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giovedì 8 ottobre 2015

Taranto nella Grande Guerra e il suo monumento ai caduti



Roberto Nistri

Taranto nella Grande Guerra e il suo monumento ai caduti


 © Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

Introduzione al contesto cittadino

A partire dalla fine dell’Ottocento, con la decisione presa dal Parlamento italiano, sulla installazione dell’Arsenale militare marittimo, la città jonica veniva progressivamente ed inesorabilmente militarizzata. La vistosa presenza dell’insediamento industriale modificava le coste, le altimetrie del suolo, divorando masserie, chiese e ville signorili - tra cui la sublime villa Capecelatro, modificando inesorabilmente la facies della Antiquissima Urbs. Venivano ordinate le direttrici di una impetuosa crescita demografica. Nel periodo immediatamente precedente l’entrata in guerra, la sua struttura industriale veniva ad essere cospicuamente amplificata dalla installazione dei Cantieri Navali “Franco Tosi” sulla spiaggia a Nord del Mar Piccolo: una Società di Legnano con strutture di ben altro rilievo rispetto ai modesti cantieri Frontini (1903-1906) e Salerni (1906-1915). Nel 1898 l’Arsenale varava la sua prima unità di guerra: la nave” Puglia”, la cui prua sarebbe stata in seguito donata al poeta D’Annunzio, che l’avrebbe sistemata all’interno del suo Vittoriale.
Nel 1915 veniva portata a termine la costruzione del primo sommergibile. Il 4 giugno 1916 dallo scalo improvvisato sul quale era stata impostata cinque mesi prima, veniva inaugurata alla presenza del Duca degli Abruzzi, la prima nave interamente costruita nello stabilimento: il rimorchiatore “Villa Cortese”. Erano anni quelli in cui lo slancio e il fervore militare andavano di pari passo con quello nazionalista. A Taranto, prima che in altre città, già nel novembre 1914, si registravano scontri fra nazionalisti e socialisti. Alcuni incidenti preoccupanti si verificavano il 15 febbraio 1915, quando alcuni giovani nazionalisti protestavano contro il Consolato germanico, provocando una contromanifestazione di neutralisti, che doveva sfociare in tafferugli e arresti.
La città si preparava alla guerra. Il 30 ottobre, durante le imponenti esercitazioni navali alla presenza del sovrano, lo scoppio prematuro di una granata causava la morte di un guardiamarina e quattro uomini dell’equipaggio.
Presso le classi subalterne e soprattutto nel contado, non si registravano segnali di grande esaltazione. I socialisti organizzavano affollati comizi, come quelli tenuti nel mese di febbraio dall’on. Campanozzi a Taranto e in alcuni paesi del circondario, ma non si impegnavano più di tanto. Comprensibilmente il “blocco d’ordine” non incontrava difficoltà nel coagulare attorno a Salandra una volontà di potenza che era tutta ricchezza per una monocultura navalmeccanica che purtroppo ristagnava in periodo di pace e godeva invece di tutte le sovvenzioni possibili, quando giungeva l’eco dei tamburi di guerra. In effetti si sarebbe determinata una condizione di quasi piena occupazione, anche con non pochi lavoranti dei campi che si arrangiavano, fra città e campagna: piccoli commerci al minuto, ambulanti che recavano vettovaglie dal contado.
Dopo la dichiarazione di guerra la città era ormai “piazzaforte marittima in istato di resistenza”: la base navale più importante e al contempo il rifugio più sicuro per la flotta interalleata italiana, francese e inglese, con la Sede del 9° Reggimento Fanteria. La città che sembrava dimenticata dalla storia, stava per affacciarsi al centro del palcoscenico internazionale, crocevia della storia più grande e più folle: La guerra! Taranto era l’unico porto di grande ampiezza e l’unico cantiere completamente attrezzato in prossimità della zona dell’attività bellica. Non era teatro di guerra, di esso era però il retroscena. Il Mar Piccolo ospitava la flotta da guerra italiana e alcune unità navali inglesi di sostegno, mentre l’Arsenale provvedeva ai nuovi impianti di armi, agli adattamenti dei nuovi sistemi protettivi, alle continue riparazioni di un naviglio silurante già logorato dalla campagna in Libia. Taranto attraeva soldati da tutte le parti, ma anche tecnici e maestranze dal circondario e da tutta Italia. In Arsenale si lavorava a pieno ritmo anche di notte. Veniva riparato lo scafo del piroscafo “Orione”, squarciato da un siluro, e quello del cacciatorpediniere francese “Brory”, danneggiato dallo scoppio di una mina. Veniva ricostruita la prua del caccia francese “Boutefeu”, che era stata danneggiata da un investimento in mare, e così quella del CT. “Chinery”. Un vero e proprio boom economico, con una straordinaria espansione del tessuto urbano, pagata inevitabilmente con il totale asservimento alla militarizzazione. Anche la pesca nelle acque dello Jonio veniva vietata. Era l’altra faccia del boom, della fiorente attività economica e del prestigio internazionale. Era alto il rischio a cui la città veniva esposta, in quanto fucina, snodo e punto di partenza di gran parte della flotta italiana.
Come era accaduto per Brindisi, anche Taranto Veniva colpita. Nella notte del 2 agosto 1916 la città veniva scossa da un tremendo scoppio che sembrava sommuoverne le fondamenta. Verso le 23:00 la “Leonardo da Vinci” veniva colpita da un rombo sordo che saliva dal fondo. Lo scafo tremava ed esplosioni sempre più frequenti squassavano la nave e la squarciavano in tanti crateri, con un boato che percorreva l’aria per molte miglia. Fiamme altissime illuminavano la notte. Il professore Giacinto Peluso avrebbe in seguito rievocato “quelle ore apocalittiche: “tante grida, tanto pianto”. I marinai venivano inghiottiti dalle voragini prodotte dagli scoppi e fra di loro molti erano tarantini.
Alle 24:45 la corazzata si capovolgeva. Uno scoppio del deposito munizioni aveva fatto saltare in aria e quindi affondare in Mar Piccolo la più potente delle sei dreadnougts di cui era composta la prima “squadra da battaglia” della flotta italiana.
 Come verrà appurato negli anni seguenti, l’esplosione della “Leonardo da Vinci” si doveva ad una operazione di spionaggio tedesco-austriaco, che aveva visto il coinvolgimento anche dello scrittore tarantino Archita Valente. L’indagine degli uomini della Marina e il successivo contrattacco, il cosiddetto “Colpo di Zurigo”, alla centrale della sede del consolato austriaco in Svizzera, avrebbe permesso di acquisire una relazione completa sull’affondamento della “Leonardo” e sui piani per far saltare la “Giulio Cesare”: documenti che comprendevano una sorta di tariffario per i diversi sabotaggi e la lista completa di tutte le spie agenti in Italia, fra i quali, oltre a oscuri personaggi del Vaticano come il prelato Gerlach, veniva condannato all’ergastolo lo scombinato Valente, “suicidato” nel carcere di Avellino.
 Ricordiamo anche che Taranto aveva dato i natali al maggiore Angelo Berardi, il quale, allo scoppio del conflitto, conquistava subito una medaglia d’argento, per le sue indubbie capacità, dimostrate in numerose azioni: si poneva alla testa dei piloti di dirigibile e veniva fregiato di nuova medaglia d’argento. La fase più intensa della sua attività doveva riguardare la ritirata di Caporetto. Volava infaticabile tutte le notti per colpire con le sue bombe i ponti sul tagliamento e sulla Livenza, sulle arterie del Trentino e le balze alpine. Compiva 18 ore di volo consecutivo e batteva il record mondiale d’altezza per un dirigibile. Nell’agosto del 1918 rovesciava sul nemico, con dieci ardite azioni, una enorme quantità di esplosivi. Durante l’azione decisiva, dall’alto poteva assistere alla tremenda disfatta degli austriaci. Ironia della sorte, il grande aviatore moriva proprio sul golfo di Taranto, scomparendo in una tempesta mentre tornava a casa per ricongiungersi con la propria famiglia. La città riconoscente gli avrebbe dedicato la via Berardi nel borgo umbertino, dove Angelo era nato e aveva trascorso l’infanzia, già intestata al patriota Nicola Mignogna.


