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giovedì 19 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati

Ovvero il racconto della città mutante, nell’ultimo libro di Roberto Nistri

di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati, è il titolo dell’ultimo pamphlet di Roberto Nistri, - storico,
filosofo, giornalista - da pochi giorni nelle librerie, Edizioni Dal Sud. Un diario di bordo, riconosce
lo stesso autore, scritto all’ombra della grande mammella siderurgica. Ma non solo. Perché nelle
centinaia di pagine scarse che compongono il libro, gonfio di citazioni filosofiche, letterarie, di film
e di canzoni, oltre la cinquantennale storia della fabbrica di morte che la fa da sfondo, c’è, in
massima parte, il racconto antropologico del cittadino di Taranto e della sua Provincia. Certo anche
e soprattutto nel rapporto con l’Ilva, la grande madre velenosa, ora. La grande balia statale, in un
tempo che sembra non sia mai stato vissuto, ma che in realtà ancora perdura.
Più che un libretto di storia, o un saggio di filosofia, è un’opera di antropologia, dunque, l’ultima
fatica dell’ex professore dell’Archita. Almeno a voler dare a quella parola, il senso proprio datole
dai sostantivi greci dalla quale deriva. Ovvero, άνθρωπος, ànthropos = "uomo" e λόγος, lògos = nel
senso di "studio". Quindi come discorso attorno all’uomo, visto da una molteplicità di angolature:
dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società, quella tarantina in
generale, la siderurgica, nel particolare. Due, che fino a qualche anno fa erano legate da un
matrimonio che sembrava dovesse essere indissolubile, quello tra la fabbrica e la Città di Taranto,
appunto. Un sodalizio entrato in una fase di profonda frattura, forse irreversibile; anche se, non si sa
bene se per qualche prodigio di natura materiale o deficit culturale, la storia d’amore tra i veleni e
Taranto, - ne siamo certi - continuerà.
Almeno fino a quando non si conteranno su di un palmo una mano gli autori tarantini dal pensiero
lungo come lo storico Roberto Nistri, che nella Ballata degli Affumicati non si limita, e non si
arroga, il diritto di fare il punto, ma traccia delle linee: di fortuna, di movimento, di fuga. Teorizza
una cartografia dell’esodo per cercare di venire fuori da quella che definisce, “ la città mutante”.
Perché, scrive Nistri, citando Alessandro Baricco, “non si cambia nulla se non si acquisisce la
capacità di uccidere qualcosa. Non si costruisce quello che noi sogniamo come futuro se non
riusciamo, eterni mammoni, a staccarci da qualcosa che pure è stata parte di noi”. Dalla grande
mammella a cui Taranto doveva le ragioni del suo benessere, ed ora, i motivi di un disastro.
Bisogna saper osare, lascia intendere il Nistri degli ultimi anni, seduto rigorosamente dalla parte del
torto. Ed è per questo, forse, che il Professore ama ripetere, spesso, una citazione dal film francese
“L’odio”, diretto dal regista Mathieu Kassovitz: “questa è la storia di un uomo che cade da un
palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio
si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio,
si concludeva così, la scena iniziale di quel film; metafora perfetta per la parabola di Taranto e della
sua industrializzazione malata. Che lo storico usa per ribadire che occorre una rivolta del pensiero,
capace di riaprire il tempo. Per farla finita con lo stato di eccezione permanente. Con aziende dal
governo caporalesco. Con fabbriche di morte dall’identità preistorica, senza precedenti nella storia
delle relazioni industriali, in Italia.
Quasi un grido di dolorosa colpevolezza è quello che lancia l’autore verso la fine del pamphlet: il
pessimismo del presente, qui, lascia il posto all’analisi della bellezza perduta: “perchè apparteniamo
all’ultima generazione che ha vissuto, combattuto e amato sotto un cielo di Taranto non trafitto
dalle ciminiere. Perché abbiamo visto scomparire lidi e paesaggi omerici”. E ancora, “perché
abbiamo visto, ingoiato dall’Iri, dissolversi un patrimonio di 80 anni di cantieristica, l’unica
fabbrica che realmente poteva essere convertita dal navalmilitare alla nautica da diporto”. Parole
dure come pietre quelle che usa Nistri, per raccontare le biografie di alcuni uomini che hanno
condizionato, speculando, il nostro recente passato; uno di loro, viene raccontato, attraverso la
figura, dai più poco conosciuta, di immobiliarista, anche se in realtà faceva un altro mestiere. Di lui
è stato scritto che allo stesso tempo “poteva essere il Prefetto, il Sindaco, il Presidente della Camera
di Commercio, il Presidente dell’Associazione Industriali”. Peccato che avrebbe dovuto essere un
prete, innanzitutto. L’arcivescovo Guglielmo Motolese, che certo Nistri non considera il tarantino
del secolo, come invece, anni fa, lo incoronò, al termine di un sondaggio, un giornale locale. Con
buona pace della storia e della verità, evidentemente. Di un non tarantino, precisamente un toscano,
ma decisivo nelle vicende dell’industrializzazione, lo storico ne disegna nel libro il profilo di un
personaggio positivo: Alessandro Fantoli, dirigente Iri, poco più che trentenne che aveva militato
nella Resistenza in Toscana, descritto come un funzionario con la schiena dritta, illuminato,
cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti, che si era trovato a giocare una scabrosa partita con vari
affaristi locali, prima di lasciare la città, richiamato dai democristiani romani, a loro volta sollecitati
da quelli martinesi, capeggiati dal fratello dell’arcivescovo, deputato Dc. Sarà pur vero che la storia
non si nutre di ipotesi, ma, forse se avessimo avuto più Fantoli e meno Motolese, avremmo avuto
una cittadinanza meno affumicata, chissà, sembra essere questo, il morale della favola. Per il resto
rimane l’antico, atavico dilemma, andare o restare. Di una cosa però Nistri, appare convinto, che “la
storia sarà raccontata da quelli che ritornano e da quelli che non ritornano”. Come dire che sarà la
fuga a dominare il prossimo secolo dei tarantini, “abbronzati e salati abitanti di un posto pieno di
tutto quello che manca”. E, comunque, “anche se non rimane nulla, è sempre bello scialare fra i due
mari”, ballando la danza degli affumicati.

