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sabato 13 ottobre 2018

Una strada per l'utopia

Disegno di Stefania Castellana

Una strada per l’utopia di Alessandro Leogrande.

Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5.895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata dai Masai la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine. Forse cercava di andare oltre per trovare il suo Dio.
Anche Alessandro cercava sempre di andare più su, ma la Signora Nera lo avvolse in un manto di freddo. Nella sua Taranto lo attende ancora una strada a lui intestata nella lunga marcia verso l’Utopia del giardino felice: Starway to heaven, dove si incontrano tutte le vite degli uomini speciali, quelli che nella Storia sono riusciti almeno una volta a sospendere la pena del vivere, aprendo almeno un varco nell’Eu topos: La casa della gioia. Non dobbiamo mai stancarci di raccontare: una città se non viene raccontata, si addormenta e si spegne.
Diceva Ernesto De Martino: “Gli uomini hanno bisogno di Simboli e di Storie, che non devono morire come lacrime nella pioggia”.
Finché ci sarà ancora una Storia, lungo il sentiero di Alessandro, noi vivremo.

Roberto Nistri, 20 settembre 2018.

lunedì 10 marzo 2014

L'llva, l'ambiente, la sinistra



L'llva, l'ambiente, la sinistra

di Alessandro Leogrande

in Corriere del Mezzogiorno, 08/03/2014, pag. 4

Rispetto alla parabola della primavera pugliese, Taranto è sempre stata un caso a sé. Non solo per la vicenda Ilva e per il disastro ambientale, ma anche per i disastri della politica locale, maturati nell'arco della Seconda repubblica. La sinistra jonica sembrò avere la sua primavera nel 2007, quando Ippazio Stefàno (con Nichi Vendola già alla presidenza della Regione) vinse le elezioni a sindaco successive al crack del comune non solo contro il ritorno di Cito, ma anche contro l'allora candidato del Pd Gianni Florido. Sembra passata un'era geologica. Nel mezzo, oltre all'impasse della giunta comunale, è esploso il ciclone Ilva. Così, il rapporto tra la città lacerata, i movimenti ambientalisti e il governo regionale si è fatto via via più problematico. Da una parte Vendola sostiene di aver sempre agito nell'interesse degli operai e della trasformazione della fabbrica. Dall'altra i settori più accesi della protesta hanno visto in lui (molto più che nelle giunte cittadine tra il 1993 e il 2007 o nei governi nazionali che si sono succeduti) il volto della politica compiacente.
Taranto è una città difficile, in cui il consenso politico è un'alchimia molto complessa da mettere insieme, e soprattutto da mantenere per più di un lustro; in cui a lunghe fasi di apatia si alternano jaquerie improvvise, come quelle del 2012. Pertanto, la notizia della richiesta dei rinvii a giudizio per il caso Ilva sembra prolungare uno strano limbo. Chi crede che la trasformazione della fabbrica sia possibile continua a pensarla così, magari con un po' di pessimismo in più. Chi sostiene che l'unica soluzione sia chiudere lo stabilimento, e che l'unico potere sano sia quello della magistratura inquirente, avrà modo di radicalizzare la sua posizione. Ma cosa pensa del rapporto tra Vendola e la città di Taranto chi in questi anni ha continuato a raccontare la città dell'acciaio?