Le tribolazioni joniche per un Monumento ai Caduti


Per una città che era stata palcoscenico della Grande Guerra, con le sue importanti vittime, può essere interessante ripercorrere la tormentata vicenda ultratrentennale del colosso dominante l’attuale Piazza della Vittoria, già Piazza XX Settembre. Il vero caduto o almeno infortunato, sul bronzeo campo di battaglia, doveva essere l’onesto scultore Francesco Como, combattente sul Carso, massone, discepolo del Maestro Ettore Ferrari, angariato dai fascisti in quanto vecchio repubblicano. La cittadinanza auspicava a gran voce la messa in cantiere di un solenne monumento volto ad onorare la memoria dei valorosi caduti. Già nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzativo. Non mancavano tuttavia riflessioni più ponderate. L’insegnante Anna Caggiano propugnava una istituzione umanitaria: al posto di un monumento, una opera che, nella sua utilità, esalti il ricordo di chi donò la vita alla Patria, suggerendo “un edificio scolastico, un asilo infantile, un rifugio per minorenni, un ricovero per orfani ed abbandonati, ”. Continuavano a venir fuori proposte assennate: “un ospedale che potesse dare a tanti sofferenti poveri, il modo di lenire i dolori, di sanare i mali, di conservarsi ancora alla vita, al lavoro, all’amore dei figli (articoli della “Voce del Popolo”, 1922). Qualche dubbioso forse ricordava l’amaro avvertimento del liber’uomo Ugo Foscolo: “ove dorme il furor d’inclite gesta / e fien ministri al vivere civile / l’opulenza e il tremore, /inutil pompa / e inaugurate immagini dell’Orco / surgon cippi e marmorei monumenti”…

Note a margine. Non si può sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una formazione identitaria. Quando si parla di monumenti non si deve considerare solo l’aspetto estetico, ma anche la funzionalità politica. George L. Mosse considerava la “monumentalizzazione” come uno degli aspetti caratteristici del processo di costruzione di una comunità. Naturalmente, non si può neanche trascurare un semeion fortemente significante, che intenda supportare un investimento emozionale, più o meno vocazionato alla universalità.

Si avanzavano proposte umanitarie, ma non condivise dalla Marina M.M. e dal fronte dei reduci, che avevano visto perire i propri compagni, e dai famigliari delle giovani vittime. La Marina e le associazioni combattentistiche non demordevano. L’erezione di un cippo era da considerarsi non discutibile, obbligatoria, tassativa, malgrado la magniloquenza di un preventivo che doveva raggiungere le 300.000mila lire, in una situazione postbellica bisognosa di molti risanamenti. E monumento doveva essere! Sia pure con risorse contingentate.
Nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzativo. La prima questione doveva riguardare il sito, con incertezze nei riguardi di piazza Archita. Sorgeva all’orizzonte un progetto dell’illustre architetto Cesare Bazzani prospettato per i giardini Garibaldi, ma veniva lasciato in sospeso. La discussione riprendeva senza fretta nel 1921, con l’amministrazione Delli Ponti. Nelle more, si era messa in opera la strategia del “fai da te”: le lapidi fiorivano a piacere. Nel frattempo la presidenza del Liceo Classico “Archita”, con grande smacco per il Municipio, provvedeva a ricordare il sangue dei suoi 52 studenti caduti, con una lapide apposta sulla facciata dell’Istituto. Si pensava ad un periodico “cambio della guardia” al monumento, fra gli studenti. Rimaneva da sciogliere il nodo del sito: posizionare il manufatto in Piazza Giordano Bruno, avrebbe diminuito la visibilità della facciata dell’Arsenale e l’imbottigliamento della stessa Piazza, punto nodale della rete tranviaria. Per fortuna veniva scartata la proposta di insediare il monumentone al centro del gran piazzale della Villa Peripato, con cassarmonica per la banda (Peluso p. 67).
Tutti concordavano sulla necessità di una ampia superficie di sfondo: ci si orientava verso il centro di Piazza XX Settembre, progressivamente annientando i palmizi che la circondavano. Nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, il clima diventava più battagliero. Vi furono maltrattamenti nei confronti nei confronti dello scultore Como e dei suoi fratelli, abbandonati dallo squadrista motorizzato Parabita in una zona malarica. Si diffondevano anche manifestini malevoli.
Nel 1923 era partito il concorso nazionale. La commissione esaminatrice, formata per lo più da massoni, proclamava vincitore l’autore del bozzetto a cui era stato dato il titolo “Si spiritus pro nobis quis contra nos?”: trattavasi di Francesco Como, premiato con lire 5000. Gli esclusi dalla mangiatoia addirittura avrebbero preteso che Como dovesse starsene contento del suo premio e lasciare ad altri l’esecuzione del progetto. Questo prevedeva quattro gruppi bronzei raffigurati dallo scultore tarantino intorno ad un grande basamento marmoreo: “La Vittoria e i suoi eroi”, “Taranto e i suoi Artefici “, “L’Apoteosi del Fante” e L’ Aquilifero”. La cifra preventivata dal bozzetto, 300mila lire, appariva enorme per una città appena uscita dai travagli della guerra. Deciso il sito (Piazza XX Settembre) si prospettava la cerimonia della posa della prima pietra per il 21 aprile del 1924, ma si era ancora a zero, per festeggiare il “Natale di Roma”. Si cominciava a lavorare sul basamento, ma dei pregiati gruppi bronzei nessuna traccia! Soprattutto bisognava rastrellare i soldi. La fantasia dei tarantini si sbizzarriva con le “Kermesse” in Villa Peripato, con le marche “pro monumento” da applicare su tutti i documenti, pedaggi al ponte e salvadanai nei pubblici uffici, fino ad una raccolta porta a porta, con la città divisa in sette zone strategiche. In quattro anni si raccoglievano 76mila lire, ma si era molto lontani dalla meta e i costi lievitavano. Il basamento era sempre lì, ma tutto procedeva con moto uniformemente ritardato e la cifra di 500mila lire rimaneva ben lontana.
Nel 1926 il Podestà Spartera sembrava voler usare il pugno duro, magari a colpi di francobolli e lotterie. In previsione della inaugurazione veniva soppresso il chiosco orinatoio di Piazza XX Settembre. Ma l’erigendo monumento ai Caduti attendeva sempre di essere inaugurato. Le cose dovevano peggiorare con l’intervento di diversi commissari prefettizi: 1924-1925. Il podestà Giovanni Spartera si prodigava come cercasoldi, fra ricchi premi e cotillons, sempre a pro dell’erigendo monumento. Nel 1928 si arrivava alla rottura con l’artista.
 Come se non bastasse, nel 1930 bisognava ingaggiar battaglia con il signor Francesco Rizzo, gestore di un chiosco in legno per la vendita di “gratta gratte… sumend’e zuccre, orzata, granatina, menta, anice ghiacciata… Il contenzioso sarebbe durato dal 1924 al 1930, con prorogatio di mese in mese. Alla fine Rizzo la spuntava, ottenendo la concessione di un altro chiosco più bello che pria. Si era fatto spazio al monumento e la concessione si sarebbe rinnovata ogni tre anni, purtroppo interrotta dalla deflagrazione del secondo conflitto.
 Intanto Il podestà “protempore” Giovanni Spartera si sentiva sempre più sotto tiro e, su spinta del governo, nel 1928, si decideva a convocare l’egregio scultore Guastalla di Roma (anch’egli onesto massone) con l’incarico di esaminare lo stato dei lavori. Ma un anno dopo il Guastalla rinunciava all’incarico per comprensibili incompatibilità fra l’autore e il controllore, ma anche per lo stato confusionale delle procedure. Nel 1934 veniva addirittura chiamato in giudizio per una poco edificante ricompensa, richiesta per tre anni di lavoro. Alla fine veniva pagato irregolarmente e a rate. Qualche frutto il Guastalla doveva comunque averlo prodotto, se nel settembre 1929 il primo altorilievo “La vittoria tarantina e gli eroi” era quasi pronto. Doveva seguire la “glorificazione del fante”, ma la cifra preventivata passava a 750mila!
Nel 1930 si arrivava all’inaugurazione del monumento non-finito, alla presenza del Sovrano e del ministro Di Crollalanza. La folla era strabocchevole, Como si ritrovava quasi nascosto. Il gentiluomo aveva lasciato Taranto nel 1928, con un assegno mensile ad personam per tutta la durata dei lavori, ma dopo due anni il suo compito non era stato ancora ultimato. Nel giugno 1930, per inadempienza, veniva troncato qualsiasi invio di denaro allo scultore, compromettendo così il modello di argilla dello Aquilifero, che prima si essiccava e poi finiva in frantumi. Con i fondi del tutto esauriti, Como avrebbe dovuto concludere i lavori pagando di tasca propria: una soluzione del tutto improponibile. Il povero artista si ritrovava in condizioni miserrime, tanto da sognare l’interessamento del Sovrano. Durante le celebrazioni del IV novembre non era stato neanche invitato e intanto si allargava sempre più il solco fra l’Artista e il Regime. Si arrivava comunque all’inaugurazione del 1930, con il monumento incompleto. Si poteva leggere l’epigrafe dettata da Alessandro Criscuolo in chiara contaminazione fascista
Forti nella vita, epici nella morte
Nella storia eterni
Taranto Madre
La ricostruzione dettagliata della operazione scultorea è perfettamente esposta nel prezioso testo di Giacinto Peluso, al quale si rinvia doverosamente, evitando inutili commenti.
L’operazione avrebbe comportato la spesa globale di circa 800mila lire (cfr. Peluso e “Voce del Popolo”).

