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giovedì 21 maggio 2015

Biblioteca meridionale: Franco Cassano, Il pensiero meridiano


FRANCO CASSANO, Il pensiero meridiano, Bari 1996.

Recensione di Roberto Nistri

Abbiamo presentato il libro il 28 maggio 1996, nel salone de “La nuova Sem”. 
Il testo integrale dell’intervento è reperibile  in “Galaesus”, Taranto, n.20.

Con la lama gentile di una scrittura accattivante e lieve, ma strutturata come una rete a maglie strette che sembra non lasciar sfuggire alcuna delle questioni cruciali del nostro tempo, Cassano taglia e sagoma la fisionomia di uno scritto di fine millennio, un testo-manifesto che già nelle prime sei pagine offre una sorta di dichiarazione programmatica: “Non pensare il sud alla luce della modernità ma, al contrario, pensare la modernità alla luce del Sud”. Un pensiero unico è la peggiore delle idolatrie . E’ legittimo lavorare solo per una cultura che riconosce la parzialità di ogni dimensione. Il Mediterraneo che “media le terre” ne è l’esplicazione. Il confine non è il luogo dove il mondo finisce ma quello dove i diversi si incontrano. Il pensiero meridiano nasce dal “sospetto per questa chiusura del mondo in cui i vincitori pretendono di imbottigliare l’umanità all’interno di un solo gioco, quello in cui hanno vinto e continueranno a vincere… Si racconta una favola ai perdenti: questa volta è andata male,  ma le iscrizioni alla corsa sono sempre aperte. Ognuno si presenta da solo e deve battersi contro tutti, tentando almeno di lasciarsi qualcuno dietro le spalle. Agli uomini “correnti” che hanno interiorizzato l’imperativo della velocità, tanto da amministrare il proprio corpo come impresa, il pensiero mediterraneo offre un riparo ai profughi del pensiero veloce, “quando la macchina inizierà a tremare sempre di più e nessun sapere riuscirà a soffocare il tremito”.
      Il mare greco è arcipelago, simbolo di differenza e di relazione. Fra dialogos e polemos è nata l’Europa. Ma il pensiero meridiano perde se non cambia la vecchia pelle del pensiero “meridionalistico”, se non affronta una prassi straordinaria che, diceva Giordano Bruno, comporta il “disquarto” della vecchia pelle. Non possiamo ritrarci di fronte alla mutazione. Questo Sud, questo territorio sarà universale o morirà.

martedì 19 maggio 2015

Biblioteca meridionale: Claudio Fava, L'Italia dimenticata dagli italiani


CLAUDIO FAVA, L’Italia dimenticata dagli italiani, Milano 1995.

(Un viaggio nel sud d’Europa, in “Taranto Città futura”, “LiberEta”, agosto 1995)

Recensione di Roberto Nistri
Pubblicazione integrale in “Galaesus”, n. 19.

Claudio Fava, figlio di Giuseppe Fava, vittima della mafia, conferma un limpido impegno civile senza committenza politica, senza appartenenza di botteghe e complicità di cordata. L’unica appartenenza, dichiarata e irrinunciabile, è ad una terra, a una storia, a una memoria: a un sud che non è quello lagnoso e vittimista, cinico e rapace, ma è quello che ha il volto fiero e malinconico di Gian Maria Volontè nelle sue interpretazioni dei personaggi di Sciascia. Da giornalista di razza, Fava percorre e ripercorre le strade di questo sud, continuamente scrivendo e riscrivendo le carte dei bisogni e delle speranze, dei vecchi e dei nuovi poteri, la topografia dei contropoteri, della resistenza alla sopraffazione e al degrado. Una voce che rompe il silenzio del sud, un sud che è stato zittito, colpevolizzato da una sorta di rivoluzione passiva che lo indica come il “piombo” nelle ali dello svilippo… Se vogliamo liberarci da questa sorta di ipnosi, non dobbiamo cedere alla tentazione del cupio dissolvi, dello spirito apocalittico, del pathos della rovina, dell’estetica del relitto. Dobbiamo resistere al canto delle sirene dei malintenzionati adulatori, dei colonialistici “valorizzatori”,  con i loro stipendiati trombettieri. Il vero amico del Sud non può essere uno specialista della dimenticanza, uno stiratore di panni sporchi o un fabbricatore di scacciapensieri. Deve essere un uomo-contro, che riesce a serbare la memoria del dolore, che è capace di criticare amando… 

sabato 16 maggio 2015

Piazza Giordano Bruno e la storia d'Italia

Piazza Giordano Bruno nel 1900

Giovanni Artieri, "Roghi e duelli"

di ROBERTO NISTRI

Articolo tratto da "QUOTIDIANO", del 5 aprile 1994)

Si presenta come un intenso pellegrinaggio nel passato delle idee, nella storia di una romantica "Italietta" di cento anni, fa, il dodicesimo volume di Giovanni Artieri: Roghi e duelli. Eretici, martiri, provocatori (Mondadori). Viene offerta un'esposizione documentaria e quasi giornalistica, più che un'analisi storica, di semi-dimenticati eventi e personaggi dell'età crispina, perché spesso - dice Artieri - il lettore ha maggior diletto nel toccare con la mente le prove, gli scritti, le testimonianze. La storia si conclude con il colpo di sciabola nella gola del deputato Felice Cavalletti, "il bardo della democrazia". Le prime pagine del libro ci fanno invece girovagare per Campo dei Fiori dove oggi riposa, nella solitudine propria dei monumenti dimenticati, la statua di Giordano Bruno eretta nel 1889: fatidica epitome del libero pensiero, gli occhi polemicamente rivolti verso quel Vaticano che lo spirito postrisorgimentale vedeva come avversario della patria una e laica. Il 1888 era stato un anno segnato da duri scontri fra clericali e anticlericali.

