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martedì 21 aprile 2015

Il bibliotecario e la sua ombra. In margine al convegno su Vito Forleo. Taranto 05_02_2015

Vito Forleo

In margine al convegno su Vito Forleo – Taranto 5 febbraio 2015.

Il bibliotecario e la sua ombra

Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, Vito Forleo, il nostro maggiore scrittore municipale e indimenticato direttore della Civica Biblioteca “Acclavio”, per una volta è stato onorato come si conviene, in una città che purtroppo ha perso il filo della propria identità storica. Si sono registrati convegni di buon livello e soprattutto hanno trovato adeguata ristampa le sue opere, da tempo non facilmente reperibili: I giorni di Diogene Saturnino del 1904, Taranto dove la trovo del 1929 e una più completa riedizione dei Poemetti Municipali, già curati da Aldo Perrone e dal Gruppo Taranto.

Tornare ad ascoltare la voce dell’Autore, a seguire la traccia della sua penna fino all’ultimo inchiostro, quando le ali sono ancora gonfie di vento. E’ tale il più autentico omaggio alla scrittura: uno scrigno, quello di Forleo, che forse cela ancora preziosi segreti. Un classico, cioè un letterato di prima classe. Le sue paginette sono ancora offerte speciali, aquiloni che ogni tanto ritornano dagli intermundia, per insaporire le nostre povere scritture.

Custode della memoria, del tesoro più vulnerabile e aggredibile, Vito Forleo è stato il più significativo autore del primo Novecento tarantino. Uno spirito folletto, un inattuale per scelta, un Ufo, un oggetto letterario non facilmente identificabile. Come cifra stilistica, non amiamo l’onda lunga dei superlativi e l’eroicizzazione postuma di un nobile autore, come tanti impigliato nelle pastoie della più greve provincia meridionale. Conosceva il suo destino e se ne fece una ragione. Diventa ciò che sei, era il primo comandamento dell’amato Nietzsche. Mai un cedimento, fino alla fine della strada: Vivre sa vie (Questa è la mia vita).

Laureato in Legge, seguiva la sua vocazione di uomo-libro, gestendo in maniera ineccepibile la civica Biblioteca Acclavio: la Biblioteca del mare, con quelle tre finestre che Sandro Viola avrebbe ricordato con nostalgia. Con puntigliosità maniacale l’austero don Vito riempiva i cestini di minute cartacee da inviare giorno dopo giorno al Municipio, per arricchire la dotazione della Acclaviana. Ma In quelle stanze Forleo avrebbe scritto dell’Arcivescovo Capecelatro, dei Giardini del Peripato, di Choderlos de Laclos, di Paisiello, di Raimondello Orsini, del brigante Pizzichicchio e dei portentosi pesci di Taranto… Le pagine di Taranto dove la trovo racchiudono il libretto d’oro d’un grande erudito foderato di poesia.

Forleo scrisse pochissimo. Perché era un pigrone o perché aveva altro per la testa. A chi doveva rendere conto? Non era un personaggio popolare e non aveva nessuna intenzione di esserlo. Per i suoi concittadini era un inclassificabile, un romantico catafratto nella Biblioteca o nella sua celletta monacale zeppa di carte, al terzo piano, mentre “le rondini saettavano pazze di calore, nel cielo nostro d’oriental rubino”. Un atopos avrebbero detto i greci, un fuori posto ( per qualche tarantino, uno “spostato”) che ogni tanto lasciava cadere una perla di scrittura da conservare nella biblioteca celeste della tarentinità.

Il gentiluomo solitario era anche un uomo scisso, consapevole dell’impossibilità di essere veramente se stesso. Del resto, il secolo che si apriva, apparteneva a Marinetti, non a Forleo. Il misconosciuto campione del decadentismo europeo, era disposto a parlare solo con la sua ombra, il Doppelganger (colui che cammina al suo fianco). Il “doppio” di don Vito era il compagno segreto di sempre: quel Diogene Saturnino del suo capolavoro giovanile , il dandy che poteva solo portare in giro la sua noia, con la sigaretta incenerita sulla bocca: “un fiume di libidine cui mancava la foce di una cocotte, una amante da scegliersi in un pacco di cartoline illustrate, dai contorni indecisi come una polluzione notturna. Le idee si intorbidavano, mentre un lombrosiano esegeta predicava il Sinite parvulos, sottintendendo una tendenza pederastica del Redentore”.

Con il suo Diogene Saturnino , Forleo si era sbattezzato e ribattezzato in onore del primo anticonformista della filosofia, distruttore delle convenzioni sociali e derisore coriaceo e blasfemo. Il “nato sotto il pianeta oscuro”, secondo il dettato aristotelico, abbracciava melanconia e genialità, era un accidioso che, di fronte all’oggetto desiderato, fuggiva quando stava per raggiungerlo, desideroso di abbracciare l’inafferrabile, il fantasma o il fantoccio della libertà. L’homo melanconicus poteva riscattare la sua insania solo nella creatività, desiderando il desiderio, amando la germinazione, lasciandola scorrere nel non finito , nell’incompletezza di una immagine allo stato nascente.

Seduto al solito tavolino, coccolando il suo spleen, Saturnino scriveva ad un destinatario per sempre sconosciuto. Il cappellaccio prendeva le forme di un pipistrello mostruoso. Becchi di gas, mossi dal vento e battuti dalla pioggia, formavano nella lontananza una specie di costellazione piangente. Una ragazzina satanica gli chiedeva petulante cosa volesse dire la parola si-fi-li-de, e lui la rassicurava : “ una nuova marca di cioccolata”. Era il gioco del trickster, del dio briccone, un po’ clown e un po’ furfante. L’armatura della maschera dissimulava, con aristocratico riserbo, il volto dell’inviolabile.

Il Venerdì Santo era stato alleviato nel cavo di una mano inguantata. Il giorno di Pasqua, Saturnino si addormentava fra le strofe di Baudelaire, con voglia di un’arma da fuoco, pronto a schiaffeggiare la prima marionetta digerente che augurasse buone feste. Fuggi il “Mostro Viscido”, la “ maledetta Provincia”, se non vuoi bruciarti le cervella. Al massimo si potrebbe organizzare un Cenacolo: alla Presidenza lo scheletro di un brigante, nel cui cranio, forato da una pallottola, poter inserire una lampadina.

Si gira e rigira sulla parsimonia scritturale di Forleo. Perché non accettare che lui aveva altro a cui pensare? Faceva buchi nei sogni e non doveva render conto a nessuno. Neanche ai trombettieri del Duce e ai postulanti in cerca di medaglie a buon mercato. Come il Bartebly di Melville, sulla corazza del garbato ma implacabile “Preferisco di no”, doveva scivolare ogni offerta di complicità o compromissione. Forleo era il Resistente per eccellenza.

Il flaneur inseguiva il non consumato, nell’inevitabile commercio con gli spettri. Solo seguendo questa traccia è possibile sciogliere una aporia: voler scrivere qualcosa che facesse tremare il mondo e finire come un anacoreta, baciando la polvere dei libri. Quella era la duplicità del dandy superomista, che non si schiodava dal Caffè ai Due Mari, riconciliato con Taranto ma non con i tarantini.

