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lunedì 1 maggio 2017

Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)


Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2017. Tutti i diritti sono riservati.

L'antropologo Ernesto De Martino diceva che gli uomini hanno fame di simboli e di storie.
Per inciso, proprio in questo periodo, il bravo giornalista Alessandro Leogrande, ex studente del Liceo Archita, sta curando un programma radiofonico sulla terza rete, illustrando le vite di alcuni uomini speciali: quelli che per primi si sono fatti avanti, spendendosi per una generosa utopia.
Ci sono storie di vite speciali: personaggi che, pagando in prima persona , hanno combattuto la sopraffazione e la tirannide, cercando di migliorare l'umana condizione, resistendo, senza mai arretrare di fronte al pericolo, senza mai dimettersi dal mestiere di uomo.
 Oggi raccontiamo la bella storia di Odoardo Voccoli, fiero oppositore di fronte alla prima e alla seconda Guerra mondiale. E questo in una città come Taranto, che prosperava in tempo di guerra e si immiseriva in tempo di pace. Nello scenario della grande storia, Odoardo era uno di quelli che non mollavano mai, militando dalla parte giusta, mentre la dittatura nazifascista incendiava il mondo. Ricordiamo questo personaggio che ha vissuto controcorrente, pagando in prima persona, assieme ai suoi familiari con la meravigliosa caparbietà dei sognatori.


 Nato a Castellaneta nel 1877, Odoardo era figlio di un impiegato delle Ferrovie, di cultura liberale e mangiapreti , come si diceva nell'epoca risorgimentale. Non mancava un antenato prete , ma iscritto alla Carboneria. Odoardo aveva vissuto una giovinezza felice, correndo a cavallo nel paesaggio omerico di Castellaneta, esplorando terre boscose e grotte profonde, in compagnia di un giovinotto dal nome molto impegnativo, anche lui studente a Taranto: si chiamava Rodolfo Alfonso Raffaele Pierre Filibert Guglielmi che , emigrando a New York, avrebbe continuato a galoppare nella leggenda, con il nome immortale di Rodolfo Valentino.
 Invece la famiglia di Odoardo si trasferiva al Borgo in via Anfiteatro.
 Il padre prendeva a lavorare come contabile in una Farmacia, permettendo così al figliolo di progredire negli Studi Classici presso il Liceo-Ginnasio Archita, con buon profitto fino al conseguimento del diploma.
 Per il ragazzo Odoardo, decisamente formativi furono quegli anni, nell'istituto dove si sarebbero addestrate intelligenze vigorose, come lo storico Vito Forleo e l'astrofisico Luigi Ferrajolo. L'idolo di Odoardo rimaneva sempre il liber'uomo Ugo Foscolo: Questo ch'io serbo in sen sacro pugnale, io alzo e grido a l'universo intero...Un Ortis letto essenzialmente in chiave libertaria e anticonformista. Ma, a cambiare per sempre la vita del giovane Voccoli, doveva essere un insegnante di filosofia e cultore di antropologia: Emilio Lovarini: un agguerrito socialista, romagnolo di Cesena, che faceva circolare i testi fondamentali del Socialismo, intrattenendosi spesso con gli allievi, sul "Materialismo storico".
 Stava per aprirsi il secolo nuovo, il Novecento. Odoardo iniziava a lavorare come scritturale presso il Tribunale di Taranto e a 19 anni si iscriveva alla Sezione locale del Partito Socialista.
 Nel 1898 in tutta Italia, e anche a Taranto, scoppiavano i moti per il caroviveri, repressi odiosamente da Re Umberto, con cannoneggiamento contro gli affamati.
 Nel 1902, Voccoli assisteva al primo grande sciopero dell'Arsenale di Taranto: uno scontro durissimo fra operai e militari con la baionetta in canna. Il territorio veniva completamente militarizzato, con il sopraggiungere, addirittura, di due Corazzate: "Varese" e "Garibaldi".

Nel 1910, un altro episodio traumatico: i molluschicultori, danneggiati per l'inquinamento delle acque, organizzavano una piccola protesta . Presso la Caserma Rossarol, attuale sede della Università, una improvvisa salva di fucileria, doveva concludersi con un eccidio: tre morti e numerosi feriti. Odoardo ormai, anche fuori di Taranto, era già un dirigente riconosciuto della Camera del lavoro e organizzatore dei portuali. Una figura ormai di primo piano nel movimento, che tuttavia non reputava disdicevole una capatina al Cafè-chantant.
 In un rapporto prefettizio del 1905 si legge: "Non v'ha sciopero o movimento operaio nel quale non sia uno dei promotori". Uno spirito allegro, ma anche un fiero combattente contro la Camorra, nel "fronte del porto" di Taranto, ma anche di Brindisi. Per la conquista di un onesto lavoro,
si doveva anche battagliare a colpi di pistola e di uncini. Organizzando i portuali anche a Savona, Genova e Brindisi, Voccoli aveva conquistato ormai un certo prestigio, ma anche un tenore di vita che gli permetteva di vivere decorosamente in una palazzina di sua proprietà, con la fedele compagna Maria Assunta D'Auria, con i figli Libero Ribelle, Clara Vera Fede, Libertà, Idea Proletaria Vindice e infine, Wservodol Lebedintseff, detto Todol.
Ma, con la fine della guerra e la mancanza di commesse statali, l'ondata di disoccupazione era travolgente. Odoardo doveva affrontare i terribili moti per il caroviveri: la grande prova del fuoco. La la cittadinanza, in assenza di forniture militari, era ridotta alla fame: saccheggi nei mercati, otto cittadini uccisi dalle forze dell'ordine! Un lavoratore morto ammazzato veniva traslato in corteo lungo il ponte girevole. Erano le fiamme del " Biennio Rosso": pronto purtroppo a colorarsi di Nero: il cosiddetto diciannovismo! A Taranto si registrava la latitanza di ogni civica istituzione.
Con la Camera del Lavoro, Voccoli e i socialisti, senz'altro non colpevoli dello sfascio istituzionale, dovevano farsi carico di una situazione degenerata. I commercianti , in testa i "Grandi Magazzini D'Ammacco", portavano nelle mani di Odoardo le chiavi dei loro magazzini, sperando di salvare la "roba". Divampato lo sciopero generale, i cittadini ormai facevano affidamento solo nella Camera del lavoro. Ma in tutta la città, come nel resto del paese, doveva venire anche allo scoperto la grande paura dei padroni e padroncini, che ne volevano vendetta, del Governo e dei politicanti dell'epoca. I facinorosi non mancavano, lo Stato non sembrava in grado di proteggere la proprietà e garantire la sicurezza. I signorotti si decidevano ad allargare i cordoni della borsa, prezzolando squadracce e mazzieri.
Il Regio governo, perpetuamente allo sbando, non era minimamente in grado di prospettare ampie misure riformatrici. Era l'ora siderale dei peggiori farabutti : gli imprenditori della paura.
La regola aurea: seminare il terrore , per candidarsi poi come salvatori della Patria.
 Accendere l'incendio e poi travestirsi da pompieri!
Pronto a tutto e capace di niente, Il Re Vittorio, detto Sciaboletta, apriva le porte agli squadristi di Mussolini, scendendo uno ad uno tutti i gradini della indegnità, sino a firmare le vergognose leggi razziali.
Dopo la Marcia su Roma, i fascistissimi fratelli Giusti assalivano La Camera del Lavoro e colpivano con bombe a mano la palazzina di casa Voccoli, in via Cugini... Un primo operaio assassinato doveva essere Raffaele Favia, dei Cantieri Tosi. Il fascista Casavecchia lanciava una bomba verso un gruppo di comunisti e intanto veniva arrestato il Comunista Millardi.
Già nella semiclandestinità Odoardo era delegato a Livorno, nel 1921, partecipando alla fondazione del Partito Comunista d'Italia. Nel 1926 partecipava al Congresso Internazionale a Lione e il 20 giugno veniva arrestato, e così la sua compagna. "Quanto più l'avversario mostra di voler usare la mano pesante, l'ingiustizia fa più grande un'anima libera e fiera".

 Per Voccoli il socialismo non è stata la ballata di una sola estate, la bandiera degli anni verdi.
 La ribellione era ormai un imperativo categorico che legava indissolubilmente la battaglia per il lavoro alla rivendicazione dei diritti civili, secondo la lezione liberal-democratica ricevuta dal genitore. Era anche necessario difendere la città proletaria, mantenendo quel piccolo embrione di organizzazione di classe con le cui sorti Odoardo aveva identificato la sua scelta di vita: " la città "più Rossa" del Mezzogiorno...

