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lunedì 1 maggio 2017

Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)


Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2017. Tutti i diritti sono riservati.

L'antropologo Ernesto De Martino diceva che gli uomini hanno fame di simboli e di storie.
Per inciso, proprio in questo periodo, il bravo giornalista Alessandro Leogrande, ex studente del Liceo Archita, sta curando un programma radiofonico sulla terza rete, illustrando le vite di alcuni uomini speciali: quelli che per primi si sono fatti avanti, spendendosi per una generosa utopia.
Ci sono storie di vite speciali: personaggi che, pagando in prima persona , hanno combattuto la sopraffazione e la tirannide, cercando di migliorare l'umana condizione, resistendo, senza mai arretrare di fronte al pericolo, senza mai dimettersi dal mestiere di uomo.
 Oggi raccontiamo la bella storia di Odoardo Voccoli, fiero oppositore di fronte alla prima e alla seconda Guerra mondiale. E questo in una città come Taranto, che prosperava in tempo di guerra e si immiseriva in tempo di pace. Nello scenario della grande storia, Odoardo era uno di quelli che non mollavano mai, militando dalla parte giusta, mentre la dittatura nazifascista incendiava il mondo. Ricordiamo questo personaggio che ha vissuto controcorrente, pagando in prima persona, assieme ai suoi familiari con la meravigliosa caparbietà dei sognatori.


 Nato a Castellaneta nel 1877, Odoardo era figlio di un impiegato delle Ferrovie, di cultura liberale e mangiapreti , come si diceva nell'epoca risorgimentale. Non mancava un antenato prete , ma iscritto alla Carboneria. Odoardo aveva vissuto una giovinezza felice, correndo a cavallo nel paesaggio omerico di Castellaneta, esplorando terre boscose e grotte profonde, in compagnia di un giovinotto dal nome molto impegnativo, anche lui studente a Taranto: si chiamava Rodolfo Alfonso Raffaele Pierre Filibert Guglielmi che , emigrando a New York, avrebbe continuato a galoppare nella leggenda, con il nome immortale di Rodolfo Valentino.
 Invece la famiglia di Odoardo si trasferiva al Borgo in via Anfiteatro.
 Il padre prendeva a lavorare come contabile in una Farmacia, permettendo così al figliolo di progredire negli Studi Classici presso il Liceo-Ginnasio Archita, con buon profitto fino al conseguimento del diploma.
 Per il ragazzo Odoardo, decisamente formativi furono quegli anni, nell'istituto dove si sarebbero addestrate intelligenze vigorose, come lo storico Vito Forleo e l'astrofisico Luigi Ferrajolo. L'idolo di Odoardo rimaneva sempre il liber'uomo Ugo Foscolo: Questo ch'io serbo in sen sacro pugnale, io alzo e grido a l'universo intero...Un Ortis letto essenzialmente in chiave libertaria e anticonformista. Ma, a cambiare per sempre la vita del giovane Voccoli, doveva essere un insegnante di filosofia e cultore di antropologia: Emilio Lovarini: un agguerrito socialista, romagnolo di Cesena, che faceva circolare i testi fondamentali del Socialismo, intrattenendosi spesso con gli allievi, sul "Materialismo storico".
 Stava per aprirsi il secolo nuovo, il Novecento. Odoardo iniziava a lavorare come scritturale presso il Tribunale di Taranto e a 19 anni si iscriveva alla Sezione locale del Partito Socialista.
 Nel 1898 in tutta Italia, e anche a Taranto, scoppiavano i moti per il caroviveri, repressi odiosamente da Re Umberto, con cannoneggiamento contro gli affamati.
 Nel 1902, Voccoli assisteva al primo grande sciopero dell'Arsenale di Taranto: uno scontro durissimo fra operai e militari con la baionetta in canna. Il territorio veniva completamente militarizzato, con il sopraggiungere, addirittura, di due Corazzate: "Varese" e "Garibaldi".

Nel 1910, un altro episodio traumatico: i molluschicultori, danneggiati per l'inquinamento delle acque, organizzavano una piccola protesta . Presso la Caserma Rossarol, attuale sede della Università, una improvvisa salva di fucileria, doveva concludersi con un eccidio: tre morti e numerosi feriti. Odoardo ormai, anche fuori di Taranto, era già un dirigente riconosciuto della Camera del lavoro e organizzatore dei portuali. Una figura ormai di primo piano nel movimento, che tuttavia non reputava disdicevole una capatina al Cafè-chantant.
 In un rapporto prefettizio del 1905 si legge: "Non v'ha sciopero o movimento operaio nel quale non sia uno dei promotori". Uno spirito allegro, ma anche un fiero combattente contro la Camorra, nel "fronte del porto" di Taranto, ma anche di Brindisi. Per la conquista di un onesto lavoro,
si doveva anche battagliare a colpi di pistola e di uncini. Organizzando i portuali anche a Savona, Genova e Brindisi, Voccoli aveva conquistato ormai un certo prestigio, ma anche un tenore di vita che gli permetteva di vivere decorosamente in una palazzina di sua proprietà, con la fedele compagna Maria Assunta D'Auria, con i figli Libero Ribelle, Clara Vera Fede, Libertà, Idea Proletaria Vindice e infine, Wservodol Lebedintseff, detto Todol.
Ma, con la fine della guerra e la mancanza di commesse statali, l'ondata di disoccupazione era travolgente. Odoardo doveva affrontare i terribili moti per il caroviveri: la grande prova del fuoco. La la cittadinanza, in assenza di forniture militari, era ridotta alla fame: saccheggi nei mercati, otto cittadini uccisi dalle forze dell'ordine! Un lavoratore morto ammazzato veniva traslato in corteo lungo il ponte girevole. Erano le fiamme del " Biennio Rosso": pronto purtroppo a colorarsi di Nero: il cosiddetto diciannovismo! A Taranto si registrava la latitanza di ogni civica istituzione.
Con la Camera del Lavoro, Voccoli e i socialisti, senz'altro non colpevoli dello sfascio istituzionale, dovevano farsi carico di una situazione degenerata. I commercianti , in testa i "Grandi Magazzini D'Ammacco", portavano nelle mani di Odoardo le chiavi dei loro magazzini, sperando di salvare la "roba". Divampato lo sciopero generale, i cittadini ormai facevano affidamento solo nella Camera del lavoro. Ma in tutta la città, come nel resto del paese, doveva venire anche allo scoperto la grande paura dei padroni e padroncini, che ne volevano vendetta, del Governo e dei politicanti dell'epoca. I facinorosi non mancavano, lo Stato non sembrava in grado di proteggere la proprietà e garantire la sicurezza. I signorotti si decidevano ad allargare i cordoni della borsa, prezzolando squadracce e mazzieri.
Il Regio governo, perpetuamente allo sbando, non era minimamente in grado di prospettare ampie misure riformatrici. Era l'ora siderale dei peggiori farabutti : gli imprenditori della paura.
La regola aurea: seminare il terrore , per candidarsi poi come salvatori della Patria.
 Accendere l'incendio e poi travestirsi da pompieri!
Pronto a tutto e capace di niente, Il Re Vittorio, detto Sciaboletta, apriva le porte agli squadristi di Mussolini, scendendo uno ad uno tutti i gradini della indegnità, sino a firmare le vergognose leggi razziali.
Dopo la Marcia su Roma, i fascistissimi fratelli Giusti assalivano La Camera del Lavoro e colpivano con bombe a mano la palazzina di casa Voccoli, in via Cugini... Un primo operaio assassinato doveva essere Raffaele Favia, dei Cantieri Tosi. Il fascista Casavecchia lanciava una bomba verso un gruppo di comunisti e intanto veniva arrestato il Comunista Millardi.
Già nella semiclandestinità Odoardo era delegato a Livorno, nel 1921, partecipando alla fondazione del Partito Comunista d'Italia. Nel 1926 partecipava al Congresso Internazionale a Lione e il 20 giugno veniva arrestato, e così la sua compagna. "Quanto più l'avversario mostra di voler usare la mano pesante, l'ingiustizia fa più grande un'anima libera e fiera".

