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giovedì 19 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati

Ovvero il racconto della città mutante, nell’ultimo libro di Roberto Nistri

di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati, è il titolo dell’ultimo pamphlet di Roberto Nistri, - storico,
filosofo, giornalista - da pochi giorni nelle librerie, Edizioni Dal Sud. Un diario di bordo, riconosce
lo stesso autore, scritto all’ombra della grande mammella siderurgica. Ma non solo. Perché nelle
centinaia di pagine scarse che compongono il libro, gonfio di citazioni filosofiche, letterarie, di film
e di canzoni, oltre la cinquantennale storia della fabbrica di morte che la fa da sfondo, c’è, in
massima parte, il racconto antropologico del cittadino di Taranto e della sua Provincia. Certo anche
e soprattutto nel rapporto con l’Ilva, la grande madre velenosa, ora. La grande balia statale, in un
tempo che sembra non sia mai stato vissuto, ma che in realtà ancora perdura.
Più che un libretto di storia, o un saggio di filosofia, è un’opera di antropologia, dunque, l’ultima
fatica dell’ex professore dell’Archita. Almeno a voler dare a quella parola, il senso proprio datole
dai sostantivi greci dalla quale deriva. Ovvero, άνθρωπος, ànthropos = "uomo" e λόγος, lògos = nel
senso di "studio". Quindi come discorso attorno all’uomo, visto da una molteplicità di angolature:
dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società, quella tarantina in
generale, la siderurgica, nel particolare. Due, che fino a qualche anno fa erano legate da un
matrimonio che sembrava dovesse essere indissolubile, quello tra la fabbrica e la Città di Taranto,
appunto. Un sodalizio entrato in una fase di profonda frattura, forse irreversibile; anche se, non si sa
bene se per qualche prodigio di natura materiale o deficit culturale, la storia d’amore tra i veleni e
Taranto, - ne siamo certi - continuerà.
Almeno fino a quando non si conteranno su di un palmo una mano gli autori tarantini dal pensiero
lungo come lo storico Roberto Nistri, che nella Ballata degli Affumicati non si limita, e non si
arroga, il diritto di fare il punto, ma traccia delle linee: di fortuna, di movimento, di fuga. Teorizza
una cartografia dell’esodo per cercare di venire fuori da quella che definisce, “ la città mutante”.
Perché, scrive Nistri, citando Alessandro Baricco, “non si cambia nulla se non si acquisisce la
capacità di uccidere qualcosa. Non si costruisce quello che noi sogniamo come futuro se non
riusciamo, eterni mammoni, a staccarci da qualcosa che pure è stata parte di noi”. Dalla grande
mammella a cui Taranto doveva le ragioni del suo benessere, ed ora, i motivi di un disastro.
Bisogna saper osare, lascia intendere il Nistri degli ultimi anni, seduto rigorosamente dalla parte del
torto. Ed è per questo, forse, che il Professore ama ripetere, spesso, una citazione dal film francese
“L’odio”, diretto dal regista Mathieu Kassovitz: “questa è la storia di un uomo che cade da un
palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio
si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio,