Lo scultore si trovava a sbarcare il lunario con l’insegnamento e, dopo crisi profonde, decideva di chiedere l’iscrizione al Fascio, cosa non facilissima, per le idee antifasciste sbandierate in più occasioni. Come ottenne la “tessera”, Como si stabilizzò nella Scuola, continuando a lavorare nel suo studio tarantino, prima del trasferimento definitivo a Roma. Un ricordo di Raffaele Carrieri sullo scultore meditabondo e solitario: “Non saprei parlare di questo semplice e pensieroso Artista senza mettere in primissimo piano la sua bella fibra di uomo: moralmente e artisticamente parlando. La ricostruzione dettagliata della operazione scultorea è compiutamente esposta nel testo di Giacinto Peluso, al quale si rinvia doverosamente.

Nel marzo 1950 si riapriva la discussione sul completamento dell’opera monumentale, con interessamento delle Associazioni Industriali e (strano a dirsi) dei segretari della Camera del Lavoro della C.G.I.L. Il Monumento fatturato a rate, trovava alla fine il suo completamento con il gruppo detto “l’Aquilifero”, con il fiero sostegno della amministrazione comunista. L’occhio esperto poteva leggere nell’opera i simboli massonici del triangolo, delle due colonne, del sancta sanctorum del tempio, con la Nike che raffigurava il fatidico numero tre. Il 18 ottobre 1953 si concludeva la trentennale vicenda: era trascorsa anche la seconda guerra mondiale e un monumento poteva ormai bastare per i due grandi conflitti. Quella volta, alla celebrazione, Francesco Como era ben presente, per ricevere quell’omaggio che gli era stato negato nel 1930.


I monumenti sono la storia in piedi (Ugo Ojetti)


Al momento della inaugurazione finale, l’opera era certamente un anacronismo. In quegli anni nessuno studente si sarebbe prestato al “cambio della guardia”, secondo i desiderata dell’ex preside del Liceo: I Beatles erano in arrivo. Gli omoni nudi con l’elmetto facevano impressione. E invece, negli anni Settanta, nella festa giovanile della contestazione, per i giovani tarantini e non solo, quel monumento si trovava a rappresentare l’ombelico del mondo. Quel bronzo era letteralmente avvolto da una folla di ragazzi vocianti e musicanti. I figli dei fiori rendevano quel cenotafio un rendez-vous giovane, cordiale, capellone, greco, nemico della guerra: uno spazio liberato di felice coabitazione fra i presenti e gli scomparsi. Il giornalista Antonio Rizzo, assieme ad un suo estimatore, veniva dalle forze dell’ordine allontanato in malo modo da quella festa dei presenti e degli assenti. Ma gli spiriti cupi non trovavano pace: denunce pseudopatriottiche e farisaiche. Rizzo scriveva: “A me il monumento animato da quelle presenze giovanili, piaceva. Mi appariva come un fatto vivo, vitale, cordiale, popolare. Non un fatto artistico, ma esistenziale. Un happening che umanizzava una struttura fredda e retorica”. Rimane il dolce ricordo di una festa libertaria nello spazio della antica Agorà. Rimane anche l’onesta testimonianza del repubblicano Franco Como, un artista figlio di un capomastro e di una sarta, volto sempre alla speranza che mai più si abbia a versare sangue innocente.


 Patriottismo peloso


Sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una formazione identitaria. Un’opera, per forza delle cose, può rimanere anacronistica, démodé, ma può anche essere una sincera e onesta espressione di un datato contesto culturale. Altra cosa è il subdolo” monumento donato” (Timeo Danaos et dona ferentes…). Ci riferiamo all’altro colosso: quel Monumento al marinaio, regalato dall’Ammiraglio Angelo Jachino a un Consiglio comunale che accettava tutto a scatola chiusa, senza preoccupazioni di permessi e licenze. Gli antifascisti dell’epoca non si accorgevano nemmeno che sul basamento s’inneggiava alla guerra 1940-43: la guerra di Mussolini. Era facile invece decifrarne il codice segreto: Il monumento visto dall’avanti e dal di dietro, con le due grandi W e M, era un vistoso “Onore al Duce”!


Bibliografia : Taranto in guerra

Saverio Lasorsa, La Puglia e la guerra mondiale, Ed. Caini, Bari-Roma 1928
Enzo Panareo, Archita Valente: dalla letteratura allo spionaggio, in “Sallentum”, anno IV, n. 3
La più audace impresa del controspionaggio italiano nella prima guerra mondiale, in “Storia illustrata”, Settembre 1969, n. 142
E.C. Protto, Vita, morte e risorgimento della dreadnought “Leonard da Vinci”, Edita@, Taranto
Ferdinando Ladiana e Espedito Jacovelli, Massafra e la Grande Guerra, Cspcr, 1984
Nino Bixio Lomartire, I cantieri navali di Taranto, Coop. 19 luglio, Taranto 1990
Roberto Nistri, Civiltà dell’industria, Scorpione ed., Taranto 1988
Roberto Nistri, Una Loggia “Martinista a Taranto, in “Cenacolo”, Mandese ed., 1994
Rosa Alba Petrelli, L’Arsenale militare marittimo di Taranto, Perugia 2005
David Alvarez, I servizi segreti del Vaticano, Newton Compton Editori, Roma 2008
Eric Frattini, L’Entità, Fazi Editore, Roma, 2009
AA.VV., I Cantieri Tosi, Fondazione Michelagnoli, Taranto 2013
Annibale Paloscia, Benedetto fra le spie, Mursia ed., 2013


Bibliografia: Taranto e il suo monumento ai caduti

Giacinto Peluso, Una città, un monumento, Mandese Ed., Taranto 1984
Francesco Guida, La Massoneria tarantina dal dopoguerra al 1960 in Taranto dagli ulivi agli altiforni, Mandese ed., Taranto 2007.

lunedì 3 agosto 2015

A proposito di monumenti ai caduti

A proposito di monumenti ai caduti

Roberto Nistri, 8 luglio 2015


In un suo scritto per Siderlandia, Salvatore Romeo ha invitato a non sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una tormentata disputa sulla monumentomania dei cosiddetti “neospartani”. Secondo Romeo, quando si parla di monumenti non si può considerare solo l’aspetto estetico, ma anche la funzionalità politica. George L. Mosse considerava la “monumentalizzazione” come uno degli aspetti caratteristici del processo di costruzione di una comunità. Naturalmente, se non vogliamo considerare all’ingrosso l’erezione di una qualunque stele, secondo l’ottica della antropologa Ida Magli, come un inequivocabile trionfo fallico, non possiamo trascurare la specificità estetica di un manufatto, un significante che intende supportare un investimento emozionale, più o meno vocazionato alla universalità. Quanto abbiamo scritto in altra sede concerneva semplicemente la forma espressiva, vistosamente fallimentare di alcune eccentriche proposte, vagheggiate fra i due mari dal club dei cosiddetti “neospartani” e insonni cartapestai.

Nell’attuale fase celebratoria sulla memoria delle vittime della Grande Guerra, può essere interessante ripercorrere la vicenda ultratrentennale, tormentata ma anche comica, del colosso dominante l’attuale Piazza della Vittoria. Il vero caduto o almeno infortunato, sul bronzeo campo di battaglia, doveva essere l’onesto scultore Franco Como, combattente sul Carso, massone, discepolo del Maestro Ettore Ferrari, repubblicano e angariato dai fascisti. Nel 1923 esplodevano pesanti contestazioni, con manifesti murali anche malevoli, nei riguardi dello scultore.

L’impresa si era avviata con un progetto dell’architetto Cesare Bazzani, che per fortuna doveva cadere nel dimenticatoio, risparmiando alla villa Peripato una delle tante aggressioni a mano armata. Nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzatore. La prima questione doveva riguardare il sito, con incertezze su piazza Archita. La discussione riprendeva senza fretta nel 1921, con l’amministrazione Delli Ponti. Le lapidi fiorivano a piacere: la più significativa veniva posta dalla presidenza del liceo Archita, in memoria dei 52 studenti caduti. Si pensava ad un periodico cambio della guardia al monumento fra gli studenti.