Nel cinema si poteva ben fumare, spiando le complici braci nel tremolìo della magica lanterna. “Il Sahara! Il Sahara! “Seguire sulla sabbia le orme di Marlene Dietrich che seguiva le orme di Gary Cooper. Suprema ironia: l’unico esotico viaggio del bibliotecario doveva ridursi ad una striminzita villeggiatura a Rocca Forzata, ai confini della realtà, con l’uso di una sola modesta stanzetta. Magari in contemplazione di “ una luna con la faccia di una cuoca inebetita”. L’aura della pauperistica micragna di Forleo rimaneva un topos ricorrente, come quello dei quattro gatti al funerale.

Si conserva la bella lezione di un liber’uomo, che non avrà scritto molto, ma che non ha mai dovuto pentirsi per un biglietto compiacente o servile. Come l’antico Diogene aveva allontanato Alessandro dalla sua botte, così l’armatura di Forleo non veniva mai scalfita dalle lusinghe degli ominicchi e dei mezzi uomini. Ha seguìto il suo daimon, è riuscito a non essere come gli altri.

Apprezzava solo i santi volatili, quelli capaci di lievitare . Con immutato spirito di leggerezza , Forleo scompariva in una calda notte d’estate, il 27 agosto 1964. Salutando i quattro gatti, il Saturnino non poteva mancare al rendez-vous .

Aveva scritto: “Io voglio volare e volerò. E sarà in una sera di agosto, stracarica di stelle”!

Tipografia Fratelli Martucci 1904

lunedì 11 agosto 2014

Il silenzio delle pietre e il sapiente bambino

Plinio il Vecchio

Il silenzio delle pietre e il sapiente bambino


Prefazione di Roberto Nistri a I sogni del sottosuolo, Taranto 1999.
Traduzione di Flora Stefàno del libro XXX della Naturalis historia di Plinio il vecchio.

      Nel gennaio del 1981 Marguerite  Yourcenar pronunciava all'Académie française il tradizionale discorso di elogio di colui del quale aveva preso il posto: Roger Caillois, morto nel 1978 a 65 anni. Era un uomo, concludeva la Yourcenar, che "cercava di dirigersi nel senso delle cose": il rigido assertore dei valori razionali e umanistici che si era velluto a trovare, lungo il suo percorso intellettuale, sempre più dalla parte della natura. Un "antropomorfismo alla rovescia ", quello di Caillois, perchè il "senso delle cose" è andato a cercarlo oltre l'uomo, prima  nell'animale e poi nella pietra.
Si può dire che alle pietre Caillois abbia dedicato i suoi ultimi libri: Pierre réfléchies, Récurrences dérobées, Fleuve Alphée. L'avventura della "tribù umana" sulla terra viene ridimensionata a vantaggio del silenzio delle pietre, "non suscettibili d'emozioni", che forse dicono sull'uomo più di quanto l'uomo riesca a proiettare di sé su di loro. Così Caillois accentua alla fine l'interesse per il "sacro ",  per il fondo misterioso della realtà, per le "analogie" di sapore quasi alchemico che egli percepisce in quell' "alleanza di splendore e abbandono" propria della natura e che non è costata "né veglie né sudori". Questa prospettiva di umanesimo maturo comincia ad acquistare larga cittadinanza solo nelle più recenti espressioni dell'eco-cultura: si tratta di un ripensamento complessivo di noi stessi e del nostro ruolo nel mondo, abbandonando una ingenua (e fondamentalmente aggressiva) tradizione antropocentrica.
      Ci sembrano non impropri questi riferimenti alla "filosofia minerale" di Caillois, suscitati dalla lettura delle pagine della Naturalis historia dedicate alle pietre preziose e con tanta passione tradotte dall'amica Flora Stefàno. Lungi da noi l'idea di improponibili attualizzazioni di Plinio nell'area dell'ecologia contemporanea o di anacronistici confronti con studiosi molto più di Plinio raffinati e dotati di spirito critico. Quel naturalista del primo secolo non valeva molto come pensatore e raccoglieva spesso acriticamente e con scarso controllo della validità scientifica le notizie trasmesse dagli autori precedenti. In base alla tipologia proposta da Bacone potremmo individuare Plinio come uno scienziato-formica, sostenitore del "raccogli tutto e porta a casa". Ma l'autore della Naturalis historia rimane un grande per quella sintesi di illuminismo e di fiabesco che continuamente riaccende lo "stupore" (la più autentica molla del sapere, secondo Aristotele) di fronte alla materia e ai suoi incantesimi, dei quali il sapiente bambino è il cronista devoto e infaticabile.
      Trattando delle pietre preziose, Plinio parla poco e con disprezzo del loro valore-di-scambio (che si traduce in potere dell’uomo sull'altro uomo) ma è invece affascinato dal loro valore di-verità e cioè la potenza espressiva attraverso la quale lo Natura condensa e celebra il suo Geist. Nella premessa leggiamo di "quelle gemme che, pur piccole, rappresentano tutta la magnificenza della natura" e sono "talmente splendide da poter indurre la maggior parte degli uomini alla suprema contemplazione". Roger Caillois esortava al rispetto delle grandi pietre, la cui contemplazione “soddisfava, attraverso le fughe della immaginazione, il bisogno di eternità dell’uomo”. Per dare coerenza a queste brevi note, proponiamo una ipotesi interpretativa di questa categoria della "suprema contemplazione".
      Nel par. XIV Plinio ci tiene a ribadire una linea di demarcazione fra scienza e non-scienza, impegnandosi a biasimare "la nefanda vanità dei maghi". Nel corso del libro, i maghi sono definiti "impostori" (par. XL) e "menzogneri" (par. LVI) e "sfrontati" (par. LX). Durante tutta lo sua opera, II nostro razionalista non ha perso occasione per tenere alta la bandiera dell'anti-magismo, rilevando come lo "scienza dei Magi", fraudulentissima artium, sia in contrasto non solo con  lo ius humanum (Iib. XXVIII XXVlII2, 4), ma anche con quello divino (lib. XXVlll 2, 9 e XXX 2, 11) e con lo stesso mos humanus (lib. XXVIlI 2, 4). Nel libro XXX vi è una interessante esposizione delle connnessioni fra la medicina, lo religione e l'astrologia con le "imposture magiche", grazie alle quali "la più fraudolenta delle arti ha avuto per molti secoli un potere grandissimo in tutto il mondo".
      Etimologicamente il termine magia, derivato dal greco magheia,  indica lo "scienza dei Magi", secondo Plinio nata in epoca antichissima in Persia , arricchita da molteplici contributi orientali, giunta a Roma tramite la mediazione greca (ma nel libro XXX anche lui riconosce lo presenza in Italia di pratiche magiche, prima di qualsiasi contatto con l'Oriente). Di fronte a questa ars Plinio condivide la decisa condanna che da sempre Roma ha formulato, anche se (proprio perché) i romani non mancavano di usufruire dei suoi servigi.