Dopo vani negoziati con la Santa Sede, il Crispi aveva dato sfogo alla delusione scatenando una campagna che doveva culminare nella solenne manifestazione romana per l'inaugurazione di un monumento al grande eretico, nel luogo stesso ove Giordano Bruno aveva trovato la morte sul rogo. La statua venne commissionata allo scultore Ettore Ferrari, gran maestro della massoneria, che aveva disseminato in tutta Italia un numero incalcolabile di Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele a cavallo e via dicendo. Il 9 giugno l'orazione inaugurale venne tenuta dall’indiscusso specialista in laiche predicazioni, Giovanni Bovio che aveva dettato la bella epigrafe: A BRUNO / IL SECOLO DA LUI DIVINATO / QUI/DOVE IL ROGO ARSE.
A leggere queste prime pagine del libro sulla statua di Bruno e l'epigrafe
di Bovio, non poteva non ritornarci alla memoria un episodio di storia jonica, che certamente avrebbe incuriosito Giovanni Artieri.
Già un anno prima la città di Taranto si era mobilitata per sostenere la celebrazione dei filosofo "d'ogni legge nemico e dogni fede", inviando al Presidente del Consiglio l'ordine del giorno dettato dall'avvocato Pietro Pupino-Carbonelli: "Taranto, commemorando oggi il martire del libero pensiero, Giordano Bruno, fa voti che nel luogo dove la ferocia della Curia romana arse vivo l'eroe in nome di Dio, sorga tosto il monumento che voto di popolo gli ha decretato, qual rivendicazione dovuta alla memoria del sommo filosofo, come protesta solenne della coscienza nazionale". Questo ordine del giorno era stato adottato all'unanimità dai partecipanti alla manifestazione del 19 febbraio 1988, quando venne intestata al filosofo nolano la piazza centrale del Borgo.
Così la cronaca del periodico Taras: "Il Comitato, composto dalla rappresentanza municipale, con a capo il nostro Sindaco, Cavalier Vincenzo Sebastio di tutte le scuole del Ginnasio Archita, delle Tecniche e delle elementari, e parecchie associazioni, si mosse al suono dell'inno dal palazzo di città per recarsi allo scoprimento della lapide commemorativa ... Mentre altri sindaci canonizzano insieme al clericalume i loro santi, il Sindaco di Taranto, insieme alla rappresentanza comunale, battezza la gran piazza del Borgo col nome più grande, più puro, Giordano Bruno". A questo punto l'egregio sindaco scoprì la lapide con l'epigrafe dettata da Giovanni Bovio (non meno bella di quella per Campo dei Fiori), su invito del Pupino Carbonelli: CHI MUORE PER IL LIBERO PENSIERO / ONORA LA PATRIA / APPARTIENE AL MONDO / BRUNO.
Dopodiché il corteo si recò nell'atrio del ginnasio Archita, dove il pubblico fu sfiancato dall'esimio professor Pellizzari, la cui conferenza durò "più ore" (come annota La Sentinella e "tutto estesamente trattò, cosa che annoiò un tantino" (come riferisce il cronista di Taras). E così la città ebbe la sua Piazza Giordano Bruno, che continuò per un pezzo a essere luogo di conllitti fra fazioni, come l'anno successivo, i1 9 giugno, quando i cattolici fecero affiggere, sulla chiesa di San Domenico una epigrafe "riconsacratoria" della città.
I cittadini presero familiarità con il combattivo nome della piazza, ma nel contempo, a partire dal "patto Gentiloni”, presero a smorzarsi i bui lenti spiriti laici della classe dirigente tarantina: per frate Giordano tornavano i tempi brutti. Il Fascismo non poteva certo tollerare a lungo questa bandiera dci "libero pensiero" infissa al centro della città: alla prima occasione la lapide scomparve e piazza Giordano Bruno fu "normalizzata" e ribattezzata piazza Italo Balbo.

Alla caduta del fascismo scompariva il nome del barbuto gerarca. Per  coerenza e senso storico sarebbe stato opportuno ripristinare la vecchia intestazione della piazza, sia perché tutti i tarantini continuavano a chiamarla "Giordano Bruno" sia perché questo nome ben avrebbe rappresentato la volontà di rinascita contro il dispotismo. E invece, sotto l'egida del commissario prcfettizio cav. uff. avv. Agilulfo Cararnia, vecchio liberale e massone, si passò da P. Giustizia e Libertà a P. della Conciliazione, per approdare, infine, a P. Maria Immacolata (come si vede, la storia d'Italia in una pialla). L’avv. Temistocle Scalinci della commissione per la toponomastica, tentò nel 1946 di convincere il sindaco comunista Voccoli di ripristinare il vecchio toponimo e ci riprovò nel 1951 e nel 1957 con altre amministrazioni. Tutto inutile: forse anche le forze politiche della "nuova Italia" non avevano in grande simpatia il "libero pensiero".

Comunque, per strade tortuose, il filosofo perseguitato ha continualo a resistere. La vecchia lapide venne ritrovata da Scalinci e fatta apporre a sud-est del Palazzo degli Uffici, ove l'epigrafe di Bovio continua ad ammonire i ragazzetti che si accalcano attorno ai telefoni. E resiste anche l'abitudine di qualche vecchio tarantino che ancora oggi, dopo tanti anni, continua a chiamare la piazza centrale del Borgo: Piazza Giordano Bruno.

giovedì 12 marzo 2015

Il castello dei destini ermetici

Il castello dei destini ermetici

di Roberto Nistri

Articolo apparso ne il “Corriere del Mezzogiorno”, 25 febbraio 2015.
 
© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

      In una sequenza del film Django unchained  di Quentin Tarantino, uno schiavista del Mississippi faceva sbranare dai suoi cani un negro che aveva denominato D’Artagnan. Un bounty killer commentava che Alessandro Dumas non avrebbe certamente tollerato una simile nefandezza: discendeva anche lui da una schiava dei Caraibi. Suo padre era un autentico “vendicatore nero”, il protagonista in carne ed ossa del grande romanzo Il Conte di Montecristo. Poche battute di un Tarantino “doc” indicano  la pista di un cavaliere senza macchia e senza paura,  che doveva finire i suoi giorni nella città bimare, come l’altro generale  napoleonico, il ben noto Laclos. Ormai è acclarato che  il padre di Alexandre Dumas sia stato il “vero” Conte di Montecristo, nato ad Haiti nel 1762,  figlio del marchese Davy de la Paletterie  e di una schiava registrata come Dumas.
       Antoine Alexandre venne dal padre condotto a Parigi, distinguendosi per la prepotente bellezza e per la sua abilità di spadaccino.  Nel fatidico Ottantanove   entrava nell’esercito come sergente, mentre a Santo Domingo gli schiavi venivano affrancati dalle catene.  Il giacobino si spogliava dei titoli nobiliari, cambiava il nome in Alex Dumas e sposava la figlia di un albergatore.
       Per meriti militari diventava colonnello e poi generale, nella campagna in Italia. La sua crescente popolarità faceva ombra allo stesso Napoleone, malamente sconfitto  da Nelson sul Nilo. Il vascello che doveva riportare in patria il generale Dumas naufragava e il condottiero  (forse accompagnato dalla sua ombra : il filosofo Dolomieu)  veniva catturato dai feroci  sanfedisti che avevano consegnato il sud Italia ai Borbone. Dumas finiva scaraventato in una segreta e abbandonato da Napoleone al suo triste destino: doveva morire di stenti. 
      La Francia non avrebbe mai più avuto un generale nero. In suo onore venne eretta una statua in Place Malherbes, distrutta dai razzisti nella Francia hitlerizzata. Lo studioso Tom Reiss  ha studiato nei dettagli tutta la vicenda del conte, The Black Count, della quale si è occupato anche Enrico Deaglio (“il venerdì, 8 marzo 2013).  Non è luogo per discutere tutta la tradizione esoterico-massonica attorno al romanzo (vedi Clara Miccinelli e Carlo Animato (Mediterranee).
       Per quanto ci riguarda, il Castello aragonese di Taranto, un immenso libro di pietra, grazie all’Ammiraglio Ricci , il “ Maestro delle chiavi”,  e alle cure di devoti ed esperti “volontari”, è diventato il sito più visitato in Puglia dopo Castel del Monte e potrebbe ben rivaleggiare con Les Chateau d’if  in Francia. In un recente articolo il giornalista Tonio Attino ha ricostruito brillantemente le peripezie del generale nel suo labirinto, fino alla triste morte per cancro o forse avvelenamento. In una città sempre a caccia di falsi storici e di genealogie farlocche, sarebbe meglio riaprire lo scrigno delle nostre grandi storie cittadine, magari recando  un fiore in una cella di 5 metri per 10, con una moneta francese conficcata nella fessura di un muro. Con una finestrella sul canale navigabile, che permette allo sguardo di inseguire ancora il fantasma della libertà.

sabato 6 settembre 2014

Era... L'Età dell'acciaio

Recensione a "L'Età dell'Acciaio" edita dal "Corriere del Giorno", 23/12/2011


Mandese Editore pubblica "L'Età dell'Acciaio" a cura di Roberto Nistri, che aggiunge un altro tassello alla ricostruzione storica e storiografica della città di Taranto; il percorso è cominciato con "La città al Borgo" e "Taranto da una Guerra all'altra" è proseguito, nel recentissimo passato, con "Taranto dagli Ulivi agli altiforni".

L' “Età dell'Acciaio” analizza il decennio degli anni '70 e attraverso i contributi di: Antonio Basile, Vittorio De Marco, Carmelo Di Fonzo, Francesco Terzulli oltreché dello stesso curatore e coordinatore dell'opera, Roberto Nistri, l’opera fornisce uno strumento utile a chiunque voglia conoscere e approfondire i presupposti che hanno portato il nostro territorio nelle condizioni in cui versa negli ultimi decenni.

Le fonti storiche costituiscono un utile strumento per esercitare il libero arbitrio. Dieci anni cruciali per l'evoluzione auspicata e per il crollo che ha portato il territorio ionico a diventare la pecora nera europea per l'inquinamento, insalubrità dell'aria e degli alimenti.

Gli argomenti trattati propongono al lettore un'analisi attenta e multidisciplinare affinché ognuno possa esercitare attraverso il proprio giudizio critico, il diritto di scelta del proprio futuro.

Gli argomenti trattati affrontano trasversalmente gli avvenimenti cruciali nella città "siderurgica" nel decennio più drammatico ed entusiasmante: gli anni '70.

Nel 1972-73 si decide di raddoppiare il centro siderurgico, che. proprio in quegli anni “raggiunse dimensioni mastodontiche”. La città vive, per la prima volta dopo molto tempo, in un clima di apparente benessere.

La Chiesa: conflitti interni ed errori della classe politica e I dirigente; la vicenda urbanistica: dalla riqualificazione del centro storico al quartiere "ghetto"; le arti visive, figurative e la comunicazione: dai teatrini off alle radio Libere; le realtà scolastiche della città.

«Da casa della mamma si andava sul terrazzo e giorno per giorno si vedeva che buttavano giù queste masserie, radevano al suolo tutti questi alberi di ulivo, vigne… Tanto, dicevamo, è lontano. Chi pensava che ce lo portavano proprio sotto le finestre di casa nostra?  Queste macchine così grandi noi era la prima volta che vedevamo questi camion così enormi, che passavano il primo piano. Quando passavano per la strada, passavano da sotto casa nostra, tremavano le palazzine. Le ruote erano una cosa spaventosa tanto che erano grandi. E facevano và e vieni, và e vieni fino a quando hanno distrutta tutta la campagna» (testimonianza di una anziana abitante del quartiere Tamburi, registrata dalla dott.ssa Antonella De Palma, in «Corriere del Giorno», 10 luglio 2010).

lunedì 25 agosto 2014

La dolce critica. Enrico Maria Vernaglione


La dolce critica. Enrico Maria Vernaglione.