Per Roberto Nistri, autore di una decina di libri sulla città jonica, l'ultimo dei quali è “La ballata degli affumicati”, “il rapporto tra Vendola e Taranto si è incrinato da tempo”. Da una parte, sostiene, “Vendola ha evitato negli ultimi anni incontri pubblici con la cittadinanza, dall'altra va anche detto che non gli sarebbe stato possibile farne qualcuno senza subire pesanti contestazioni dall'area più accesa del fronte no-fabbrica”.
Taranto è una città in cui molti dibattiti ultimamente si sono svolti in una sorta di “zona rossa”, per evitare che saltassero. Il paradosso è che molti incontri con il leader nazionale di Sel, nella città epicentro del disastro ambientale e di tanti crocevia della sinistra, si siano dovuti svolgere a porte chiuse. “La richiesta di rinvio a giudizio non cambia di molto le cose”, prosegue Nistri, “ma indebolisce ulteriormente la coppia Vendola-Stefàno”.
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Salvatore Romeo, tra gli animatori del blog “Siderlandia”, uno dei pochi luoghi di riflessione giovanile. “Ci sono state molte attese nei confronti di Vendola, e molte sono rimaste disilluse. Forse non era giusto attendersi questo solo dalla Regione, ma è quanto è successo. Già dal rilascio della prima Aia, c'è  chi ha pensato che non era più possibile dialogare con chi aveva firmato quel testo, e quindi anche con Vendola.”
Al di là della vicenda giudiziaria, e di come si pronuncerà il gup, la sinistra “a sinistra del Pd” che ha governato Taranto in questi anni appare in crisi. Intorno alla giunta Stefàno non si è radicata una nuova area politica, mentre il vendolismo è parso un fenomeno distante. Così, quando la protesta è montata, il piatto è stato diviso tra il successo dei grillini e la furia anti-politica di alcuni comitati di protesta. “La sinistra”, dice ancora Romeo, “non è riuscita a creare una saldatura tra l'ambientalismo e l'operaismo... Ma di questo la colpa è di Stefàno e di Vendola, o più in generale della storia politica di questa città?”
Mario Desiati, che ha scritto spesso di Taranto negli ultimi anni, non solo nel romanzo “Il paese delle spose infelici”, allarga ulteriormente lo sguardo. “Ho sempre pensato che fosse molto complicato interpretare la fabbrica e il suo mondo fatto di metalmezzadri, e che ciò fosse ancora più complicato dopo la privatizzazione.” La difficoltà del rapporto con la città nasce da qui. “Ricordo ancora”, dice Desiati, “quando nel 2009, presentammo a Taranto il libro sull'Ilva di Giuliano Foschini, 'Quindici passi'. C'era molta tensione in sala. Lì ho capito che una parte di città, già esasperata, non voleva più avere rapporti con la politica, anche se prometteva un cambiamento.”