giovedì 5 settembre 2013

Enzo Iacovino. Un poeta a Porta Napoli


Enzo Iacovino. Un poeta a Porta Napoli

di Roberto Nistri

Enzo Jacovino, tecnico dell’Enea, autore di un Manuale per la preparazione e l’indagine metallografica, è un poeta del secolo scorso. Come lo scrivente, proviene dall’era presiderurgica,
quando gli ulivi secolari erano i giganti della terra e il cielo non era ancora tagliato dalle ziggurat di Ferropoli. La sua è stata l’ultima generazione che si è formata nelle strade, povere di auto e ricche di biciclette: una razza di terramaricoli ignudi che, appena messo il piede fuori di casa, già godevano del privilegio di potersi tuffare  fra le barche di Mar Piccolo o dai pontili di Mar Grande. Chi  frequentava gli stabilimenti su palafitte  disposti alla Ringhiera poteva immergersi, come un tigrotto della Malesia, attraverso strane botole lignee. Ci si rinfrescava con il ghiaccio tritato, ‘u gratta-gratte, e i racconti del barcaiolo mest’Ubalde nutrivano malsane fantasie erotiche. Capitato a Taranto in occasione del Premio del Mare, il giovane Pasolini ebbe a godere della brezza dello Jonio e, pur rimettendoci il portafoglio, avrebbe serbatoper la città di Ebalo parole di dolcezza.

     Ma quale scrittore non è stato benevolo nei confronti di “quella” Taranto? Poco prima dell’avvento della Grande Ferriera, Guido Piovene così scriveva nel suo Viaggio in Italia: “Taranto è vivace e mossa; la sua vita stradale è euforica; vi spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile… Nonostante i grandi edifici di gusto discutibile del tempo fascista e la loro falsa grandezza, Taranto nuova è amabile, e la sua grazia naturale è più profonda e più forte della retorica. Pulita, ben illuminata ed ariosa, è un esempio di come una città possa essere bella anche se non contiene monumenti famosi… Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e di molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani, e così nell’insieme il ricordo di Taranto, città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica”.

     Questa musicalità della città bimare trova riscontro nell’ultimo documento filmico della Taranto
pre-siderurgica: si tratta di Promesse di marinaio, un “musicarello” del 1958. Si canta nei titoli di testa su un danzante lungomare di piazza Ebalia, si canta nei titoli di coda sulla ringhiera della Città vecchia. E’ tutto un cantare dai dancing di un decoroso Borgo a quelli di una litoranea incontaminata: una immagine di Taranto certo cartolinesca, ma non era  fasulla quella linea del cielo totalmente sgombra di ciminiere, con i suoi tramonti sperperati da Creso.

     Nella Taranto di Jacovino non v’è esuberanza di canti e balli. La città della sua memoria è il luogo della comunanza ma soprattutto del raccoglimento, il suono privilegiato è quello che si percepisce accostando all’orecchio quelle grandi conchiglie che c’erano una volta: il silenzio del mare che avvolge il limitato spazio di un piccolo quartiere, quelle “quattro pietre” che la speculazione edilizia ha sempre tenuto in gran dispetto.  Jacovino è il cantore del caseggiato e delle “quattro pietre”: “C’era stato in principio il caseggiato / e piazzale Democrito aperto sul mare / e a ogni arrivo dal mare: venti, / spiriti erranti, / rifugio di amanti clandestini / di strambi gitanti”. Enzo appartiene alla generazione del libro, nessuno mai come quei ragazzi che avrebbero fatto il ’68, ha creduto nel libro: “ la pelle, kaput / tamburo di latta, il falò / il giovane Holden / Fenoglio, Hemingway e altri nunzi di quel sapere / che tentava di saziare la fame di utopie”.

     I libri e le creature del mare, questo bastava per ascoltare il vento delle terre lontane:
“C’erano compagni fedeli: il mare / stormi di gabbiani / e salsi pescatori / che il mattino snidava dalle nebbie dell’alba”. Sul fare della sera, la piccola città si raccoglieva sul piazzale: “ Le luminarie del ponte Sant’Egidio / adescavano in quegli scorci estivi / zanzare, falene e riflessi marini / mentre il cielo, punteggiato di lumi / mosso dall’afa scivolava sui tetti / e sul grigio asfalto. Sul piazzale / il tempo appariva immobile”. Poi avvenne la grande mutazione: “Un giorno implacabili dinosauri di ferro / macchine del progresso / sradicarono dal suolo muri e radici / e gli uomini fuggirono altrove…/ Ora cani randagi / e sporadiche macchine occupano / la chiazza dì asfalto rosicchiando / manciate di vissuto / di parole trafugate da antichi libri / e dei primi furtivi amori”.

     Scrittore della memoria è Vincenzo, ma in fondo ogni scrittura presuppone l’assenza: Platone incominciò a scrivere a partire dalla morte di Socrate, l’invio di messaggi rimpiazza il soliloquio dell’anima con se stessa. Ma si fa presto a dire “memoria”! Le cose scompaiono anche se sono sempre allo stesso posto: “Il ponte Sant’Egidio è sempre lì / che ancor si protende, sui diafani / spicchi di luna sorgenti sul mare, / con il suo carico di passi e il peso / di volventi e sfibrati pneumatici. / Di notte la musica stridula del vento / suona fra le arcate di pietra / e la ringhiera di ferro e cemento / alonato dalla luce gialla dei lampioni. / Tutto è uguale e tutto è nuovo…” La memoria è un altrove che avvolge il presente, ricordare è un’attività senza fissa dimora, la scrittura si rivolge ad un luogo che non c’è e dove pure c’illudiamo di tornare: “Più non ci appartiene questo luogo / ancor meno di quello dove si è andati / o si vuol andare / errabondi”.