Roberto Nistri presenta a Taranto il 21 agosto 2014 il saggio critico La galassia di Jep Gambardella. Un Big Bang chiamato Federico Fellini, edit@ Taranto, 2014.

       Nella lunghissima stagione della malasorte tarantina, fra i vari effetti collaterali,  si registra una sorta di riscatto culturale con una copiosa e inedita produzione letteraria, a carattere soprattuto storico-sociale e narrativo, ma anche teatrale e cinematografica. Come si dice, il nero d’inchiostro stuzzica il verbo. Naturalmente s’impone una seria vigilanza nei riguardi dei sempre attivi venditori di fumo, considerando anche quello delle ciminiere. La città martoriata deve almeno arginare l’arrembante “grande bruttezza” e curare il più possibile la “piccola bellezza”. Una accattivante proposta, al riguardo,  ci giunge da un giovanissimo cinefilo che ha, con grande scrupolo filologico e autentica passione, pubblicato un saggio di critica cinematografica, su un film ancora molto discusso come  La grande bellezza di Paolo Sorrentino. L’autore, Enrico Maria Vernaglione (Taranto 1991) si è laureato al Dams di Roma e ha avuto anche modo di recitare in opere come La vedova allegra,  Al cavallino bianco e  La Serva padrona. Come regista ha girato il cortometraggio Carnival. La sua tesi di laurea è divenuta un libro di pregevole fattura: La galassia di Jep Gambardella. Un bing bang chiamato Federico Fellini (Taranto 2014).
      La “prima” cittadina  ha voluto anche essere un affettuoso viatico per la bella avventura già iniziata dal nostro bravo concittadino, che ha mostrato di avere l’occhio rivolto alle cose future: ad ventura. Durante la presentazione  tarantina l’autore ha dialogato con il pubblico,  mostrando notevole professionalità e muovendosi agevolmente nella apparecchiatura pittorico- musicale del film di Sorrentino.
      Il Premio Oscar,  nel suo incipit ha elaborato nell’immaginario la potenza delle grandi pietre che, come  diceva Caillois, sono le sole a conferire un senso di eternità, pur annientando un turista in un unico e vorticoso piano sequenza.  Dal silenzio delle pietre all’urlo  del giapponese e al  cannone del Gianicolo, si passa senza soluzione di continuità nel gran carnevale della festa, dominata dal signore della maschera, l’icona maxima di Toni Servillo, che regge tutto il carnascialesco ambaradan dei “vuoti a perdere”.
      Jep, il re della festa, ha l’unico scopo di guidare tutti i parvenu, politici, malavitosi, prelati, verso un naufragio nello stile del Titanic o meglio della Concordia.  Come dice Vernaglione,  Jep “esce dalla fila dei corpi e si porta al centro della scena…proprio per manifestare la sua diversità”. Siamo nel pieno del grottesco (ricordiamo la lezione di Marco Ferreri) con una forte vocazione espressionistica e, aggiungiamo noi, depressionistica. Il film vive di rapidi contrasti, dai trenini  e le cubiste si passa al barocco notturno. Il critico si muove con mano felice nel continuo andirivieni fra l’opera di Sorrentino e il capolavoro di Fellini. Il confronto a distanza fra Marcello e  Jep è intrigante: ambedue hanno perso la Bellezza  e possono solo sopravvivere   tra festini ed alcol, parlando del niente.
      Ma Fra i due  non è difficile cogliere uno scarto.  Marcello era un nihilista passivo che si lasciava cullare, mentre Jep ha una missione. Da bravo nihilista attivo ha uno scopo: provocare il fallimento della Festa. Conseguentemente la discussione del testo suscita alcuni confronti obbligatori: il “gran bugiardo” Fellini aveva ammesso a mezzo bocca quello che era chiaro per tutti; fra lui e suoi personaggi c’era una forte complicità, completamente assente nel rapporto fra Sorrentino e i suoi figuranti.  Giustamente Vernaglione  ha considerato la solitudine come la cifra stilistica di tutte le opere di Sorrentino. Il critico dedica belle pagine alla costellazione felliniana dei freaks, rappresentati nel film  dalla direttrice nanetta Dadina, la più normale tra gli inadeguati.
       Il cinefilo Vernaglione non si lascia scappare il grande esempio di Freaks di Browning, con i suoi “cari mostri”. L’autore e il suo critico inseguono tutte le metamorfosi del trash e della vulgata gossipara, al fine lasciando i personaggi  soli di fronte alla bellezza muta.
      Opportunamente, nella seconda parte del suo lavoro, l’autore  avvia un rewind che ci porta quasi a rivedere La dolce vita  alla luce de La grande bellezza .  Diciamolo subito, se è un gran bel film quello di Sorrentino, a nostro avviso la potenza mitopoietica  non regge il confronto, anche se correttamente Vernaglione ha puntualizzato i diversissimi contesti storici delle due produzioni.
      Il  3 febbraio del 1960 usciva nelle sale il capolavoro di Fellini. In fondo non si era molto lontani dal neorealismo  che Stefania Parigi ha definito il “gigante addormentato”, soprattutto quello fiabesco: nel film si entrava nello stesso locale notturno in cui precedentemente Amedeo Nazzari aveva condotto una piccola prostituta. Non molti anni prima Fellini ne Il miracolo aveva ingravidato la pastora Anna Magnani fingendosi un arcangelo. Quando dissero a Celentano che avrebbe ballato  con Anita, esplose in un ultrarealistico “Urka”!  Al di là delle invettive chiesastiche contro l’Orgia da Circo, la Turpe  Babilonia, Sodoma e Gomorra e via salmodiando, i personaggi felliniani erano del tutto normali se non banali, al limite del sublime, come ebbe a scrivere il critico Labranca.  Il  vero tema forte che ci accompagna fino ai giorni nostri, è quello della volontà di stordimento per non sapere, come si evince dal testo di Vernaglione.  
       Flaiano e Fellini non intendevano affatto smarrire il filo della saggezza,  pur  “con l’estremo lusso del rimorso” (Soldati).  Fra albe tristi e notti misteriose si raccontava una  fiaba nera per grandi. Per noi rimane comunque la forza di un mito che è stato variamente raccontato e continuerà ancora ad essere ri-raccontato.
       Era l’anno delle Olimpiadi. Nella città dei due mari veniva posta la prima pietra dell’Italsider.  I ragazzetti di quei giorni non potevano sapere di essere gli ultimi privilegiati  ancora in grado di  vedere il cielo di Taranto non trafitto dalle ciminiere.  Non potevano vedere il film La dolce vita perché vietato ai minori di 16 anni e bollato come “escluso” nelle locandine cinematografiche appese nelle parrocchie. Anche gli adulti lo andavano a vedere quasi di nascosto, ma poi quelli più grandi non la finivano più di raccontare e quel film , che ancora non avevamo visto,  ci aveva già cambiato la vita. Il cinema era grande e tutto era dolcevita, il maglioncino, la sigaretta, la notte sulla spiaggia, il primo Night che si apriva a Taranto, The red sky, una qualunque rotonda sul mare.  
      Non crediamo che ad un sedicenne, anche romano,  il film di Sorrentino abbia cambiato la vita. Quella leggenda felliniana  era attraversata da una sottile ambiguità che costitituiva la vera profondità dell’opera.  Come ha confermato Vernaglione, rimaneva una dolceamara complicità che ci avrebbe fatto amare anche lo splendido e tragico farabutto Gassman , qualche anno dopo,  ne    Il sorpasso.  Solo un mito ti può cambiare la vita, almeno a 16 anni.
       Iniziava la febbre della partenza , la insofferenza  per la piccola patria. Solo in seguito avremmo compreso che La dolce vita era un capolavoro prodotto da due grandi provinciali di genio:  Fellini e Flaiano, ambedue sempre accompagnati dalla nostalgia, dall’impossibile nostos del ritorno, che doveva anche infettare il buon Jep Gambardella, il dolcevitaiolo.