 Scattavano le leggi speciali e Odoardo veniva condannato a 12 anni e mezzo di carcere duro, tre anni al figlio Todol per la minore età. Il carcerato confortava la compagna Assunta : "Mia adorata e sventurata Assunta, dodici anni sono un po' troppi, vero? Di una cosa puoi essere sicura, della serenità con la quale ho ascoltato la sentenza. Il primo e migliore giudice è la mia coscienza. I deboli si accasciano. Chi viene colpito per la sua fede non deve impallidire dinanzi alle conseguenze che gli derivano dall'aver troppo amata la sua idea...Spero di essere additato come uomo di carattere, che non piegò mai dinanzi a qualunque avversità...
Anno dopo anno, giorno dopo giorno, ai carcerati veniva sempre offerta quella domanda di Grazia, quel "Pentimento", che poteva rimettere in sesto tante famiglie sofferenti, considerando che non vi era lavoro per i familiari che non avevano la tessera del Partito.
 Ovviamente Voccoli, come altri compagni, rifiutava sdegnosamente qualunque Grazia, guardando con disprezzo il "pentito" che poteva ritornare in famiglia.
Intanto scriveva e organizzava una piccola scuola nel carcere. Quelli come noi, diceva: non mollano mai.Nel '29 veniva arrestato il figlio Libero Ribelle. Non mollare! Fino all'ultimo giorno, in carcere scriveva i suoi quadernetti, che riusciva a far circolare all'esterno fra i compagni.
Con qualche accorgimento si potevano trasmettere alcune informazioni: Trascriveva per esempio
 Il Principe di Machiavelli, usando in sostituzione la parola "Partito"
La famiglia era ridotta alla fame, ma non veniva meno la solidarietà dei compagni ancora in libertà, come il nobile Carducci, che non faceva mancare il suo sostegno.
 Per le famiglie dei carcerati, già si attivava il "Soccorso Rosso", con collette fra i compagni.
 Nel 1932, in occasione del Decennale, veniva concessa una amnistia: si celebrava in carcere il matrimonio civile, testimone il nobile Carducci Artenisio Ernesto: buon sostenitore della Causa.
Nel 1934, a seguito della delazione di uno spione dell'OVRA, si tornava in carcere: 4 anni di reclusione per Voccoli e e per i Fratelli Mellone morti in galera.

Una militante di grande rilievo, dirigente del "Soccorso rosso" , si prodigava per alleviare economicamente l'indigenza della perseguitata famiglia Voccoli. Anch' essa attivista nel primo nucleo storico socialcomunista, era stata condannata pure lei a lunghi anni di carcere, ma rimaneva fiera combattente partigiana fino alla caduta del fascismo. Il suo nome era una bandiera: Antizarina Cavallo. Si trattava di una militante del primo nucleo torinese. Voccoli avrebbe conservato in Archivio il suo ultimo saluto: "Ciao a tutti, compagni miei, continuate a lottare anche per me".

Una sola ferita non si rimarginò mai nel cuore di Odoardo: la perdita del figlio più sfortunato, quel Wservodol , detto todol, il figlio tubercolotico morto di stenti nella solitudine del carcere. Commuovente il suo ultimo saluto al padre: " Muoio sicuro di non aver menomato il nome che con fierezza ed orgoglio ho portato. Tuo Todol". I compagni in libertà riuscivano ad organizzare un funerale clandestino, notturno, fischiettando l'internazionale con uno striscione sul feretro:
 "I compagni di Taranto". Nell'amnistia del Decennale, Odoardo veniva scarcerato, ma il Tribunale Speciale lo condannava per altri quattro anni di reclusione per cospirazione.
Nel '34, a seguito a seguito della delazione di una spia dell'OVRA, sempre di più erano i compagni carcerati. In effetti si stava stava riorganizzando il fronte Antifascista. Nel marzo del '34, Odoardo era di nuovo carcerato. Anno dopo anno, un giorno dopo l'altro veniva offerta al prigioniero Voccoli la domanda di grazia, che gli avrebbe spalancato subitamente le porte della libertà.
 Ma lui non sarebbe mai uscito a capo chino. Il figlio Libero Ribelle, posto in cella d'isolamento veniva condannato al confino, serbando"cattiva condotta politica".
Dopo la caduta del fascismo, Odoardo sarà il primo sindaco repubblicano del dopoguerra, unanimamente stimato dai suoi concittadini. Quelli come noi non mollano mai, diceva...


La riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti per il nostro futuro.
(Umberto Eco) Per Approfondire: Roberto Nistri e Francesco Voccoli, Sovversivi di Taranto,
Sedi Edizioni, Taranto 1987.
Roberto Nistri. 16 febbraio 2017. Relazione ANPI. Liceo Archita Taranto.

martedì 21 aprile 2015

70esimo anniversario della Liberazione. Convegno a Taranto il 24_04_15

70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


UNIVERSITA' di TARANTO- VIA DUOMO (Borgo antico)

24 Aprile 2015 - ore 10.00


TARANTO: 25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2015

Saluto:
EZIO STEFANO Sindaco di Taranto
Introduce:
GIOVANNI BATTAFARANO Presidente ANPI-TARANTO
Interventi:
SALVATORE ROMEO Istituto Studi Storici "L'Economia"
PINO STEA Storico "La Politica"
ROBERTO NISTRI Storico "La Cultura"
Conclude:
ANTONIO URICCHIO Magnifico Rettore dell'Università

al termine della conferenza ci sarà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso sul "70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


ANPI TARANTO

Settantesimo della Liberazione:  25 aprile 1945 -  25 aprile 2015

Roberto Nistri - Cultura e territorio a Taranto

1. L’illusione della Fiera del Mare e la “bella morte” del Premio Taranto (1946-1953)

      La città si era misurata onorevolmente con il grande conflitto mondiale, giocando un ruolo di primo piano nella fase finale della guerra, conseguendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte delle forze alleate per l’eccellenza delle maestranze, in virtù anche di un apparato industriale conservato praticamente intatto: una eccezione fra le grandi città italiane. Inevitabili erano le preoccupazioni per l’azzeramento della flotta e una difficile riconversione da una economia di guerra a una di pace.  Doveva da subito affacciarsi la richiesta,  un po’ peregrina,  di un “risarcimento” per l’impegno patriottico sostenuto dalla cittadinanza.
      Si apriva una nuova stagione,  non di entusiasmo ma certo di passione. Ricorrendo a  un titolo di Dickens , Il racconto delle due città, abbastanza appropriato per la Taranto bimare, si potrebbe dire: “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Il 14 agosto 1946 veniva inaugurata, alla presenza del capo dello Stato Enrico De Nicola, la Fiera del Mare: una messa in valore di attrezzature e capacità produttive concernenti la cultura del mare e la capacità di creare un mercato marinaro, unico in Italia e in Europa. Un brand eccellente. Purtroppo l’iniziativa doveva svilupparsi fiorente in quel di Genova, mentre a Taranto nel ’51 la Fiera chiudeva i battenti: gli stands, diventati luoghi di convegno per coppiette, venivano demoliti con le ruspe. Il fallimento di una imprenditoria sui generis, incapace di schiodarsi dalla monocultura statale.
      Una sorte più gloriosa ma più sofferta  doveva toccare al Premio Taranto: il Premio del Mare, per la narrativa e le arti figurative. L’ iniziativa  nasceva con l’esclusivo sostegno di privati cittadini, per lo più ex studenti del liceo “Archita”, con  una giuria di alto rispetto presieduta da Giuseppe Ungaretti. Partecipavano protagonisti di primo piano della cultura italiana, come  Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Gianna Manzini, Enrico Falqui, Marco Valsecchi, Pier Paolo Pasolini… La produzione pittorica - Meloni, Casorati, Birolli, Pirandello, Turcato, Apollonio -   all’insegna dell’arte d’avanguardia,  scandalizzava il basso provincialismo meridionale, ma dalla stampa nazionale veniva  paragonata alla Biennale di Venezia. Un “critico” barese vaneggiava di una donna incinta svenuta al cospetto dell’arte astratta, ma l’operazione, con gran concorso di pubblico, doveva fare scalpore.   La manifestazione veniva ripresa in diretta da “La Settimana Incom”, il cine giornale dell’epoca e  la mostra veniva ospitata a Roma e a Milano.   “La Fiera  letteraria”  avrebbe dedicato all’evento un corposo numero speciale.
      Onore e gloria per Antonio Rizzo e il Circolo di cultura? Quando mai! L’Amministrazione Provinciale, in prima linea l’assessore Monfredi, sollecitava una rapida sepoltura del Premio, con strascichi  giudiziari.   Come si diceva,  “non ci furono mai giorni così belli, non ci furono mai giorni così brutti”.
       Nel 1953 il Premio Taranto chiudeva i battenti, con il  De Profundis di Ungaretti: “Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia”. Non ci sarebbe stata la quinta edizione: si preferiva salvarne la memoria, piuttosto che sottometterla alle indebite appropriazioni da parte di istituzioni e politici di basso conio. Rimane la memoria. “Favolosi quegli anni, avrebbe ricordato Rizzo”.

2. Glorie  di Terronia

       Il Premio aveva dovuto combattere contro il “culturame”scelbiano e il “melmoso” italo-maccartismo denunciato da Francesco Flora,  con la riduzione di opere d’arte a sagre parrocchiali (Leonida Répaci). Si metteva di traverso anche l’ottuso stalinismo antiastrattista, sul quale  in seguito lo storico Paolo Spriano avrebbe calato un velo pietoso.  Ma le minacce più insidiose provenivano dal sottobosco dei pseudoartisti senza arte né parte, sempre in cerca di patroni e patronesse da mungere. Valga l’esempio della ingloriosa “Università dei Terroni”  che apriva sede a Taranto in via Gorizia n.16. Come si leggeva nello Statuto del 1946, l’Ente veniva istituito per propugnare “la giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti”.  Un programma assai bizzarro: anticipando Andy Wharol, venivano promessi cinque minuti di gloria per ogni aspirante “Sacerdote dell’arte”.  L’impegno era quello di difendere “tutti i valori dello spirito di Terronia”, termine che acquisiva un significato di nobiltà, tanto da garantire titoli onorifici: Libero docente, Cavaliere dello Spirito,  addirittura Senatore, con tanto di timbro del regno di Terronia. Quasi la Cacania di Musil e la Freedonia dei fratelli Marx.  Poetastri spostati e maestri di non si sa che,  si allocavano nel sottobosco autocraticamente governato dal grafomane Franco Di Napoli, che riusciva a pietire qualche blando conforto dal direttore del museo archeologico e dal rettore dell’Università di Bari. Incredibilmente tale baraccone  veniva preso sul serio da non pochi notabili locali, della Camera di Commercio e dell’Associazione degli industriali, molti dei quali erano fieri avversari del Premio Taranto.  Solito spirito di cricca e  produzione accademica nulla.