     Jacovino fa parte a sé. Non appartiene alla mala genìa dei poeti municipal-popolari, devoti cantori di pettole e settimanesante. E’ distante anni-luce dalla folta e brillante schiera dei “nuovissimi” specialisti dell’hard boiled , che giustamente se ne fottono della Taranto che fu e si fanno largo nel mercato culturale offrendo un’appetitosa Taranto-Gomorra o Poisonville (la città dei veleni, così ribattezzata da Giancarlo De Cataldo) “l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola” (C. Raimo).
 Enzo Jacovino , autarchico impenitente, è solo il portiere solitario di un caseggiato dove non abita più nessuno, a tratti visitato da un gabbiano antropomorfo e psicopompo. Continua a raccontare di Porta Napoli e del Natale di ieri “con l’odore di ruggine dei cantieri / di muschio di salsedine / e il freddo sole che imbiancava / le fradice tavole dei pescherecci / resistenti ai marosi e ai malanni. / Quanto più fascino aveva / quella luce avara e ragionevole / che suadente s’insinuava nelle case / espandendosi dentro blocchi di luce / per rampe e pianerottoli”. A modo suo Jacovino persegue uno scopo non difforme da quello che animava la pittura di di Edward Hopper, che ebbe a dichiarare: “Tutto quello che ho sempre voluto fare è dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.

Roberto Nistri

domenica 30 giugno 2013

Una sudditanza condivisa

Articolo tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 2013

di Michele Pennetti

TARANTO - Una sudditanza condivisa per decenni, un invischiamento deliberato, una rivoluzione passiva che si è tradotta fuori tempo massimo in una sintesi di cittadinanza attiva. Se il presente e il futuro di Taranto restano legati al suo passato, all'Ilva o ex Italsider che dir si voglia, è per l'incapacità di emendarsi dal peccato originale dell'etero-direzione e per le troppe battute perse    anche quando c'erano carta (i soldi) e penna (gli strumenti normativi) per schizzare un progetto differente dalla company town. Dicendola con Roberto Nistri, professore di storia e filosofia in pensione, studioso forsennato dei processi d'industrializzazione in terra jonica, scrittore prolifico che nel libro "Tarentinità un'identità residuale" del 2011 aveva previsto lo sbaraccamento dei Riva e il facsimile dell'esproprio, "domani, nonostante l'azione della magistratura e il commissariamento del governo, non si riesce a immaginare Taranto senza un'Ilva, nè a individuare una proposta di risarcimento, una corsia d'uscita dal tunnel della monocultura dell'acciaio. In egual modo, senza l'adattamento di Taranto al potente di turno e la bassezza della sua borghesia, senza una classe politica che negli ultimi 40 anni è salita alla ribalta nazionale solo grazie a Giancarlo Cito, senza il piegamento al padrone pubblico o privato, non ci sarebbe stata questa Ilva inquinante e giganteggiante. Il Riva premiato in Germania è il medesimo di Taranto. La differenza è che in Germania le regole le fanno rispettare, a Taranto l'unica regola era che non esistevano regole. Fossero esistite, non si sarebbe sprecato un patrimonio di credibilità riassunto da un film del 1967, "Promesse di marinaio", che raccontava la vicenda di ragazza milanese scesa a Taranto per cercare lavoro".
Ma il difetto di fabbricazione viene da lontano se già nel 1913, un secolo fa, Luigi Ferrajolo su "La voce del popolo" invocava la calata degli imprenditori del Nord per dare impulso al turismo e divincolarsi dalla morsa naval-militare sopravvenuta a fine '800 con l'innesto dell'Arsenale. "Un passaggio - ricorda Nistri - che portò la città fuori da una rocca, dall'isola in cui era rimasta inscatolata per 1300 anni, determinando la nascita dell'attuale borgo. Una trasmutazione piovuta dall'alto così come le successive commesse belliche, fonte di ricchezza, espansione e persino accettazione di condizioni lavorative al limite. La Spangler tratteneva agli operai il 25% dei salari. Ma il contesto assistenziale e distributivo, intrecciato all'opera di contenimento del municipio, garantiva la pace sociale". La stessa che nel secondo dopoguerra Taranto sembrò smarrire.
Tra il 1948 e il 1960 - anno della posa della prima pietra all'Italsider - si susseguirono cortei, manifestazioni di piazza, proteste collettive. La gente rivendicava una città diversa, che uscisse dalla nuova rocca: quella innalzata dalla Marina. "Il problema è che quando è stata costruita la terza - continua il prof - la comunità ad ogni livello si è accucciata là dentro, nel suo habitat naturale. Chi è abituato a forgiare tondini, mediamente può essere un eccellente esecutore però non un creativo, un inventore, un produttore di idee e soluzioni". Piuttosto, un collezionista di occasioni sciupate. Triennio 1959-1961: il consorzio Asi ottiene in affidamento il piano urbanistico connesso all'area industriale e lo delega, per inabilità di competenze, all'Italsider. Anno 1972: Muschio Schiavone, presidente della Provincia, inizia a combattere la presenza di elevati tassi di inquinamento e impianta le prime centraline di rilevamento, rimosse dal suo successore Tarantino. Anno 1989: una legge "di sostegno e deindustrializzazione", a margine di uno studio di Gregotti Associati e con un meccanismo di dismissione compensato da 3119 nuovi posti di lavoro, viene stracciata da un saccheggio di risorse che ha la sua sublimazione nel caso della Sural. E poi lo schiacciamento perpetuo sull'acciaieria. "Favorito - spiega Nistri - da un approccio discorde. Con l'Italsider non si registrarono grandi eventi corruttivi. Si agì di pastetta, come nell'affidamento della formazione alla Fim-Cisl controllata da monsignor Motolese. Si largheggiò con gli straordinari. E si fece leva sul circolo Ilva per creare un feeling con la città inondandola di tessere gratis e biglietti omaggio. Con l'Ilva tutto questo è diventato subcultura, degradando dal familismo al paternalismo autoritario, dai concerti sull'erba ai tornei aziendali di calcetto, dal distacco oggettivo con la vita della città alle relazioni untuose con l'arcivescovado". Per non parlare dei buoni da 100 euro da spendere presso Auchan, incassati dagli operai nei reparti dove si verificano ufficialmente meno incidenti e, sostengono le malelingue, si nascondono per convenienza non pochi sinistri. "E in mezzo tra le due epoche c'è stata la regressione etica dell'indotto, con "Il Messicano" Antonio Modeo che riciclò il denaro sporco della criminalità organizzata". Una storia di fronte alla quale, nel bene e nel male, a dispetto di inchieste e commissariamenti, la città appaltata non è ancora in grado di calcolare una via di fuga.