Qualche personaggio di buon senso proponeva di investire quei quattrini in ospedali e orfanotrofi. Nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, il clima diventava più battagliero. Posizionare il monumento in piazza Giordano Bruno, avrebbe comportato l’oscuramento della facciata dell’Arsenale e l’imbottigliamento della stessa Piazza. Nel 1923 partiva un concorso nazionale, convocando artisti di fama indiscussa. Risultava vincitore Francesco Como. Gli oppositori sostenevano la tesi assurda che Como, vinto il concorso, dovesse lasciare ad altri l’esecuzione dell’opera: l’invidia degli sconfitti e la logica della mangiatoia.

Lasciando perdere la proposta della villa Garibaldi, tutti concordavano sulla necessità di una ampia superficie di sfondo. Tendenzialmente il monumento si orientava verso il centro di piazza della Vittoria, progressivamente annientando i palmizi che circondavano la piazza. I lavori procedevano con moto uniformemente ritardato. Nel 1926 il Podestà Spartera sembrava voler usare il pugno duro, magari a colpi di francobolli e lotterie. In previsione della inaugurazione veniva soppresso il chiosco orinatoio di Piazza XX Settembre. Ma l’erigendo monumento ai Caduti attendeva sempre di essere inaugurato.

Il podestà “protempore”, Giovanni Spartera, diventava anche oggetto di lazzi e pasquinate di piazza. Nel 1928 si decideva a convocare l’egregio scultore Guastalla di Roma (anch’egli onesto massone) con l’incarico di esaminare lo stato dei lavori. Ma un anno dopo il Guastalla rinunciava all’incarico per comprensibili incompatibilità fra l’autore e il controllore, ma anche per lo stato confusionale delle procedure. Nel 1934 veniva addirittura chiamato in giudizio per una poco edificante ricompensa richiesta per tre anni di lavoro. Alla fine veniva pagato irregolarmente e a rate.

Como aveva lasciato Taranto nel 1928 con un assegno mensile ad personam per tutta la durata dei lavori, ma dopo due anni il suo compito non era stato ancora ultimato. Nel giugno 1930 veniva troncato qualsiasi invio di denaro al Como, compromettendo così il modello di argilla dell’Aquilifero, che prima si essiccava e poi finiva in frantumi. Con i fondi del tutto esauriti, Como avrebbe dovuto concludere i lavori pagando di tasca propria: una soluzione del tutto improponibile. Il povero Como si ritrovava in condizioni miserrime, tanto da invocare l’interessamento del Sovrano. Durante le celebrazioni del 4 novembre non era stato neanche invitato e intanto si allargava sempre più il solco fra l’Artista e il Regime. Si arrivava comunque all’inaugurazione del 1930, con il monumento incompleto.

Nel marzo 1950 si riapriva la discussione sul completamento dell’opera monumentale, con interessamento dell’Associazioni Industriali e (strano a dirsi) dei segretari della Camera del Lavoro della C.G.I.L. Il Monumento fatturato a rate trovava alla fine il suo completamento con il gruppo detto “L’Aquilifero”, con il fiero sostegno della amministrazione comunista. L’occhio esperto poteva leggere nell’opera i simboli massonici del triangolo, delle due colonne, del sancta sanctorum del tempio, con la Dike che che raffigurava il fatidico numero tre. Il 18 ottobre 1953 si concludeva la trentennale vicenda: era trascorsa anche la seconda guerra mondiale e un monumento poteva ormai bastare per i due grandi conflitti. Quella volta, alla celebrazione, Francesco Como era presente. Non crediamo che l’opera di Como sarà apprezzata nei secoli a venire, come vaticinava il caro Giacinto Peluso. Crediamo che il vento fa il suo giro e che la storia cammina sempre per sentieri interrotti.

Al momento della inaugurazione, l’opera era certamente un anacronismo. In quegli anni nessuno studente si sarebbe prestato al “cambio della guardia”, secondo i desiderata dell’ex preside del Liceo: I Beatles erano in arrivo. Gli omoni nudi con l’elmetto facevano impressione. E invece, negli anni Settanta, nella festa giovanile della contestazione, per i giovani tarantini e non solo, quel monumento si trovava a rappresentare l’ombelico del mondo. Quel bronzo era letteralmente avvolto da una folla di ragazzi vocianti e musicanti. I figli dei fiori rendevano quel tetro cenotafio un rendez-vous giovane, cordiale, capellone, greco, nemico della guerra: uno spazio liberato di felice coabitazione fra i presenti e gli scomparsi. Ma gli spiriti cupi non trovavano pace: invece di far sgomberare le macchine parcheggiate in piazza della Vittoria, invece di desertificare la lunare Piazza Garibaldi, si preoccupavano di far sgomberare malamente i ragazzi: “un centro di bivacchi, incontri amorosi con le varie conseguenze”, inveiva il signor Vinci (?!). Tale signor Cerino si batteva per una robusta cancellata, condannando il Monumento ad esibilre la sua glaciale bruttezza, privandolo di quel contatto umano capace di dare un cuore e un colore anche alle pietre. Rimane il dolce ricordo di un happening libertario: lo spazio della antica Agorà.

Documentazioni in: Giacinto Peluso, Una città un monumento, 1984.

sabato 16 maggio 2015

Piazza Giordano Bruno e la storia d'Italia

Piazza Giordano Bruno nel 1900

Giovanni Artieri, "Roghi e duelli"

di ROBERTO NISTRI

Articolo tratto da "QUOTIDIANO", del 5 aprile 1994)

Si presenta come un intenso pellegrinaggio nel passato delle idee, nella storia di una romantica "Italietta" di cento anni, fa, il dodicesimo volume di Giovanni Artieri: Roghi e duelli. Eretici, martiri, provocatori (Mondadori). Viene offerta un'esposizione documentaria e quasi giornalistica, più che un'analisi storica, di semi-dimenticati eventi e personaggi dell'età crispina, perché spesso - dice Artieri - il lettore ha maggior diletto nel toccare con la mente le prove, gli scritti, le testimonianze. La storia si conclude con il colpo di sciabola nella gola del deputato Felice Cavalletti, "il bardo della democrazia". Le prime pagine del libro ci fanno invece girovagare per Campo dei Fiori dove oggi riposa, nella solitudine propria dei monumenti dimenticati, la statua di Giordano Bruno eretta nel 1889: fatidica epitome del libero pensiero, gli occhi polemicamente rivolti verso quel Vaticano che lo spirito postrisorgimentale vedeva come avversario della patria una e laica. Il 1888 era stato un anno segnato da duri scontri fra clericali e anticlericali.

Dopo vani negoziati con la Santa Sede, il Crispi aveva dato sfogo alla delusione scatenando una campagna che doveva culminare nella solenne manifestazione romana per l'inaugurazione di un monumento al grande eretico, nel luogo stesso ove Giordano Bruno aveva trovato la morte sul rogo. La statua venne commissionata allo scultore Ettore Ferrari, gran maestro della massoneria, che aveva disseminato in tutta Italia un numero incalcolabile di Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele a cavallo e via dicendo. Il 9 giugno l'orazione inaugurale venne tenuta dall’indiscusso specialista in laiche predicazioni, Giovanni Bovio che aveva dettato la bella epigrafe: A BRUNO / IL SECOLO DA LUI DIVINATO / QUI/DOVE IL ROGO ARSE.
A leggere queste prime pagine del libro sulla statua di Bruno e l'epigrafe
di Bovio, non poteva non ritornarci alla memoria un episodio di storia jonica, che certamente avrebbe incuriosito Giovanni Artieri.
Già un anno prima la città di Taranto si era mobilitata per sostenere la celebrazione dei filosofo "d'ogni legge nemico e dogni fede", inviando al Presidente del Consiglio l'ordine del giorno dettato dall'avvocato Pietro Pupino-Carbonelli: "Taranto, commemorando oggi il martire del libero pensiero, Giordano Bruno, fa voti che nel luogo dove la ferocia della Curia romana arse vivo l'eroe in nome di Dio, sorga tosto il monumento che voto di popolo gli ha decretato, qual rivendicazione dovuta alla memoria del sommo filosofo, come protesta solenne della coscienza nazionale". Questo ordine del giorno era stato adottato all'unanimità dai partecipanti alla manifestazione del 19 febbraio 1988, quando venne intestata al filosofo nolano la piazza centrale del Borgo.
Così la cronaca del periodico Taras: "Il Comitato, composto dalla rappresentanza municipale, con a capo il nostro Sindaco, Cavalier Vincenzo Sebastio di tutte le scuole del Ginnasio Archita, delle Tecniche e delle elementari, e parecchie associazioni, si mosse al suono dell'inno dal palazzo di città per recarsi allo scoprimento della lapide commemorativa ... Mentre altri sindaci canonizzano insieme al clericalume i loro santi, il Sindaco di Taranto, insieme alla rappresentanza comunale, battezza la gran piazza del Borgo col nome più grande, più puro, Giordano Bruno". A questo punto l'egregio sindaco scoprì la lapide con l'epigrafe dettata da Giovanni Bovio (non meno bella di quella per Campo dei Fiori), su invito del Pupino Carbonelli: CHI MUORE PER IL LIBERO PENSIERO / ONORA LA PATRIA / APPARTIENE AL MONDO / BRUNO.
Dopodiché il corteo si recò nell'atrio del ginnasio Archita, dove il pubblico fu sfiancato dall'esimio professor Pellizzari, la cui conferenza durò "più ore" (come annota La Sentinella e "tutto estesamente trattò, cosa che annoiò un tantino" (come riferisce il cronista di Taras). E così la città ebbe la sua Piazza Giordano Bruno, che continuò per un pezzo a essere luogo di conllitti fra fazioni, come l'anno successivo, i1 9 giugno, quando i cattolici fecero affiggere, sulla chiesa di San Domenico una epigrafe "riconsacratoria" della città.
I cittadini presero familiarità con il combattivo nome della piazza, ma nel contempo, a partire dal "patto Gentiloni”, presero a smorzarsi i bui lenti spiriti laici della classe dirigente tarantina: per frate Giordano tornavano i tempi brutti. Il Fascismo non poteva certo tollerare a lungo questa bandiera dci "libero pensiero" infissa al centro della città: alla prima occasione la lapide scomparve e piazza Giordano Bruno fu "normalizzata" e ribattezzata piazza Italo Balbo.