si concludeva così, la scena iniziale di quel film; metafora perfetta per la parabola di Taranto e della
sua industrializzazione malata. Che lo storico usa per ribadire che occorre una rivolta del pensiero,
capace di riaprire il tempo. Per farla finita con lo stato di eccezione permanente. Con aziende dal
governo caporalesco. Con fabbriche di morte dall’identità preistorica, senza precedenti nella storia
delle relazioni industriali, in Italia.
Quasi un grido di dolorosa colpevolezza è quello che lancia l’autore verso la fine del pamphlet: il
pessimismo del presente, qui, lascia il posto all’analisi della bellezza perduta: “perchè apparteniamo
all’ultima generazione che ha vissuto, combattuto e amato sotto un cielo di Taranto non trafitto
dalle ciminiere. Perché abbiamo visto scomparire lidi e paesaggi omerici”. E ancora, “perché
abbiamo visto, ingoiato dall’Iri, dissolversi un patrimonio di 80 anni di cantieristica, l’unica
fabbrica che realmente poteva essere convertita dal navalmilitare alla nautica da diporto”. Parole
dure come pietre quelle che usa Nistri, per raccontare le biografie di alcuni uomini che hanno
condizionato, speculando, il nostro recente passato; uno di loro, viene raccontato, attraverso la
figura, dai più poco conosciuta, di immobiliarista, anche se in realtà faceva un altro mestiere. Di lui
è stato scritto che allo stesso tempo “poteva essere il Prefetto, il Sindaco, il Presidente della Camera
di Commercio, il Presidente dell’Associazione Industriali”. Peccato che avrebbe dovuto essere un
prete, innanzitutto. L’arcivescovo Guglielmo Motolese, che certo Nistri non considera il tarantino
del secolo, come invece, anni fa, lo incoronò, al termine di un sondaggio, un giornale locale. Con
buona pace della storia e della verità, evidentemente. Di un non tarantino, precisamente un toscano,
ma decisivo nelle vicende dell’industrializzazione, lo storico ne disegna nel libro il profilo di un
personaggio positivo: Alessandro Fantoli, dirigente Iri, poco più che trentenne che aveva militato
nella Resistenza in Toscana, descritto come un funzionario con la schiena dritta, illuminato,
cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti, che si era trovato a giocare una scabrosa partita con vari
affaristi locali, prima di lasciare la città, richiamato dai democristiani romani, a loro volta sollecitati
da quelli martinesi, capeggiati dal fratello dell’arcivescovo, deputato Dc. Sarà pur vero che la storia
non si nutre di ipotesi, ma, forse se avessimo avuto più Fantoli e meno Motolese, avremmo avuto
una cittadinanza meno affumicata, chissà, sembra essere questo, il morale della favola. Per il resto
rimane l’antico, atavico dilemma, andare o restare. Di una cosa però Nistri, appare convinto, che “la
storia sarà raccontata da quelli che ritornano e da quelli che non ritornano”. Come dire che sarà la
fuga a dominare il prossimo secolo dei tarantini, “abbronzati e salati abitanti di un posto pieno di
tutto quello che manca”. E, comunque, “anche se non rimane nulla, è sempre bello scialare fra i due
mari”, ballando la danza degli affumicati.