Roberto Nistri presenta a Taranto il 21 agosto 2014 il saggio critico La galassia di Jep Gambardella. Un Big Bang chiamato Federico Fellini, edit@ Taranto, 2014.

venerdì 8 agosto 2014

Casa Marx


Casa Marx

Roberto Nistri

Compagnia “Gli angeli distratti”
27 luglio 2014. Libreria Ubik Taranto

Jenny e Karl
Interpretati da Monica Corallo e Angelo Cardellicchio

      Marx è tornato a Taranto ancora una volta. Esibisce, come si dice, certificato di esistenza in vita, e riprende a raccontare la sua storia. Una storia infinita che , come il vento, fa il suo giro: dalle ciminiere della Manchester ottocentesca ai fumaioli dell’Ilva, dove il pane si scambia con la morte.
Viene raccontata la grande storia di un manipolo di visionari come Marx, Engels, Bakunin, Louise Michel e quanti, durante la Comune di Parigi, con Rimbaud salutarono il rosso sole carico d’amore, cantando l’inno dei “senza confini”: l’ Internazionale di Eugene Pottier.
      Questa volta la storia viene raccontata in coppia: la bella narrazione romantica, come si diceva una volta, di amore e di morte. Gli amori comunisti di Karl Marx e Jenny von Westphalen ( vedi l’epistolario Jenny ti amo, ed.Shake) sono un capitolo tutt’altro che secondario della biografia del genio. Considerata la fanciulla più bella di Treviri, la reginetta del ballo, la figlia del barone prussiano destinato a ricoprire la cariche ministeriali, doveva condividere con l’ebreo Karl una serie di incredibili vicissitudini.  Per ironia della sorte, si deve proprio ad una spia prussiana una delle descrizioni più vivide della vita dei coniugi, divisa fra passioni politiche e squallore della vita quotidiana. La loro fu una storia straordinaria, segnata dalla miseria, dalla morte di tre figli, dal continuo via vai presso il Monte dei Pegni. Eppure la spia prussiana raccontava di una bella famiglia: “La moglie è una donna colta e simpatica, che per amore del marito si è adattata a una vita da bohème. Come marito e come padre di famiglia Marx è l’uomo più tenero e più dolce, ad onta del suo carattere scontroso”.
       Un trentennio di critica femminista ha abbondantemente rosicchiato una immagine troppo edulcorata di quel MarxCapital che Joice Lussu avrebbe definito “padrepadronepadreterno”. Nella rappresentazione teatrale, accantonando certi dissapori sentimentali, Karl-Angelo e Jenny-Monica hanno duettato meravigliosamente:  una gran coppia. Pur conoscendo i tormenti dell’ombra, non hanno mai perso il filo di luce della Utopia: “in tenebris lumen”. I due bravi attori si sono ben calati nei personaggi, tenendo ferma una sobria commozione. Nella finale discussione col pubblico, il maestro Cardellicchio ha detto la sua  su quelle figure di tanto tempo fa (da lui certamente amate) che molto avranno errato, misurandosi tuttavia con la grandezza di una storia che continua a non finire.

domenica 3 agosto 2014

Biblioteca meridionale: Antonio Libutti


Biblioteca meridionale

Recensioni e presentazioni a cura di Roberto Nistri



ANTONIO LIBUTTI, Un caso d’incesto nella provincia fascista, Calice Ed., 1993.
(Eros in famiglia, “Quotidiano”, 17 giugno 1993)