Alla caduta del fascismo scompariva il nome del barbuto gerarca. Per  coerenza e senso storico sarebbe stato opportuno ripristinare la vecchia intestazione della piazza, sia perché tutti i tarantini continuavano a chiamarla "Giordano Bruno" sia perché questo nome ben avrebbe rappresentato la volontà di rinascita contro il dispotismo. E invece, sotto l'egida del commissario prcfettizio cav. uff. avv. Agilulfo Cararnia, vecchio liberale e massone, si passò da P. Giustizia e Libertà a P. della Conciliazione, per approdare, infine, a P. Maria Immacolata (come si vede, la storia d'Italia in una pialla). L’avv. Temistocle Scalinci della commissione per la toponomastica, tentò nel 1946 di convincere il sindaco comunista Voccoli di ripristinare il vecchio toponimo e ci riprovò nel 1951 e nel 1957 con altre amministrazioni. Tutto inutile: forse anche le forze politiche della "nuova Italia" non avevano in grande simpatia il "libero pensiero".

Comunque, per strade tortuose, il filosofo perseguitato ha continualo a resistere. La vecchia lapide venne ritrovata da Scalinci e fatta apporre a sud-est del Palazzo degli Uffici, ove l'epigrafe di Bovio continua ad ammonire i ragazzetti che si accalcano attorno ai telefoni. E resiste anche l'abitudine di qualche vecchio tarantino che ancora oggi, dopo tanti anni, continua a chiamare la piazza centrale del Borgo: Piazza Giordano Bruno.

martedì 21 aprile 2015

70esimo anniversario della Liberazione. Convegno a Taranto il 24_04_15

70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


UNIVERSITA' di TARANTO- VIA DUOMO (Borgo antico)

24 Aprile 2015 - ore 10.00


TARANTO: 25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2015

Saluto:
EZIO STEFANO Sindaco di Taranto
Introduce:
GIOVANNI BATTAFARANO Presidente ANPI-TARANTO
Interventi:
SALVATORE ROMEO Istituto Studi Storici "L'Economia"
PINO STEA Storico "La Politica"
ROBERTO NISTRI Storico "La Cultura"
Conclude:
ANTONIO URICCHIO Magnifico Rettore dell'Università

al termine della conferenza ci sarà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso sul "70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


ANPI TARANTO

Settantesimo della Liberazione:  25 aprile 1945 -  25 aprile 2015

Roberto Nistri - Cultura e territorio a Taranto

1. L’illusione della Fiera del Mare e la “bella morte” del Premio Taranto (1946-1953)

      La città si era misurata onorevolmente con il grande conflitto mondiale, giocando un ruolo di primo piano nella fase finale della guerra, conseguendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte delle forze alleate per l’eccellenza delle maestranze, in virtù anche di un apparato industriale conservato praticamente intatto: una eccezione fra le grandi città italiane. Inevitabili erano le preoccupazioni per l’azzeramento della flotta e una difficile riconversione da una economia di guerra a una di pace.  Doveva da subito affacciarsi la richiesta,  un po’ peregrina,  di un “risarcimento” per l’impegno patriottico sostenuto dalla cittadinanza.
      Si apriva una nuova stagione,  non di entusiasmo ma certo di passione. Ricorrendo a  un titolo di Dickens , Il racconto delle due città, abbastanza appropriato per la Taranto bimare, si potrebbe dire: “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Il 14 agosto 1946 veniva inaugurata, alla presenza del capo dello Stato Enrico De Nicola, la Fiera del Mare: una messa in valore di attrezzature e capacità produttive concernenti la cultura del mare e la capacità di creare un mercato marinaro, unico in Italia e in Europa. Un brand eccellente. Purtroppo l’iniziativa doveva svilupparsi fiorente in quel di Genova, mentre a Taranto nel ’51 la Fiera chiudeva i battenti: gli stands, diventati luoghi di convegno per coppiette, venivano demoliti con le ruspe. Il fallimento di una imprenditoria sui generis, incapace di schiodarsi dalla monocultura statale.
      Una sorte più gloriosa ma più sofferta  doveva toccare al Premio Taranto: il Premio del Mare, per la narrativa e le arti figurative. L’ iniziativa  nasceva con l’esclusivo sostegno di privati cittadini, per lo più ex studenti del liceo “Archita”, con  una giuria di alto rispetto presieduta da Giuseppe Ungaretti. Partecipavano protagonisti di primo piano della cultura italiana, come  Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Gianna Manzini, Enrico Falqui, Marco Valsecchi, Pier Paolo Pasolini… La produzione pittorica - Meloni, Casorati, Birolli, Pirandello, Turcato, Apollonio -   all’insegna dell’arte d’avanguardia,  scandalizzava il basso provincialismo meridionale, ma dalla stampa nazionale veniva  paragonata alla Biennale di Venezia. Un “critico” barese vaneggiava di una donna incinta svenuta al cospetto dell’arte astratta, ma l’operazione, con gran concorso di pubblico, doveva fare scalpore.   La manifestazione veniva ripresa in diretta da “La Settimana Incom”, il cine giornale dell’epoca e  la mostra veniva ospitata a Roma e a Milano.   “La Fiera  letteraria”  avrebbe dedicato all’evento un corposo numero speciale.
      Onore e gloria per Antonio Rizzo e il Circolo di cultura? Quando mai! L’Amministrazione Provinciale, in prima linea l’assessore Monfredi, sollecitava una rapida sepoltura del Premio, con strascichi  giudiziari.   Come si diceva,  “non ci furono mai giorni così belli, non ci furono mai giorni così brutti”.
       Nel 1953 il Premio Taranto chiudeva i battenti, con il  De Profundis di Ungaretti: “Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia”. Non ci sarebbe stata la quinta edizione: si preferiva salvarne la memoria, piuttosto che sottometterla alle indebite appropriazioni da parte di istituzioni e politici di basso conio. Rimane la memoria. “Favolosi quegli anni, avrebbe ricordato Rizzo”.

2. Glorie  di Terronia

       Il Premio aveva dovuto combattere contro il “culturame”scelbiano e il “melmoso” italo-maccartismo denunciato da Francesco Flora,  con la riduzione di opere d’arte a sagre parrocchiali (Leonida Répaci). Si metteva di traverso anche l’ottuso stalinismo antiastrattista, sul quale  in seguito lo storico Paolo Spriano avrebbe calato un velo pietoso.  Ma le minacce più insidiose provenivano dal sottobosco dei pseudoartisti senza arte né parte, sempre in cerca di patroni e patronesse da mungere. Valga l’esempio della ingloriosa “Università dei Terroni”  che apriva sede a Taranto in via Gorizia n.16. Come si leggeva nello Statuto del 1946, l’Ente veniva istituito per propugnare “la giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti”.  Un programma assai bizzarro: anticipando Andy Wharol, venivano promessi cinque minuti di gloria per ogni aspirante “Sacerdote dell’arte”.  L’impegno era quello di difendere “tutti i valori dello spirito di Terronia”, termine che acquisiva un significato di nobiltà, tanto da garantire titoli onorifici: Libero docente, Cavaliere dello Spirito,  addirittura Senatore, con tanto di timbro del regno di Terronia. Quasi la Cacania di Musil e la Freedonia dei fratelli Marx.  Poetastri spostati e maestri di non si sa che,  si allocavano nel sottobosco autocraticamente governato dal grafomane Franco Di Napoli, che riusciva a pietire qualche blando conforto dal direttore del museo archeologico e dal rettore dell’Università di Bari. Incredibilmente tale baraccone  veniva preso sul serio da non pochi notabili locali, della Camera di Commercio e dell’Associazione degli industriali, molti dei quali erano fieri avversari del Premio Taranto.  Solito spirito di cricca e  produzione accademica nulla.