3.  Jonica autarchia editoriale

      La civica biblioteca “Acclavio”continuava ad essere  frequentata da una ristretta cerchia di eruditi e cultori di storia patria, ma lo stesso direttore Vito Forleo doveva ammettere che a Taranto non si riusciva a pubblicare alcuna ricerca confrontabile con gli studi baresi, come la “ Rassegna pugliese”  o i  tre volumi di Terra di Bari.  “Colpa dell’incostanza e della tendenza al rinvio, il lavorare ignorandosi l’un l’altro, quel rimettersi al caso…” (citato da Silvano Trevisani, 2015). Dal punto di vista editoriale, per opuscoli e opuscoletti d’occasione,  bastava e avanzava il buon tipografo- editore Salvatore Mazzolino; non era il caso di spingersi oltre le mura cittadine. Forse è più interessante rilevare come, durante il fascismo, nella borghesia “illuminata” tarantina non si era registrato un solo abboccamento con Casa Laterza e il circolo antifascista  dei crociani. Negli anni della rinascita  veniva anche  sprecata  l’occasione offerta dall’editore Lacaita di Manduria, che intendeva coagulare un ampio fronte della cultura anticonformista , a partire dal primo Convegno Pugliese per la laicità dello Stato e della scuola Nazionale, tenutosi proprio a Taranto, nel 1948,  nel teatro Fusco. Nel ’49 Piero Lacaita, in stretto sodalizio con lo storico Gabriele Pepe e uomini come Basso,  Fiore e Canfora, avviava la sua attività editoriale. Nella città bimare  non scattava un  feeling con la nascente casa editrice,  ad appena 30 km. Da Taranto.   Magari i cataloghetti del Premio Taranto, confezionati al risparmio e rapidamente esauriti, avrebbero avuto una veste più adeguata e certi rapporti si sarebbero  irrobustiti.   Solo in tempi successivi a Lacaita saranno affidate operazioni all’altezza della editoria manduriana.

4. I cuori malinconici

      Alla città non mancavano le belle intelligenze, apprezzate ben oltre le mura cittadine: il poeta Michele Pierri, che avrebbe sposato la poetessa Alda Merini; il bibliotecario insigne Vito Forleo, storico ed erudito; lo scrittore Cesare Giulio Viola, che avrebbe scritto, dal suo libro Pricò,  la sceneggiatura de I bambini ci guardano (1943)  togliendo la maschera familista ad una dolcezza  soltanto apparente. Ancora con Vittorio De Sica conquistava   l’Oscar con la sceneggiatura del film Sciuscià (1946).  La poetica di Viola oscillava  fra realismo e naturalismo piccolo borghese, fra grigia banalità esistenziale e l’eccezionalità del tragico quotidiano. Era la scrittura dell’uomo scisso, l’intellettuale impossibilitato ad essere se stesso, il dandy  attediato.  Figura archetipa era quel “Diogene Saturnino”  nel quale Vito Forleo aveva rappresentato lo spleen di una lost generation, assolutamente impolitica ed estranea alle storie delle classi subalterne,  a cavallo fra fascismo e nuova democrazia.
      Per completezza si potrebbe impostare una topografia culturale,  che veda ai piani alti la grande storia industriale,  la vocazione ad uno sviluppo donato con correlata servitù volontaria; al piano di mezzo una area minoritaria di intellettuali provvisori, stranieri in patria e spesso sul piede di partenza. Unica eccezione quell’Antonio Rizzo che,  con alcuni  capitani coraggiosi,   sognava per Taranto un nuovo cielo e una nuova terra, sostenendo la necessità di una ricomposta identità cittadina che coniugasse il rispetto verso il passato con l’apertura critica verso il nuovo, mentre al piano di sotto si sedimentava quella che altrove abbiamo chiamato l’ideologia  “cataldiana”.
  Se gli intellettuali si avvolgevano nel loro mantello  di malinconia, il cataldiano “verace” (?!) aveva come compagna fedele la nostalgia: di quello che si era perso,  ma soprattutto di quello che non si è mai avuto. Viene in mente un film cult del 1996:  Trainspotting. Stare seduti e guardar passare i treni. Molto tarantino.

5. Madre nostalgia

      In realtà a Taranto non ha mai assunto rilievo una autentica intellighenzia industrialista, né da parte operaia, né da parte imprenditoriale: una figura fortemente esplicativa doveva affermarsi in seguito con lo stereotipo del “metalmezzadro”.  L’intellettuale dis/organico percepiva la propria inessenzialità. Lo spaesamento produceva la nostalgia dell’altrove, facendo scattare il dispositivo ideologico volto a trasformare la debolezza in virtù. Nel cuore della piazzaforte militare,  l’ininfluente uomo di cultura, professore o avvocato, s’inventava una missione: il paladino della tarentinità. Funzionava una mitologia di matrice municipal-popolare, pensata come argine identitario nei confronti della città mutante. Tale ideologia è stata l’oppio degli intellettuali tarantini, residenti o fuggiaschi, esteti o combattenti. Una idea-forza, impegnata a delineare una mappa sentimentale, una Taranto del cuore:  la vita come cerimonia rituale, osservata come un tempo ciclico,  al riparo dalla temporalità orizzontale del progresso e del consumo. La durezza della storia ha ormai ridotto l’identità cataldiana ad una dimensione residuale e ormai sarebbe vano   attardarsi nell’inseguire la sua ombra. Il  tarantologo del nuovo millennio rimedia qualcosa guidando in visita nel centro storico non i turisti,  ma i suoi concittadini.

6. La guerra del mattone


      Negli anni successivi,  la cittadinanza doveva ancora sbrogliare la matassa di tre piani regolatori: Tian, Bonavolta e Calzabini. Nella fase ancora precedente l’insediamento dell’acciaieria, l’unica iniziativa produttiva era rivolta all’edilizia  in un clima di  deregulation o assoluto far west. Per quanto riguardava il negletto Centro storico, il sindaco socialcomunista De Falco non nascondeva una certa nostalgia per lo sventramento mussoliniano. Non veniva fuori uno straccio di Piano Regolatore innovativo e a Taranto, sul fronte dell’urbanistica e dell’architettura (il linguaggio attraverso il quale il territorio racconta la propria storia)   la Civitas entrava in guerra contro se stessa,  con pervicace autolesioniamo.  Continui processi di mostrificazione, stigmatizzati  dallo storico dell’arte  Cesare Brandi e dal primo ambientalista Antonio Cederna.  Il boom irrazionale delle costruzioni, con la lottizzazione selvaggia e le licenze in deroga, già negli anni ’50 aveva imprigionato  il territorio, precludendo ogni via di scampo. L’amministrazione socialcomunista si impegnava a fondo (coinvolgendo anche la Camera del lavoro e la Cgil) in battaglie di estrema retroguardia,  come il marmoreo aquilifero della prima guerra mondiale.
       Si faceva strada  una vocazione per la grattacielomania che doveva eccitare soprattutto le nuove leve democristiane. Nel 1954 si paventava la demolizione dell’imponente Palazzo degli Uffici,  da sostituirsi con un grattacielo di 30 piani. Per fortuna la “ grande impresa nazionale” doveva scomparire insalutata ospite.  Purtroppo un altro sciagurato progetto,  avviato dai comunisti e portato a compimento dai loro successori,   doveva giungere a efferato compimento.  Trattasi dell’infame grattacielo del Lungomare che, malgrado il vincolo posto dalla Soprintendenza alle Antichità, avrebbe per primo violato  definitivamente il più maestoso affaccio al mare di tutta la Puglia, nascosto  e impedito da una proliferazione ininterrotta di brutture più o meno residenziali, seguendo fino a Capo S. Vito l’ennesimo muraglione,  protettivo del requisito “mare militare”.  Il notevole interesse archeologico dell’insediamento non turbava i sonni di proprietari e architetti.  La questione si risolveva nel  cantiere di notte, con dinamite e pistolettate,  perché gli imprenditori edili non potevano perdere tempo appresso alle Antichità. Il “Corriere del giorno”  commentava cinicamente: tutte le costruzioni di Taranto sono brutte e pertanto “dove ve ne sono 30, possono esservene 31”. Il disegno del Lungomare veniva pregiudicato  indefinitamente e il primo mastodonte, secondo le parole di Antonio Rizzo, poteva lanciare verso il cielo il proprio sinistro barrito di trionfo.