      La prima attestazione repressiva di azioni magiche è data dalla condanna decemvirale del maleficio contro le persone e le messi nelle leggi delle XII tavole, la cui composizione risale alla metà del V secolo a. C. Ma i provvedimenti più specifici risalgono al 33 a. C. quando, sotto il  triumvirato, si cacciano dalla Urbs gli astrologi e nel 16 d. C. quando, sotto Tiberio, un senato consulto mette al bando i magi; durante lo stesso regno, il reato di magia comincia a essere punito con lo pena capitale. Per l'uomo romano lo magia non è soltanto falsa e immorale; egli prova un autentico horror di fronte al potere di ire contra naturam (Quintiliano). Dal punto di vista della Weltangschauung romana ciò che è contro natura appartiene alla categoria dei monstra. Plinio definisce Ostane monstrorum artifex (lib. XXVIII2, 6) e dichiara che l'intera umanità deve gratitudine allo Stato romano per l'offensiva condotta contro quei poteri e pratiche eversive dell'equilibrio cosmico che sono le "mostruosità" magiche (Iib. XXX 4, 13). Ma i mostri sono buoni per pensare, dice Maurizio Bettini. Il mostruoso non è solo il luogo dell’orrore, ma anche quello di una fascinazione misteriosa, perché incarna qualcosa che pure abitando in noi stessi ci eccede, diventando un oggetto, al tempo stesso, d’angoscia e di curiosità.  Valga il film di Joe Dante, The Hole del 2009: davanti a un buco senza fondo, i ragazzini devono scendere in una botola per ingaggiare una battaglia contro le loro paure più fanciullesche.
      Non possiamo sviluppare più di tanto questo tema, ma vogliamo rimarcare le profonde implicazioni dell'antimagismo romano: da una parte la tensione "illuministica" ed "ecologica" contro le trasgressioni dell'ordine naturale, irriducibili alla ratio e allo ius, dall'altra il conservatorismo implicito nella condanna di ogni pratica non conforme al mos maiorum , come eversiva dell'ordine cosmico e quindi dell'ordine sociale (per chiarirci, veniva repressa non ogni forma di divinazione, ma quella mantica non controllabile dallo Stato). Si pensi che in epoca imperiale la magia veniva assimilata al crimen maiestatis:  l'accusa diventava un efficace strumento repressivo contro gli oppositori politici e le culture antiromane e curiosamente, gli imperatori che tralignavano dal loro "giusto" ruolo finivano contestati come maghi.  Plinio accusava esplicitamente Nerone, nel libro XXX, di voler imperare  tramite la magia. Si pensi al paradosso della Chiesa cristiana, perseguitata per le pratiche magiche esercitate in riunioni segrete e quindi illegali, che in seguito rivendicava il ruolo di continuatrice della missione anti-magica dello Stato romano: come giustamente osserva Uboldo Lugli, "come per l'ideologia quirite era magico tutto ciò che appariva come non-romano, per quella cristiana (erede dell'antimagismo xenofobico alto-testamentario) era assimilabile alla magia ogni manifestazione religiosa ad essa estranea".
      Come abbiamo visto, Plinio era, a proposito della magia, perfettamente allineato con lo tradizione latina e non perdeva  occasione per sbeffeggiare la scarsa serietà degli orientali e degli stessi Greci. Ma a questo punto non possiamo non sottolineare  il carattere storicamente riduttivo di questa definizione della "magia", rispetto ad una ricca tradizione che va ben al di là del mondo latino. In fondo Plinio colloca pacificamente sotto lo categoria della "scienza" tutta una serie di proprietà terapeutiche delle pietre preziose che da sempre la "magia" ha considerato di sua legittima competenza. Ma solo un passo vogliamo indicare, nel par. XV di questo libro: "nella natura, come ho cercato di dimostrare in tutta l'opera, ci sono accordi e disaccordi chiamati, con termine greco, simpatie e antipatie". È questa "legge di simpatia" (alla base, fra l'altro, della medicina omeopatica, dell'intera iatrobotanica e delle terapie dei Magi nel mondo antico) che conferisce un senso pieno a quella "suprema contemplazione" da cui siamo partiti.
      In questo quadro categoriale l'effetto-verità produce una comprensione-riconciliazione con il mondo sicut bonum. Contro l'aggressività bassamente egoistica di una "magia" disposta ad ire contra naturam per soddisfare un miserabile utile personale (ai giorni nostri non conosciamo forse i guasti di tale  magia nera, di questo logos del comando volto a trasformare in profitto e consumare  l'altro uomo e infine il mondo stesso?) riemerge la figura del vero scienziato, che difende i valori dell'umanesimo maturo contro il rozzo soggettivismo del calcolo e del tornaconto, che propone una "gaia scienza" capace di godere del  mondo  sub specie aeternitatis.
      Nella figura del Sapiente Bambino abbiamo pensato di poter apparentare il post-moderno Caillois e l'antico Plinio.  Le pietre preziose, le scheggie luminose che lampeggiano nel firmamento delle dimore oscure , dove s’intrecciano membrature intrecciate di visibile e invisibile, indicano la porta dell’Estate:      
Lumen in tenebris”.     
      L'erudito Plinio, il cronista dei tormenti e delle gioie della materia, lasciò i suoi libri e s'inerpicò lungo le pendici del Vesuvio, dopo aver visto i primi segnali di quella eruzione che doveva seppellire Pompei, Stabia ed Ercolano: "accorreva donde gli altri fuggivano, senza timore per se stesso, annotando tutto ciò che osservava di quello spettacolo pauroso”  (Concetto Marchesi). Come poteva fermarsi? Stava ascoltando lo voce degli abitanti di una "notte opposta a quella astrale" : Il mundus dei romani costituiva una via tanto per gli Inferi quanto per il Cielo. Era la stessa voce che dalla profondità del mundus (abisso) s'innalzava verso l'immensità del mundus (cielo). Stairway to heaven. L 'eruzione infuriava. Sulle navi cadeva una pioggia sempre più densa di cenere e di lapilli infuocati. Plinio trovò la morte e  vinse le sue paure, nel momento estremo, al cospetto del Grande Pozzo.   Una traduzione è l'eco di un eco, una piccola operazione magica per chi, come la preziosa Flora Stefàno, è convinta che anche fra le pagine di un dizionario possa svelarsi il pertugio che conduce verso il grembo delle fiabe. 