 Per Voccoli il socialismo non è stata la ballata di una sola estate, la bandiera degli anni verdi.
 La ribellione era ormai un imperativo categorico che legava indissolubilmente la battaglia per il lavoro alla rivendicazione dei diritti civili, secondo la lezione liberal-democratica ricevuta dal genitore. Era anche necessario difendere la città proletaria, mantenendo quel piccolo embrione di organizzazione di classe con le cui sorti Odoardo aveva identificato la sua scelta di vita: " la città "più Rossa" del Mezzogiorno...

 Scattavano le leggi speciali e Odoardo veniva condannato a 12 anni e mezzo di carcere duro, tre anni al figlio Todol per la minore età. Il carcerato confortava la compagna Assunta : "Mia adorata e sventurata Assunta, dodici anni sono un po' troppi, vero? Di una cosa puoi essere sicura, della serenità con la quale ho ascoltato la sentenza. Il primo e migliore giudice è la mia coscienza. I deboli si accasciano. Chi viene colpito per la sua fede non deve impallidire dinanzi alle conseguenze che gli derivano dall'aver troppo amata la sua idea...Spero di essere additato come uomo di carattere, che non piegò mai dinanzi a qualunque avversità...
Anno dopo anno, giorno dopo giorno, ai carcerati veniva sempre offerta quella domanda di Grazia, quel "Pentimento", che poteva rimettere in sesto tante famiglie sofferenti, considerando che non vi era lavoro per i familiari che non avevano la tessera del Partito.
 Ovviamente Voccoli, come altri compagni, rifiutava sdegnosamente qualunque Grazia, guardando con disprezzo il "pentito" che poteva ritornare in famiglia.
Intanto scriveva e organizzava una piccola scuola nel carcere. Quelli come noi, diceva: non mollano mai.Nel '29 veniva arrestato il figlio Libero Ribelle. Non mollare! Fino all'ultimo giorno, in carcere scriveva i suoi quadernetti, che riusciva a far circolare all'esterno fra i compagni.
Con qualche accorgimento si potevano trasmettere alcune informazioni: Trascriveva per esempio
 Il Principe di Machiavelli, usando in sostituzione la parola "Partito"
La famiglia era ridotta alla fame, ma non veniva meno la solidarietà dei compagni ancora in libertà, come il nobile Carducci, che non faceva mancare il suo sostegno.
 Per le famiglie dei carcerati, già si attivava il "Soccorso Rosso", con collette fra i compagni.
 Nel 1932, in occasione del Decennale, veniva concessa una amnistia: si celebrava in carcere il matrimonio civile, testimone il nobile Carducci Artenisio Ernesto: buon sostenitore della Causa.
Nel 1934, a seguito della delazione di uno spione dell'OVRA, si tornava in carcere: 4 anni di reclusione per Voccoli e e per i Fratelli Mellone morti in galera.

Una militante di grande rilievo, dirigente del "Soccorso rosso" , si prodigava per alleviare economicamente l'indigenza della perseguitata famiglia Voccoli. Anch' essa attivista nel primo nucleo storico socialcomunista, era stata condannata pure lei a lunghi anni di carcere, ma rimaneva fiera combattente partigiana fino alla caduta del fascismo. Il suo nome era una bandiera: Antizarina Cavallo. Si trattava di una militante del primo nucleo torinese. Voccoli avrebbe conservato in Archivio il suo ultimo saluto: "Ciao a tutti, compagni miei, continuate a lottare anche per me".

Una sola ferita non si rimarginò mai nel cuore di Odoardo: la perdita del figlio più sfortunato, quel Wservodol , detto todol, il figlio tubercolotico morto di stenti nella solitudine del carcere. Commuovente il suo ultimo saluto al padre: " Muoio sicuro di non aver menomato il nome che con fierezza ed orgoglio ho portato. Tuo Todol". I compagni in libertà riuscivano ad organizzare un funerale clandestino, notturno, fischiettando l'internazionale con uno striscione sul feretro:
 "I compagni di Taranto". Nell'amnistia del Decennale, Odoardo veniva scarcerato, ma il Tribunale Speciale lo condannava per altri quattro anni di reclusione per cospirazione.
Nel '34, a seguito a seguito della delazione di una spia dell'OVRA, sempre di più erano i compagni carcerati. In effetti si stava stava riorganizzando il fronte Antifascista. Nel marzo del '34, Odoardo era di nuovo carcerato. Anno dopo anno, un giorno dopo l'altro veniva offerta al prigioniero Voccoli la domanda di grazia, che gli avrebbe spalancato subitamente le porte della libertà.
 Ma lui non sarebbe mai uscito a capo chino. Il figlio Libero Ribelle, posto in cella d'isolamento veniva condannato al confino, serbando"cattiva condotta politica".
Dopo la caduta del fascismo, Odoardo sarà il primo sindaco repubblicano del dopoguerra, unanimamente stimato dai suoi concittadini. Quelli come noi non mollano mai, diceva...


La riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti per il nostro futuro.
(Umberto Eco) Per Approfondire: Roberto Nistri e Francesco Voccoli, Sovversivi di Taranto,
Sedi Edizioni, Taranto 1987.
Roberto Nistri. 16 febbraio 2017. Relazione ANPI. Liceo Archita Taranto.