7. Paisielliana. Storia di un famoso monumento mai realizzato

      Il sindaco De Falco era un amministratore onesto, ma sicuramente inabilitato per le imprese culturali (da ricordare il pasticcio del Premio Taranto) e doveva impelagarsi in una gaffe siderale, di risonanza europea, a tutto discredito della cittadinanza. Sempre nel 1954 Comune e Provincia stanziavano le risorse per la troppo a lungo agognata erezione di un monumento a Paisiello. Come si dice, una erezione non si discute. Ma per una volta si scoprivano le carte: “si faccia un regolare bando di concorso , affidando ad Antonio Rizzo, l’unico competente sul campo, il compito di ordinare una giuria di tutto rispetto”.  Le aspettative non venivano tradite: membri della giuria erano Cesare Brandi, Raffaele Carrieri, Pericle Fazzini, Ignazio Gardella, Virgilio Guzzi, Marco Valsecchi, Bruno Zevi. Si trattava della prima seria rassegna di scultura moderna ordinata in Puglia e forse in tutto il Mezzogiorno. Partecipava il fior fiore del mondo artistico nazionale e veniva premiata la scultura astratta di Franchina: “un oggetto splendente” secondo Zevi, un “capolavoro” secondo Lionello Venturi. Una alleanza fra politica e cultura finalmente coronata da successo, a tutto beneficio della Città bimare? Troppo bello per essere  vero.
      Nella notte si scatenava il  genius loci, il maligno demone che mandava tutto a carte quarantotto. L’opposizione democristiana si accaniva contro una scultura troppo moderna, incomprensibile per la gente normale. Ci si metteva anche il responsabile del settore culturale del Pci, che telefonava a De Falco per rimproverarlo di voler regalare a Taranto un esempio di quell’arte astratta fortemente avversata a Botteghe Oscure. Sembrava la rimonta dell’Accademia dei Terroni e dei vecchi “sacerdoti dell’arte”, che ancora non avevano metabolizzato il glorioso “Premio Taranto”. Critico di punta dell’arte degenerata era, nientedimeno il missino Telesio Interlandi, razzista di professione e traduttore dei testi hitleriani. Per farla breve , il Sindaco annullava il concorso da lui stesso promosso e bandito,  con strascichi giudiziari e scandalo in Europa, grazie alle cronache de “Les nouvelles littèraries”. Nel 1960 l’opera di Franchina veniva inaugurata a Genova.  A Taranto De Falco rimpiangeva un bel “Paisiello a cavallo”, mentre il democristiano Pignatelli riesumava un busto cimiteriale del vecchio scultore Canonica, commissionato dal podestà Giovinazzi nel 1940! Intanto Raffaele Carrieri  dichiarava di non volere mai  più rimettere piede a Taranto.
       Il Bazar del cattivo gusto trionfava e il pervicace Monfredi promuoveva l’ancora operante legge speciale sullo sventramento del 1934. In  Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi scriveva: “ è Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo potrebbe essere stupenda e invece è squallida”. Privati del Patrimonio, come recita il  bel titolo di Tomaso Montanari: il romanzo criminale di una bieca privatizzazione, spacciata per valorizzazione.

8. Taranto Capitale?

      Nel 1961 s’inaugurava il primo convegno di Studi sulla Magna Grecia e,  nella fase epica dell’insediamento italsiderino, Taranto poteva far valere un non effimero ruolo di Capitale europea. Artisti di gran valore operavano a ridosso della grande fabbrica e vi furono spettacolari happening ecologisti che diffusero anche nel circondario le arti visive come privilegiato strumento critico della riduzione dello spazio urbano a città-azienda. Si aveva comunque la percezione di una estrema fragilità del tessuto sociale. La città grande industriale era ai primi posti nella umiliante graduatoria della mortalità infantile. Lasciava da pensare una impennata della mortalità proprio nei primi cinque anni della “civilizzazione” siderurgica (cfr. F. De Benedetto in “Dialogo”, 27 novembre 1965).
       Purtroppo le istituzioni civili che stavano rilasciando licenze in bianco, in seguito licenze in precario,  all’arciabusivo stabilimento siderurgico, in quel fatidico luglio del ’60, erano impegnate in una tipica discussione tarantina: annientare o meno la fontanella di Piazza  Giordano Bruno con annessi palmizi.  Tarde non furono grazie divine,  ma intanto le ruspe sterminavano un popolo di ulivi. Secondo Antonio Cederna Taranto si presentava come la smentita di ogni decenza urbanistica. Avrebbe scritto nel 1972: “Un ventaglio casuale e approssimativo di strade a raggiera, veri canyons e crepacci, tra case di 9, 12, 22 piani, che si intersecano a casaccio e finiscono in vicoli ciechi, senza un filo d’erba, senza una piazza, un’area pedonale… Caos, congestione, sovraffollamento: è una città che si è autostrangolata, che ha annientato le occasioni offerte dalla topografia e dall’ambiente naturale, a solo vantaggio dei cultori della rendita fondiaria”. Su Corso ai due mari si era avverata la profezia di Rizzo. Non un solo mastodonte, ma una folla di colossi che  ormai  lanciavano i loro trionfanti barriti, squadrando dall’alto in basso un Castello Aragonese che pareva sempre più piccolo.

 9. Il teatro dell’assurdo: Ionesco e la rinocerontite

       Come è potuto accadere? Un testimone autorevole come Giovanni Acquaviva, il direttore del “Corriere del giorno”,   nel 1982 rievocava in una intervista gli anni del saccheggio: “ Si costruiva ovunque, comunque, qualunque cosa. Iniziava un’orgia edilizia senza precedenti, uno scempio che ancora grida vendetta , senza preoccuparsi degli oneri derivati al Comune in fatto di organizzazione dei servizi. Si calpestava il piano regolatore della città senza che nessuno fiatasse, anzi con il beneplacito dei partiti della maggioranza… Era proprio l’amministrazione comunale a favorire questo oltraggio, a incentivarlo. E nasceva la Taranto di oggi, con edifici di undici piani sul mare, da una parte e dall’altra. La città diveniva un solo, mostruoso cantiere edile e nessuno mosse un dito. In quel frangente che ruolo aveva il “Corriere”?  Che poteva fare? Niente di niente. Un giornale aveva il dovere di suonare l’allarme, ma non poteva farlo e non lo fece. Il “Corriere” era della DC, la giunta DC era appoggiata dai missini. Il sindaco DC Monfredi e tutti gli uomini che avevano portato Taranto all’oltraggio urbanistico venivano premiati dagli elettori… Il giornalista è una signora per tutte le stagioni, non l’ho inventato io questo mestiere né le sue regole (intervista di Adolfo Maffei a Giovanni Acquaviva in “Quotidiano”, 4 novembre 1982).
       Sempre rimosso il  minaccioso apologo  della rigogliosa isola di Pasqua, scoperta nel 1722 con migliaia di abitanti e rivisitata nel 1864 con appena 110  superstiti malconci: dissennato  exemplum di autodistruzione del proprio futuro,  per gigantismo e imprevidenza. Un collasso determinato dalla deforestazione che riduceva  progressivamente la dieta, da polli e molluschi, a topi e sterpaglia, fino all’antropofagia. Una demoniaca  dissipazione delle risorse ambientali, determinata da una folle guerra tra i clan,  per l’edificazione di pietrosi mammoni sempre più imponenti, simboli di potenza tecnologica da ostentare per la supremazia politica. Per questo si distruggevano alberi e fibre legnose, e quando i sopravvissuti cercavano di sfuggire all’inferno da essi stessi creato, si accorgevano che non erano più rimaste risorse per costruire una barca. Una parabola semplice e tragica: per soddisfare manie di potenza e di grandezza, si era perso il senso del domani. Contro la religione della crescita per la crescita, rimangono ad ammonirci  i pietrosi signori di una terra desolata.

10. Un simposio di sapienti

      Insediatosi trionfalmente il “Siderurgico”, un gruppetto di “resistenti” cercava di attrezzare culturalmente una serie di robuste casematte, in senso gramsciano, per evitare che il territorio potesse ridursi a mera residualità identitaria. Il Circolo di Rizzo, con il suo work in progress organizzava nel ’66 un ciclo di conferenze sulle più cogenti problematiche dell’epoca, con gli interventi di Bruno Zevi sull’architettura, Arrigo Benedetti per il giornalismo, Pietro Bianchi per il cinema, Carlo Bo per la poesia, Cesare Brandi per la televisione, Gillo Dorfles per le avanguardie artistiche, Umberto Eco per lo strutturalismo, Guglielmo Righini per l’astrofisica, Marco Valsecchi per la scultura, Eduardo Sanguineti per  per il Gruppo 63… Naturalmente si registrava l’insorgenza di un preside (l’eterno ritorno dei “sacerdoti dell’arte”) che dichiarava candidamente la sua incapacità nel venire a capo della letteratura sperimentale, tanto da dover leggere, per  rilassarsi, qualche pagina del Manzoni.  Il bravuomo non intendeva offendere nessuno e Sanguineti replicava che solo il Manzoni avrebbe potuto adontarsi, sentendosi   ridotto alla  stregua  di un ansiolitico. Quegli interventi suscitavano un salutare scalpore,  ma purtroppo la Provincia mancava nel curare la pubblicazione dei testi, dispersi come lacrime nella pioggia. Sempre nel ’66 Rizzo produceva un autentico capolavoro: la rivisitazione di tre sommi tarantini: Giorgio Vigolo per Paisiello (1966, non pubblicato),  Ettore Paratore per Niccolò D’Aquino (1967, pubblicato) e il premio Nobel Quasimodo per Leonida  (1967,) alfine pubblicato in pregevole edizione da Lacaita e poi Mondadori.
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11.  L’Università in fumo e la battaglia per il risanamento del Centro storico