      Quello dell’incesto è il tabù più antico e universale.  Il più violato, secondo Freud, quanto meno nell’immaginario. Uno dei più celebri poeti dell’Ottocento, Percy B. Shelley, indicava nell’incesto “una circostanza altamente poetica”. Basti pensare come il tema abbia percorso tutto il cammino della letteratura occidentale, dalla tragedia greca al teatro elisabettiano, da Racine ad Alfieri, dal marchese De Sade a Melville, da Ibsen a Sartre sino a Moravia. Da quello che si può ricavare dalle statistiche giudiziarie, nella presente società androcentrica , la relazione  trasgressiva di gran lunga più frequente risulta essere quella tra padre e figlia, mentre assai meno diffusa è quella fra fratello e sorella (al contrario di quanto parrebbe prevalere nelle società primitive) e ancor più rara quella tra madre e figlio. Il rapporto padre-figlia risulta incombente nella odierna letteratura: si passa da N.P della giovane Banana Yoshimoto a Incest, il libro tratto dai Diari d’amore di Anais Nin e il Gioco di Gerald di Stephen King.
       Vorremmo segnalare il delicato volumetto di Antonio Libutti, Un caso di incesto nella provincia fascista (1993) che racconta la storia di una trasgressione amorosa in una società chiusa,  come poteva essere quella di un paese della Basilicata durante gli anni del fascismo, all’interno di una struttura comunitaria organizzata secondo una patologia maschilista di disvalori e di poteri gerarchici  L’autore, studioso di antropologia, ha indagato con spirito partecipe e mano leggera su una vicenda giudiziaria che ben può valere come metafora di quel torbido e totalitario gioco erotico che fu il fascismo: una sindrome autoritaria sado-masochista che si rifrangeva nel culto di un familismo amorale,  governato da un capo che impone obbedienza assoluta alle figure subalterne, in particolare la donna. 
      La vicenda prende le mosse dall’incontro fra un aspirante psicoterapeuta ed una popolana, Annamaria, in preda a semi-cecità e ad uno stato di tremore,  a seguito del pubblico scandalo e del processo derivato dall’aver messo al mondo una figlia nata da contatto con “carni parenti”. Si ricordi che in Italia il “pubblico scandalo” costituiva l’unica possibilità dell’accendersi dell’intervento punitivo dello Stato; in mancanza di esso, l’incesto si presentava come indifferente per la giurisdizione penale. Così recitava l’art. 564 del Codice: “Chiunque, che ne derivi pubblico scandalo, commette incesto… Dietro la prudenza del legislatore vigeva l’antico privilegio del  pater familias nel gestire in via esclusiva i rapporti interni ad un nucleo “autonomo e autosufficiente”. In tali condizioni di inferiorizzazione, la donna cercava di maturare una elaborazione difensiva, cercando di non cancellare la propria soggettività desiderante. La cecità permette la furba iperprotettività del “non voler sapere”, del chiudere gli occhi di fronte alla propria storia. Chi ha perso gli occhi vede con il cuore o forse gli occhi si chiudono per mentire al cuore: in questo caso si socchiudono, la cecità è intermittente, selettiva, con un abile controllo del rubinetto delle informazioni, non vedendo ciò che vedono gli altri. Una semiparalisi che impedisce l’evolversi verso una femminilità matura.
       L’analista si deve confrontare con una paziente dipendente e tremolante. Tipica incertezza della presenza. Annamaria si è innamorata del padre leggendolo nella figura di don Rodrigo. Il gaglioffo è sempre il motore della favola, Cappuccetto Rosso ama il lupo, dietro il Principe Azzurro si staglia sempre l’ombra dell’orco. Il rissoso padre, che torna ferito per una lite, viene da lei curato amorevolmente: Annamaria vuole cicatrizzare la ferita dell’incesto, ponendo le labbra sopra i rosei lembi della lacerazione. Tende a diventare essa stessa Grande Madre nei confronti del genitore, un omuncolo rozzo e triste che viene investito da una potente carica di plusvalore affettivo. Lo trasfigura come Grande Padre, utilizzando la stessa sublimazione libidinale che in quegli anni rigonfiava la libido italica di un piccolo Duce. La madre gestisce il suo ruolo di “testimone muto”, mantenendo la figlia in uno stato di sottomissione , pur di evitare lo scandalo di “congiungimenti carnali consensuali”. Nel triangolo moglie obbediente, madre accuditiva, amante passiva, il gioco delle maschere evidenzia per Lacan la   pèr(e)versione con al centro la figura del padre.
      Scoppia lo scandalo , il genitore viene processato ma la figlia lo scagiona con una menzogna e le figure della tragedia seguiranno il loro destino. Annamaria verrà accolta in un ospizio per accudire “vecchi padri”. Periodicamente rievocherà la  passio di una femminilità mai diventata adulta, con la complicità di un parto notturno perfettamente mimato: eterna figlia, protetta dalla direttrice dell’ospizio, una nuova madre comprensiva, che addirittura chiama una levatrice per assisterla come se si trattasse di un autentico “partorire nel dolore”. La storia minor si conclude nel settembre del ’43, nel tragico scenario della storia maior, fra gli eccidi operati dai tedeschi in fuga e il liberatorio ingresso delle truppe canadesi a Rionero in Vulture. L’incestuoso padre fascista s’impicca, la moglie assiste silenziosa e inebetita. Annamaria si allontana verso l’ospizio con passo incerto, come l’Edipo claudicante che avanza nello squilibrio.

sabato 2 agosto 2014

Biblioteca meridionale: Dacia Maraini

Da sinistra: Nistri, Maraini, Ermacora

Biblioteca meridionale


Recensioni e presentazioni a cura di Roberto Nistri


DACIA MARAINI, Bagheria, Milano 1993.

Trascrizione della presentazione di Roberto Nistri, tenuta a Taranto il 10 giugno 1993.
Testo integrale in “Galaesus”, 1994-1995.