Ieri come oggi: il trionfo del filo spinato


Ieri come oggi: il trionfo del filo spinato


di Roberto Nistri

già edito in "Galaesus". Studi e ricerche del Liceo Archita di Taranto, n. XXXIX, pp. 92-99

Nel vortice

      Il 27 gennaio 1945, lungo la pianura innevata, si vedevano avanzare i carri dell'Armata Rossa.  I sovietici spalancavano i cancelli di Auschwitz, simbolo per eccellenza dei campi di sterminio . Iniziava l'interminabile  conta dei sommersi e dei salvati. Fra i sopravvissuti: ebrei ma anche deportati politici, testimoni di Geova, portatori di handicap, omosessuali, zingari  (sinti e rom). Il 28 gennaio 2015 a Taranto veniva conferita la medaglia d'onore a Vittorio Caroli per aver mantenuto fede al proprio giuramento durante la deportazione.
      Gli angloamericani aprivano i campi di Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen e Majdanek. Avveniva la scoperta dei sottouomini, dei materiali per esperimenti. Al seguito delle truppe erano presenti operatori cinematografici di grande valore come Bernstein e Hitchcok. La loro preoccupazione era quella di documentare quante più prove possibili sull'infamia dei campi di morte, ben prevedendo le future manifestazioni di scetticismo o addirittura di negazionismo circa gli indicibili orrori che erano finalmente sotto gli occhi di tutti. Bernstein diceva: "sosterranno che sono solo trucchi di cinema". Notabili ed ecclesiastici del luogo venivano spinti a chinarsi presso i corpi martoriati,  eppure in seguito tanti si sarebbero rifiutati di guardare in quello schermo (scene conservate per anni nel War Museum di Londra)  ma Alfred Hitchcok avrebbe detto: "Il ricordo di quel film non mi ha mai abbandonato". Per forza! In quel film era in nuce tutta la sua straordinaria storia cinematografica. Gli bastava ruotare la cinepresa dalla baracche dei deportati verso i circostanti luoghi ameni di villeggiatura come Ebensee. Tutt' in torno si vedevano le linde casette di famigliole felici e indifferenti, che venivano chiamate a sfilare nei lager. L'innocente vita dei "volenterosi carnefici di Hitler": da una parte il lieto pasto quotidiano, dall'altra le continue emissioni di fumo nel campo. Fra questi due poli si distende la mai finita storia del complice in "buona fede".
      Testimonianza di Ferdinand Holl , ex prigioniero politico e kapò del campo di concentramento di Neuengamme: "I prigionieri venivano spogliati completamente ed entravano nel laboratorio uno dopo l'altro. Io dovevo tenere ferme le loro  braccia, mentre un medico ci strofinava sopra qualche goccia di iprite, il cosiddetto gas mostarda, che provocava terribili ustioni. Dovevano aspettare in piedi con le braccia aperte anche dieci ore, forse più, finchè le ferite da bruciatura non iniziavano a ricoprire tutto il corpo, progressivamente raggiunto dai fumi del gas. Il primo morto veniva dissezionato, i suoi organi interni erano stati completamente erosi" (dal resoconto della stenografa Vivien Spitz durante il processo ai medici dal '46 al '47, che definivano le loro cavie umane "materiali" o conigli. Le prove erano ineccepibili: i nazisti avevano fedelmente registrato per iscritto, con foto e filmati, gran parte delle loro atrocità. Nel campo femminile di Ravensbruck si trapiantavano da una prigioniera all'altra sezioni di ossa, muscoli e nervi per verificare se i tessuti si rigeneravano. Una sedicenne polacca venne operata sei volte. I prigionieri venivano infettati deliberatamente per sperimentare ipotetici vaccini. Gli zingari venivano sterilizzati in massa.  La scrittrice Jennifer Teege ha ricordato un discorso di suo nonno Amon Goth nel campo di Plaszow: "Io sono il vostro Dio. A Lubecca ho eliminata 60mila ebrei, ora è il vostro turno". Ordinò che una ebrea,  sorpresa a rubare una patata, fosse gettata viva nell'acqua bollente e data ai maiali.
      L'esperienza del dolore  non si può trasmettere, avrebbe detto Pietro Nenni, la cui figlia aveva trovato la morte ad Auschwitz . Non si poteva fare nulla? Altrochè:  Il re danese CristianoX  indossava la stella di Davide come segno di supporto e solidarietà con gli ebrei danesi,  che soffrivano la persecuzione nazista durante l'occupazione. Re Boris di Bulgaria si era rifiutato di sottoscrivere le leggi razziali. Il vicepresidente del suo parlamento faceva salvare 48.000 ebrei bulgari. Leggi che invece erano state sottoscritte a cuor leggero dal vile re savoiardo: nel 1939 venivano allontanati da tutte le scuole italiane docenti e studenti ebrei. Non ci fu un preside in tutta Italia, una maestra che si ribellò. Veniva ordinata l'espulsione degli stranieri ebrei, inclusi quelli che avevano la cittadinanza. Si registrava il sostegno entusiasta di Agostino Gemelli, fondatore e rettore magnifico dell'Università cattolica del Sacro Cuore. Per quelli che non lasciavano l'Italia veniva creato il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia  (Cosenza). Seguivano disposizioni che portavano sempre nuovi divieti tra i quali: essere portieri in case abitate da ariani; esercitare il commercio ambulante; esercitare l'arte fotografica; commerciare libri; vendere oggetti usati; vendere articoli per bambini; raccogliere lana per materassi; essere titolari di esercizi pubblici di mescita di alcolici; gestire scuole da ballo e di taglio; vendere oggetti di cartoleria; raccogliere rifiuti; gestire agenzie di viaggio; condurre autoveicoli di piazza; pubblicare avvisi mortuari e pubblicitari; inserire il proprio nome negli elenchi telefonici; essere affittacamere, detenere apparecchi radio; essere insegnanti privati; accedere alle biblioteche pubbliche, fare la guida e l'interprete, allevare colombi viaggiatori... su tali discriminazioni gli italiani si sono costruiti una memoria di comodo, presentandosi sempre come vittime, mai come persecutori.
      La proposta di Furio Colombo di indicare il Giorno della Memoria il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma voleva far risaltare il carattere di delitto italiano e non solo tedesco dell'Olocausto. Arrivava un treno merci di 18 vagoni, ammassava 1.022 persone che avevano il torto di essere italiani sbagliati, di sangue ebreo. Una donna incinta aveva le doglie, chiedeva aiuto. Lei e il suo piccolo soffocarono nel sangue e nello schifo prima di arrivare ad Auschwitz. Non è vero che fummo semplici esecutori, magari un po' restii, di un genocidio pensato e voluto altrove. Pendevano delle taglie sulla "razza maledetta": 5 mila lire per ogni maschio, 3mila  per le femmine, mille per un bambino. L'onore di pochi giusti non cancella il disonore di una nazione, che per sette anni almeno, ha fatto propria una follia che ha prima isolato, poi spogliato di ogni bene e diritto, e infine infierito su una minoranza di 40 mila esseri umani, di cui più di 7mila morti nei lager, colpevoli di ebreitudine (Gad Lerner, Un mondo senza noi).  Altro che Italiani brava gente. Ci furono i "giusti", ma dietro la cattura di ogni ebreo ci furono almeno altrettanti italiani implicati: prefetti, questori, poliziotti, carabinieri, compilatori di liste, delatori della porta accanto, ferrovieri, che dichiararono gli ebrei "stranieri": fra il 1943 e il '45 li stanarono casa per casa, li arrestarono, li depredarono dei beni, li rinchiusero nei campi, rendendosi colpevoli di genocidio (Simon Levis Sullam,  I carnefici italiani).