       Il più acculturato sindaco di Taranto , Vincenzo Curci, sosteneva in maniera convinta tali interventi e un paio d’anni dopo lanciava l’idea  di una facoltà tarantina di urbanistica e sociologia, in linea con alcune riflessioni dell’epoca: l’esigenza di una produzione non-solo-acciaio, volta ad attrezzare il territorio nei confronti di una prevedibile invasività dello strapotere industriale.  L’organizzazione del territorio è il linguaggio attraverso il quale la città racconta la propria storia. Parole sante, si diceva. Ma i padroni del vapore, i cantori dell’edilizia selvaggia,  non volevano assolutamente trovarsi fra i piedi sociologi e urbanisti. Il progetto universitario finiva in cavalleria. Per fortuna, a ridosso del fatidico ’68 si poneva mano all’eccellente Piano Blandino, che purtroppo doveva nascere sotto l’ala di un uccello di malaugurio. Illecitamente veniva demolito il settecentesco Palazzo Bellando Randone. Bisognava ricominciare a battagliare, con Giorgio Bassani e Italia Nostra,  con il soccorso della migliore cultura del tempo, da Argan a Brandi,  per salvare la città vecchia  di Taranto. Nel  ’72 veniva presentata al pubblico la raccolta etnografica Majorano con testi pubblicati da Lacaita e poi Einaudi.
      Il patrimonio etnografico di Maiorano doveva essere seriamente valorizzato negli anni ’90, con una strategia di reconquista da parte di un gruppo di studiosi coordinati dall’avv. Petrone,  che hanno ricondotto alle origini tarantine le tradizioni popolari legate ai rituali della Taranta: un brand autentico,  purtroppo poco sostenuto a livello istituzionale. Quei capitani coraggiosi del “Circolo di cultura”  non hanno combattuto invano: con lunga pazienza sono state vinte belle battaglie, per la salvaguardia del fiume Galeso , contro la lottizzazione abusiva delle villette di Lama,  contro la centrale carboelettrica dell’Enel nel 1973, contro la carboelettrica dell’Enel nel 1980,  contro la centrale nucleare ad Avetrana, contro   l’ennesimo Palazzetto dello Sport o Teatro nella Villa Peripato… Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…
      Non sono mancati operatori culturali volenterosi: la Giuliana Ermacora della Regione Puglia,  il dirigente del Circolo Vaccarella Giuseppe Francobandiera,  l’illuminato assessore alla cultura Tommaso Anzoino…  Ma il demone della Taranto che si rinnovava  autodistruggendosi era sempre all’erta. Sandro Viola nel 1985 già lo diceva: la fabbrica si è mangiata la città. Quella che Ungaretti denominava non la Taranto vecchia ma la Taranto più giovane, doveva subire un urbicidio, riducendosi a 2000 abitanti scarsi. Era  ferito a morte un pezzo di quello che la Costituzione chiama il “paesaggio della nazione”.
      Taranto  rimane mobbizzata da 7 decreti pro Ilva e nel cuore dell’Europa industriale perdura una “strage di stato”,  rea confessa e a norma di legge. La crisi ha comunque indotto una fioritura di scrittori, tutti regolarmente “ in noir”,  senza confronto alcuno con il resto del mezzogiorno.

12 . La bella avvelenata

       Quando ci si trova con le pezze sul sedere, qualcuno tira fuori la risorsa cultura. S’invoca la stella cometa  e prontamente segue una buffa “annunciazione annunciazione!” (cui non segue mai la manutenzione).  In questa stanca corsa del criceto è immancabile lo storytelling dell ’homo politicus con il suo specchietto per le allodole . Il ministro Franceschini e il senatore Grasso si sono affacciati su una  antiquissima urbs dissestata e avvelenata, discettando su una “Taranto Spartana” che “valga come esempio per tutti, un brand mondiale che possa favorire la svolta” (“Quotidiano”, 25 novembre 2014) . Le solite patacche dell’Accademia dei Terroni e dei Sacerdoti dell’Arte: grande ammuina per  spacciatori di finto antico , fabbricatori di  colonne in cartongesso e Zeus di vetroresina,  da propinare  a chissà quali turisti. La verità è che solo i tarantini sono capacissimi di schivare l’esca e abboccare all’amo. In  Totò truffa’62 , spacciandosi per il padrone della Fontana di Trevi, il bidonista riusciva a estorcere quattrini all’allocco di turno. Oggi quello sketch  è  opinione mainstream. C’è poco da ridere, fra imbonitori e brandizzatori…
       Nel 1978 Mario Pedini, ministro piduista per i Beni culturali lanciava la sciagurata metafora del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”: un ritornello ossessivo.  Non considerando alcuni sgradevoli effetti collaterali del regime petrolifero, il ministro Franceschini ha subito dichiarato: “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo (“Il Sole 24 Ore”, 23 febbraio 2014). Il petrolio richiama un altro termine magico: sfruttamento. Secondo il vocabolario,  sfruttare  vuol dire privare un terreno degli elementi  nutritivi, depredare una regione delle sue risorse, ma anche vivere alle spalle di qualcuno, usare o abusare di qualcuno o qualcosa .  La ministra Giovanna Melandri ripeteva che “ l’Italia sta seduta sopra la propria fortuna”: una eccitante  metafora coniata da Nell Kinball, la più celebre tenutaria di bordello degli Stati uniti.
      Tutto questo non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, secondo l’art.9 della Costituzione e una sentenza del 1986 della Corte costituzionale,  indicante la primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici.
       A Taranto i “petrolieri” hanno grattato il fondo del barile già dall’Ottocento. Malgrado i molteplici assalti dei briganti, i beni archeologici sembrano messi in sicurezza nel Museo, anche se concupiti da  pifferai “valorizzatori”, vogliosi di privatizzazioni occulte. Intanto,  fra annunci e decreti, si paventa a Taranto la chiusura  dei corsi di Beni Culturali. Come al solito, Smoke Gets in Your Eyes,  fumo e nulla più.  Non  sono molte le attrazioni monumentali che si offrono ai turisti: rimane un solo “monumento integrale dell’umile Italia da salvare”. Una Città vecchia. Una città del cuore.  La città dei due mari con il suo castello, l’unico autentico brand immortale. Occorre lunga pazienza con le solite facce di sempre.
       Speriamo che Franceschini e Grasso, squillanti annunciatori di una fantasmatica Taranto Spartana,  seppelliscano l’ascia di guerra della ennesima pseudo valorizzazione fasulla. Terrorista è chi devasta.  Resistente è chi misura il progresso non in metri cubi di cemento, appalti e fatturati, ma in qualità della vita, nella devastante crisi del welfare urbano. Seguendo le indicazioni di Salvatore Settis, di  Tomaso Montanari e del collettivo Wu Ming, occorre approntare un argine in difesa della immateriale “piccola bellezza”, un  bene comune e inalienabile.  La battaglia è dura, ma è solo per il difficile che vale la pena di combattere, diceva il vecchio Antonio Rizzo.

martedì 4 novembre 2014

Didattica della Shoa all' "Archita"

Didattica della Shoa all' "Archita"


Già edito a stampa in "Galaesus", XXXV, 2011-2012

© Roberto Nistri 2011.Tutti i diritti sono riservati.

di Roberto Nistri

Alla realizzazione del Memoriale che ricorda gli italiani morti ad Auschwitz, voluto dall’associazione degli ex deportati, parteciparono negli anni Settanta grandi nomi della cultura. Due di loro, Primo Levi e l’architetto Lodovico di Belgiojoso, nei lager nazisti erano stati prigionieri. Il memoriale era stato pensato per parlare al cuore più che alla testa: il visitatore camminava nella claustrofobica spirale di Belgiojoso, leggeva il testo di Primo Levi, ascoltava Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono e guardava le tele simboliste di Pupino Samonà. Purtroppo l’installazione, già chiusa dall’estate 2011, ora rischia anche lo smantellamento, grazie al disinteresse del governo Berlusconi e all’ottusa ostilità di Piotr Cywinski, direttore del museo sorto nel campo (1). Forse per alcuni politici Auschwitz è qualcosa che riguardi solo la Polonia. Invece di celebrare il Giorno della Memoria nella data simbolo del 27 gennaio, quando le avanguardie sovietiche liberarono il primo campo di sterminio dove erano stati uccisi un milione e mezzo di ebrei (una data del calendario civile europeo trasferita nel calendario nazionale) sarebbe stato più istruttivo per gli italiani ricordare il 16 ottobre 1943, il giorno della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma con la complicità dei fascisti, una data nazionale. Così hanno fatto i francesi, dedicando  la giornata alla memoria di quel 16 luglio 1942, quando da Parigi vennero deportati 13.000  ebrei e ne tornarono solo 25 (basterebbe la durezza di  questi numeri, rigorosamente censiti, per mandare a ramengo le ciarle dei negazionisti). Senza ipotizzare omissioni malintenzionate, si conferma la perdurante superficialità e trascuratezza italica nei riguardi della “topografia sacra” della Shoah, considerando bastevole la rituale maratona televisiva delmarketing memoriale . 
Siamo sempre più convinti che, in barba alla retorica delle mille “agenzie di formazione”, la scuola pubblica rimanga l’istituzione principe della protezione della Memoria e della riflessione filologica sulla realtà della Storia, che non è un supermarket dove si possa pescare a caso. A questo proposito è bene evitare l’indebita confusione fra la Memoria, insostituibile serbatoio del pathos e del racconto, ma sempre liquida e selettiva (“la memoria è una formidabile falsaria”, ha scritto Antonio Tabucchi) e la certificazione della Storia, senza la quale i ricordi si sfaldano e diventano pasto per le jene della falsificazione. La memoria motiva l’attività storica, la storia corregge la memoria. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti. Si continua a giocare con il pop razzismo e la caccia all’untore è sempre aperta.