martedì 24 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Alessandro Leogrande


La ballata degli affumicati

Taranto /Ilva Nel libro di Nistri le radici del disastro di oggi

di Alessandro Leogrande

tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 17 dicembre 2013, p. 13

L'ultimo libro di Roberto Nistri, “La ballata degli affumicati” (appena pubblicato dalle baresi Edizioni dal Sud) è una carrellata nella storia recente della città di Taranto. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che Taranto è uno di quei posti che producono più storia di quanta ne possano digerire; ed è questo, forse, uno dei motivi che spiega la copiosa produzione libraria, recente e meno recente, intorno al racconto delle sue vicende. Ci sono stati libri riusciti e libri meno riusciti, libri scritti a distanza (spesso eccessiva) e libri che nascono dalle sue viscere. Nistri è uno dei maggiori interpreti dei fatti accaduti in riva allo Jonio nel Novecento: la gran parte dei suoi libri nasce da un corpo a corpo costante, complesso con la sua città. “La ballata degli affumicati” si colloca quindi su una lunga scia: appena un anno fa, ad esempio, era uscito per Scorpione “Tarentinità. Un'identità residua”. Nella “Ballata” si parla molto degli ultimi due anni di vita cittadina, dell'esplosione del caso Ilva e del nodo irrisolto salute-lavoro, del sistema Riva creatosi dentro e fuori la fabbrica. È una cronaca ragionata degli eventi che aiuta a raccogliere quanto, nella velocità del loro susseguirsi, rischia di andare smarrito. Ma la parte più interessante del libro è forse la prima, quella in cui viene ripercorsa la nascita del siderurgico, la costruzione di quella che il sociologo Domenico De Masi ha chiamato la “fabbrica più moderna del mondo più arretrato”. Molti dei mali tarantini si annidano nel cuore del Novecento, e per capire perché la vicenda appare oggi tanto intricata bisogna (anche) puntare gli occhi nel passato: non è vero, lascia intendere, Nistri che le uniche responsabilità del disastro ambientale siano quelle di “colonizzatori” venuti da fuori. Una parte di città non ha solo voluto la fabbrica: ha tratto vantaggi proprio da “quella” fabbrica, costruita in quel modo, ai bordi della città. “A distanza di mezzo secolo”, scrive Nistri, “ancora ci si chiede secondo quale logica volpina sia stato possibile posizionare un monstruum di tal fatta bocca a bocca con lo spazio abitato. Una costruzione all’incontrario: con l’area a freddo, meno inquinante, posizionata lontana dall’abitato, mentre l’area a caldo, la più tossica, veniva installata a ridosso delle case, tutte preesistenti all’insediamento, come il vecchio cimitero.” Intorno alla vendita dei suoli si scatenò una lotta feroce tra due cordate di imprenditori edili che attraversò il potere democristiano dell'epoca e le classi dirigenti della città. Nistri fa tutti i nomi, oggi in parte dimenticati, di quella storia decisiva. Altro dettaglio ben sottolineato nel libro: la percezione dell'inquinamento non è un fatto recente. Già nell'aprile del 1971 si tenne un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”, in cui l’assessore regionale Giovanni Di Lonardo proclamava: “Non accettiamo questa industrializzazione in maniera indiscriminata, senza salvaguardare la vita e la salute dei nostri concittadini”, mentre venivano presentate relazioni sulle emissioni notturne e sullo stato, già allora compromesso, del Mar Piccolo. Sempre nel 1971, Antonio Cederna scriveva un articolo, “Taranto strangolata dal Boom”, in cui stigmatizzava la cementificazione selvaggia e definiva quello tarantino “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Era possibile costruire un siderurgico diverso, e soprattutto una città diversa, intorno a quel medesimo siderurgico. Ma le cose sono andate diversamente, anche perché Taranto è stata spesso laboratorio della peggior politica del Meridione. Nell’aprile del ’77 veniva diffuso sul settimanale “Dialogo” un allarmante dossier sulla nocività, curato dal dottor Luigi Colapietro dell’Ospedale SS. Annunziata. Nel 1978 Marcello Cometti pubblicava un'inchiesta sull’inquinamento su “Produttività jonica”, mentre su “Rinascita” usciva un reportage di Paolo Forcellini, il quale, recatosi al rione Tamburi, annotava: “Il fetore del gas si sente già a distanza anche in una automobile con i finestrini chiusi”. A esplodere trent'anni dopo è un viluppo sociale-economico incancrenitosi decennio dopo decennio. Nel passaggio dal pubblico al privato, poi, molti fattori del quadro complessivo si sono ulteriormente aggravati, e per certi versi la fabbrica è divenuto un luogo ancora più impenetrabile. Oggi che può aprirsi una nuova fase, qualsiasi cosa voglia farsi di Taranto e della sua fabbrica, bisognerà ricordare la storia che ha generato una delle più gravi crisi ambientali che l'Italia ricordi. Quella storia è specchio dell'Italia e del suo funzionamento, e di come molte analisi lucidamente espresse nei decenni passati siano rimaste inascoltate.