      Per tutti noi Dacia è “presente” sin dai primi anni Sessanta, al tempo in cui cercavamo di venir fuori dall’Italia di Peppone e Don Camillo, mescolando i quattro di Liverpool con l’aria di Parigi, portatrice del virus dell’engagement. Ha scritto Dacia: “io sono di scuola sartriana. Bisogna vivere nel proprio tempo, esserci, anche a costo di sbagliare… Mi sento una cittadina, una che deve partecipare, prendere posizione, combattere le proprie battaglie… Ce la ricordiamo Dacia, che menava vita “scandalosa” nella tribù di Moravia, una ventenne con alle spalle una esperienza di vita molto intensa.
      Figlia di Topazia Alliata, di principesca famiglia siciliana, pittrice e amica di Renato Guttuso e dell’etnologo Fosco Maraini , i genitori si sposarono, inviando come partecipazione alle famiglie un disegno degli sposi nudi sulla spiaggia. Trovandosi durante la guerra in Giappone con la famiglia, l’antifascista Fosco  non volle prestare fedeltà al fascismo e dovette subire i patimenti del campo di concentramento. Conoscendo i codici giapponesi dell’onore, il professore si tagliò un dito per sfida e ottenne una capretta da latte per sfamare le tre figliolette. Dopo tre anni di sofferenze, la famiglia tornava a Bagheria. La piccola Dacia conosceva la violenza della cultura mafiosa, l’orrore della sottomissione femminile e l’iniziazione alla sessualità con un amico del padre. Il ricordo le ha suggerito che “il portatore di pene è anche un portatore di pena”. Con tutto il rispetto, il fatale gioco di parole si potrebbe perdonare solo,  in quanto ci viene risparmiato il “ portatore di pane”. Non eguaglia l’ascendente leopardiano dello Ultimo canto di Saffo, ove la poetessa si precipita nell’infausta invettiva: “Qual fallo mai… macchiò la mia nascita?”.
      Dacia lasciava la famiglia  in rotta con le idee del padre, ma non dimenticava Bagheria, il nome bello di Bab el gherib che in arabo significa “porta del vento”: uno dei più antichi simboli dell’Amore, quel Pneuma che spira come vuole e dove vuole, senza potersi mai fermare. Dacia si fece portare dal vento, iniziò il suo viaggio ma, felice incertezza degli etimi, la parola fenicia Bajaria indica “ritorno”. Il viaggio è un andare che è anche un ritornare, come il flusso dell’acqua che lambisce e non possiede, feconda e fa crescere, ma non si appropria e non dirige.
      Non ci azzardiamo a riassumere lo straordinario viaggio di Dacia nella scrittura, sempre dalla parte delle donne, non dimenticando mai le sofferenze subite dalle antiche compagne di scuola: incatenate al letto, le dicerie, gli sguardi come lame di coltello. Da mettere in conto quattro processi per oscenità e uno per calunnia, per aver denunciato il sistema mafioso vigente a Bagheria. Ha continuato ad essere presente in tutte le situazioni di base, dove continuavano a coniugarsi letteratura ed emancipazione. Era venuta anche a Taranto, presso la cooperativa culturale “Il caffè”, per una serata di poesia con operai e studenti.
      Ritornava sempre la memoria della Sicilia, magari come esplosione nella notte di una “mascoliata finale” di fuochi d’artificio: “ un volo di luci filanti cascanti contro il cielo nero della festa: “lo sputo della vita contro la morte delle cose”. La scrittrice può cantare la piccola patria proprio perché essa non è mai stata per lei una colla. Il libro ha un ritmo musicale come se fosse una canzone: un non-romanzo che si apre come un soffio di ricordi. Sempre presente e assente papà Fosco, come l’imprendibile padre compagno Alberto. La figura del padre si sovrappone a quella di Moravia in un sogno di reinfetazione: “dentro la bocca della balena di Pinocchio, dove avremmo letto insieme dei libri e bevuto del vino, seduti a un tavolo che traballava sulla lingua rasposa del cetaceo, mentre da fuori ci raggiungevano gli spruzzi marini… Avrei voluto che lui fosse mio figlio per poterlo tener chiuso nel ventre, anziché vederlo sempre ripartire per luoghi lontani e difficili da immaginare”.

venerdì 1 agosto 2014

Biblioteca meridionale: Nino Calice



Biblioteca meridionale

Recensioni e presentazioni a cura di Roberto Nistri

NINO CALICE, Sogni, bisogni e maschere,  Calice Ed. 1991
(Viaggio attorno al pecorino, in “Quotidiano”, 26 agosto 1992)