3.  Jonica autarchia editoriale

      La civica biblioteca “Acclavio”continuava ad essere  frequentata da una ristretta cerchia di eruditi e cultori di storia patria, ma lo stesso direttore Vito Forleo doveva ammettere che a Taranto non si riusciva a pubblicare alcuna ricerca confrontabile con gli studi baresi, come la “ Rassegna pugliese”  o i  tre volumi di Terra di Bari.  “Colpa dell’incostanza e della tendenza al rinvio, il lavorare ignorandosi l’un l’altro, quel rimettersi al caso…” (citato da Silvano Trevisani, 2015). Dal punto di vista editoriale, per opuscoli e opuscoletti d’occasione,  bastava e avanzava il buon tipografo- editore Salvatore Mazzolino; non era il caso di spingersi oltre le mura cittadine. Forse è più interessante rilevare come, durante il fascismo, nella borghesia “illuminata” tarantina non si era registrato un solo abboccamento con Casa Laterza e il circolo antifascista  dei crociani. Negli anni della rinascita  veniva anche  sprecata  l’occasione offerta dall’editore Lacaita di Manduria, che intendeva coagulare un ampio fronte della cultura anticonformista , a partire dal primo Convegno Pugliese per la laicità dello Stato e della scuola Nazionale, tenutosi proprio a Taranto, nel 1948,  nel teatro Fusco. Nel ’49 Piero Lacaita, in stretto sodalizio con lo storico Gabriele Pepe e uomini come Basso,  Fiore e Canfora, avviava la sua attività editoriale. Nella città bimare  non scattava un  feeling con la nascente casa editrice,  ad appena 30 km. Da Taranto.   Magari i cataloghetti del Premio Taranto, confezionati al risparmio e rapidamente esauriti, avrebbero avuto una veste più adeguata e certi rapporti si sarebbero  irrobustiti.   Solo in tempi successivi a Lacaita saranno affidate operazioni all’altezza della editoria manduriana.

4. I cuori malinconici

      Alla città non mancavano le belle intelligenze, apprezzate ben oltre le mura cittadine: il poeta Michele Pierri, che avrebbe sposato la poetessa Alda Merini; il bibliotecario insigne Vito Forleo, storico ed erudito; lo scrittore Cesare Giulio Viola, che avrebbe scritto, dal suo libro Pricò,  la sceneggiatura de I bambini ci guardano (1943)  togliendo la maschera familista ad una dolcezza  soltanto apparente. Ancora con Vittorio De Sica conquistava   l’Oscar con la sceneggiatura del film Sciuscià (1946).  La poetica di Viola oscillava  fra realismo e naturalismo piccolo borghese, fra grigia banalità esistenziale e l’eccezionalità del tragico quotidiano. Era la scrittura dell’uomo scisso, l’intellettuale impossibilitato ad essere se stesso, il dandy  attediato.  Figura archetipa era quel “Diogene Saturnino”  nel quale Vito Forleo aveva rappresentato lo spleen di una lost generation, assolutamente impolitica ed estranea alle storie delle classi subalterne,  a cavallo fra fascismo e nuova democrazia.
      Per completezza si potrebbe impostare una topografia culturale,  che veda ai piani alti la grande storia industriale,  la vocazione ad uno sviluppo donato con correlata servitù volontaria; al piano di mezzo una area minoritaria di intellettuali provvisori, stranieri in patria e spesso sul piede di partenza. Unica eccezione quell’Antonio Rizzo che,  con alcuni  capitani coraggiosi,   sognava per Taranto un nuovo cielo e una nuova terra, sostenendo la necessità di una ricomposta identità cittadina che coniugasse il rispetto verso il passato con l’apertura critica verso il nuovo, mentre al piano di sotto si sedimentava quella che altrove abbiamo chiamato l’ideologia  “cataldiana”.
  Se gli intellettuali si avvolgevano nel loro mantello  di malinconia, il cataldiano “verace” (?!) aveva come compagna fedele la nostalgia: di quello che si era perso,  ma soprattutto di quello che non si è mai avuto. Viene in mente un film cult del 1996:  Trainspotting. Stare seduti e guardar passare i treni. Molto tarantino.

5. Madre nostalgia

      In realtà a Taranto non ha mai assunto rilievo una autentica intellighenzia industrialista, né da parte operaia, né da parte imprenditoriale: una figura fortemente esplicativa doveva affermarsi in seguito con lo stereotipo del “metalmezzadro”.  L’intellettuale dis/organico percepiva la propria inessenzialità. Lo spaesamento produceva la nostalgia dell’altrove, facendo scattare il dispositivo ideologico volto a trasformare la debolezza in virtù. Nel cuore della piazzaforte militare,  l’ininfluente uomo di cultura, professore o avvocato, s’inventava una missione: il paladino della tarentinità. Funzionava una mitologia di matrice municipal-popolare, pensata come argine identitario nei confronti della città mutante. Tale ideologia è stata l’oppio degli intellettuali tarantini, residenti o fuggiaschi, esteti o combattenti. Una idea-forza, impegnata a delineare una mappa sentimentale, una Taranto del cuore:  la vita come cerimonia rituale, osservata come un tempo ciclico,  al riparo dalla temporalità orizzontale del progresso e del consumo. La durezza della storia ha ormai ridotto l’identità cataldiana ad una dimensione residuale e ormai sarebbe vano   attardarsi nell’inseguire la sua ombra. Il  tarantologo del nuovo millennio rimedia qualcosa guidando in visita nel centro storico non i turisti,  ma i suoi concittadini.

6. La guerra del mattone


      Negli anni successivi,  la cittadinanza doveva ancora sbrogliare la matassa di tre piani regolatori: Tian, Bonavolta e Calzabini. Nella fase ancora precedente l’insediamento dell’acciaieria, l’unica iniziativa produttiva era rivolta all’edilizia  in un clima di  deregulation o assoluto far west. Per quanto riguardava il negletto Centro storico, il sindaco socialcomunista De Falco non nascondeva una certa nostalgia per lo sventramento mussoliniano. Non veniva fuori uno straccio di Piano Regolatore innovativo e a Taranto, sul fronte dell’urbanistica e dell’architettura (il linguaggio attraverso il quale il territorio racconta la propria storia)   la Civitas entrava in guerra contro se stessa,  con pervicace autolesioniamo.  Continui processi di mostrificazione, stigmatizzati  dallo storico dell’arte  Cesare Brandi e dal primo ambientalista Antonio Cederna.  Il boom irrazionale delle costruzioni, con la lottizzazione selvaggia e le licenze in deroga, già negli anni ’50 aveva imprigionato  il territorio, precludendo ogni via di scampo. L’amministrazione socialcomunista si impegnava a fondo (coinvolgendo anche la Camera del lavoro e la Cgil) in battaglie di estrema retroguardia,  come il marmoreo aquilifero della prima guerra mondiale.
       Si faceva strada  una vocazione per la grattacielomania che doveva eccitare soprattutto le nuove leve democristiane. Nel 1954 si paventava la demolizione dell’imponente Palazzo degli Uffici,  da sostituirsi con un grattacielo di 30 piani. Per fortuna la “ grande impresa nazionale” doveva scomparire insalutata ospite.  Purtroppo un altro sciagurato progetto,  avviato dai comunisti e portato a compimento dai loro successori,   doveva giungere a efferato compimento.  Trattasi dell’infame grattacielo del Lungomare che, malgrado il vincolo posto dalla Soprintendenza alle Antichità, avrebbe per primo violato  definitivamente il più maestoso affaccio al mare di tutta la Puglia, nascosto  e impedito da una proliferazione ininterrotta di brutture più o meno residenziali, seguendo fino a Capo S. Vito l’ennesimo muraglione,  protettivo del requisito “mare militare”.  Il notevole interesse archeologico dell’insediamento non turbava i sonni di proprietari e architetti.  La questione si risolveva nel  cantiere di notte, con dinamite e pistolettate,  perché gli imprenditori edili non potevano perdere tempo appresso alle Antichità. Il “Corriere del giorno”  commentava cinicamente: tutte le costruzioni di Taranto sono brutte e pertanto “dove ve ne sono 30, possono esservene 31”. Il disegno del Lungomare veniva pregiudicato  indefinitamente e il primo mastodonte, secondo le parole di Antonio Rizzo, poteva lanciare verso il cielo il proprio sinistro barrito di trionfo.