venerdì 9 agosto 2013

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto 

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati

Alessandro Leogrande è nato giornalista. Nei corridoi del liceo “Archita” s’impegnava nel giornalino d’Istituto e scriveva ponderosi saggi sulla rivista “Galaesus”. Partecipava ad un confronto fra una ventina di studenti e lo scrittore e critico cinematografico Goffredo Fofi, che lo sollecitava a intervenire ad un convegno a Napoli sulle culture giovanili nel sud. Suggerimento accettato da Alessandro che, marinando alcune giornate scolastiche, pubblicava in seguito puntuali resoconti sul “Quotidiano” di Taranto. A Roma si laureava bene in Filosofia, senza farsi imprigionare nella gabbia dell’esamificio. Collaborando alla rivista “Lo straniero”, incominciava a condurre numerose inchieste per Radio Popolare e, nel novembre 1998, per la tarantina Primavera Radio raccoglieva preziose interviste sulle condizioni di lavoro nel Siderurgico. Una importante esperienza è stata certo quella di giornalista accreditato presso il G8 di Genova. Quasi come congedo dalla piccola patria pubblicava nel 2000 una robusta inchiesta su Taranto, una città “emblematica della storia italiana di fine millennio, modello per lo sviluppo del mezzogiorno degli anni sessanta, divenuta poi l’incubo degli anni novanta”.
I sempre più numerosi titoli di Leogrande evidenziano la ricchezza delle sue esplorazioni: Criminalità: il versante adriatico del 2002; Le male vite, storie di contrabbando e multinazionali del 2003; Nel paese dei vicerè, l’Italia tra pace e guerra del 2006, Ragazzi di mafia del 2008; Uomini e caporali, nuovi schiavi nelle campagne del sud del 2008; Il naufragio della Kater i Rades, morte nel mediterraneo del 2011; Fumo sulla città, del 2013. Come si vede, lo scrittore ha voluto curiosare su terreni poco battuti, frequentati da eterni stranieri, anime danneggiate, figure che abitano sull’orlo, mafiosi, contrabbandieri, migranti in viaggio verso un buco nero, mercati di braccia e corpi, fra prigioni e racket dei caporali. Alessandro è scrittore di corpi in fuga, rappresentati con ricognizione analitica, puntuale, senza imbrigliare la voglia di capire e di raccontare, mettendo in gioco la propria soggettività: ne Le male vite, si veda il racconto di Ciccio Prudentino, il “signore delle sigarette” con il suo socio Quaranta, che giocano a carte con il famigerato comandante Arkan nel casinò di Pogdorica, perdendo assieme tre miliardi e mezzo di lire: una forma di omaggio o prezzo da pagare per stringere affari con il comandante delle Tigri e criminale di guerra. Con lo stesso tono da film di Orson Welles, si svolge la conversazione con un altro giocatore corsaro e perdente, come il pittoresco vice del granguignolesco Giancarlo Cito. Ma qui incappiamo in un detour, un incessante andirvieni fra il primo e l’ultimo libro di Alessandro.
Abbiamo fatto cenno al testo del 2000, Il mare nascosto: un titolo molto incisivo che indicava l’obsolescenza del Paradigma Mare nel vissuto quotidiano di una Taranto infelix, che per secoli si era fregiata del titolo di Città dei due mari. Un libro di congedo che si portava appresso il solito essere-due, il sentirsi sempre a metà della città, ma anche il libro della conquistata maturità, dell’uscita dalla minorità, in una città governata da un guappo che sognava di essere re, mentre un popolo bambino impazzava. Opportunamente il testo in cui recensivamo gli Jonici Graffiti di Leogrande era titolato Esodi e approdi. Il cittadino adulto se ne va, ma non cesserà di misurarsi con il cuore di tenebra, il diabolus ex machina che si è incistato nel carattere sociale della città ebalica, indossando la maschera proterva del sindaco in orbace oppure quella dello spacciatore di rottame e di diossina.
Il primo libro non si scorda mai, se è un libro seminale come il Terroni del tarantino De Cataldo. Così nel testo d’esordio di Alessandro erano già raccolte, come in un primo movimento musicale, le cellule della successiva ricerca: il filo del Mare nascosto si ritrova in Fumo sulla città; una scrittura che, come una conchiglia, sembra silenziosa ma dentro ci puoi ancora sentire il rumore del mare.
Non si può perdere un legame con una città all’interno della quale si è fatto almeno un pezzettino di storia, nel caso specifico lo scontro con Cito, il ras degli zeloti, ll sindaco nero. Lo choc e lo spaesamento segnavano l’autore nella notte di Valpurga, il 21 dicembre del ’95, quando saltava il coperchio e dal pentolone infernale fuorusciva il Pandemonium, la festa di tutti i diavoli: un corteo aperto da uno striscione con la scritta “Siamo tutti mafiosi”, una fiumana livida e arruffata di diecimila citoisti che imprecavano e minacciavano a destra e a manca, ripetendo in mezzo alle ronde degli ultrà neofascisti: “Chi non salta comunista è”.
Il filo nero di questa vicenda continua a svolgersi in molte pagine di Fumo sulla città. Un pezzo di bravura rimane l’intervista a Mimmo De Cosmo, ex delfino di Cito e sindaco di Taranto dal 1995 al 1999, spodestato dal boss e condannato a tre anni. Dopo aver affrontato in solitudine una sequenza di processi, gestiva una improbabile bottega di antiquariato. Con garbo Alessando tirava fuori dal fascistone incallito un intelligente bilancio dell’avventura citiana. Fin dagli anni sessanta i due squadristi avevano avuto di che brigare nella città di Taranto, Cito come capo indiscusso del manipolo, De Cosmo come guardaspalle e uomo ombra. Impagabile nei filmati goliardici della trash television, quando vestito da Papa benediceva il duce truce, con codazzo di ragazzuole vestite da suore. In realtà era l’unico a non subire totalmente l’arroganza del Piccolo Cesare. Mente fina, fra i due aveva più intelligenza politica De Cosmo, non privo di un certo garbo dialogante.
All’intervistatore Mimino rispondeva con spirito brioso, fumando una sigaretta dopo l’altra e tirando continuamente col naso, invecchiato ma abbastanza lucido nelle sue analisi. Cito era stato assolutamente incapace di organizzare una vera lega meridionale quando il momento era propizio e alle Europee a Milano avevano ottenuto migliaia di voti tra gli immigrati. Ma Il Dittatore dello Stato libero dei Caggioni non sapeva schiodarsi dal suo autarchismo jonico. Quanto agli altri politici, non avevano capito che la città per il 70% era fatta di gente che viveva in periferia, che prima o poi avrebbero preso d’assalto il comune e la città sarebbe finita a rotoli.
De Cosmo si spegneva durante le seguenti elezioni del 2007. Veniva svuotato il suo negozio di busti mussoliniani e nostalgiche cianfrusaglie, orologi a cucù, vecchi lampadari, bambole, nonchè una insegna in corsivo: “Un salto indietro nel tempo”.
Sicuramente la vicenda citiana è risultata cruciale nell’esperienza esistenziale, ma anche di studio e di scrittura, del nostro Leogrande, soprattutto considerando la persistente rimozione, da parte di politologi e analisti tarantini, nei riguardi di quel “bubbone” esploso inopinatamente , per usare la metafora crociana sul fascismo e che invece si sarebbe dovuto studiare “gobettianamente” come il più torbido capitolo di una autobiografia della comunità. Nelle sue molte pagine tarantine l’autore ha messo in guardia contro il frastornante “eccezionalismo tarantino”: disoccupazione, malaedilizia, inquinamento, tumori… Nella crisi di lunghissima durata, per Leogrande sempre “andrebbe ricordato che la politica è stata e continua a essere questa”. Eppure ci sembra che la sindrome Cito abbia avvinghiato lo scrittore e non solo lui. Si avverte come l’eco disperato delle ultime parole di Kurtz in Cuore di tenebra: “Quale orrore”! “Quale orrore”! Addirittura il giornalista Lanucara ebbe a paragonare il Duce dei Caggioni al demone del Necronomicon, quel Cthulhu che Lovecraft rappresentava come una enorme testa di polpo. . Giustamente Claudio Fava in Sud ridimensionava Cito nella categoria del “demone meschino” di Sologub: “ Nemmeno Cito rappresenta veramente il potere a Taranto. Recita, improvvisa, scalcia, si diverte”.
Comunque quella sindrome ci sembra abbia parzialmente velato l’acume giornalistico di Alessandro, in occasione della insorgenza dei “non rappresentati” nella piazza del 2 agosto 2012, quando si determinava la spettacolare contestazione dell’Apecar nei confronti di una gestione sindacale non sempre limpida. In quell’occasione lo scrittore ebbe ad usare un lessico secondo noi poco opportuno: “ultrà, fascisti e teppisti” nei riguardi di operai e giovani precari o disoccupati. Molti fra i presenti in quella manifestazione, compreso lo scrivente, accoglievano lo squillo di tromba dello sgangherato trabiccolo come un liberatorio “Arrivano i nostri!” Crediamo di non sbagliare, pensando che Leogrande abbia invece visto, in quella folla casinara, risorgere le truppe cammellate del citoidi, i fantasmi di quel lontano 21 dicembre del 1995. Ci sembra che il seguito degli eventi non gli abbia dato ragione, anche se nel futuro quei maligni “spiriti animali” potrebbero riprendere a sputare fuoco. Di questi accadimenti abbiamo discusso con Leogrande, e si continuerà a discutere a lungo, con quanti dentro e fuori la città continueranno a spingere la pietra lungo una strada tutta in salita, per difendere una città chiamata Taranto, che subisce una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
Nella sezione sezione conclusiva del libro, Zibaldone delle polveri, l’autore riapre la problematica della grande industria su uno scenario globale che vede ancora una volta la città di Taranto come un osservatorio (si fa per dire) privilegiato di questo angustioso presente storico. In Leogrande apprezziamo una dimensione molto minoritaria nel dibattito cittadino. Lo scrittore ha forte il senso della memoria o addirittura della memorialistica : in particolare la memoria del lavoro. Ebbene, mentre la siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, faccendieri e giornalisti su libro paga, Alessandro cerca di misurarsi con una enorme problematica industriale dalla quale è assente il grande motore dello sviluppo storico: il conflitto sociale. In questa incerta vicenda sembra del tutto irreale applicare la tradizionale dialettica hegeliana servo/padrone. Funziona invece il paradigma della Shoa, il rapporto fra vittima e carnefice, con l’inevitabile overdose di memoria, testimonianza , emozione, nonchè l’indesiderabile effetto collaterale del negazionismo. E’ un continuo rivivere la tragedia senza tuttavia superarla, come scrive Miguel Gotor. Lo scrittore sembra fiducioso, l’illuminismo meridionalistico di Leogrande si muove controcorrente, anche se in tutta una serie di scritti evidenzia e lamenta la desertificazione industriale del meridione. Non sappiamo quanto abbia ragione, ma sappiamo che vuol vedere la storia rimettersi un moto.
L’aspetto che tuttavia consideriamo particolarmente importante di Fumo sulla città, non riguarda tanto il lato economico, attorno al quale ormai è fiorita una sterminata pubblicistica, quanto la ripresa della questione urbanistica, sulla quale anche gli ambientalisti dicono poco o niente. Sono puntuali le pagine sulla città vecchia e sul Borgo, ma soprattutto lo scrittore riesce a cogliere la dimensione residuale dell’abitare: una non-città dai margini indistinti che si sperde in un gigantismo edilizio del tutto incongruo, con uno sfinire in irredimibili periferie di Case Bianche che non sono più bianche. Massi squadrati dalla campagna, sulle erbacce si alza direttamente il cemento. La città è diventata sempre più un arcipelago di satelliti, con scarse strutture e infrastrutture. Ma il centro intorno al quale questi satelliti dovrebbero girare collassa. “In queste periferie muore il Sud”, ha scritto Leogrande. Da queste banlieues, dai margini della città, lo scrittore ha alzato lo sguardo per scrutare la sorte di questo mondo di stranieri, dell’emarginato braccato da tutti, come nel film L’odio di Mathieu Kassovitz (1995) con il suo folgorante incipit:
“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete
‘fino a qui tutto bene…’
‘fino a qui tutto bene…’
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.