Michele Pennetti

venerdì 28 giugno 2013

Taranto a vita bassa: La ricchezza perduta dei due mari

Taranto a vita bassa: La ricchezza perduta dei due mari

Il giornalista - attivista Gaetano De Monte cita il mio libro "Taranto a vita bassa":



martedì 13 novembre 2012

Taranto,"città criminale"


Taranto, “città criminale”.

          A partire dal 18 ottobre del 2006, quando il Commissario prefettizio Tommaso Blonda ebbe a dichiarare il dissesto del Comune di Taranto, la più impegnata pubblicistica jonica ha ritenuto doverosa una indagine esplicativa sullo sconcertante “urbicidio”: una città accoppata nelle finanze e nell’onore, un dissesto di 500 milioni di euro, la bancarotta come crisi di identità e di speranza (1).
La portata dello sconquasso, in termini di vergogna civile e di penalizzazione finanziaria di lunga durata, non può essere ragionevolmente riducibile a malaugurato incidente o invasione degli “ultracorpi”: alieni che, sotto mentite spoglie, occupano tutti gli spazi di potere e succhiano avidamente le risorse vitali dei buoni cittadini. La portata della crisi è ben più complessa: come è potuto accadere che una città non povera né marginale, di cultura bimillenaria e di perdurante rilevanza strategica, la Taranto siderurgica ed europea, promettente modello di sviluppo per il Mezzogiorno negli anni ’60 e ancora oggi dotata di un grande impianto industriale con 15.000 dipendenti, la nuova Taranto alla quale lo Stato unitario non ha mai fatto mancare pubblici finanziamenti, come ha fatto a diventare la più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa, consegnandosi ad una sequela di sindaci uno dopo l’altro incappati più o meno pesantemente nelle maglie della Giustizia? Calzerebbe a pennello una citazione da Missione Alphaville di Jean-Luc Godard: “gli abitanti di Alphaville non sono normali, sono il prodotto di una mutazione”. La questione rimane comunque aperta.
          Un importante apporto conoscitivo è offerto dalla recente pubblicazione di Taranto, tra pistole e ciminiere. Storia di una saga criminale, di Nicolangelo Ghizzardi e Arturo Guastella (2). Il prezioso testo  affronta un altro intrigante paradosso: come è stato possibile che una città tradizionalmente priva di una consistente presenza di criminalità organizzata  (3) abbia potuto produrre, sul finire degli anni ’80, un’agguerrita e ramificata organizzazione malavitosa, competitiva con le grandi mafie operanti sulla scena nazionale? Certamente Cito e Modeo non possono essere considerati frutti di stagione senza primogeniture “ culturali”. L’accorta indagine  di Ghizzardi e Guastella prende l’avvio da una docu-fiction, Taranto - città criminale, che si è aggiudicata il primo premio nella sezione Miglior Documentario al Roma Fiction Festival. Il titolo è ovviamente uno stereotipo al pari di “città dei due mari”, “piazzaforte militare”, “capitale dell’acciaio”… I cosiddetti marcatori identitari altro non sono che una sequenza storica di finzioni/funzioni idonee al riconoscersi e al farsi riconoscere. Giustamente Calvino invitava a non confondere mai la città col discorso che la descrive: un surplus di senso rimane non riducibile alle pur inevitabili invenzioni/costruzioni, benevole o malevole che siano. Del resto Taranto sembra soffrire non di una carenza ma di un eccesso d’identità (4). E comunque lo stereotipo oraziano della molle e imbelle (gaudente e maldisposta alla guerra) Tarentum ha illuminato tutto il periodo preindustriale, mentre l’icona della Città criminale può solo fare la fortuna della folta schiera di scrittori di noir. La primogenitura tocca allo scrittore criminologo Giancarlo De Cataldo, che ha imbracato la città ebalica nella cifra identitaria di “Poisonville, provincia e metafora d’Italia, Poisoncountry” (5).
          Gli autori di Tra pistole e ciminiere volevano raccontare la storia di una singolare banda criminale, il clan dei Modeo, che ha spadroneggiato a Taranto fra gli anni ’80 e i ’90, e si sono trovati a ragionare su tutti i 150 anni della storia della nuova Taranto, i 150 anni della nuova Italia.
La storia maior e la storia minor si sono intrecciate indissolubilmente almeno in due processi di portata epocale: l’allestimento di un imponente apparato navalmilitare (cento anni fa l’Italia dichiarava guerra alla Libia) e la strategia dei “poli di sviluppo” per il riscatto del Mezzogiorno in virtù dell’acciaio. Due monoculture industriali ben diverse ma, a ben vedere, un continuum di industria di Stato, uno sviluppo “donato” calato dall’alto, indifferente alle esigenze e risorse del territorio circostante, impossibilitato a suscitare un indotto tecnologicamente diversificato e capace di misurarsi con un mercato “normale”. Considerato che una morfogenesi industriale produce non solo una peculiare organizzazione della produzione, ma anche un particolare modo di pensare e quindi un carattere sociale, perché meravigliarsi per il mancato sviluppo - in oltre cento anni di monocrazia statale - di una autentica borghesia imprenditoriale?  Per l’individuo e per il gruppo la legge dell’adattamento spinge a ricercare un beneficio possibilmente superiore a quello dei competitori; a Taranto la concorrenza è stata surdeterminata da un modello di produzione eterodiretta, in una logica subalterna di appalti e subappalti che conferisce autorità al padrinaggio politico. Come notano Ghizzardi e Guastella, è straordinario che in una realtà marinara, “nessun imprenditore ha mai avuto il coraggio di investire capitali nella creazione di un’impresa armatoriale”.