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Da parte dei governi democristiani degli anni ’50 la preoccupazione prioritaria era quella di occultare piuttosto che svelare. Alla Germania di Adenauer si chiese di fare di tutto per insabbiare le indagini sul massacro delle Fosse Ardeatine: “Non appena il primo criminale di guerra tedesco verrà consegnato”, avvertì in una missiva un diplomatico italiano, “arriverà una valanga di protesta da ogni paese che richiede l’estradizione di criminali di guerra italiani”, per i misfatti perpetrati in Jugoslavia, in Albania, in Grecia. La complicità tedesca venne garantita e anche per questo i sopravvissuti alle stragi naziste ancora oggi attendono invano dalla Germania giustizia e risarcimento (2).
Negli anni del dopoguerra, nelle aule del Liceo “Archita” di Taranto, vigeva un motto residuale dell’Ancient regime: “Qui non si parla di politica”. Un ingenuo lettore dei nostri giorni potrebbe pensare che, dopo la caduta di un governo dispotico e la conquistata libertà di parola e di pensiero, si sprigionasse una fame democratica di conoscenza e discussione. Naturalmente non accadeva nulla di tutto ciò: la scuola e anche la famiglia non erano disponibili a trasmettere alla generazione postfascista adeguati strumenti di comprensione riguardo l’ultimo tratto di strada, dalla sconfitta di una guerra scellerata alla occupazione degli Alleati. Per quanta riguarda la questione ebraica, su scala internazionale, fino ai primi anni Sessanta (il processo ad Eichmann è del 1962) quel passato prossimo che si chiamava Shoah abitava dentro silenzi e sguardi muti, volti che si giravano dall’altra parte. Una certa consapevolezza poteva maturare a Taranto solo nelle famiglie degli antifascisti e dei perseguitati politici, quasi tutti operai dell’Arsenale e dei Cantieri Tosi, data l’inesistenza di significative presenze antifasciste di estrazione borghese. Ma negli istituti superiori anche il termine “operaio” risultava sospetto. Professori e genitori condividevano un tacito agnosticismo, temendo che certi argomenti potessero turbare la normalità scolastica o costituissero addirittura un pericolo per l’ordine costituito (3). Quel corpo docente non era “cattivo”, era stato così costruito da una Storia: la storia di una Taranto “perla del Regime” e città “tre volte fascista”, la storia di una Liberazione e di un “altro dopoguerra” non comparabile con la tragica epopea della Resistenza armata al Nord, dove nel fuoco della battaglia si formava una nuova classe dirigente.
Le differenze politiche non furono solo quelle derivanti dal diverso carattere dell’occupazione angloamericana rispetto all’occupazione tedesca, anche quelle tra una parte d’Italia dilaniata dalla guerra interna tra fascisti e partigiani e l’altra , nel Sud, dove il sistema dei partiti si costituì con l’adesione in larga parte sospetta di Comitati di Liberazione che non avevano liberato nessuno: da una parte il cielo pulito di un nuovo Risorgimento, dall’altra una transizione alquanto vischiosa e gattopardesca, con il qualunquismo come stato d’animo endemico. Emblematica rimane la figura del Reduce, icona immortale di Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria, con la sua smania di raccontare ma ridotto al silenzio dalla generale volontà di rimozione: nun penzammo a guaie. Tutte le scuole faticavano ad uscire dal cono d’ombra del Ventennio: quello era il personale, il sistema burocratico, il modo di pensare.
Nel liceo “Archita”, in particolare, aveva avuto modo di spadroneggiare una dirigenza “fascistissima” che fu autentico baluardo del Regime, nell’ora propizia per opportunisti zelanti, carrieristi nella scuola e nel giornalismo, acchiappamedaglie con poca fatica e a scapito dei perseguitati. Ma si può comprendere, sine ira et studio, come la vicenda postbellica, esaurito il vento del Nord, dovesse spingere il paese verso una democrazia fragile e paurosa, ancora inquinata dalla permanenza  dell’autoritarismo dentro le istituzioni, dentro lo Stato, dentro le persone, sempre nella puerile attesa di “uomini della provvidenza”. Bisognerà attendere don Milani e il ’68, perché un giovane potesse di nuovo sentirsi “cittadino sovrano”. Gli anni ’50 e ’60 trascorsero onorevolmente, fra studi certamente severi e ampi spazi per la goliardia. Non mancavano spunti di “maccartismo” nei confronti di due docenti di storia e filosofia, i fratelli Luigi e Raffaele Trento, tenuti d’occhio per i loro trascorsi antifascisti: due schietti liberalsocialisti ma etichettati tout court  come comunisti, perché erano gli unici a far studiare in classe la Costituzione, introdotta ufficialmente nelle scuole solo negli anni Sessanta e largamente ignorata per “mancanza di tempo”.
Non mancavano iniziative extracurriculari come giornali studenteschi e “Cenacoli” interni e anche esterni all’Istituto (4). Il biglietto da visita del liceo era l’annuario “Galaesus”, dalla periodicità non sempre costante, ma fedele ad un format abbastanza paludato nei contributi dei docenti come degli allievi: una sorta di bollettino della vita d’Istituto che non doveva travalicare certi confini. Ancora nel fascicolo VI  del 1975, il preside Tommaso Pignatelli avvertiva che “non è intendimento della presidenza, né è istituzionalmente possibile, trasformare la presente pubblicazione in autentica rivista culturale”. Tali preoccupazioni dovevano condannare Galaesus ad una grigia sopravvivenza, considerando la condizione particolarmente surriscaldata della Scuola in quegli anni (5). Nel decennio ‘75- ‘85 si avvertivano alcuni segnali di apertura al “mondo esterno” (memorabile la battaglia in difesa del fiume Galeso) pur dovendo attendere la fine del secolo per far circolare nella scuola alcuni segnali di presenza sul territorio della Grande Industria.