       Quanto ad Hitler, la sua guerra contro gli ebrei, era persa in partenza: da quando aveva fatto annientare i centri studi di Fisica della Germania, diretti da eccellenti studiosi ebrei, che immediatamente erano emigrati negli  Stati Uniti  (lo stesso doveva accadere nell'Italia di Enrico Fermi, Dulbecco, Rita Levi Montalcini) . Su 20 premi Nobel dati ai tedeschi, undici li avevano presi gli ebrei e tra quelli illustri c'era anche Einstain. Quando il ministro Rust chiese a Hilbert se fosse vero che l'istituto di matematica aveva sofferto dell'espulsione degli ebrei, la risposta fu lapidaria:" Non ha sofferto, non esiste più". Sembrava che l'ottuso tiranno avesse un conto in sospeso nei confronti degli uomini di scienza. Si ricorda che a 14 anni, in un istituto a Linz in Austria, avesse come  compagno di  scuola un ragazzo che doveva farlo innervosire non poco: il grande genio ebreo Wittgenstein, il logico e matematico che avrebbe in seguito decriptato i codici segreti del Reich, comunicandoli anche all'Unione Sovietica.
       Anche le frustrazioni della malariuscita artistica del giovane Adolf dovevano spingerlo ad odiare la grande arte delle avanguardie pittoriche,  che lui condannava come "degenerate". Per le bizze del despota,  il Reich avrebbe anche perso la straordinaria cinematografia  (UFA) che si sarebbe trasferita in massa ad Hollywood, in quella fabbrica dei sogni che il genio ebraico aveva creato.
      Contro il regno degli assassini, armi imbattibili si stavano forgiando nello spirito della libertà, anche semplici matite capaci di demolire il Moloch. Venivano impugnate nel 1938, quando in Germania si scatenava la notte dei cristalli, mentre in Italia venivano varate le leggi razziali. In quell'anno usciva negli Usa un fumetto disegnato da due giovani emigranti ebrei, Shuster e Siegel: dall'antica mitologia ebraica, nella figura del Golem protettore e giustiziere,  nasceva Superman. Si ritornava alla storia di un esodo senza fine. L' avventura : un popolo è consapevole che finirà distrutto con tutto il suo pianeta (Kripton). Lo scienziato Jor-El salva il figliolo Kar El sparandolo in un vascelletto nello spazio,  verso la Terra,  dove verrà accolto da due anziani terrestri. Dotato di grandi poteri vivrà sempre come un diverso, amato ma anche temuto, straniero impossibilitato ad integrarsi. Ritornava la storia del piccolo Mosè, salvato dalle acque, un tipo tosto, dotato di grandi poteri. Era il primo di una squadra speciale speciale di Supereroi, caricati per combattere il regno del male: a tempo a tempo nasceva nel '43 Capitan America, e poi Iron man e via disegnando. Ebbene, nella lunga marcia verso Berlino, ogni soldato americano aveva nel suo zaino una razione di cibo, un pacchetto di sigarette e un fumetto dei Super eroi: i due piccoli disegnatori ebrei erano tornati a casa da vincitori.
       La memoria sofferente del Padre, sopravvissuto allo sterminio di Hitler, doveva essere onorata  nel dopoguerra, con lo  splendido fumetto  Maus di Art Spiegelman. Un corpo a corpo fra padre e figlio, difficile e quasi impossibile, perché l'esperienza non si può trasmettere. Spiegelman è  l'autore che più di ogni altro ha contribuito ad elevare lo status del fumetto da semplice mezzo di intrattenimento a fenomeno culturale,  in grado di toccare le realtà più complesse e dolorose. Steven Spielberg ha raccolto e conservato un immenso patrimonio memoriale nella Shoa Foundation. Una impresa iniziata da ragazzetto,  imparando a leggere i numeri dai sopravvissuti dell'Olocausto che gli facevano vedere i loro tatuaggi. Una identità inondata di mortalità, di atti di odio indicibili, ma anche pervasa di indomabile resistenza. Il nipote del generale Kammler, architetto delle camere a gas, è il  sociologo Tilmann, che da sempre studia i fenomeni di violenza tra gli adolescenti, perché alcuni uomini accettano di farsi sottomettere e si conformano, perché torturano e umiliano il prossimo. I dossier Usa sul nonno risultano ancora secretati per occultare il ruolo del nazista reclutato  nella fase della guerra fredda.
      Nella  Giornata della memoria, alle elezioni in Grecia, si è affermato   come terzo partito quello dei neonazisti di Alba Dorata. In Italia hanno preso a circolare gruppi musicali come "99 Fosse" (con la F).
       Ma i tedeschi quanto vogliono ricordare il loro crimine contro l'umanità? 81 su cento desiderano lasciarsi la Memoria alle spalle. Lo rivela un sondaggio della fondazione Bertelsmann. 58 su cento sperano che di Shoa non si parli più. I dati coincidono con un presente in cui i nuovi nazionalisti xenofobi di Pegida riempiono le piazze all'est. Del resto già dal 1949 l'Fdp aveva chiesto uno stop alla denazificazione ("la Repubblica"  27 gennaio 2015). Urge riflettere sul rapporto che ci deve essere tra la Memoria e la Storia: se la prima tende a sbiadire la seconda deve invece fondarsi su una rigorosa analisi dei fatti, per poter comprendere i legami di causa ed effetto. Se l'emozione dovesse prevalere, quella Memoria sarà destinata a dissolversi. Solo la Ragione è l'alternativa ad Auschwitz. Solo conoscendo e riconoscendo con chiarezza, potremo superare "La Repubblica del dolore", come ha scritto lo storico  Giovanni De Luna,  nel suo testo edito da Feltrinelli.