          E’ convinzione comune che la jungla siderurgica degli appalti negli anni Settanta abbia prodotto il brodo di cultura dell’economia criminale degli anni Ottanta. Ma nell’età aurea dell’Arsenale, ai tempi del “padrino” Federico Di Palma, deputato per tre legislature e sottosegretario per la guerra, l’importante cantiere Salerni e Spangher forniva all’Arsenale meno costosa manodopera esterna (avventizi esposti al licenziamento in contrapposizione agli operai stabili) trattenendo, per l’intermediazione, il 25% sui cottimi pagati dall’Arsenale. Il gioco degli specchi, in una storia sempre diversa e sempre eguale, è singolarmente suggestivo. Il grande dissesto del 2006 richiama subito alla memoria la bancarotta municipale del 1872, con la stessa modalità  di estinzione cinquantennale del debito. E ancora: uccidendosi con un colpo di pistola in fronte nel maggio del 1984, l’imprenditore tarantino Gennaro Grandinetti strozzato dall’usura, come si legge nell’acuta sentenza del Pretore Sebastio, incominciava a gettar luce sul cosiddetto “caso Taranto”. Ma anche su questo evento aleggia un’ombra del passato: il fantasma di Domenico Sebastio, il Barone di Santa Croce che, dopo aver fumato un sigaro, si sparò alla tempia nella stazione di Napoli il 2 luglio 1882, per il fallimento della sua Cassa Tarantina. Combattente contro i privatizzatori del Mar Piccolo e i tifosi della militarizzazione del territorio, era stato osteggiato dalle logge massoniche e strangolato dagli usurai. Ma altre ombre compaiono e scompaiono: il Cavaliere Oscuro che volle farsi Re, quel Cito Furioso che minacciava sfracelli a destra e a manca, non poteva non richiamare il fantasma dell’antico Filonide, un ubriacone che pensava di replicare alle richieste degli ambasciatori romani  orinando sulle loro toghe (6). E così il processo Ellesponto del 1993 rinvia alla memoria di quel lontano processo alla “associazione della mala vita tarantina” del 1893: due momenti storici fra loro incommensurabili, tuttavia con una comune aria di famiglia, di “facce di sempre”.
           Le facili assonanze non devono comunque far smarrire il senso della distanza e delle proporzioni. Per esempio, Furti in Arsenale è stato un titolo-tormentone sulla stampa cittadina per tutto il Novecento: quasi sempre ruberia minuta. Nulla di comparabile al colpaccio da 40 milioni eseguito in area siderurgica, non raccolto dalla stampa ma rievocato da Ghizzardi e Guastella: “Il 28 ottobre 1989 Taranto, assediata dalla criminalità, riceve la visita pastorale di papa Wojtyla. Per l’eccezionale occasione viene allestito, nell’area dello stabilimento della Sidermontaggi s.p.a., un palco in tubolari di ferro che, a visita conclusa, previo smantellamento, è destinato ad essere trasportato nei depositi dell’Italsider. Materiale ferroso di ben 270 tonnellate che non arriverà mai nei depositi del IV Centro Siderurgico, in quanto ci penserà un compare del Modeo, tale Nicola Cippone, a farlo smontare in pieno giorno, farlo caricare sui camion e portarlo a destinazione ignota, senza che nessuno avesse qualcosa da ridire”(7).
          Mettendo da parte il gioco delle ombre, la vicenda criminale ricostruita da Ghizzardi e Guastella si distende lungo un decennio. Il 1985 è l’anno nel quale lo spettro della crisi siderurgica si manifesta in tutta la sua drammatica realtà, su “Repubblica” Luigi Viola intona il de profundis per il Mito siderurgico,  il “Sole-24 Ore” classifica Taranto all’ultimo posto per il “benessere sanitario” e al penultimo per il “benessere socioculturale”, mentre si apre il “caso Taranto” e l’ex mazziere Cito avvia le prime trasmissioni di Antenna Taranto 6. Nel 1995 l’Ilva Laminati Piani verrà acquistata dal gruppo Riva, chiudendo l’era dell’acciaio di Stato in una Taranto stordita dal crollo dello statalismo come un Land della DDR. Nel cuore della crisi, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1993, Giancarlo Cito è diventato sindaco sconfiggendo il magistrato Minervini. L’essere stato colto la notte della vigilia di Natale dell’89, a festeggiare con ostriche e champagne in casa del boss Claudio Modeo agli arresti domiciliari, non ha inquietato i suoi elettori. “Il deficit di cultura democratica è  spaventoso”, commentava  il giornalista Raffaele Gorgoni.
         La grande mutazione genetica della malavita tarantina risale ai primi anni ’80, con l’emergere di capi “ambiziosi e spregiudicati” come i capitani dell’appalto nel precedente decennio. La guerra per bande, con la sua scia di 160 morti ammazzati,  nasceva dall’inevitabile competizione per il controllo del territorio, ma la ballata per kalashnikov non deve nascondere il lato occulto dell’Impresa: fare affari con partner “puliti”, condizionare l’elezione del referente politico. Come ha scritto Giancarlo De Cataldo, “Il boss degli anni ’80 deve essere tanto bravo a sparare quanto a stringere alleanze con gli ambienti legali che contano. E’ la capacità di penetrare negli ambulacri del potere che contraddistingue il vero capo… L’uomo del destino per la mafia tarantina si chiama Antonio Modeo, detto il ‘messicano’ per via di una vaga somiglianza con l’attore Charles Bronson” (8).