lunedì 20 maggio 2013

Taranto Democratica dalla dittatura alla Repubblica

A.N.P.I. Taranto - Taranto Democratica

dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946

Presentazione del libro "Taranto democratica dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946"
Presenti due autori Roberto Nistri e Pinuccio Stea
presso la libreria Gilgamesh il 20 maggio 2013


lunedì 22 aprile 2013

Vuoti a perdere


VUOTI A PERDERE

© Roberto Nistri 2013-04-21. Tutti i diritti sono riservati


MARINETTI: NEOCARNE NOVECENTO

Così il regista Carlo Ludovico Bragaglia ricordava il Futurista che avrebbe fatto  “innervosire” il ‘900: “Marinetti? Un ometto piccolo piccolo, dimesso, sempre con la sua bombetta dura in testa, quasi la caricatura del borghesuccio. Una pecora che, però, riuscì a ruggire come un leone”. Con
alterne fortune, fra ostracismi e rivalutazioni, la vecchia pecora continua a ruggire anche in questo inizio di millennio, così povero di avanguardie. Particolarmente felice l’omaggio riservatogli dal
pittore Pablo Echaurren: un fumetto intitolato Caffeina d’Europa, con Marinetti che si racconta in prima persona attraverso le sue parole e i suoi scritti. “Marinetti è stato il più grande tra gli intellettuali del Novecento, un ‘pre-punk” che ha tolto l’arte alla casta degli artisti e dei critici, e l’ha messa a disposizione di tutti”,  spiega Echaurren. E’ fuori di dubbio che quello Sturm und Drang abbia promosso la “libera uscita” dell’arte come uso di massa (ancora oggi quanti abiti e
t-shirt derivano dall’estro di Giacomo Balla?) promuovendo l’estetizzazione del quotidiano e un nuovo tipo di sovversione, l’insurrezione tramite i segni. Pablo, l’illustratore del ’77 bolognese e delle tribù metropolitane, assisteva al trionfi del paroliberismo: potere dromedario, più sacrifici meno dentifrici, più chiese meno case, siamo belli siamo tanti siamo covi saltellanti… Per inciso, non risulta un solo esempio di questa eredità futurista/dadaista nell’attrezzatura comunicativa
della Destra, giovanile o senile che sia.
     I fascisti amavano poco o niente Marinetti, soprattutto quando si incaponiva nel  voler integrare