      Di fronte al tribunale dell’Inquisizione, il 28 aprile 1584, il mugnaio friulano Domenico Scandella, detto Menocchio, illustrava la sua originale cosmologia casearia: “Tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno gli angeli…”. I giudici non apprezzarono l’empia comparazione degli angeli (nonché di Dio) ai vermi del formaggio e condannarono l’audace mugnaio. Il Menocchio aveva riflettuto a modo suo sul misterium casei, sul percorso del formaggio dal caos (mescolanza, magma polimorfo) al cosmos (ordine e armonia) dal primario liquido vitale -  nell’immaginario associato all’acqua, allo sperma e al sangue - all’assunzione di rigorose forme simboliche, attraverso l’alchimia della decomposizione e della ricomposizione (Nicolò Serpetro scriveva nel 1653 che anche l’uomo nasceva da “tre gocce di seme e d’un tantino di sangue sparsi in guisa di latte e quagliati in modo di cascio”).
      Per parecchi secoli la parte “alta” della società non ha mostrato alcuna simpatia per le metamorfosi del cacio e molti hanno sostenuto con forza la sua intrinseca malignità, come ha stupendamente raccontato Piero Camporesi in Le officine dei sensi (1985). Come derivato del latte veniva onorato il burro, considerato una vera e propria delizia divina, e il meglio era il burro derivato dal latte di donna, naturaliter  elisir di lunga vita. “Oltre al burro, in certi particolari casi (ne è testimone Francesco Redi) dal latte di donna veniva plasmato un formaggio del cui gusto ben poco (per non dire nulla) sappiamo” , scrive Camporesi. Tutti gli altri formaggi erano guardati con sospetto: “tutti i casci sono di tristo succo”, ammoniva Baldassarre Pisanelli nel 1587. Freddo, crasso e stipante è duro il cascio”, cantilenava un aforisma della scuola salernitana e Pietro Lotichio dimostrava con facilità come dalla corruzione di fetidi e putridi alimenti,  gli umori non potevano essere che corrotti. E poi il formaggio era indegno di persone per bene, di cittadini onorati: pasto di straccioni e di villani, come diceva il filosofo Campanella, soliti a mangiare “brutti cibi”. E tutti sanno quale fosse il formaggio plebeo per definizione: il pecorino.
      Questo umile cibo antico è stato riabilitato con tutti gli onori da Nino Calice con l’aureo libretto Sogni, bisogni e maschere (1991). Si tratta di un devoto pellegrinaggio lungo la Via Lattea, una rievocazione degli antichi sapori attraverso i logoi e le icone della gastrosofia, di una dietetica che vuole essere gaia scienza e sapienza gustativa. Se la bocca è il luogo della storia, come dice Michel Onfray, la gastronomia è la prosecuzione della politica con altri mezzi, deve essere il riscatto degli uomini dal rango di omologati consumatori onnivori. La scienza della bocca è scienza della soggettività: se l’uomo è ciò che mangia, come recita l’aforisma principe, un mangiare de/sensualizzato caratterizza una umanità in/sensata. Contro la volgarità dell’homo panphagus, il mangia-tutto anestetizzato dall’imperante indistinzione dei sensi, Nino Calice rivendica la nutrizione come stilizzazione dell’esistenza e come una delle belle arti . Come la sessualità, il cibo è inseparabile dalla fantasia.
      Si parte dalla oscura taberna casearia del Ciclope, pozzo abitato dagli stessi demoni che regnano sul letamaio, sul cui fondo biancheggia il liquido lunare: “Il ricordo di Polifemo e del suo buio antro - ricolmo di secchi di siero, di graticci di formaggio, di boccali di latte  con la sua certa antropofagia fa sorgere in noi incubi di pastori e di cannibali… La paura della barbarie, se non la paura di sparire nell’antro, nel ventre, nel buio”. L’antica sapienza sapeva guardare in faccia la morte e accettare la mutazione, i vermi salterini e la salutifera putrefazione; la tendenza odierna alla deodorazione mira stoltamente alla neutralizzazione del formaggio “forte” e alla rimozione del cambiamento e della morte.
La replica al buio e la trascendenza del negativo si esprimono nel sogno, nella festa e nello spirito della Utopia. Maccus, Margutte, Scapino sono i simboli della mitologia del formaggio, “travestimenti di una fame endemica ed epidemica che ne fa tristemente avida la faccia, lungo il muso, affinate le narici alla cerca inquieta di trippe e maccheroni…con formaggio”. Il brontolio dello stomaco in cerca di pienezza, il niente del nostro essere che è avido d’ingollare il tutto, si è incarnato in quel Zanni, mimato da Fo nel Mistero Buffo, che sogna addirittura di mangiare se stesso.
      Ma su tutte le maschere signoreggia quella del figlio di “Maccherone”, quel pulcinella che “si portava addosso l’anatema di una fame incolmabile e distruttiva” (M. Lombardi Satriani). La fame ha plasmato il corpo stesso di Pulcinella, imprimendo le sue stimmate nella voce stentata di pitocco diseredato e nel viso scavato del popolano denutrito. La fame è una divinità di cui Pulcinella è vittima e sacerdote, alla perenne ricerca di una impossibile sazietà. La sua voracità è quella delle figure mostruose dell’immaginario popolare, enfatizzazione della naturalità dei bisogni e delle funzioni viscerali, festose catarsi della grande attrippata comunitaria.
      L’utopia di Pulcinella è la stessa di Calandrino: quella terra di Bengodi  nella quale si legano le vigne con le salsicce: “ Ed eravi una montagna di parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niouna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli e cuocerli in brodo di capponi, e poi li gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più ne aveva”. Quel paese deve pur esserci da qualche parte, come c’è il paese di Cuccagna, “ dove la natura benigna usa vulcani per caldaie, fa montagne di formaggio, trasforma valanghe in allegri rotolii di tortelli e in grovigli di maccheroni” (Calice). In Pulcinella, nel suo sogno di mutarsi in maccherone (“Fa, gran Giove / ch’io deventa Maccherone”) si eternizza la memoria collettiva dell’ascesa dall’inferno dei mangiafoglie al paradiso dei mangiamaccheroni, “in cui ognuno avrebbe voluto dolcemente naufragare”. Il naufragio è lo spirito panico, il diventare tutt’uno, la mistica con-fusione.
      Se Pulcinella ha sempre fame, ha sempre desiderio d’amore, secondo quella “analogia fortissima che, ovunque nel mondo, il pensiero umano sembra stabilire tra l’atto della copulazione e l’atto del mangiare” ( Lévi-Strauss) mitizzando l’esperienza d’amore come possesso totale attraverso l’incorporazione (la prima coniugazione di cibo ed eros avviene libidicamente proprio nel latte materno). L’orgasmo culinario che trasforma l’impulso viscerale in un delirio dei vasi sanguigni, può valere come sostituzione compensativa del sesso negato, portando all’ entusiasmo (possessione divina) e all’estasi (uscita da sé). e l’atto del mangiare”. Ma anche il sesso può supplire all’assenza di cibo. L’epigrafe che Nino Calice pone a conclusione della sua storia alimentare è uno spiritualissimo lamento della zona del Vulture: “Teng’na fame, na secca e nu sunne / na ribulezza ca vac’ carenne / ma si avesse na femina attuorne / mi passasse la fame, la secca e lu sunne”. Da scolpire magari su una pezza di pecorino, se non sul bronzo.