venerdì 9 agosto 2013

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto 

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati

Alessandro Leogrande è nato giornalista. Nei corridoi del liceo “Archita” s’impegnava nel giornalino d’Istituto e scriveva ponderosi saggi sulla rivista “Galaesus”. Partecipava ad un confronto fra una ventina di studenti e lo scrittore e critico cinematografico Goffredo Fofi, che lo sollecitava a intervenire ad un convegno a Napoli sulle culture giovanili nel sud. Suggerimento accettato da Alessandro che, marinando alcune giornate scolastiche, pubblicava in seguito puntuali resoconti sul “Quotidiano” di Taranto. A Roma si laureava bene in Filosofia, senza farsi imprigionare nella gabbia dell’esamificio. Collaborando alla rivista “Lo straniero”, incominciava a condurre numerose inchieste per Radio Popolare e, nel novembre 1998, per la tarantina Primavera Radio raccoglieva preziose interviste sulle condizioni di lavoro nel Siderurgico. Una importante esperienza è stata certo quella di giornalista accreditato presso il G8 di Genova. Quasi come congedo dalla piccola patria pubblicava nel 2000 una robusta inchiesta su Taranto, una città “emblematica della storia italiana di fine millennio, modello per lo sviluppo del mezzogiorno degli anni sessanta, divenuta poi l’incubo degli anni novanta”.
I sempre più numerosi titoli di Leogrande evidenziano la ricchezza delle sue esplorazioni: Criminalità: il versante adriatico del 2002; Le male vite, storie di contrabbando e multinazionali del 2003; Nel paese dei vicerè, l’Italia tra pace e guerra del 2006, Ragazzi di mafia del 2008; Uomini e caporali, nuovi schiavi nelle campagne del sud del 2008; Il naufragio della Kater i Rades, morte nel mediterraneo del 2011; Fumo sulla città, del 2013. Come si vede, lo scrittore ha voluto curiosare su terreni poco battuti, frequentati da eterni stranieri, anime danneggiate, figure che abitano sull’orlo, mafiosi, contrabbandieri, migranti in viaggio verso un buco nero, mercati di braccia e corpi, fra prigioni e racket dei caporali. Alessandro è scrittore di corpi in fuga, rappresentati con ricognizione analitica, puntuale, senza imbrigliare la voglia di capire e di raccontare, mettendo in gioco la propria soggettività: ne Le male vite, si veda il racconto di Ciccio Prudentino, il “signore delle sigarette” con il suo socio Quaranta, che giocano a carte con il famigerato comandante Arkan nel casinò di Pogdorica, perdendo assieme tre miliardi e mezzo di lire: una forma di omaggio o prezzo da pagare per stringere affari con il comandante delle Tigri e criminale di guerra. Con lo stesso tono da film di Orson Welles, si svolge la conversazione con un altro giocatore corsaro e perdente, come il pittoresco vice del granguignolesco Giancarlo Cito. Ma qui incappiamo in un detour, un incessante andirvieni fra il primo e l’ultimo libro di Alessandro.
Abbiamo fatto cenno al testo del 2000, Il mare nascosto: un titolo molto incisivo che indicava l’obsolescenza del Paradigma Mare nel vissuto quotidiano di una Taranto infelix, che per secoli si era fregiata del titolo di Città dei due mari. Un libro di congedo che si portava appresso il solito essere-due, il sentirsi sempre a metà della città, ma anche il libro della conquistata maturità, dell’uscita dalla minorità, in una città governata da un guappo che sognava di essere re, mentre un popolo bambino impazzava. Opportunamente il testo in cui recensivamo gli Jonici Graffiti di Leogrande era titolato Esodi e approdi. Il cittadino adulto se ne va, ma non cesserà di misurarsi con il cuore di tenebra, il diabolus ex machina che si è incistato nel carattere sociale della città ebalica, indossando la maschera proterva del sindaco in orbace oppure quella dello spacciatore di rottame e di diossina.
Il primo libro non si scorda mai, se è un libro seminale come il Terroni del tarantino De Cataldo. Così nel testo d’esordio di Alessandro erano già raccolte, come in un primo movimento musicale, le cellule della successiva ricerca: il filo del Mare nascosto si ritrova in Fumo sulla città; una scrittura che, come una conchiglia, sembra silenziosa ma dentro ci puoi ancora sentire il rumore del mare.