7. Paisielliana. Storia di un famoso monumento mai realizzato

      Il sindaco De Falco era un amministratore onesto, ma sicuramente inabilitato per le imprese culturali (da ricordare il pasticcio del Premio Taranto) e doveva impelagarsi in una gaffe siderale, di risonanza europea, a tutto discredito della cittadinanza. Sempre nel 1954 Comune e Provincia stanziavano le risorse per la troppo a lungo agognata erezione di un monumento a Paisiello. Come si dice, una erezione non si discute. Ma per una volta si scoprivano le carte: “si faccia un regolare bando di concorso , affidando ad Antonio Rizzo, l’unico competente sul campo, il compito di ordinare una giuria di tutto rispetto”.  Le aspettative non venivano tradite: membri della giuria erano Cesare Brandi, Raffaele Carrieri, Pericle Fazzini, Ignazio Gardella, Virgilio Guzzi, Marco Valsecchi, Bruno Zevi. Si trattava della prima seria rassegna di scultura moderna ordinata in Puglia e forse in tutto il Mezzogiorno. Partecipava il fior fiore del mondo artistico nazionale e veniva premiata la scultura astratta di Franchina: “un oggetto splendente” secondo Zevi, un “capolavoro” secondo Lionello Venturi. Una alleanza fra politica e cultura finalmente coronata da successo, a tutto beneficio della Città bimare? Troppo bello per essere  vero.
      Nella notte si scatenava il  genius loci, il maligno demone che mandava tutto a carte quarantotto. L’opposizione democristiana si accaniva contro una scultura troppo moderna, incomprensibile per la gente normale. Ci si metteva anche il responsabile del settore culturale del Pci, che telefonava a De Falco per rimproverarlo di voler regalare a Taranto un esempio di quell’arte astratta fortemente avversata a Botteghe Oscure. Sembrava la rimonta dell’Accademia dei Terroni e dei vecchi “sacerdoti dell’arte”, che ancora non avevano metabolizzato il glorioso “Premio Taranto”. Critico di punta dell’arte degenerata era, nientedimeno il missino Telesio Interlandi, razzista di professione e traduttore dei testi hitleriani. Per farla breve , il Sindaco annullava il concorso da lui stesso promosso e bandito,  con strascichi giudiziari e scandalo in Europa, grazie alle cronache de “Les nouvelles littèraries”. Nel 1960 l’opera di Franchina veniva inaugurata a Genova.  A Taranto De Falco rimpiangeva un bel “Paisiello a cavallo”, mentre il democristiano Pignatelli riesumava un busto cimiteriale del vecchio scultore Canonica, commissionato dal podestà Giovinazzi nel 1940! Intanto Raffaele Carrieri  dichiarava di non volere mai  più rimettere piede a Taranto.
       Il Bazar del cattivo gusto trionfava e il pervicace Monfredi promuoveva l’ancora operante legge speciale sullo sventramento del 1934. In  Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi scriveva: “ è Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo potrebbe essere stupenda e invece è squallida”. Privati del Patrimonio, come recita il  bel titolo di Tomaso Montanari: il romanzo criminale di una bieca privatizzazione, spacciata per valorizzazione.

8. Taranto Capitale?

      Nel 1961 s’inaugurava il primo convegno di Studi sulla Magna Grecia e,  nella fase epica dell’insediamento italsiderino, Taranto poteva far valere un non effimero ruolo di Capitale europea. Artisti di gran valore operavano a ridosso della grande fabbrica e vi furono spettacolari happening ecologisti che diffusero anche nel circondario le arti visive come privilegiato strumento critico della riduzione dello spazio urbano a città-azienda. Si aveva comunque la percezione di una estrema fragilità del tessuto sociale. La città grande industriale era ai primi posti nella umiliante graduatoria della mortalità infantile. Lasciava da pensare una impennata della mortalità proprio nei primi cinque anni della “civilizzazione” siderurgica (cfr. F. De Benedetto in “Dialogo”, 27 novembre 1965).
       Purtroppo le istituzioni civili che stavano rilasciando licenze in bianco, in seguito licenze in precario,  all’arciabusivo stabilimento siderurgico, in quel fatidico luglio del ’60, erano impegnate in una tipica discussione tarantina: annientare o meno la fontanella di Piazza  Giordano Bruno con annessi palmizi.  Tarde non furono grazie divine,  ma intanto le ruspe sterminavano un popolo di ulivi. Secondo Antonio Cederna Taranto si presentava come la smentita di ogni decenza urbanistica. Avrebbe scritto nel 1972: “Un ventaglio casuale e approssimativo di strade a raggiera, veri canyons e crepacci, tra case di 9, 12, 22 piani, che si intersecano a casaccio e finiscono in vicoli ciechi, senza un filo d’erba, senza una piazza, un’area pedonale… Caos, congestione, sovraffollamento: è una città che si è autostrangolata, che ha annientato le occasioni offerte dalla topografia e dall’ambiente naturale, a solo vantaggio dei cultori della rendita fondiaria”. Su Corso ai due mari si era avverata la profezia di Rizzo. Non un solo mastodonte, ma una folla di colossi che  ormai  lanciavano i loro trionfanti barriti, squadrando dall’alto in basso un Castello Aragonese che pareva sempre più piccolo.

 9. Il teatro dell’assurdo: Ionesco e la rinocerontite

       Come è potuto accadere? Un testimone autorevole come Giovanni Acquaviva, il direttore del “Corriere del giorno”,   nel 1982 rievocava in una intervista gli anni del saccheggio: “ Si costruiva ovunque, comunque, qualunque cosa. Iniziava un’orgia edilizia senza precedenti, uno scempio che ancora grida vendetta , senza preoccuparsi degli oneri derivati al Comune in fatto di organizzazione dei servizi. Si calpestava il piano regolatore della città senza che nessuno fiatasse, anzi con il beneplacito dei partiti della maggioranza… Era proprio l’amministrazione comunale a favorire questo oltraggio, a incentivarlo. E nasceva la Taranto di oggi, con edifici di undici piani sul mare, da una parte e dall’altra. La città diveniva un solo, mostruoso cantiere edile e nessuno mosse un dito. In quel frangente che ruolo aveva il “Corriere”?  Che poteva fare? Niente di niente. Un giornale aveva il dovere di suonare l’allarme, ma non poteva farlo e non lo fece. Il “Corriere” era della DC, la giunta DC era appoggiata dai missini. Il sindaco DC Monfredi e tutti gli uomini che avevano portato Taranto all’oltraggio urbanistico venivano premiati dagli elettori… Il giornalista è una signora per tutte le stagioni, non l’ho inventato io questo mestiere né le sue regole (intervista di Adolfo Maffei a Giovanni Acquaviva in “Quotidiano”, 4 novembre 1982).
       Sempre rimosso il  minaccioso apologo  della rigogliosa isola di Pasqua, scoperta nel 1722 con migliaia di abitanti e rivisitata nel 1864 con appena 110  superstiti malconci: dissennato  exemplum di autodistruzione del proprio futuro,  per gigantismo e imprevidenza. Un collasso determinato dalla deforestazione che riduceva  progressivamente la dieta, da polli e molluschi, a topi e sterpaglia, fino all’antropofagia. Una demoniaca  dissipazione delle risorse ambientali, determinata da una folle guerra tra i clan,  per l’edificazione di pietrosi mammoni sempre più imponenti, simboli di potenza tecnologica da ostentare per la supremazia politica. Per questo si distruggevano alberi e fibre legnose, e quando i sopravvissuti cercavano di sfuggire all’inferno da essi stessi creato, si accorgevano che non erano più rimaste risorse per costruire una barca. Una parabola semplice e tragica: per soddisfare manie di potenza e di grandezza, si era perso il senso del domani. Contro la religione della crescita per la crescita, rimangono ad ammonirci  i pietrosi signori di una terra desolata.