           Nei suoi anni giovani Modeo ha incontrato la politica: l’insediamento nel 1972 nel cuore della Città Vecchia, in Via Di Mezzo, del gruppo di Lotta Continua. Nasce una effervescente banda rebelde, un incredibile amalgama di funzionari calati dal Nord e di panarijdde della Marina: U’gnure, Tonino u’grattine, Pasqualone, il mitico Salvatore detto Mustakì… Nel quartiere Tamburi fanno proseliti e s’impegnano nell’occupazione delle case. Un fratello del “messicano”, Nicola, è un militante di LC e il giovane Tonino subisce il fascino della forte carica antistituzionale del movimento. Vive il clima incandescente delle lotte operaie successive all’autunno caldo, partecipa agli scontri. Davanti ai cancelli dell’Italsider attende l’entrata o l’uscita degli operai con un fascio di copie di “Lotta continua” su un braccio e le sigarette di contrabbando in mano. Qualcuno ricorda ancora il suo strillonaggio: “Lotta continua… tre pacchetti mille lire” (9). In un altro contesto Tonino sarebbe forse diventato un eroico rivoluzionario, reputò invece più conveniente fare il capitalista, come i tanti cavalieri di ventura che - come indicano Ghizzardi e Guastella - avevano trasferito la pratica del “capolarato” dalle campagne alla selva oscura delle quattrocento ditte gravitanti attorno all’acciaieria. Dal corredo ideologico di Lotta Continua Modeo distillò un programmino niente male: “vogliamo tutto”, “riprendiamo la città”, “ lotta dura senza paura”.
          Già il 5 gennaio 1979 a Lucera Antonio Modeo viene affiliato alla Nuova Camorra Pugliese da Raffaele Cutolo in persona. Intanto a Taranto accadono cose inquietanti: mentre operano nella centralissima Corso Umberto ben novanta agenti del Sisde, dalla città parte il 12 agosto 1981 la falsa bomba sul treno Taranto-Milano, utilizzata per depistare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. A dirigere le operazioni è il tarantino Francesco Pazienza, capo del Super Sismi e braccio destro di Gelli nella P2. Nello stesso periodo, in una villa di  lido Gandoli , otto neofascisti di Terza Posizione si preparano per favorire la fuga del terrorista “nero” Concutelli (10)
           Intanto Modeo ha incominciato a trafficare nel Mercato Ortofrutticolo del rione Tamburi, fra i primi dieci mercati italiani per giro d’affari; entra nel giro grosso degli stupefacenti e soprattutto viene  attratto dal più grande affare del capoluogo: l’appalto italsiderino. Con la sua ditta Italferro Sud si aggiudica l’appalto per la rottamazione presso lo stabilimento siderurgico (11).  Nel 1986 il clan governa sul tarantino, in regime di monopolio sulla mitilicultura grazie alla Cooperativa Praia a Mare, ed estende la propria influenza anche fuori della Puglia.  L’attività imprenditoriale s’intreccia con quella militare volta al controllo del territorio: a partire dall’uccisione, il 23 settembre 1988, di Don Ciccio Basile (esponente di rilievo della vecchia mala tarantina, antiquario, ristoratore e usuraio) prende l’avvio una storia lunga 160 morti. Nel conflitto fra i Modeo e i De Vitis e gli Scarci e i Di Bari  e poi fra le due frazioni dei Modeo, non mancheranno le vittime innocenti, ai cui funerali non presenzieranno i pubblici amministratori.
           La Commissione Antimafia comincia a tenere d’occhio amministratori come Alfonso Sansone, ******* **** e Cosimo Monfredi. Il democristiano Amalfitano denuncia nella pubblica amministrazione un muro di gomma trasversale che definisce Interpartito; fra i socialisti si scatena una polemica furibonda ma è ormai evidente la contiguità tra potere politico e potere criminale. Arrestato e condannato nel 1986, “il Messicano” sarà latitante fino alla fine dei suoi giorni grazie ad una falsa certificazione di lombosciatalgia e alla complicità  di una suora. Nel 1987 è diventato presidente dell’Assindustria Donato Carelli che ha costruito la propria fortuna con una impresa di pulizie attiva all’interno dell’Italsider: gestore di un ippodromo e di una emittente televisiva, diventa presidente del Taranto Calcio, ma inciampa nel “caso Taranto”, una storiaccia di corruzione che vede coinvolti anche due funzionari di polizia e tre magistrati. Qualche anno dopo, Carelli inciampa anche in un proiettile, sparatogli alle gambe da un misterioso sicario (12).
           Nel 1989 il rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia fa il punto sulla forte autonomia della criminalità jonica, sulla pericolosità delle neonate 145 finanziarie, sulla disinvoltura tarantina nella trattativa privata e negli appalti non regolari. Nel 1990 viene sparato alle gambe il democristiano Roberto Della Torre. Nel 1991 si registra a Taranto un bilancio di 54 morti. Il 7 di maggio viene ucciso Salvatore De Vitis, capo indiscusso del clan rivale dei Modeo. Il 16 di agosto Salvatore Annacondia (che in seguito rivelerà la complicità fra Cito e Modeo) mentre il “messicano” ritorna dal mare pedalando  su una bicicletta, con un revolver gli esplode un colpo alla testa  e, allontanandosi in Vespa, ancora un altro colpo verso il Boss che si accascia  sotto la pioggia  (13).