Gli inizi: Duemila anni di giudeofobia

      Le razze non esistono, ma il razzismo c'è e fa male. E' ricorrente come imposizione di un gruppo su un altro gruppo,  ritenuto inferiore e/o dannoso.  Si può auspicare il suo annientamento (genocidio) o la distruzione della sua cultura (etnocidio). L'anticamera del razzismo è l'ostilità attiva verso lo straniero ( xenofobia).  La più spontanea manifestazione  è sempre la stessa: "via gli stranieri". Gli spacciatori di paura sono sempre al lavoro. Invece l'incontro-scontro fra culture delinea un campo di compatibilità e conflittualità non facile da padroneggiare, soprattutto nel quadro di vistosi e inarrestabili processi migratori, affrontati non tanto con strumenti scientifici quanto con vecchie mitologie e superstizioni. Anche la democrazia, che pure ha un raggio d'influenza mai registrato nel passato, sembra mostrare la sua fragilità, è in difficoltà, non riuscendo a riconvertire il consumismo in umanesimo, vivendo in bilico tra universalismo e localismo. Una democrazia che tenga fede al suo nome implica tolleranza e apertura verso gli altri, ma se non è in grado di offrire reali chance di vita e opportunità all'altro, la democrazia si suicida.  E' oggi difficile, anche per buona creanza, una dichiarazione esplicita di razzismo, ma è diffuso un certo razzismo pop di sottopancia.
      L'antisemitismo non lo ha certo inventato Hitler. Durante tutto l'Ottocento era in diverse forme circolante nelle culture politiche  di destra ma anche di sinistra. Partendo dalla cultura della cristianità,  sia cattolica sia protestante, era incistata   l'idea di una colpa collettiva, che il nazifascista , l'uomo delle pulizie, si sentiva in obbligo di annientare nella figura dell'impuro, del non ariano. L'antica ostilità dei cristiani nei confronti degli ebrei ovviamente non derivava da una concezione razziale. Si trattava di una prevedibile concorrenza fra una antica religione e una nuova (considerata una eresia dell'ebraismo). Gli ebrei ai tempi di Giulio Cesare erano ben insediati a Roma con una "carta dei diritti".  Non facevano proselitismo in quanto l'ebreo era semplicemente un nato da madre ebrea. Il proselitismo cristiano che spaccava le famiglie e sembrava irriguardoso nei confronti dell'Imperium pareva  invece una grande anomalia da cancellare. Le cose dovevano cambiare con la coniugazione fra religione cristiana e potere imperiale. A quel punto si rafforzava una giudeofobia legittimata dalla accusa antica e bislacca di deicidio. La persecuzione doveva  rafforzarsi nel corso dei secoli ma, a differenza di quella nazista,  mirava alla conversione e non alla soppressione. Certamente la chiesa cattolica ci mise di suo nel seminare zizzania.
      Ancora oggi qualcuno continua ad esaltare la "tolleranza" di Costantino, il vero padre dell'antisemitismo. L'undici dicembre 321 veniva emanato il Codex Judaeis, la prima legge penale antiebraica. L'editto di Milano riconosceva il cristianesimo come  religio licita e "collante" politico più efficace dei vecchi culti. L'editto definiva  la superstitio  ebraica "secta nefaria", " feralis, " e formalizzava l'accusa di deicidio: quel Costantino  che per tutta la vita aveva conservato il titolo pagano di  pontifex maximus. Successivi imperatori dovevano ridurre ulteriormente i diritti degli ebrei, privati delle sinagoghe e sepolti in luoghi lontani. Nel fondamentale Concilio di Nicea del 325 si perveniva alla unificazione nelle stesse mani del potere temporale e di quello religioso. Con Teodosio il cerchio si chiudeva con la proclamazione del cristianesimo come religione di stato, perseguitando ogni altro culto, l'ebraismo compreso.
      S. Giovanni Crisostomo nel IV secolo si sarebbe preoccupato di mettere in giro la voce degli ebrei che sacrificavano i bambini. Già il quarto Concilio Laterano aveva ordinato agli ebrei di portare dei vestiti che li distinguessero: un cappello giallo per gli uomini, un velo per le donne. Più praticamente Hitler avrebbe adottato la stella di Davide per tutti. Nel 1215 papa Innocenzo III escludeva gli ebrei da qualunque associazione professionale: potevano esercitare solo pratiche proibite per cristiani e musulmani: cambiovalute e soldi in prestito, attività alle quali facevano ricorso poveri contadini a rischio di esproprio, ma anche potenti e sovrani. Naturalmente chiunque dovesse restituire  soldi all'ebreo, non provava per lui molta simpatia. Nel 1555 si arrivava alla bolla infame di Paolo IV che istituiva il "serraglio" per gli ebrei condannati a vivere di sole "arti strazziarie vel cenciariae" .
       Si aggiunga che l'ebreo era sempre considerato un diverso, uno "strano",  ma anche dotato di un oscuro potere. Gli spiriti semplici temono ls scienza, ciò che non conoscono .  In epoche in cui anche i potenti erano analfabeti, l'ebreo era l'uomo del libro, con la testa sempre fra strani rotoli di carattere magico. Lo stesso Hitler odiava massimamente l'ebreo, al punto da annientarne completamente la stirpe fino all'ultimo neonato, ma ne aveva paura ed era affascinato da quei poteri oscuri di cui cercava in tutte le maniere di appropriarsi. L'aggressività mascherava sempre un umiliante complesso di inferiorità. Gli uomini piccoli odiano ciò di cui hanno paura.
       L'ebreo, spesso dal popolino confuso con l'eretico e lo stregone, era il perfetto capro espiatorio, addirittura un portatore di peste, che si poteva impunemete allontanare o sopprimere. Solo nel concilio Vaticano II,  Nostra aetate, scompariva la preghiera  pro perfidis judeis, volta alla conversione dei maledetti deicidi.   La misteriosa onnipotenza ebraica veniva sempre più enfatizzata dalle varie agenzie poliziesche,  che fabbricavano a ripetizione documenti farlocchi come i "Protocolli dei Savi di Sion". Ci si convinceva che dietro tutti i grandi sommovimenti, dalla rivoluzione americana a quella francese a quella russa, gli ebrei avessero manovrato nell'ombra. In realtà proprio la vita nel ghetto aveva conferito all'ebraismo un forte senso di identità ma anche la capacità di muoversi su scala globale.
 Un caso limite rimane  quello dell'antisemitismo in assenza di ebrei.
      Valga l'esempio della città di Taranto: dopo la promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei presenti in città si contavano sulle dita di una mano. Eppure i professionisti del razzismo fecero carriera nelle scuole, nei giornali, nel pubblico impiego, addirittura riscrivendo una storia adulterata della presenza ebraica sul territorio, manifestando entusiasmo per la distruzione della ultima traccia di una antica presenza semita: il vicoletto Giuda, doveva scomparire grazie al colpo di piccone mussoliniano.

Appendice:  Aprile 2015.

 Tra superficialità, errori e ingiustizie che seguirono la fine della guerra,  andrebbe riconsiderata  la riabilitazione del giurista Gaetano Azzariti , che aveva contribuito alla redazione delle leggi  razziali presiedendo  il "tribunale" incaricato di applicarle. Il ministro Palmiro Togliatti lo riabilitava così pienamente che nel 1957 Azzariti diventava addirittura presidente della Corte costituzionale. Poteva capitare che la giustizia veniva sacrificata alla "pacificazione". Una delle tante scorciatoie pericolose. Il suo busto di razzista e antisemita suscita le rimostranze del rabbino Giuseppe Laras e dello   storico Riccardo Calimani, che assieme ad altri cittadini indignati,  ne hanno richiesto la rimozione.  Per il momento non è stata neanche concessa alla stampa la visione del verbale della cancelleria della Corte. Sull'argomente esiste ormai una corposa pubblicistica.

Appendice 2: Maggio 2015.