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Negli anni Ottanta, sotto la presidenza di Franca Schembari,  l’istituto si aprì decisamente alle istanze del territorio (in quegli anni “territorio” era la parola magica per rendere la scuola centro propulsore delle dinamiche civili, magari collaborando con “Italia nostra”, con la Sovrintendenza ai beni culturali, con gli “Amici dei musei”. La rivista “Galaesus” ampliò di molto il ventaglio delle collaborazioni, con il concorso di ex alunni. Nel fascicolo XI  un gruppo di studenti della III D si impegnarono in un lavoro collettivo, Educazione civica, storia locale, metodologia della ricerca,focalizzando le questioni concernenti la vicenda del fascismo a Taranto, imparando a scrivere su ciò che non è già conosciuto, senza rimasticare cibi precotti. Per la prima volta venne affrontata la storia municipale usando il metodo della ricerca scientifica (senza la quale la storia si riduce a retorica) consultando i documenti presenti negli Archivi di Stato di Lecce e di Taranto , dove forse si conserva ancora tale ricerca).
In “Galaesus” XVI (1991-1992) si presentava un corposo dossier, Il sonno della ragione generamostri. Riflessioni sul razzismo. Si trattava di una lettura ragionata del materiale documentario, fornito dalla stampa, sulla tragica escalation delle manifestazioni di razzismo in Europa e in Italia (dall’austriaco Haider alla Lega Nord) durante tutto il corso del 1992, annus horribilis. Gli studenti avevano anche partecipato ad una manifestazione promossa dall’Arci di Taranto, in occasione della presentazione del libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, I razzismi possibili. Nell’anno successivo “Galaesus” rendeva conto della relazione  Il razzismo: dalle definizioni alle forme individuali e di gruppo, tenuta dal sociologo Nino Aurora all’assemblea studentesca del 30 gennaio 1993, coordinata dal prof. Roberto Nistri. In “Galaesus” XVIII (1993-1994) la prof. Adalgisa Villani presentava un saggio sull’Etnocentrismo mentre la prof. Loredana Flore inaugurava un progetto sulla Cultura della non-violenza.
In occasione del 50° anniversario della Liberazione, “Galaesus” XIX rendeva conto di un intervento sulla Resistenza di Roberto Nistri,  una ricerca sulla memoria orale, La guerra e il ricordo, a cura della prof. Giovanna Percaccio, una relazione dell’alunna Giovanna Carofiglio su Razzismo eantisemitismo. Di rilievo la manifestazione del 15 maggio 1995, nel Salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, curata dal prof. Francesco D’Elia: La Resistenza narrataattraverso i canti.
1995-1996 La scuola promuoveva il progetto Educazione alla mondialità (coordinatrice prof.
Loredana Flore. Sotto la presidenza di Tommaso Anzoino, nel 1996-97 la prof. Adalgisa Villani curava un importante corso di aggiornamento su Cultura, alterità e linguaggio con docenti dell’Università di Bari: Francesco Fistetti, Augusto Ponzio, Patrizia Calefato, Susan Petrilli (atti in “Galaesus” XXI). Il 18 dicembre 1997 la scuola ospitava Elisa Springer, scrittrice sopravvissuta ai campi di sterminio. In “Galaesus”XXII, sulla scorta del romanzo La storia di Elsa Morante, si ragionava sul fascismo commentando un diario di vita scolastica, compilato dal piccolo Antonio Amatulli quando frequentava la quarta elementare nel 1931/32 a Mottola. Nel fascicolo XXIII (1998-99) gli allievi, coordinati dai docenti Mario Bosco, Maria Pia Intelligente e Roberto Nistri, presentavano una robusta trattazione dell’Olocausto: Le persecuzioni razziali e i campi diconcentramento. Nel maggio del 2000 la scuola organizzava un incontro con il partigiano Angiolo Gracci, comandante della brigata “Vittorio Sinigaglia”.
La riflessione su fascismo e razzismo si arricchiva nel 2000-2001 con un cineforum sul ventennio mussoliniano, con l’incontro con l’ufficiale tarantino Alfredo De Stefano, uno dei pochi superstiti della tragedia di Cefalonia (4 aprile 2001) e con Leone Fiorentino, deportato ad Auschwitz (26 aprile 2001) con un vasto corredo di scritti sul Giorno della Memoria. Nell’anno seguente veniva proposto un altro cineforum sull’Italia in guerra, con un cospicuo progetto interdisciplinare guidato da Loredana Flore: Educare alla pace, alla memoria, alla legalità. Nel 2002 allestimento di mostre fotografiche, incontri con Amos Luzzatto, presidente delle comunità Ebraiche Italiane e con il regista tarantino Emidio Greco. Dicembre 2002: nel Giorno della Memoria incontro con Vitantonio Leuzzi e Francesco Terzulli, rispettivamente presidente ed esponente della Società Italiana degli studi sull’Antifascismo e l’Italia contemporanea. 17 marzo 2003: dibattito organizzato nel Salone della Provincia su La memoria della Shoa, con Clotilde Pontecorvo, esponente della  Comunità ebraica di Roma. Perché ricordare? Con contributi di docenti interni ed esterni.
Il fascicolo XXVIII rende conto del lavoro coordinato da Roberto Nistri e Francesco Terzulli sull’internamento fascista in Puglia, e le polemiche su antisemitismo e antisionismo. Il 27 gennaio 2005 viene proiettato il film Rosenstrasse di M. Von Trotta. Il Giorno della Memoria 2006 venne dedicato a Elisa Springer, con la conferenza di Francesco Terzulli: Una memoria femminile dellaShoa. Da segnalare anche l’incontro con la deportata Mirella Stanzione. Terzulli collabora anche al fascicolo XXXI di “Galaesus” (2006-2007) con un corposo saggio su Primo Levi, mentre l’anno successivo don Franco Mazza commemora la figura di Etty Hillesum. Nel 2010 la giornata della memoria venne dedicata da Roberto Nistri al Porrajmos: lo sterminio degli zingari nella notte più buia del Novecento. Il 26 gennaio 2011 Francesco Terzulli e Giuseppina Cacudi hanno relazionato ampiamente su Ebrei in Puglia negli anni ‘40. Come provvisoria conclusione segnaliamo il progetto “Cultura della Memoria” curato dalle professoresse Loredana Flore e Adalgisa Villani, con la collaborazione della docente Francesca Poretti: il 27 gennaio 2012 Daniele De Luca, Docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento, ha relazionato nel Salone di Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale sul tema Alle radici della Shoah. Dall’antigiudaismo all’antisemitismo.

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Questa quasi completa rassegna della produzione culturale del liceo “Archita” sulla tematica dellaShoah  dal 1992 al 2012 (un impegno storico che supera nel tempo il ventennio fascista) può essere intesa come una sorta di riscatto, un impegno onorato nella volontà di cancellare le pagine nere delle leggi razziali che appestarono tutte le scuole dell’epoca, ma è soprattutto il riconoscimento di una elaborazione culturale, in chiave rigorosamente costituzionale e repubblicana, che ha coinvolto senza soste generazioni di studenti, gruppi di docenti, artisti e operatori culturali, con spirito di generosa collaborazione. Consideriamo di altissima qualità il materiale documentario accumulato, che dovrebbe essere immesso in rete anche con il patrocinio delle pubbliche amministrazioni. C’interessa sottolineare il peculiare esprit che ha caratterizzato questa operazione cognitiva che, quasi istituzionalmente, a pieno titolo si può considerare una solida tradizione nella vita d’Istituto : il principio che la vera cultura è sempre battaglia culturale, contro l’indifferentismo, la mistificazione, l’assassinio della memoria. Vale l’imperativo categorico del Non mollare, la costruzione di Materiali Resistenti contro l’industria della dimenticanza organizzata, quella che George Steiner definisce la civiltà ad amnesia programmata. La lotta per la verità è la passione di Sisifo, la fatica di ricominciare sempre da capo. Il nemico è sempre all’attacco, soprattutto da quando si è sdoganata la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria (equivalente dell’universale mercato del lavoro). La cultura del cosiddetto Postmodernismo, sostenendo che non contano i fatti  e che tutto è interpretazione ( ermeneutica si dice nel linguaggio culto) ha  funzionato come alibi per le cause più strampalate e malintenzionate: tutto fa brodo per tenere in piedi una volgare politica-spettacolo televisiva, facendo audience a spese di una Storia imprigionata in una corrida di lazzi e pernacchie (6).
Per fortuna questa filosofia è in fase di deperimento pressocchè ovunque, dall’Europa agli Stati Uniti, grazie al ritorno di un sano Realismo che restituisce alla storiografia le sue buone ragioni. Senza l’accertamento dei fatti, senza la filologia, la storia sarebbe solo retorica, bassa cucina della menzogna per i negazionisti dell’Olocausto, i maldicenti del Risorgimento, gli spregiatori della Resistenza e della Costituzione. Dai tempi di Lorenzo Valla, che denunciò il grande falso che giustificava il potere temporale della Chiesa, la filologia primeggia come imbattibile arma della verità e smascheramento dell’impostura. Concedere una patente di buona fede ai negazionisti dell’Olocausto sarebbe come permettere ai teorici della della Terra Piatta di condizionare il corso degli studi di astronomia. Dovremmo seriamente discutere l’ipotesi che nei campi di concentramento nazisti non venne mai ucciso alcun ebreo, e che i pochissimi che vi morirono spirarono per infarto del miocardio, dato che – come celia Umberto Eco – le SS li nutrivano con cibi ad alto contenuto di colesterolo? (7).
La riflessione sulla Shoah, sui massacratori e i loro epigoni, offre ai giovani una straordinaria occasione per misurarsi con il problema massimo, quello del Male: a nulla vale ripetere l’esorcismo  del  Mai più se questa “aiuola che ci rende tanto feroci” è sempre l’universale bellum omnium contra omnes,  dalla prepotenza del bulletto alla sopraffazione del despota: homo hominilupus. L’Olocausto è una incancellabile lezione dove vittime, carnefici e testimoni entrano in scena illustrando il peggio, e il meglio, di cui gli esseri umani sono capaci. La “banalità del male” è il tema suggerito da Hannah Arendt  a proposito del processo ad Eichmann: una formula accattivante, ma anche fuorviante, considerando che il tema di gran lunga più intrigante è quello della “seduzione del male”, dal  Faust al Grande Inquisitore (8).
La dimensione smisurata dell’Olocausto conferisce al massacro degli ebrei il carattere della straordinarietà e della esemplarità: un paradigma imperituro. Ma proprio il vortice dei numeri può essere un rischio per la didattica della Shoah; si ha bisogno di recuperare un punto di vista sulla singolarità: un corpo, un viso, un nome che non si perda nel delirio nazista della quantità. InSchindler’s List Spielberg si è cimentato con la doppia distanza della persecuzione di massa e del dettaglio singolare. In un film girato in un gelido bianco e nero, ha adottato l’ espediente di orientare il nostro sguardo su una bambina dal cappotto rosso, tirata fuori dal mucchio per due volte, come deportata e come buttata nella carretta degli ammazzati, una figura adottata come rappresentante della totalità sofferente. Adriano Sofri ha colto un’analogia con l’episodio di Cecilia nel capitolo XXXIV dei Promessi sposi. Nel “tristo brulichio” dei corpi abbandonati fra cortei di monatti e carri colmi di sacchi funebri, lo sguardo di Renzo si fissa su un oggetto singolare di pietà: la piccola Cecilia con un vestito bianco, portata dalla madre al carro dei monatti e accomodata su un panno bianco. Nel film e nel romanzo l’intento di individuazione pone quasi una coincidenza fra il cappottino rosso e il vestitino bianco. In una pagina de I sommersi e i salvati di Primo Levi  si racconta che fra i cadaveri di una camera a gas si trovò una ragazza ancora viva e di fronte all’immagine di questa persona quegli uomini abbruttiti rimasero attoniti e rispettosi come i “turpi monatti” manzoniani. Secondo Sofri la fugace citazione di Primo Levi è stata forse la cerniera fra il nostro Manzoni e Steven Spielberg, improbabile lettore dei Promessi sposi ma certamente lettore de I sommersi e i salvati. Piace pensare che le cose siano andate così (9).
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Il testo è stato pubblicato sulla rivista “Galaesus”, n. 35, Taranto 2013.
Seguono allegati