10. Un simposio di sapienti

      Insediatosi trionfalmente il “Siderurgico”, un gruppetto di “resistenti” cercava di attrezzare culturalmente una serie di robuste casematte, in senso gramsciano, per evitare che il territorio potesse ridursi a mera residualità identitaria. Il Circolo di Rizzo, con il suo work in progress organizzava nel ’66 un ciclo di conferenze sulle più cogenti problematiche dell’epoca, con gli interventi di Bruno Zevi sull’architettura, Arrigo Benedetti per il giornalismo, Pietro Bianchi per il cinema, Carlo Bo per la poesia, Cesare Brandi per la televisione, Gillo Dorfles per le avanguardie artistiche, Umberto Eco per lo strutturalismo, Guglielmo Righini per l’astrofisica, Marco Valsecchi per la scultura, Eduardo Sanguineti per  per il Gruppo 63… Naturalmente si registrava l’insorgenza di un preside (l’eterno ritorno dei “sacerdoti dell’arte”) che dichiarava candidamente la sua incapacità nel venire a capo della letteratura sperimentale, tanto da dover leggere, per  rilassarsi, qualche pagina del Manzoni.  Il bravuomo non intendeva offendere nessuno e Sanguineti replicava che solo il Manzoni avrebbe potuto adontarsi, sentendosi   ridotto alla  stregua  di un ansiolitico. Quegli interventi suscitavano un salutare scalpore,  ma purtroppo la Provincia mancava nel curare la pubblicazione dei testi, dispersi come lacrime nella pioggia. Sempre nel ’66 Rizzo produceva un autentico capolavoro: la rivisitazione di tre sommi tarantini: Giorgio Vigolo per Paisiello (1966, non pubblicato),  Ettore Paratore per Niccolò D’Aquino (1967, pubblicato) e il premio Nobel Quasimodo per Leonida  (1967,) alfine pubblicato in pregevole edizione da Lacaita e poi Mondadori.
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11.  L’Università in fumo e la battaglia per il risanamento del Centro storico

       Il più acculturato sindaco di Taranto , Vincenzo Curci, sosteneva in maniera convinta tali interventi e un paio d’anni dopo lanciava l’idea  di una facoltà tarantina di urbanistica e sociologia, in linea con alcune riflessioni dell’epoca: l’esigenza di una produzione non-solo-acciaio, volta ad attrezzare il territorio nei confronti di una prevedibile invasività dello strapotere industriale.  L’organizzazione del territorio è il linguaggio attraverso il quale la città racconta la propria storia. Parole sante, si diceva. Ma i padroni del vapore, i cantori dell’edilizia selvaggia,  non volevano assolutamente trovarsi fra i piedi sociologi e urbanisti. Il progetto universitario finiva in cavalleria. Per fortuna, a ridosso del fatidico ’68 si poneva mano all’eccellente Piano Blandino, che purtroppo doveva nascere sotto l’ala di un uccello di malaugurio. Illecitamente veniva demolito il settecentesco Palazzo Bellando Randone. Bisognava ricominciare a battagliare, con Giorgio Bassani e Italia Nostra,  con il soccorso della migliore cultura del tempo, da Argan a Brandi,  per salvare la città vecchia  di Taranto. Nel  ’72 veniva presentata al pubblico la raccolta etnografica Majorano con testi pubblicati da Lacaita e poi Einaudi.
      Il patrimonio etnografico di Maiorano doveva essere seriamente valorizzato negli anni ’90, con una strategia di reconquista da parte di un gruppo di studiosi coordinati dall’avv. Petrone,  che hanno ricondotto alle origini tarantine le tradizioni popolari legate ai rituali della Taranta: un brand autentico,  purtroppo poco sostenuto a livello istituzionale. Quei capitani coraggiosi del “Circolo di cultura”  non hanno combattuto invano: con lunga pazienza sono state vinte belle battaglie, per la salvaguardia del fiume Galeso , contro la lottizzazione abusiva delle villette di Lama,  contro la centrale carboelettrica dell’Enel nel 1973, contro la carboelettrica dell’Enel nel 1980,  contro la centrale nucleare ad Avetrana, contro   l’ennesimo Palazzetto dello Sport o Teatro nella Villa Peripato… Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…
      Non sono mancati operatori culturali volenterosi: la Giuliana Ermacora della Regione Puglia,  il dirigente del Circolo Vaccarella Giuseppe Francobandiera,  l’illuminato assessore alla cultura Tommaso Anzoino…  Ma il demone della Taranto che si rinnovava  autodistruggendosi era sempre all’erta. Sandro Viola nel 1985 già lo diceva: la fabbrica si è mangiata la città. Quella che Ungaretti denominava non la Taranto vecchia ma la Taranto più giovane, doveva subire un urbicidio, riducendosi a 2000 abitanti scarsi. Era  ferito a morte un pezzo di quello che la Costituzione chiama il “paesaggio della nazione”.
      Taranto  rimane mobbizzata da 7 decreti pro Ilva e nel cuore dell’Europa industriale perdura una “strage di stato”,  rea confessa e a norma di legge. La crisi ha comunque indotto una fioritura di scrittori, tutti regolarmente “ in noir”,  senza confronto alcuno con il resto del mezzogiorno.

12 . La bella avvelenata

       Quando ci si trova con le pezze sul sedere, qualcuno tira fuori la risorsa cultura. S’invoca la stella cometa  e prontamente segue una buffa “annunciazione annunciazione!” (cui non segue mai la manutenzione).  In questa stanca corsa del criceto è immancabile lo storytelling dell ’homo politicus con il suo specchietto per le allodole . Il ministro Franceschini e il senatore Grasso si sono affacciati su una  antiquissima urbs dissestata e avvelenata, discettando su una “Taranto Spartana” che “valga come esempio per tutti, un brand mondiale che possa favorire la svolta” (“Quotidiano”, 25 novembre 2014) . Le solite patacche dell’Accademia dei Terroni e dei Sacerdoti dell’Arte: grande ammuina per  spacciatori di finto antico , fabbricatori di  colonne in cartongesso e Zeus di vetroresina,  da propinare  a chissà quali turisti. La verità è che solo i tarantini sono capacissimi di schivare l’esca e abboccare all’amo. In  Totò truffa’62 , spacciandosi per il padrone della Fontana di Trevi, il bidonista riusciva a estorcere quattrini all’allocco di turno. Oggi quello sketch  è  opinione mainstream. C’è poco da ridere, fra imbonitori e brandizzatori…
       Nel 1978 Mario Pedini, ministro piduista per i Beni culturali lanciava la sciagurata metafora del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”: un ritornello ossessivo.  Non considerando alcuni sgradevoli effetti collaterali del regime petrolifero, il ministro Franceschini ha subito dichiarato: “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo (“Il Sole 24 Ore”, 23 febbraio 2014). Il petrolio richiama un altro termine magico: sfruttamento. Secondo il vocabolario,  sfruttare  vuol dire privare un terreno degli elementi  nutritivi, depredare una regione delle sue risorse, ma anche vivere alle spalle di qualcuno, usare o abusare di qualcuno o qualcosa .  La ministra Giovanna Melandri ripeteva che “ l’Italia sta seduta sopra la propria fortuna”: una eccitante  metafora coniata da Nell Kinball, la più celebre tenutaria di bordello degli Stati uniti.
      Tutto questo non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, secondo l’art.9 della Costituzione e una sentenza del 1986 della Corte costituzionale,  indicante la primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici.
       A Taranto i “petrolieri” hanno grattato il fondo del barile già dall’Ottocento. Malgrado i molteplici assalti dei briganti, i beni archeologici sembrano messi in sicurezza nel Museo, anche se concupiti da  pifferai “valorizzatori”, vogliosi di privatizzazioni occulte. Intanto,  fra annunci e decreti, si paventa a Taranto la chiusura  dei corsi di Beni Culturali. Come al solito, Smoke Gets in Your Eyes,  fumo e nulla più.  Non  sono molte le attrazioni monumentali che si offrono ai turisti: rimane un solo “monumento integrale dell’umile Italia da salvare”. Una Città vecchia. Una città del cuore.  La città dei due mari con il suo castello, l’unico autentico brand immortale. Occorre lunga pazienza con le solite facce di sempre.
       Speriamo che Franceschini e Grasso, squillanti annunciatori di una fantasmatica Taranto Spartana,  seppelliscano l’ascia di guerra della ennesima pseudo valorizzazione fasulla. Terrorista è chi devasta.  Resistente è chi misura il progresso non in metri cubi di cemento, appalti e fatturati, ma in qualità della vita, nella devastante crisi del welfare urbano. Seguendo le indicazioni di Salvatore Settis, di  Tomaso Montanari e del collettivo Wu Ming, occorre approntare un argine in difesa della immateriale “piccola bellezza”, un  bene comune e inalienabile.  La battaglia è dura, ma è solo per il difficile che vale la pena di combattere, diceva il vecchio Antonio Rizzo.