La distruzione della cultura, operata dagli ultrafondamentalisti islamici, richiama spontaneamente il rogo nazista di oltre 25mila libri,  il 10 maggio del 1933. Un mese dopo veniva bruciato il parlamento tedesco e iniziava la grande caccia alle streghe: un rituale con tutti i parafernali del nazismo: bande musicali, fiaccolate, rituali purificatori. Il ministro Goebbels annunciava: "Uomini e donne di Germania, l'era dell'intellettualismo ebraico sta giungendo alla fine. Da queste ceneri rinascerà la fenice di una nuova era". Nel rogo scomparivano anche i colori sognanti di Klimt, Chagall, Klee. In fondo i nazisti avevano creato la lista fondamentale della cultura, che veniva conservata nel cuore di quanti ,   a prezzo anche della vita, avrebbero operato per una autentica rinascenza democratica.
Questi paradigmi vanno riconsiderati, comparando gli immigrati agli ebrei ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste. Levi ci ammonisce è affidata solo ai sopravvissuti, i salvati. La voce dei "sommersi", delle migliaia di morti annegati. Dal gorgo non è tornato mai nessuno per raccontare la propria morte.

lunedì 3 agosto 2015

A proposito di monumenti ai caduti

A proposito di monumenti ai caduti

Roberto Nistri, 8 luglio 2015


In un suo scritto per Siderlandia, Salvatore Romeo ha invitato a non sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una tormentata disputa sulla monumentomania dei cosiddetti “neospartani”. Secondo Romeo, quando si parla di monumenti non si può considerare solo l’aspetto estetico, ma anche la funzionalità politica. George L. Mosse considerava la “monumentalizzazione” come uno degli aspetti caratteristici del processo di costruzione di una comunità. Naturalmente, se non vogliamo considerare all’ingrosso l’erezione di una qualunque stele, secondo l’ottica della antropologa Ida Magli, come un inequivocabile trionfo fallico, non possiamo trascurare la specificità estetica di un manufatto, un significante che intende supportare un investimento emozionale, più o meno vocazionato alla universalità. Quanto abbiamo scritto in altra sede concerneva semplicemente la forma espressiva, vistosamente fallimentare di alcune eccentriche proposte, vagheggiate fra i due mari dal club dei cosiddetti “neospartani” e insonni cartapestai.

Nell’attuale fase celebratoria sulla memoria delle vittime della Grande Guerra, può essere interessante ripercorrere la vicenda ultratrentennale, tormentata ma anche comica, del colosso dominante l’attuale Piazza della Vittoria. Il vero caduto o almeno infortunato, sul bronzeo campo di battaglia, doveva essere l’onesto scultore Franco Como, combattente sul Carso, massone, discepolo del Maestro Ettore Ferrari, repubblicano e angariato dai fascisti. Nel 1923 esplodevano pesanti contestazioni, con manifesti murali anche malevoli, nei riguardi dello scultore.

L’impresa si era avviata con un progetto dell’architetto Cesare Bazzani, che per fortuna doveva cadere nel dimenticatoio, risparmiando alla villa Peripato una delle tante aggressioni a mano armata. Nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzatore. La prima questione doveva riguardare il sito, con incertezze su piazza Archita. La discussione riprendeva senza fretta nel 1921, con l’amministrazione Delli Ponti. Le lapidi fiorivano a piacere: la più significativa veniva posta dalla presidenza del liceo Archita, in memoria dei 52 studenti caduti. Si pensava ad un periodico cambio della guardia al monumento fra gli studenti.

Qualche personaggio di buon senso proponeva di investire quei quattrini in ospedali e orfanotrofi. Nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, il clima diventava più battagliero. Posizionare il monumento in piazza Giordano Bruno, avrebbe comportato l’oscuramento della facciata dell’Arsenale e l’imbottigliamento della stessa Piazza. Nel 1923 partiva un concorso nazionale, convocando artisti di fama indiscussa. Risultava vincitore Francesco Como. Gli oppositori sostenevano la tesi assurda che Como, vinto il concorso, dovesse lasciare ad altri l’esecuzione dell’opera: l’invidia degli sconfitti e la logica della mangiatoia.

Lasciando perdere la proposta della villa Garibaldi, tutti concordavano sulla necessità di una ampia superficie di sfondo. Tendenzialmente il monumento si orientava verso il centro di piazza della Vittoria, progressivamente annientando i palmizi che circondavano la piazza. I lavori procedevano con moto uniformemente ritardato. Nel 1926 il Podestà Spartera sembrava voler usare il pugno duro, magari a colpi di francobolli e lotterie. In previsione della inaugurazione veniva soppresso il chiosco orinatoio di Piazza XX Settembre. Ma l’erigendo monumento ai Caduti attendeva sempre di essere inaugurato.

Il podestà “protempore”, Giovanni Spartera, diventava anche oggetto di lazzi e pasquinate di piazza. Nel 1928 si decideva a convocare l’egregio scultore Guastalla di Roma (anch’egli onesto massone) con l’incarico di esaminare lo stato dei lavori. Ma un anno dopo il Guastalla rinunciava all’incarico per comprensibili incompatibilità fra l’autore e il controllore, ma anche per lo stato confusionale delle procedure. Nel 1934 veniva addirittura chiamato in giudizio per una poco edificante ricompensa richiesta per tre anni di lavoro. Alla fine veniva pagato irregolarmente e a rate.

Como aveva lasciato Taranto nel 1928 con un assegno mensile ad personam per tutta la durata dei lavori, ma dopo due anni il suo compito non era stato ancora ultimato. Nel giugno 1930 veniva troncato qualsiasi invio di denaro al Como, compromettendo così il modello di argilla dell’Aquilifero, che prima si essiccava e poi finiva in frantumi. Con i fondi del tutto esauriti, Como avrebbe dovuto concludere i lavori pagando di tasca propria: una soluzione del tutto improponibile. Il povero Como si ritrovava in condizioni miserrime, tanto da invocare l’interessamento del Sovrano. Durante le celebrazioni del 4 novembre non era stato neanche invitato e intanto si allargava sempre più il solco fra l’Artista e il Regime. Si arrivava comunque all’inaugurazione del 1930, con il monumento incompleto.

Nel marzo 1950 si riapriva la discussione sul completamento dell’opera monumentale, con interessamento dell’Associazioni Industriali e (strano a dirsi) dei segretari della Camera del Lavoro della C.G.I.L. Il Monumento fatturato a rate trovava alla fine il suo completamento con il gruppo detto “L’Aquilifero”, con il fiero sostegno della amministrazione comunista. L’occhio esperto poteva leggere nell’opera i simboli massonici del triangolo, delle due colonne, del sancta sanctorum del tempio, con la Dike che che raffigurava il fatidico numero tre. Il 18 ottobre 1953 si concludeva la trentennale vicenda: era trascorsa anche la seconda guerra mondiale e un monumento poteva ormai bastare per i due grandi conflitti. Quella volta, alla celebrazione, Francesco Como era presente. Non crediamo che l’opera di Como sarà apprezzata nei secoli a venire, come vaticinava il caro Giacinto Peluso. Crediamo che il vento fa il suo giro e che la storia cammina sempre per sentieri interrotti.

Al momento della inaugurazione, l’opera era certamente un anacronismo. In quegli anni nessuno studente si sarebbe prestato al “cambio della guardia”, secondo i desiderata dell’ex preside del Liceo: I Beatles erano in arrivo. Gli omoni nudi con l’elmetto facevano impressione. E invece, negli anni Settanta, nella festa giovanile della contestazione, per i giovani tarantini e non solo, quel monumento si trovava a rappresentare l’ombelico del mondo. Quel bronzo era letteralmente avvolto da una folla di ragazzi vocianti e musicanti. I figli dei fiori rendevano quel tetro cenotafio un rendez-vous giovane, cordiale, capellone, greco, nemico della guerra: uno spazio liberato di felice coabitazione fra i presenti e gli scomparsi. Ma gli spiriti cupi non trovavano pace: invece di far sgomberare le macchine parcheggiate in piazza della Vittoria, invece di desertificare la lunare Piazza Garibaldi, si preoccupavano di far sgomberare malamente i ragazzi: “un centro di bivacchi, incontri amorosi con le varie conseguenze”, inveiva il signor Vinci (?!). Tale signor Cerino si batteva per una robusta cancellata, condannando il Monumento ad esibilre la sua glaciale bruttezza, privandolo di quel contatto umano capace di dare un cuore e un colore anche alle pietre. Rimane il dolce ricordo di un happening libertario: lo spazio della antica Agorà.