Note
1)    Cfr. P. STEA, Taranto da Cito a Di Bello, ovvero come “gioiosamente” si dissesta un Comune, Taranto, 2007; R. NISTRI, Taranto a vita bassa. Polveri e debiti di fine Novecento, Taranto, 2010.
2)     Nicolangelo Ghizzardi è attualmente magistrato di Cassazione con funzione di Procuratore della Repubblica. Per diversi anni ha svolto le funzioni di sostituto procuratore presso il tribunale di Taranto, sostenendo l’accusa nei più importanti processi alla criminalità tarantina. Arturo Guastella, giornalista dal 1971, ha diretto per 14 anni Videolevante ed è stato corrispondente dall’Italia e dall’estero per varie testate.
3)    “La malavita tarantina, fino ai primi anni ’80, ha avuto connotati assolutamente tradizionali, coerentemente con una economia rurale o proiettata verso la mitilicultura e la pesca” (N. GHIZZARDI-A.GUASTELLA, Tra pistole e ciminiere, Lecce, 2010, p.37). Si può solo ricordare il processo alla mala vita del 1893, riguardante 103 povericristi: il giornalista Antonio Rizzo finì con l’osservare che  quella popolazione di mezze calzette imprigionate nelle navate di S. Giovanni di Dio non meritava sì grandi clamori (R. AQUARO, Camorra a Taranto, Taranto, 1986).
4)    “Taranto non sembra disporre di una fondata immagine di sé che si sia in qualche modo storicamente determinata… assorbe le istanze altrui e non impone le proprie. La formazione storica dell’identità tarantina pare essere di tipo tettonico, dove uno strato si sussegue all’altro…senza mai fondersi in una struttura unitaria”; P. RESTA, Identità a confronto, Taranto, 1990, pag.143 e 145.
5)    G. DE CATALDO, Terroni, Milano, 1995, p.57. Il logo della “città avvelenata” viene dalla prima pagina di Piombo e sangue, un classico dell’hard-boiled-school: “le ciminiere svettavano alte, avevano ricoperto tutto di fumo giallo, conferendo ad ogni cosa un aspetto di uniforme mestizia (I grandi romanzi gialli di Dashiell Hammett, Milano, 1976, p.183). Con Hammett ci troviamo di fronte alla presa d’atto di un sistema sociale in fase pre-agonica, una dissoluzione senza speranza. E’ il passaggio epocala dal “giallo” al “nero” nell’evoluzione del romanzo poliziesco, correlato dello sviluppo, nel “capitalismo maturo”, dalla criminalità organizzata alla criminalità di Stato. La correlazione è massimamente esplicitata nel nuovo noir francese, per cui “l’assassino è il sistema”; cfr. E. MANDEL, Delitti per diletto, Milano, 1997. Per un verso la malamministrazione jonica sembra ulteriormente avvalorare la tesi di Manchette: il noir è la migliore chiave interpretativa di una società a sua volta anneritasi, in cui crimine e potere si sono fusi. Per altro verso, dopo aver imputato ad altri agenti (la Marina militare oppure l’Ilva) le responsabilità per l’irresistibile bruttificazione del territorio, bisogna ancora fare i conti con una patologia tutta tarantina: una classe non-dirigente che in 150 anni ha prodotto un solo leader politico ben noto su scala nazionale: Ciancarlo Cito, l’abominevole uomo dell’etere, populista e carcerato.
6)    Gli autori, a voler sottolineare l’immemore trascuratezza tarantina per la propria storia, hanno raccontato di una gaffe degli amministratori  (invero non una delle peggiori) nei confronti di una delegazione francese, guidata da un funzionario del comune di Parigi, che il 18 novembre 1972 si presentò al sindaco, per chiedere notizie sulla sepoltura del generale napoleonico Pierre Ambroise Chaderlos de Laclos, che risultava essere morto a Taranto. Smarrimento per il sindaco e i funzionari: si sapeva di una via detta dai tarantini Làclos ma nessuno sapeva nulla sul generale Laclòs. Bisogna sapere che nella commissione per la Toponomastica del 1951, alcuni “giacobini” operarono astutamente per onorare non tanto il  generale quanto il massimo romanziere illuminista e libertino del settecento, la cui opera, Les liaisons dangereuses, doveva ispirare i due grandi film di Forman e Frears. Bisognava muoversi con cautela, profittando delle scarse letture dei democristiani e aggirando l’opposizione di monsignor Ruggeri, sospettoso di un certo libro messo all’Indice. La soluzione venne trovata, onorando sulla targa non il sommo scrittore ma il generale inventore della granata. E così venne consacrata via Laclos ( cfr. A. RIZZO, Tastiere tarantine, 1992, p.33 e T. SCALINCI, Come negare a Laclos una tomba e una via?, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17 settembre 1982). Al Sindaco rimaneva il problema della immemore sepoltura: vanamente il cimitero venne perlustrato da cima a fondo . Eravamo in  casa del giornalista Antonio Rizzo quando il disperato Direttore gli telefonò per chiedergli  soccorso : ridacchiando Rizzo esortò a sospendere ogni ricerca a S.Brunone, fra l’altro entrato in funzione un sessantennio dopo la morte del grande Artigliere, avvenuta il 9 agosto 1803. Sepolto non in terra consacrata, nel Forte sull’isola di San Paolo, la sua tomba - come hanno ricordato Speziale e Forleo - venne violata al ritorno dei Borbone e le sue spoglie disperse: “Forse per questo una pietosa leggenda vuole che nelle notti di tempesta il fantasma inquieto di Laclos unisca la propria voce a quella del vento” (M. GIRELLI RENZULLI, Il fantasma di Laclos sull’isola di San Paolo, in “Voce del Popolo”, 15 aprile 2007).