sabato 29 giugno 2013

Dalla dittatura alla Repubblica. Recensione di Gaetano De Monte



da: TarantoOggi, Mercoledì 8 Maggio 2013, pagina 7

Un viaggio a più voci nel libro di Giovanni Battafarano su taranto
Dalla dittatura alla Repubblica

Una vasta cornice di pubblico, lunedì sera, nella sala del centro sportivo Magna Grecia, ha fatto da cornice alla presentazione del libro ‘Taranto Democratica, dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946’, da pochissimi giorni in libreria, edito da Scorpione Editrice. Un volume collettaneo, a più voci, curato da Giovanni Battafarano, responsabile Anpi per il Mezzogiorno e presidente provinciale della stessa associazione dei partigiani d’Italia. Un’opera che si avvale degli storici tarantini Alfredo Anzoino, Roberto Nistri, Pinuccio Stea. “E’l’ultimo lascito scientifico che Alfredo Anzoino consegna alla città” dice subito, in apertura di serata, un commosso Giovanni Battafarano mentre ricorda la figura dello storico contemporaneista, scomparso solo pochi giorni fa. Anzoino, intellettuale apprezzato, dirigente scolastico dell’Archita, rappresentava al meglio una generazione di giovani docenti che negli anni ’60 erano convinti di avere una missione fondamentale. Quella di garantire la possibilità, cioè, agli studenti dei ceti popolari, di acquisire gli strumenti culturali. In un Paese, l’Italia, che negli ultimi trent’anni ha attraversato un profondo processo di rimozione e mistificazione della guerra di liberazione, in cui si è fatta strada, a livello politico e storiografico, l’immagine del “fascismo buono”, la stessa, identica, operazione culturale che fu fatta per le colonie e “gli italiani brava gente”, ‘Taranto Democratica, dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946’ ha la pretesa di colmare i vuoti lasciati dalla storicistica ufficiale, dagli insegnamenti nelle scuole, dalle stesse posizioni, a volte ambigue, delle istituzioni politiche. Per raccontare, spiegare, far conoscere, tutto ciò che è avvenuto, senza limiti, luci ed ombre, di quel periodo, momenti di vittoria e sconfitta, di elaborazione e lutto. Ma ‘Taranto Democratica, dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946’ è un’opera fondamentale, anche, perché mira a sfatare un pregiudizio: quello del sud che ha conosciuto poco la resistenza, ed ancor meno l’antifascismo. “Pregiudizi infondati, perché Taranto ha conosciuto l’antifascismo, espressosi in varie forme, così come in altre città del sud”, si legge nella prefazione scritta da Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, al volume che fa parte di un percorso che l’Anpi di Taranto ha avviato già da qualche tempo: quello di far vivere il percorso della memoria attraverso momenti di grande spessore artistico e culturale. Come è stato già fatto con la mostra di pittura sulla resistenza del maestro Enzo Falcone, tenutasi l’anno scorso nella galleria del Castello aragonese. O così come si sta facendo con il progetto di costituzione della biblioteca dell’antifascismo a Taranto, (1922- 1946); un piano di lavoro che avvalendosi di un apposito comitato scientifico, coordinato da Giuseppe Stea, e composto da valenti storici, giovani e meno giovani, si sta ponendo l’obiettivo di costituire un archivio della documentazione esistente sull’antifascismo e la resistenza in terra ionica. L’opera, quindi, altro con è che un tassello di quell’opera di ricostruzione della nostra storia locale che va dagli ultimi anni del fascismo fino alla nascita della Repubblica, che l’Anpi sta portando avanti. In una città, Taranto che pagò un alto prezzo in termini di carcere e morte per gli antifascisti. Un antifascismo, quello ionico, di matrice prevalentemente comunista, che poteva contare su leader prestigiosi come Odoardo Voccoli, sindaco di Taranto e senatore della Repubblica, Giuseppe Latorre, deputato al Parlamento, ma anche su un diffuso numero di quadri intermedi che permettevano all’organizzazione di radicarsi non solo tra gli operai, ma anche tra i pescatori, gli artigiani e i ferrovieri. “Ma Taranto ebbe la particolarità di essere stata anche una città fascistissima” scrive Giovanni Battafarano. E prove lo sono il ruolo di primo piano assegnato alla città dalla strategia espansionistica del regime e i tantissimi investimenti infrastrutturali che determinarono la piena occupazione e di conseguenza un vasto consenso al regime. Questo volume, quindi, ha anche l’ambizione di ricostruire la maniera in cui Taranto passa dall’entusiasmo per la guerra alla lotta antifascista. All’interno tre saggi ricostruiscono gli ultimi anni della guerra che poi diventerà di liberazione. Nel primo ‘L’altro dopoguerra e la nascita della nuova Italia’, Roberto Nistri ricostruisce il periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Descrivendo la caduta del regime, arricchendola con note farsesche che dimostrano quanto qui il regime non cadde con quell’aurea di tragicità che si riscontra da altre parti d’Italia. Nel saggio uscito postumo, Alfredo Anzoino ricorda i tarantini caduti durante la resistenza e la guerra di liberazione, a tanti dei quali è dedicata, anche, una lapide a Palazzo di Città, affissa dalla giunta municipale il 25 aprile 1947. In quella lapide manca una figura prestigiosa di quella gloriosa pagina di storia tarantina. Il colonnello dei carabinieri Ugo De Carolis, caduto alle Fosse Ardeatine. Non manca la figura del carabiniere, invece, nella rievocazione offerta nel libro, da Anzoino. Al posto del docente scomparso, è toccato a Salvatore Romeo, giovane dottorando in storia, relazionare nell’incontro. Nell’ultimo saggio scritto da Giuseppe Stea, siamo già oltre la guerra: 25 aprile 1945 – 2 giugno 1946 è il periodo breve ma intentissimo con cui si chiude il libro. Quella gloriosa tradizione di storia politica, culturale e sociale, sul cui ritorno, nel tempo in cui si richiama una nuova stagione costituzionale, si dichiara scettico il magnifico rettore dell’ateneo barese Corrado Petrocelli, a cui sono state affidate le conclusioni dell’incontro.

Gaetano De Monte