Documentazioni in: Giacinto Peluso, Una città un monumento, 1984.

lunedì 3 novembre 2014

Il fascismo e le linee generali della Resistenza

Il fascismo e le linee generali della Resistenza

di Roberto Nistri

Relazione tenuta nel corso di formazione a cura dell’A.N.P.I Taranto 2014.


1) La parola magica
La parola “fascista” gode sempre di un eccellente piazzamento nella hit parade  dell’insultorio internazionale. Negli Stati Uniti , in ogni causa di divorzio, la moglie accusa immancabilmente il marito  di essere fascist. Il  bad boy del Bronx ingiuria facilmente come pig fascist il poliziotto che gli fruga  nelle mutande.  Oltre a “ciao”, il vocabolo italiano più conosciuto nel mondo è “fascismo”: un originale e moderno “brevetto” italico esportato ovunque, un  camaleontico fenomeno internazionale, fin dalle origini capace d’infettare gran parte d’Europa (Collotti 1989): Germania di Hitler, Spagna di Franco, Portogallo di Salazar, Francia di Vichy, Croazia di Ante Pavelic, et cetera. I politologi occidentali qualificano spesso gli estremisti islamici come fascisti e vengono a loro volta considerati come tali  in quanto imperialisti e razzisti. Nell’attuale scontro fra russi e ucraini, il logo è all’ordine del giorno. Nel febbraio 2014, un testo accademico è stato mandato al macero perchè colpito da una Fatwa degli induisti, subito bollati come “fascisti” dalla  grande scrittrice indiana Arundhati Roy.
A partire dagli anni Settanta, in ambienti progressisti, anche nell’ambito di una coppia,  il maschilismo veniva posto in stato d’accusa come ineludibile variante del fascismo. Nella stagione della grande radicalizzazione, anche fra militanti della Gauche, l’invettiva infame poteva rimbalzare da uno schieramento all’altro.  Fascista si usa dire del bombarolo, del funzionario arrogante, dell’automobilista pirata, dell’inquinatore, della vecchina che sferruzza invocando la pena di morte, del profittatore Uber Alles : un mostro polisemantico. Un mostro da prendere sul serio, da non relegare in un passato remoto e concluso. Pensiamo alla vulnerabilità della democrazia di fronte alla sfida di mobilitazioni collettive che continuano a coltivare il fanatismo integralista dell’odio come una nobile virtù.  Per il fascismo gli avversari politici erano considerati  tipi umani antropologicamente incompatibili con l’Uomo Nuovo, da prendere di mira e obliterare.
Anche nel Parlamento italiano non è cosa rara sentire i deputati accusarsi l’un l’altro della maxima iniquitas, come nella famosa seduta del 29 gennaio 2014, quando l’invettiva  Fascista!  rimbalzava  da uno schieramento all’altro come un ping pong  accompagnato dal tradizionale manrovescio. Seguiva una interessante discussione sul comportamento avanguardista del movimento Cinque Stelle, detto anche “grillino”, che respingeva l’accusa al mittente, addirittura nei confronti del  Presidente della Repubblica, imputato di multigolpismo. Niente di che: prove tecniche di arditismo.
2)  La confusione del mostro
Donde la grande diffusione, nei contesti più disparati,  della parola passepartout “fascismo”? Secondo Eco, dipende dal carattere fuzzy (sfumato) del termine, che permette di qualificare come tali i più disparati sistemi o atteggiamenti dispotici e autoritari. Una differenza imprescindibile: se il fascismo storico si reggeva intelligentemente sulla continua mobilitazione delle masse ( sia pure un coinvolgimento passivo rispetto a scelte già decise) altri regimi, pur chiamati fascisti, si sono retti solo sul carcere e la tortura.  La parola indica in genere una certa aria di famiglia fra governi illiberali e antidemocratici. Lo stesso totalitarismo mussoliniano era largamente fuzzy: un collage di principi difformi, un alveare di contraddizioni fra rivoluzione e monarchia, esercito regio e milizia personale, controllo dell’economia ma anche libero mercato.
Spregiudicate sono state le annessioni lessicali: lo stesso brand era una abusiva derivazione dai sinistrissimi “Fasci siciliani”. Il mussolinismo, nato come ordine rivoluzionario, finanziato dai più conservatori proprietari terrieri, anticlericale e papalino, voleva tenere assieme il futurismo marinettiano della macchina e della potenza e il  pop decadentismo dannunziano, i poeti ermetici e gli ottusi Farinacci, nel finale di partita cercando di giocare l’ultima carta di Salò, resuscitando un improbabile giacobinismo d’antan. Di sicuro Mussolini non ha generato un popolo di guerrieri, ma una società di briganti, complici, spie e delatori.
Probabilmente hanno ragione quanti, nel confronto con il totalitarismo nazista e comunista, evidenziano il carattere non monolitico del totalitarismo fascista . Il “duce” doveva pur sempre fare i conti  con la monarchia e il Vaticano, ma il partito unico e statolatrico non ha mai smarrito il suoimprinting.  Paradossalmente proprio un certo confusionismo,  corretto con uno spicciolo pragmatismo,  ha permesso al Fascismo di avere ancora oggi un così variegato bacino d’utenza,  dall’uomo d’ordine all’ultrà,  di contro alle illacrimate sepolture  del “Socialismo realizzato” e del Nazismo hitleriano, con il codazzo dei loro cloni malriusciti. Comechessia,  l’archetipo fascista, modello per tutti gli imitatori, era vocazionato al totalitarismo sin dagli inizi, come ha chiarito Emilio Gentile: “un fenomeno politico moderno, antiliberale e antisocialista, organizzato in un partito milizia, con una ideologia attivistica e antiteoretica, affermante il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica, etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno stato corporativo, con una vocazione bellicosa  volta a distruggere la civiltà democratica liberale, in nome di un culto razzista e imperialista” , giusto per smentire le pappolate di una perdurante memoria di comodo,  intenzionata a “defascistizzare il fascismo”. Una modernizzazione senza modernità (Claudio Silingardi) centrata su una visione organicistica e gerarchica della società, dove ognuno deve stare al suo posto, ogni conflitto deve essere evitato e si pratica il culto del capo carismatico. Nessuno spazio per i diritti civili, la secolarizzazione, l’uguaglianza dei sessi, la soggettività individuale.