giovedì 28 marzo 2013

Eroici furori, fra trulli e ciminiere


Eroici furori, fra trulli e ciminiere
di Roberto Nistri

Un gran bel romanzo d’inizio millennio, questo Paese delle spose infelici di Mario Desiati: una storia di amori matti e disperati, una rabbia giovane che in motorino insegue una chimera, una corsa del criceto che non porta da nessuna parte, un andirvieni fra Taranto e Martina lungo i tornanti di Lorimini, un dolente on the road fra Infondoalmondo e Inculoallaluna, come direbbe Ascanio Celestini. Giovane e agguerrito caporedattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, Desiati travolge tutti gli stereotipi della “ridente” Martina, della Taranto dei due mari “ molle e imbelle” (dolce e pacifica, secondo Orazio), della Puglia ebbra dei pizzicomani e dei tarantellofili. Il suo romanzo è profondamente sudista e “sudicio” (un tempo, dalle nostre parti, si vantava l’antinomia fra Nordici e Sudici) e al contempo capace di catturare l’universale lettore grazie ad un parlato costruito come una successione di echi che incalza come un passaggio di sequenze filmiche, capace di far vedere per iscritto l’effetto di una smorfia di Stanlio o di De Niro.
 La capacità di fabbricare “visione” si coglie già nel folgorante incipit: nel “magico” torrente sottile che si attorciglia al Siderurgico, un’altera donna vestita da sposa s’immerge nell’acqua rosata di bauxite, la sua gonna si apre come un ventaglio, le ardenti spalle nude fanno arrossare le secche facce di altoforno di una dozzina di operai miseramente pasteggianti, la Fata Morgana attira verso di sé “lo sciame disperato di muscoli bruniti, petti ispidi, braccia ingiallite, occhi stregati”. Si avvia così la favola nera di Annalisa, la Regina delle martinesi Spose Infelici, la Madonna dei randagi, la masciara che corre nella notte, quella che “ se la fa con i cavalli”, che ha il respiro affannoso di un animale ferito, come “il guaito dei cani investiti sulla provinciale”.
Annalisa sarà il primo e ultimo amore di Veleno, un giovaneholden murgese che narrerà, con vulcanica e limacciosa struttura linguistica, di una fetente e verminosa provincia, ingorda di piaceri vietati e di riti persecutori, ai limiti del maleficio morboso e della negromantica jettatura . Come Jackfruscianteuscitodalgruppo (ma molto più loser , “inadeguato” e scorticato) sul suo cavallo d’acciaio Veleno corre dietro il fantasma del desiderio, l’amore fou, la possessione erotica che nutre la sempre aperta “ferita nel cervello”. Ma, nella caccia eroica di un senso in infinita fuga, un altro cavaliere sembra precederlo sempre di un passo: il grande amico Zazà, legrandmeaulnes che sovrasta la nigra brigata di Pezza Mammarella  (il non-campetto della non-squadra Esperia) e tuttavia viene rifiutato come professionista perché “è senza cattiveria”. Veleno e Zazà, triangolando con Annalisa, sono meglio dei truffautiani Jules e Jim: malinconici cercatori d’oro, odorano di camini e di limoni in terrazza, ma si portano appiccicati i miasmi dell’Ilva, il Grande Ragno mangiauomini. Il romanzo di formazione nasce da un “caleidoscopio biancheggiante di trulli e di lamie… nei caffè del Ringo tra una pasta alla crema e una granita alla mandorla” e tocca la massima coniunctio quando il terzetto, approdato sulla costa di uno dei colli delle Pianelle, viene accolto da uno spettacolo sontuoso come l’orrore dantesco: “il fungo metallico del Siderurgico, piovra capovolta, fumante come un caldano, sorgeva e si rannuvolava di vapori come acqua su un incendio crepitante”. La gola di Annalisa è “attraversata da due comete di Negroamaro” e viene in mente la bottiglia-feticcio di Fandango e la dolcezza del ballo finale.
Il potere simbolico di evocare altre suggestioni filmiche o di lettura è una prerogativa di quella Macchina della Memoria che è il buon romanzo. Annalisa che avanza sull’orlo del muretto, sempre in sospensione fra il pieno e il vuoto, ricorda la fanciullina di Pollack che cammina sui binari nella
Grande Depressione, raccontando la corruzione dell’innocenza e il destino di morte. Questi fragili ed estremi cacciatori di vita meriterebbero anche il titolo The Misfits (Gli spostati) dell’unico film di Huston con un personaggio femminile come motore del racconto. Per questi tras-andati guerrieri, con la loro comica corte di tangheri e debosciati (Mazzacane, Charleston, Capodiferro, Natuccio il Tossico, allevati dal mister Cenzoum) calza proprio bene il termine greco àtopoi, i fuori-posto, feriti dentro e fuori, in preda alla demartiniana “crisi della presenza”, capaci solo di correre verso la bagarre, quando si va in vacca nella mischia dell’impazzimento generale. L’autore sembra aver costruito un linguaggio su misura per loro, per questi mostri promettenti, adolescenti peticellosi che si raccontano fiabe scurrili in non-luoghi sordidi e goffi, dalla zona popolare 167 a Lido Zanzara, dal distributore di benzina all’innesto della Circumarpiccolo a Paolo VI, dove in una notte “l’eroina sterminò i metallari pugliesi”, mentre il diavolo danzava in calzamaglia.
Giocando con le trappole della memoria e della ritualità, la regìa di Desiati arma sapientemente questa sacra rappresentazione con aspre intricazioni di linguaggi che, nella musica sincopata dei discorsi, incorporano con naturalezza anche il vernacolo, con il gusto della parola rotonda, accentata, della desinenza insolita e delle illuminanti storpiature. E così attraversiamo a passo di corsa l’album dei fallimenti, i matrimoni che sanno di lutto nella loro resa ad una abbrutita sopravvivenza, il vicolo dei suicidi e il Ringo dei vivi che si sentono già morti . Una nigredo   che la scrittura trasmuta alchemicamente in poesia, anche i padri e i mariti smangiucchiati dalla fabbrica, anche il destino segnato di Annalisa, sempre avvinta da un cerchio stringente di maschi carnivori, di lemuri usciti da un’incisione di Goya o da una caricatura di Daumier. La Sposa Infelice sarà fuori posto anche nella tomba, salma assente per una Spoon River di sole pietre. “Vi mostrerò il viaggio e di tutto vi darò i segni”, aveva detto Circe a Ulisse.

Il 18 ottobre Mario Desiati ha presentato a Taranto il suo ultimo romanzo, “Il paese delle spose infelici”. L’incontro, organizzato dal Presidio del libro di Taranto, costituito dall’associazione Il Granaio e dalla libreria Dickens, è stato introdotto dalla professoressa Vittoria Tommassetti.



