Carrieri, ricordandoci che i culti antichi avevano a che fare con un sangue russu russu. Lo Scorpione era una icona  abbastanza lugubre. Gli Africani evitavano di pronunziarne il nome perché portava male. Era minaccioso a causa della coda terminante in un rigonfiamento colmo di veleno che alimentava il pungiglione. Amava la solitudine e gli angoli oscuri, pronto a uccidere il disturbatore. Produceva  effetti allucinatori ed esperienze di transizione ad una realtà altra. Presso i Dogon rappresentava il clitoride asportato. Il più pauroso romanzo di Stephen King era l’apocalittico L’ombra dello scorpione.
      Ma i tarantini sono ormai abituati a frequentare la  Danse macabre. Del resto l’uzzolo zombaiolo e il Negramaro non ci devono far dimenticare il cuore di tenebra della tarantola. “Chi o cosa mi possiede?” rimane l’incipit di ogni horror territory.  L’Uomo Nero, lo Spauracchio, il Babau, il mito deambulante del “fantasma della mente”, il male che si rincorre e si trasforma nella sfera freudiana del perturbante, l’Unheimliche che sfalda il tessuto delle cose “reali”. Nella stasi del tempo immoto,  la calura della controra fa socchiudere le palpebre e nel giallo mare di grano s’intravede un tremolìo, una  figurata malìa e  si avverte lo straniamento dell’essere “posseduti”,  del non sentirsi soli nella propria pelle.  La tarantola è per eccellenza il qualcosa che si nasconde dietro i filari di grano,  la presenza invisibile che si muove tra le spighe. In una città virata in noir, chi combatte da sempre quello scherzo di cultura e non  di natura che è la kinghiana Mangler    (la macchina infernale) può ben avviare nelle notti pizzicate  La danse du dèsir  fra tarantole e scorpioni. I tarantini sono ormai abituati a frequentare la Danse macabre, in the Dark side of the moon.  Il mondo, diceva Ernesto De Martino, ha più che mai fame di simboli per dire i suoi mali, per lenire i suoi dolori.  Ciò che è emerso può affondare e ciò che è affondato può riemergere.   Contro il gigante di ferro  ci si può sempre  difendere,  extrema ratio,  con lo  “sputo medicinale”   e risanatore:  l’arma segreta del  principe  taumaturgo Totò  (2).

NOTE

1) Cfr. Cosimo D’Angela,  Lettere di Giovanni Antonucci a Cosimo Acquaviva (1939-1953) in    “Cenacolo”, N.S. III, 1991, Mandese editore, Taranto, 1991.
2) Cfr. Giancarlo Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale,  Congedo editore, Galatina (Le), 2004.

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