Non si può perdere un legame con una città all’interno della quale si è fatto almeno un pezzettino di storia, nel caso specifico lo scontro con Cito, il ras degli zeloti, ll sindaco nero. Lo choc e lo spaesamento segnavano l’autore nella notte di Valpurga, il 21 dicembre del ’95, quando saltava il coperchio e dal pentolone infernale fuorusciva il Pandemonium, la festa di tutti i diavoli: un corteo aperto da uno striscione con la scritta “Siamo tutti mafiosi”, una fiumana livida e arruffata di diecimila citoisti che imprecavano e minacciavano a destra e a manca, ripetendo in mezzo alle ronde degli ultrà neofascisti: “Chi non salta comunista è”.
Il filo nero di questa vicenda continua a svolgersi in molte pagine di Fumo sulla città. Un pezzo di bravura rimane l’intervista a Mimmo De Cosmo, ex delfino di Cito e sindaco di Taranto dal 1995 al 1999, spodestato dal boss e condannato a tre anni. Dopo aver affrontato in solitudine una sequenza di processi, gestiva una improbabile bottega di antiquariato. Con garbo Alessando tirava fuori dal fascistone incallito un intelligente bilancio dell’avventura citiana. Fin dagli anni sessanta i due squadristi avevano avuto di che brigare nella città di Taranto, Cito come capo indiscusso del manipolo, De Cosmo come guardaspalle e uomo ombra. Impagabile nei filmati goliardici della trash television, quando vestito da Papa benediceva il duce truce, con codazzo di ragazzuole vestite da suore. In realtà era l’unico a non subire totalmente l’arroganza del Piccolo Cesare. Mente fina, fra i due aveva più intelligenza politica De Cosmo, non privo di un certo garbo dialogante.
All’intervistatore Mimino rispondeva con spirito brioso, fumando una sigaretta dopo l’altra e tirando continuamente col naso, invecchiato ma abbastanza lucido nelle sue analisi. Cito era stato assolutamente incapace di organizzare una vera lega meridionale quando il momento era propizio e alle Europee a Milano avevano ottenuto migliaia di voti tra gli immigrati. Ma Il Dittatore dello Stato libero dei Caggioni non sapeva schiodarsi dal suo autarchismo jonico. Quanto agli altri politici, non avevano capito che la città per il 70% era fatta di gente che viveva in periferia, che prima o poi avrebbero preso d’assalto il comune e la città sarebbe finita a rotoli.
De Cosmo si spegneva durante le seguenti elezioni del 2007. Veniva svuotato il suo negozio di busti mussoliniani e nostalgiche cianfrusaglie, orologi a cucù, vecchi lampadari, bambole, nonchè una insegna in corsivo: “Un salto indietro nel tempo”.
Sicuramente la vicenda citiana è risultata cruciale nell’esperienza esistenziale, ma anche di studio e di scrittura, del nostro Leogrande, soprattutto considerando la persistente rimozione, da parte di politologi e analisti tarantini, nei riguardi di quel “bubbone” esploso inopinatamente , per usare la metafora crociana sul fascismo e che invece si sarebbe dovuto studiare “gobettianamente” come il più torbido capitolo di una autobiografia della comunità. Nelle sue molte pagine tarantine l’autore ha messo in guardia contro il frastornante “eccezionalismo tarantino”: disoccupazione, malaedilizia, inquinamento, tumori… Nella crisi di lunghissima durata, per Leogrande sempre “andrebbe ricordato che la politica è stata e continua a essere questa”. Eppure ci sembra che la sindrome Cito abbia avvinghiato lo scrittore e non solo lui. Si avverte come l’eco disperato delle ultime parole di Kurtz in Cuore di tenebra: “Quale orrore”! “Quale orrore”! Addirittura il giornalista Lanucara ebbe a paragonare il Duce dei Caggioni al demone del Necronomicon, quel Cthulhu che Lovecraft rappresentava come una enorme testa di polpo. . Giustamente Claudio Fava in Sud ridimensionava Cito nella categoria del “demone meschino” di Sologub: “ Nemmeno Cito rappresenta veramente il potere a Taranto. Recita, improvvisa, scalcia, si diverte”.