giovedì 10 gennaio 2013

Taranto e le leggi razziali. Un saggio di Francesco Terzulli


TARANTO E LE LEGGI RAZZIALI. UN SAGGIO DI FRANCESCO TERZULLI
Roberto Nistri

1. “Storia Patria”: lo stato dell’arte

           Il giornalista Sandro Viola , su “la Repubblica” del 29 settembre 1985, scrisse un articolo di rilevanza storica per tutto il dibattito culturale in terra jonica sul finire del ‘900: Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa. L’industrializzazione sbagliata della più sporca città italiana. “L’assedio del brutto ha vinto, non ci sono teatri né biblioteche, i legami con il passato sono perduti. E’ come se fossimo passati direttamente dalla Magna Grecia al Siderurgico… In mezzo non è rimasto niente”: giudizi che scatenarono una discussione più che vivace su questioni di dettaglio e forzature polemiche dello scrittore di origini tarantine, senza tematizzare la questione di fondo: per primo Viola aveva intonato il de profundis per il Grande Sogno siderurgico e gli eventi successivi hanno di gran lunga superato le sue più fosche previsioni. Viola aveva indicato anche alcuni motivi di ottimismo, fra i quali l’affermarsi di un lavoro storiografico attento alle problematiche dell’industrializzazione, considerato con una certa attenzione anche dalle istituzioni locali e addirittura dall’Italsider, nel quadro della perdurante assenza di un polo universitario (1). In effetti, due grandi opere pubblicate nei primi anni ’80 - La città al borgo e Taranto da una guerra all’altra - furono occasione per un (sia pure superficiale) risanamento della Galleria degli Uffici, con l’allestimento di grandi mostre fotografiche e pregevoli concerti-spettacoli rievocativi della storia municipale.
            A seguito del lavoro storico sugli antifascisti tarantini e, in particolare, sulla figura di Pietro Pandiani, comandante partigiano della brigata “Giustizia e libertà”, si giunse ad una delibera municipale del 31 ottobre 1988 (sindaco Mario Guadagnolo) che affidava “formale incarico - privo di ogni compenso - ai Proff. Matteo Pizzigallo, Roberto Nistri, Piero Massafra nostri concittadini, perché affrontino in dettaglio tutti gli aspetti connessi alla costituzione di un Istituto della Ricerca Storica sulla Resistenza e la Costituzione, riservando a successivi atti di questa Amministrazione la concreta attuazione dell’iniziativa” (2). Il progetto presentato venne approvato all’unanimità, ma la “concreta attuazione” non prese mai il via. Tamquam non fuisset… Intanto progrediva il depauperamento del patrimonio archivistico e documentario cittadino: prima la smobilitazione della prestigiosa Scuola Quadri della Cisl, poi la chiusura della Biblioteca dell’Italsider, a seguire la lenta ma implacabile morìa dei Centri Servizi Culturali della Regione Puglia (3).
           Naturalmente gli storici locali hanno continuato a livello individuale il loro lavoro: ancora non si deve chiedere il permesso a nessuno per scrivere di storia moderna e contemporanea ed egregie opere hanno visto la luce grazie all’interessamento di case editrici tarantine e pugliesi: Mandese, Scorpione, Schena, Archita, Filo… Un ruolo meritorio va riconosciuto, in questo campo, ad alcune importanti riviste scolastiche, in particolare “Galaesus” del liceo Archita e “l’arengo” del liceo Quinto Ennio. Per quanto riguarda il gioco di squadra, positivamente va considerata, grazie alla collaborazione dei fratelli Mandese con la Sezione tarantina della Società di Storia Patria, la ripresa nel 1990 della pubblicazione di “Cenacolo”, prestigiosa rivista fondata nel 1971 ma entrata in sonno nel 1982 (4).
            A livello istituzionale, si deve ricordare l’exploit del 1999: in occasione del bicentenario della Repubblica partenopea fiorirono mostre e pubblicazioni: un eccellente catalogo curato dall’Archivio di Stato, un Quaderno del Centro Studi Piero Calamandrei e un qualificatissimo convegno di studiosi locali e nazionali i cui atti vennero pubblicati a cura del Provveditorato agli Studi di Taranto. Si può considerare un evento eccezionale nella storia del Provveditorato e, considerato l’ampio coinvolgimento delle scuole, rimane la più importante operazione culturale degli ultimi tre decenni. Promotore e impeccabile organizzatore dell’iniziativa fu il preside Franco Terzulli (5). Di formazione filosofica (ha pubblicato una ricerca bibliografica relativa al Nietzsche di Heidegger in collaborazione con il prof. Gianni Vattimo e il Goethe Institut di Torino) in seguito si è sempre più appassionato alle questioni di storiografia pugliese.

2. Francesco Terzulli e la questione ebraica

            Collaborando con Terzulli nelle celebrazioni della “repubblica della memoria”, mi sono ritrovato a condividere con lui un paradigma forte della storiografia contemporanea e un criterio di valutazione delle tormentate vicende della vita civile italiana e meridionale: nella Storia del regno di Napoli Croce ha scritto che, nel ripensare all’opera dei patrioti del ’99, egli si sentiva spinto a dirsi “ecco la nascita dell’Italia moderna, della nuova Italia, dell’Italia nostra”. L’origine dell’Italia unitaria è nell’Illuminismo (6). Sullo sfondo di quel tumultuoso processo è ben presente una questione che costituisce il filo rosso di larga parte della riflessione storiografica di Terzulli: gli ebrei e i diritti di cittadinanza, gli ebrei e l’illuminismo. Con l’arrivo dei francesi a Roma, nel febbraio del 1798, vennero spalancate le porte del ghetto in nome della libertà giacobina. Nel mese di novembre l’esercito borbonico di Ferdinando IV invase Roma e richiuse il Ghetto. Un mese dopo tornarono i giacobini e con la Repubblica il Ghetto venne riaperto, ma richiuso con il ritorno dei Borbone il 3 ottobre 1799. Durante il quinquennio “imperiale” vi fu nuova libertà per il Ghetto, con un fiorire dei mestieri e dei commerci. Passati i “cento giorni” di Napoleone, la clausura per gli 8000 ebrei che vivevano nel Ghetto romano  fu definitiva. Tale altalena fra persecuzione e liberazione ebbe naturalmente a riprodursi in tutta Italia, cristallizzando la coniugazione fra antisemitismo e anti-illuminismo (7).
           Franco Terzulli, punta di diamante della resistente pattuglia di storiografi tarantini, ha continuato nei decenni a lavorare su queste ed altre tematiche senza mai cedere alla tentazione dello scoop e della pubblicistica usa e getta: troppo grande, quasi religioso, è il suo rispetto per la materia da lui indagata con l’autorità dei fatti e la moralità del lavoro accurato. Nei riguardi di questo storico di razza, ubbidiente all’aurea regola di Vico che vuole la storiografia come congiunzione fra filologia e filosofia (i fatti senza l’interpretazione sono ciechi, l’interpretazione senza la ricognizione fattuale è solo retorica), attento nello scrivere e nel comunicare con chiarezza e distinzione, secondo lo stile sobrio e “scientifico” appreso dal maestro Primo Levi, ci sembra a lui calzante una citazione del vecchio Marx: “La critica non è una passione del cervello, bensì il cervello della passione”. Avverso alla storia romanzata, ben pubblicizzata e ben venduta, Terzulli teme la intollerabile “scomparsa dei fatti” e, con Vittorio Foa, è convinto che l’oblio si possa vincere solo se la memoria dell’evento è riportata alla ragione che lo ha determinato. Questa divisa critica è la cifra di ogni sua indagine, si tratti della scuola  o di vicende militari (8).