7)    N. GHIZZARDI - A. GUASTELLA, op. cit., pp. 160-161.
8)    G. DE CATALDO, op. cit., Roma, 1995, pp.45-46. Il capolavoro di De Cataldo, sconosciuto ai più, è una “operetta criminale” messa in scena nel 2003 dai Cantieri Teatrali Koreja con l’apporto musicale dei Sud Sound System: Acido Fenico. Ballata per Mimmo Carunchio Camorrista. Un’opera da tre soldi che racconta l’irresistibile ascesa e il declino di un “doppio” di Modeo, dalla umiliazione sui banchi di scuola alla “contestazione” nella città vecchia al “tutto e subito” garantito dalla onorata società. I Sud Sound cantano “i pesci grandi si fecero piccoli e i pesci piccoli si fecero grandi” e la grande mattanza e la lussuosa reggia protetta dal muraglione di Statte. E infine le onoranze a colpi di mitraglia per il Boss defunto: “Charles Bronson , non ti dimenticheremo mai !” Segue il disfacimento finale. Sulla saga dei Modeo, cfr. anche R. GORGONI, Periferia infinita. Storie d’altra mafia, Lecce, 1995, pp.160-226; S. M. BIANCHI, Geometra Cito, sindaco di Taranto, pp. 55-58, 75-76.
9)    La politica però dura poco: l’infatuazione frana sulla complessità degli equilibri interni al movimento, è difficile conciliare la propria vocazione di capo con i passaggi ideologici e le elaborazioni più o meno teoriche che segnano la vita interna della sinistra extraparlamentare di quegli anni” (R. GORGONI, op. cit., p.172).
10) Cfr. M. GABANELLI, “Io, Gelli e la strage di Bologna”, in “la Repubblica”, 30 gennaio 2009; Una base di “neri” a Taranto,  in”Quotidiano”, 10 gennaio 1982.
11) Il rapido incremento di potenza del clan Modeo va di pari passo con l’accentuarsi dei conflitti fra Tonino e i tre fratellastri Gianfranco, Riccardo e Claudio (tutti latitanti).  Il ruolo dirigente della madre Cosima Ceci (una sorta di “mamma Barker” famosa nel gangsterismo americano) non riuscirà a lungo ad evitare il tragico finale, finendo essa stessa uccisa, con l’onore dei funerali in diretta televisiva, grazie all’emittente AT6 di Giancarlo Cito; S. M. BIANCHI, op. cit., p. 57.
12) Il “caso Taranto” (già la titolazione brilla per vaghezza)  rimane una situazione di malaffare non molto chiara nella sua evoluzione e conclusione: “Qualcuno è giunto a parlare di una vera e propria organizzazione composta da politici, imprenditori, magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine che, approfittando soprattutto della crisi economica, si prefiggevano di mettere le mani sulla città riuscendo anche ad influenzare la composizione di una giunta comunale (N. GHIZZARDI e A. GUASTELLA, op. cit., p.71). Se la stampa cittadina è alquanto silente, quella nazionale mena gran scandalo a partire da un rapporto del Viminale in data 26 gennaio 1985: “… un agente in carcere per omicidio, un brigatiere arrestato per rapina, un altro agente ricoverato in clinica per aver minacciato alcuni colleghi… Il  responsabile della Sezione volanti sembra essere più alle dipendenze dell’imprenditore tarantino Carelli che del ministero dell’Interno… ha ricevuto in dono da Carelli una potente BMW come titolo di ringraziamento per l’attività di protezione che svolge a tutela dell’imprenditore, con scorte e vigilanza personale attraverso auto e uomini della polizia; ha costruito una villa impiegando anche personale della polizia; ha acquistato materiale da costruzione per alcune decine di milioni senza mai pagare e il commerciante non ha mai protestato per timore di eventuali fastidi da parte della polizia. Anche il capo della Squadra mobile  riceve utili dall’imprenditore Donato Carelli… ha ottenuto attraverso un prestanome la gestione del ristorante dell’ippodromo e ha acquistato un appartamento di 140 milioni, ma ottenuto per 90 grazie all’intervento di Carelli” (in “Panorama”, 2 giugno 1985). La Procura della Repubblica viene privata del suo Capo e di due sostituti procuratori. Le inchieste sui funzionari di Polizia verranno dimostrate prive di fondamento e altre inchieste finirono in prescrizione, eppure tutti considerano il “paradigma del ‘caso Taranto’ come incipit dell’esplosione malavitosa nella città dei due mari” (N. GHIZZARDI e A. GUASTELLA, op. cit., p. 72. Cfr. R. AQUARO, op. cit., pp. 49-50; “la Repubblica”, 29 maggio 1985; “Nuovo Dialogo”, 7 giugno 1985; “Gazzetta del Mezzogiorno”, 26 novembre e 5 dicembre 1985;  “Quotidiano”, 3, 12 e 13 dicembre 1985; “Corriere del Giorno”, 15 maggio 1987.
13) Il necrologio del “Quotidiano” (16 agosto 1990) su un uomo intelligente e spregiudicato, capace di “intessere rapporti anche con settori dell’imprenditoria e della politica” sembra l’agiografia di un imprenditore d’assalto (cfr. G. DE CATALDO, op. cit., p.51.  La morte di Modeo scatena ai massimi livelli la guerra per la successione, nei mercati si moltiplicano i raids armati. Non sostenuti dal sindaco Armentani, i commercianti tarantini prendono coraggio e, spronati da Maria Ruta presidente dell’Associazione, indicono una serrata. Durante l’imponente manifestazione, nel quartiere Paolo VI vengono sparati quaranta colpi di pistola: ormai si fanno avanti “giovani sanguinari guerrieri”.