Comunque quella sindrome ci sembra abbia parzialmente velato l’acume giornalistico di Alessandro, in occasione della insorgenza dei “non rappresentati” nella piazza del 2 agosto 2012, quando si determinava la spettacolare contestazione dell’Apecar nei confronti di una gestione sindacale non sempre limpida. In quell’occasione lo scrittore ebbe ad usare un lessico secondo noi poco opportuno: “ultrà, fascisti e teppisti” nei riguardi di operai e giovani precari o disoccupati. Molti fra i presenti in quella manifestazione, compreso lo scrivente, accoglievano lo squillo di tromba dello sgangherato trabiccolo come un liberatorio “Arrivano i nostri!” Crediamo di non sbagliare, pensando che Leogrande abbia invece visto, in quella folla casinara, risorgere le truppe cammellate del citoidi, i fantasmi di quel lontano 21 dicembre del 1995. Ci sembra che il seguito degli eventi non gli abbia dato ragione, anche se nel futuro quei maligni “spiriti animali” potrebbero riprendere a sputare fuoco. Di questi accadimenti abbiamo discusso con Leogrande, e si continuerà a discutere a lungo, con quanti dentro e fuori la città continueranno a spingere la pietra lungo una strada tutta in salita, per difendere una città chiamata Taranto, che subisce una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
Nella sezione sezione conclusiva del libro, Zibaldone delle polveri, l’autore riapre la problematica della grande industria su uno scenario globale che vede ancora una volta la città di Taranto come un osservatorio (si fa per dire) privilegiato di questo angustioso presente storico. In Leogrande apprezziamo una dimensione molto minoritaria nel dibattito cittadino. Lo scrittore ha forte il senso della memoria o addirittura della memorialistica : in particolare la memoria del lavoro. Ebbene, mentre la siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, faccendieri e giornalisti su libro paga, Alessandro cerca di misurarsi con una enorme problematica industriale dalla quale è assente il grande motore dello sviluppo storico: il conflitto sociale. In questa incerta vicenda sembra del tutto irreale applicare la tradizionale dialettica hegeliana servo/padrone. Funziona invece il paradigma della Shoa, il rapporto fra vittima e carnefice, con l’inevitabile overdose di memoria, testimonianza , emozione, nonchè l’indesiderabile effetto collaterale del negazionismo. E’ un continuo rivivere la tragedia senza tuttavia superarla, come scrive Miguel Gotor. Lo scrittore sembra fiducioso, l’illuminismo meridionalistico di Leogrande si muove controcorrente, anche se in tutta una serie di scritti evidenzia e lamenta la desertificazione industriale del meridione. Non sappiamo quanto abbia ragione, ma sappiamo che vuol vedere la storia rimettersi un moto.
L’aspetto che tuttavia consideriamo particolarmente importante di Fumo sulla città, non riguarda tanto il lato economico, attorno al quale ormai è fiorita una sterminata pubblicistica, quanto la ripresa della questione urbanistica, sulla quale anche gli ambientalisti dicono poco o niente. Sono puntuali le pagine sulla città vecchia e sul Borgo, ma soprattutto lo scrittore riesce a cogliere la dimensione residuale dell’abitare: una non-città dai margini indistinti che si sperde in un gigantismo edilizio del tutto incongruo, con uno sfinire in irredimibili periferie di Case Bianche che non sono più bianche. Massi squadrati dalla campagna, sulle erbacce si alza direttamente il cemento. La città è diventata sempre più un arcipelago di satelliti, con scarse strutture e infrastrutture. Ma il centro intorno al quale questi satelliti dovrebbero girare collassa. “In queste periferie muore il Sud”, ha scritto Leogrande. Da queste banlieues, dai margini della città, lo scrittore ha alzato lo sguardo per scrutare la sorte di questo mondo di stranieri, dell’emarginato braccato da tutti, come nel film L’odio di Mathieu Kassovitz (1995) con il suo folgorante incipit:
“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete
‘fino a qui tutto bene…’
‘fino a qui tutto bene…’
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.