3. Quando l’Italia diventò razzista per legge: l’antisemitismo in una città senza ebrei

           Nel settantesimo compleanno delle leggi razziali, Francesco Terzulli ha voluto indagare nel microcosmo della vita quotidiana di Taranto, nel tempo intercorso tra la proclamazione dell’Impero Fascista e l’armistizio che ne decretò la fine, sempre onorando la storia come “guerra illustre” contro la menzogna (“Taranto razzista? Quando mai…”) e sempre usando le armi della filologia senza le quali la storiografia si riduce a chiacchiera. Sette anni di ricerche ci son voluti per “blindare” doverosamente la sua indagine su L’impossibile emulsione. Una città al tempo delle leggi razziali , un testo di storia municipale potentemente attraversata da tutta la tragicità della storia maior, non imbrigliato dal provinciale “effetto tunnel” che tende a focalizzare l’attenzione su alcuni elementi precostituiti dalla “tradizione” (9). Nel testo del Manifesto sulla purezza della razza si leggeva: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana… E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Dichiarazioni che oggi ci appaiono infami e oltraggiose nell’Italia fascista vennero accolte con entusiasmo, in particolare dal mondo accademico e dalla cultura: ad esempio, nelle Università, l’espulsione dei docenti ebrei fu salutata con giubilo dai colleghi, felici che alcune cattedre si rendessero disponibili. Anche a Taranto i Giovani Universitari Fascisti, molti presidi, intellettuali e uomini di fede, ovvero le migliori intelligenze del territorio, si misero al servizio dell’ideologia e della politica razzista attuata dal governo centrale.
           Giustamente Terzulli considera la politica razziale non come un bizzarro accidente o concessione di Realpolitik al più potente alleato (10), ma come essenza stessa del fascismo, ideologia di Stato e  principale collante della cultura nuova. Dopo la conquista dell’Etiopia nel ’36, il regime entrava nella nuova fase del Fascismo Imperiale che richiedeva una vera e propria rivoluzione antropologica. Proprio in Africa veniva elaborata una teoria razzista molto forte, a partire dall’idea che le unioni miste fra soldati italiani e donne indigene potessero inquinare il ceppo italiota. Di fatto venne introdotto l’apartheid  con molto anticipo  rispetto al Sudafrica e la discriminazione si esercitò prima nei confronti dei “negri”, poi dei meticci e infine degli ebrei. Il paradigma era quello della “emulsione impossibile”, da cui il titolo del saggio di Terzulli: l’olio delle altre razze non può miscelarsi con l’acqua pura della stirpe italica e, derivandone un composto torbido, è necessario un processo elettrolitico per attuare una separazione definitiva. Si avviava così un processo di “disebraizzazione” volto a cancellare qualunque traccia degli ebrei dal territorio italiano. In Puglia i provvedimenti potevano colpire una donna ebrea di nazionalità greca, licenziata da una banca di Bari come un ufficiale dell’esercito di Lecce, fascista e decorato al valor militare, espulso dalle forze armate in quanto ebreo.
           Anche nella provincia jonica zelo antiebraico e ortodossia fascista finirono per coincidere, avvolgendo in un’unica nuvola ideologica l’intellighenzia cittadina. A discapito della ridottissima presenza ebraica e con eventuale risparmio di senso di colpa (secondo il censimento del ’38 gli ebrei di Taranto erano solo 26) la campagna persecutoria, facile e redditizia, fu sviluppata a tutti i livelli, a partire dal più importante periodico locale, “La Voce del Popolo”: “Gli Ebrei non possono appartenere alla razza italiana” (Antonio Trotta, 20 agosto 1938); “L’Italia, più di ogni altra, sente la necessità essenziale di sradicare questa funesta piaga” (Gennaro Capano, 10 settembre). La “guerra santa” - un tonico a poco prezzo per il bolso fascismo locale e un allettante viatico per l’autopromozione delle nuove leve - fu condotta anche dal celebre liceo classico “Archita” sotto la guida del fascistissimo preside Luca Claudio: fra i “Quaderni” di propaganda fascista spiccava anche un opuscolo antisemita, Concetto scientifico di razza, stampato nel 1940 dalla Tipografia Arcivescovile di Taranto, all’interno del quale si può leggere:”La razza va difesa. Noi non vogliamo bastardi”. Come scrive Terzulli, Taranto rappresentò una “cartolina del Regime” con l’integrale sviluppo di quei temi in agenda: qui, infatti, fu avvertito l’ “orgoglio imperiale” di una città militarizzata, statale per antonomasia, “porosa” e permeabile a ogni modello di sviluppo eterodiretto, divenuta avamposto sui mari e vetrina della flotta, a partire dalla proclamazione dell’Impero. La propaganda antisemita,  un’alchimia tossica di vaghi pregiudizi e reiterate istigazioni all’odio, con una facile mobilitazione di improvvisati specialisti in razzismo ( storici, archeologi e folkloristi pontificanti nella Lega Navale o nella Società “Dante Alighieri”) era anche una occasione insperata per restituire credibilità a un Fascio locale sempre rissoso e spesso commissariato. L’antisemitismo si rivelò subito “un mito aggregatore di tutto quello che il fascismo condannava” con conseguente razzizzazione del nemico politico (antifascista).
            Allontanati dalla città i pochi ebrei e scomparso, grazie al piccone del Duce nel ’34, l’ultimo toponimo del vicoletto Giuda, non rimaneva che dichiarare guerra alla storia, disebreizzando anche il passato con una rivisitazione retroattiva e malevola dell’antica presenza dei giudei in terra jonica (11). Del resto la “bonifica” doveva esercitarsi in particolare contro l’ebreo “invisibile”,  il “circonciso dentro”, quella ebraicità nascosta che alligna come parassita nel corpo sano della Nazione. Non si trattava comunque di un’adesione artificiosa: nello zelo scolastico “c’era qualcosa di volontario, di spontaneo, un’adesione intima e non indotta dall’esterno di alcuni dirigenti e docenti” e una sorta di invasamento era riscontrabile anche fra gli universitari in camicia nera, quei “gufini” che a Taranto potevano coniugare il loro antiebraismo con la doppia appartenenza alla Fuci, la federazione degli universitari cattolici, anche per una certa ambiguità caratterizzante le posizioni della Chiesa locale. I giovani intellettuali jonici mostravano di conoscere le diverse teorie razziste in circolazione, privilegiando come nuova antropologia di regime la “scuola” di Nicola Pende, clinico medico di Noicattaro, nominato nel 1937 presidente della sezione di eugenica del Comitato medico del Cnr e firmatario del Manifesto della razza (12).
           Il 2 dicembre 1938 il federale di Taranto chiamò a rapporto tutti i gerarchi per parlare della lotta contro gli ebrei “confermando che dovrà essere combattuta ogni forma di pietismo”. Si diffondeva intanto il pamphlet di Telesio Interlandi Contra Judaeos e il volume curato da Paolo Orano, Inchiesta sulla razza che “divenne il testo di riferimento per tutti i razzisti antiebraici nostrani”. Faceva la sua parte anche l’antigiudaismo di matrice cattolica con il canonico grottagliese don Giuseppe Petraroli, che denunciava la pericolosità di un sionismo messianico di “carattere massonico-ebraico-bolscevico”. Secondo Terzulli è nel saggio  di padre Primaldo Coco, Gli ebrei: popolo errante, che si attua la saldatura tra l’antisemitismo fascista e il tradizionale antigiudaismo cattolico (13). L’ultimo capitolo del libro, dedicato all’istituzione scolastica, è quello in cui maggiormente si dispiega il volume di fuoco della macchina propagandistica, un dispositivo reticolare del coinvolgimento con agenti iperattivi come il dirigente della scuola elementare “Virgilio”, Angelo Iurlaro, e l’ispettrice scolastica Maria Luigia Quintieri. Alla caduta del fascismo nessun operatore scolastico incappò in pesanti sanzioni epurative. Docenti dell’ “Archita” hanno ricordato come, all’indomani dell’Armistizio, ci volle qualche giorno per strappare materialmente le pubblicazioni compromettenti prima che arrivasseo gli inglesi (14).
           Con un libro come questo Franco Terzulli ha piantato il piccolo paletto di cui lo storico dispone per sabotare la fabbrica della dimenticanza organizzata, per arginare la nostra facilità nel rimuovere, glissare, evitare di fare i conti: cinquantamila italiani ebrei consegnati a Hitler, centinaia di migliaia di soldati italiani mandati a morire per i campi di Europa, decine di migliaia di sloveni, etiopi, greci ammazzati in casa loro. Una spia dell’Ovra in ogni caseggiato e oppositori in galera, oppure braccati e uccisi, certamente non mandati “in vacanza” come qualcuno ha dichiarato incautamente. Lo stesso orrore per le foibe, tombe di migliaia di italiani innocenti, produce falsa coscienza se si omette di ricordare che senza il fascismo, l’invasione della Slovenia, le atrocità contro i civili, quella orribile rappresaglia non ci sarebbe mai stata. Gli “italiani brava gente”, invasori con obiettivi dichiarati di supremazia etnica, hanno sempre evitato accuratamente di guardarsi nel fondo dello specchio nero. Per questo il “rimosso” ritorna,  si risveglia quel razzismo che “giace in fondo agli animi come un’infezione latente” (Primo Levi) e tocca allo storico riprendere l’eterno lavoro di Sisifo.