1. Un delitto italiano

La Shoah è (anche) un delitto italiano: il più vergognoso della nostra storia. L’Italia è stato il solo paese d’Europa in cui un re, legato dal giuramento alla protezione dei suoi cittadini, ha firmato le leggi razziali, mettendo gli ebrei nelle mani dei persecutori. Poteva resistere e non firmare? Certo che poteva. Lo ha fatto il presidente fascista del Parlamento bulgaro, Dimitar Pesev, persuadendo il suo re a non firmare, fermando così la persecuzione nazista. Nessun ebreo bulgare si trovava ad Auschwitz quel 27 gennaio. Ma c’erano i superstiti  1017 cittadini ebrei di Roma. Onore a quei militanti fascisti come Giorgio Perlasca in Ungheria e il questore Giovanni Palatucci di Trieste che, timbrando firme e documenti falsi hanno salvato tante vite. Si poteva fare. Bastava avere l’animo. Altrimenti ancora oggi ci si potrebbe imbattere in una insegnante capace di ridere con i ragazzini per una barzelletta,  come è capitato il 18 dicembre 1999 alla figlia della signora Leda Levi: “Come entrano trenta ebrei in un baule? Semplice, in cenere”.


     
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1) P. FANTAUZZI, Ad Auschwitz un’Italia senza memoria, in “Venerdì di Repubblica”, 6 aprile 2012. Forse anche la Giornata della Memoria è in affanno, anche se ha esteso enormemente la sensibilità sulla Shoah. Indiscusso appare il successo dell’iniziativa sul piano delle celebrazioni e della produzione editoriale, ci si comincia a interrogare sull’efficacia di un anniversario sempre più schiacciato sul “marketing memoriale”. Un consumo veloce e rassicurante. “Una storia usa-e-getta, piegata a un utilizzo autoassolutorio piuttosto che un’indagine perturbante dentro l’orrore che ancora ci appartiene. Un martirologio che rischia di rimanere muto sulle inquietudini del presente” Una data riferita a qualcosa che è accaduto altrove rischia di diventare una non-data, un’occasione di riflessione metafisica, togliendole storia (D. BIDUSSA in S. FIORI, Ricordare stanca, in “la Repubblica”, 26 gennaio 2011).

2) Secondo lo storico tedesco Felix Bohr i governi democristiani sostennero tale linea per non ravvivare la memoria della Resistenza, guidata soprattutto dal Pci, loro avversario politico; cfr. Roma chiese ai tedeschi di insabbiare le indagini sulle Fosse Ardeatine, in “la Repubblica”, 16 gennaio 2012 e Da Marzabotto a Stazzema massacri ancora senza giustizia in “la Repubblica”, 4 febbraio 2012. Sulle colpe dei fascisti italiani, cfr. S. FIORI,  Il volto feroce dei nostri soldati, in “la Repubblica”, 14 aprile 2005 e Misfatti d’Italia,in “la Repubblica”, 3 maggio 2005; cfr. anche  il documentario La guerra sporca di Mussolini su History Channel.

3) Si consideri che ancora il 27 maggio 2010, presso l’Istituto “Belli” di Roma, gli studenti improvvisarono, alla fine di un concerto, le note di Bella ciao davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione, pensando di fare cosa gradita e invece scatenando la reazione indignata della preside per tale “atto deplorevole”, uno “sconcertante episodio” che ha gettato “un’ombra di discredito difficile da dissipare, che ha messo in difficoltà la scuola nel suo complesso”, “assumendo iniziative che travalicano i limiti dell’opportunità, della correttezza e del buon gusto”, con conseguente invito ai genitori di scusarsi (cfr. “la Repubblica”, 2 e 7 giugno 2010). Forse la preside si è ricordata che già nel 2002 Marco Tedde, sindaco di Alghero del centrodestra, aveva vietato di suonare Bella ciao alle manifestazioni del 25 aprile (cfr. “Il Giornale”, 22 aprile 2008). Se una canzone quasi istituzionale, un canto di partigiani senza colore politico, in cui si possono riconoscere i democratici di ogni colore politico e le istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione, ha potuto suscitare una tale buriana, questo dipende da un clima generale di misconoscimento e snaturamento della storia d’Italia, con ricadute polemiche volte a sviare il senso degli eventi. Riemerge periodicamente una pedagogia tartufesca, ostile al libero dibattito e impossibilitata a formare giovani “cittadini sovrani”.

4) Cfr. F. TERZULLI, La  scuola a Taranto tra ricostruzione e accesso di massa (1944-1965), in AA.VV., Taranto dagli ulivi agli altiforni, II tomo,  Taranto 2007, in particolare pp. 125-147.

5)  Cfr. F. TERZULLI, La Scuola negli anni Settanta: un fortino assediato, in AA. VV., L’età dell’acciaio, Taranto, 2011.

6) Sul nuovo Realismo, vedi U. ECO, I limiti dell’interpretazione, Milano, 1990; Kant e l’ornitorinco, Milano, 1997, M. FERRARIS, Manifesto del nuovo realismo, Bari, 2012. Articoli: M. FERRARIS, L’epistemologia è viva, in “Repubblica”, 06/01/2011, Postmoderni o neorealisti? In “Repubblica”, 19/08/2011. Anche E. DOCX, Così tramonta il postmoderno, in “Repubblica”, 03/09/2011; G. DESANTIS, Eco e Putnam, in “Repubblica”, 22/11/2011; D. MARCONI, Il postmoderno ucciso dalle sue caricature, in “Rep”, 03/12/2011; V. SCHIAVAZZI, Su Verità e realismo, in “Rep”, 06/12/2011; F. D’AGOSTINI, Realista e impegnato, in “Rep”, 01/12/2011; U. ECO, Il realismo minimo, in “Rep”, 11/03/2012; M. GOTOR, Che cos’è la verità storica, in “Rep”, 5.1.2012.

7)  U. ECO, “ Ma come sono morti allora quei sei milioni? Di Aids? Di influenza cinese? Per aver riso troppo come Margutte?” in  La Bustina di Minerva, Milano, 2001, p. 45. Cfr. V. PISANTY, L’irritante questione delle camere a gas, Milano, 1998. La malatelevisione ci ha abituato al professore showman, per il quale la storia è performance, spettacolo: bisogna sorprendere il pubblico con la battuta eccitante, il contenuto è secondario e la verità ha uno statuto negoziabile. La malapolitica insegna che bisogna presentarsi sempre con un tono bellicoso e inutilmente aggressivo, improntato al più grande disprezzo verso quanti la pensano diversamente. La battaglia per la verità rimane quella degli umanisti rinascimentali: “furono i primi a impiegare le proprie conoscenze per denunciare la falsità di alcuni documenti, artatamente costruiti e utilizzati per assicurare la stabilità del potere” (A. ASSMANN, Così la Storia ha ritrovato la sua Memoria, in “La Stampa”, 27 gennaio 2010).

8) Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e spontaneamente ci pensiamo “buoni”, escludendo di poterci trasformare in carnefici, cosa invece possibilissima, come leggiamo nel libro di Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero, Milano, 2008. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione innata ma per il “sistema di appartenenza” e la “situazione” in cui ci si viene a trovare: c’entra non l’indole, ma il “ruolo” e la “circostanza”. Non basta osservare l’orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la macchina: quegli uomini non erano nati crudeli, lo sono diventati. La vera resistenza è quella che si esercita nei confronti del proprio sistema di appartenenza che ci chiede, in ultima istanza, se stare o non stare al gioco. Il pilota americano che sganciò la bomba su Hiroshima ebbe solo a dire: “quello era il mio lavoro”; cfr. U. GALIMBERTI, Siamo tutti figli di Eichmann?,  e S. NIRENSTEIN,  Non esiste la banalità del male in “la Repubblica”, 12 marzo 2008 e 14 gennaio 2010.

9) Cfr. A. SOFRI, Spielberg, Manzoni…,  in “la Repubblica”, 20 febbraio 1999. Gli storici hanno una grande responsabilità. Forse non sono riusciti a costruire una storia problematica e al contempo popolare, senza cedere al modello televisivo con le sue rivisitazioni fantasiose. Il vero rischio è quello della memoria rassicurante: consiste nell’osservare con raccapriccio ciò che accadde allora, rallegrandoci in fondo che oggi quella tragedia non stia capitando a noi. Quello che dobbiamo ricordare è che, mentre qualcuno attraversava l’orrore, c’erano milioni di persone che voltavano altrove lo sguardo. Anche oggi “non ci accorgiamo della crudeltà che accompagna le espulsioni o le vite violente nelle periferie: c’è un lato brutale della nostra quotidianità che abbiamo deciso di espellere dallo sguardo”; D. BITUSSA, cit.