Ripetiamo comunque che Mussolini non  disdegnava scaltre operazioni annessionistiche,  in campo culturale soprattutto.  Vi è stato un solo Nazismo,  con una sola Ideologia e una sola Architettura, quella di Speer. Il “duce”   definiva i resti dell’architettura classica “calcinacci venerabili  nella muffa  “, godeva degli “sventramenti” e spacciava  fasulla romanitas , ma   accoglieva tuttavia una pluralità di stili, compreso un razionalismo architettonico di indiscusso valore. Sono esistiti ed esistono diversi fascismi. Il Nazismo ha avuto una ideologia, organica ed implacabile. Il Fascismo, diceva Eugenio Garin,  ha avuto una  ideologia eclettica, parzialmente sostanziata dalla filosofia di Gentile , la cui maggiore operosità  doveva dispiegarsi solo  nella Enciclopedia Treccani, rigorosamente vigilata dalla censura del padre gesuita Tacchi Venturi. L’operazione più intrigante di Gentile è stata quella di irrobustire il suo attualismo con l’annessione delle tesi marxiane, seducendo così anche il giovane Gramsci .
3)  Il medium e il messaggio: il santo manganello
La vera arma di Mussolini non era una filosofia,  ma una retorica: una fabbrica di slogan e di rituali,   una efficace simbologia massmediale  e soprattutto una liturgia militare. Una accorta tecnica di “costruzione del nemico”, messo all’indice e annientato dal controllo della stampa, dei sindacati, del potere legislativo e di quello giudiziario. Il lessico del fascismo non è univoco, per questo si può giocare con molti fascismi che presentano fra di loro una qualche somiglianza. Senza dimenticare che si tratta sempre di war games, giochi di guerra. La violenza rimane un elemento costitutivo del fascismo. Il medium è il messaggio: la politica del manganello. Solo nella prima fase di ascesa del mussolinismo, dal 1919 al 1921, si possono calcolare 3.000 vittime. Con l’uso della forza e il compromesso con i poteri forti  Mussolini, dopo la Marcia su Roma, istituzionalizza la violenza ma la esercita anche criminalmente, con calcolo selettivo, contro i più valorosi antagonisti: Matteotti, Gobetti, Amendola, don Minzoni, i fratelli Rosselli…
4)  La via facile
Come mai l’invenzione mussoliniana ha trovato tutte le porte spalancate? Se intendiamo la parola “invenzione” alla latina (invenire, trovare) dobbiamo dire che il sor Benito si è ritrovato con una  tavola già apparecchiata e ha saputo cogliere il kairòs, il momento opportuno. Dalla fine dell’Ottocento uno spettro si aggirava  per l’Europa, lo spettro del nazionalismo, che doveva ingenerare la madre di tutte le guerre: il primo conflitto mondiale che avrebbe risucchiato nella mobilitazione totale milioni di morti e mutilati.  La politica dei piccoli numeri non contava più, i vecchi governi venivano considerati, non sempre a torto, come nemici dei cittadini. Il vaso di Pandora era stato scoperchiato e le masse irrompevano sulla scena. Il discorso più eloquente, “la guerra sola igiene del mondo” era il canto della mitragliatrice del futurista Marinetti (la “letteratura ufficiale del fascismo rivoluzionario”). Sfruttando la mitologia vittimista della “vittoria mutilata”, D’Annunzio era l’incarnazione esaltata di tutti i sogni della piccola borghesia italiana e preannunciava tutto ciò che il fascismo avrebbe promesso agli italiani. Si confermava la storica assenza nel paese di anticorpi nei confronti di imbonitori e avventurieri da strapazzo. Il Vate spingeva la “nazione proletaria” a conquistare il proprio posto fra le grandi potenze, con l’esempio dell’avventura fiumana:  non doveva costargli un giorno di prigione, ma imbarcava nella stultifera navis  anche gli anarcosindacalisti di Sorel. Mussolini era attraversato da tutte le componenti ostili alla tradizione liberal-parlamentare, una tradizione che sempre più mostrava la propria inadeguatezza di fronte alla crisi postbellica, al progressivo impoverimento dei ceti medi, alla mortificazione dei reduci e  a quanti  erano stati illusi con la solita promessa della “terra ai contadini”.
Nella vita del paese, l’unica componente in forte ascesa, sia pure tormentata da fratture e scissioni, era il movimento operaio, che doveva manifestare tutta la propria forza nella fase dell’occupazione delle fabbriche, in primis alla Fiat. Gli scioperi si diffondevano a macchia d’olio, ma non riuscendo a proporre uno  sbocco per un movimento così impetuoso, doveva seguire  una cocente delusione per i lavoratori e una grande paura per i padroni. Mussolini, che per un certo periodo aveva simpatizzato per l’occupazione, delle fabbriche per tutta una fase; comprendendo che il movimento antagonista ormai si avviava al riflusso, prendeva a trescare con Giolitti per chiudere la vicenda di Fiume e si sceglieva il ruolo di guardia armata del capitale.
Con l’attacco a Palazzo D’Accursio a Bologna, il 21 novembre 1920, si dava inizio allo squadrismo. Violenze ed aggressioni contro singoli militanti, distruzione di case del popolo, di tipografie, di sedi sindacali e politiche, di leghe e cooperative , segnavano il “biennio nero”.   La “caccia al rosso” era  sovvenzionata dai proprietari e protetta da una circolare ministeriale che invitava i magistrati a non perseguire i fascisti. L’idea era quella  di usarli contro i socialisti e poi mandarli a casa ; così le squadracce potevano impunemente  annientare una dopo l’altra le varie organizzazioni operaie (“come mangiarsi il carciofo una foglia alla volta”) e  intanto preparavano il terreno ad un esautoramento del vecchio ceto politico.  Nell’ ottobre del ‘22  era in cantiere il colpo di stato. La parola d’ordine era: “Bisogna spennare la gallina senza farla gridare”.
5) Umberto Eco e il “fascismo eterno”
Con una ars combinatoria è possibile togliere , aggiungere o permutare alcuni elementi, garantendo la permanenza di un qualcosa che si possa chiamare “fascismo”.  Il fascismo, pur vantando orgogliosamente la   primogenitura italiana, è riuscito a proporsi come un archetipo europeo e non solo, proprio mantenendo il gioco del togli e metti. Si può giocare al fascismo in molti modi, pur non cambiando  il nome del gioco .  Il sogno del fascista è sempre quello dell’universo concentrazionario e del “qua comando io e posso fare quello che voglio”,  nel dualismo fra soggiogato e soggiogatore ( Eco 1995). Ci si può chiedere se nel continuo scambio delle tessere del mosaico sia possibile cogliere una impermanenza, un insieme di costanti che  Eco chiama ur-fascismo.
Il fascismo eterno ricostruito da Eco mette in fila alcuni indicatori forti.  I.  Il culto della tradizione come deposito di una verità primordiale.  II. Il nazionalismo come religione del sangue e della terra,Blunt und Boden.  III.  La frequentazione dell’ermetismo magico-alchemico, con annesso templarismo e new age . IV.  L’irrazionalismo vitalistico  contra l’illuminismo e la cultura scientifica .  V.  La difesa di una verità assoluta contro un relativismo portatore di discordia e scissione.    VI. Il mito dell’eroe o capo carismatico che, nella condizione di perpetuo stato d’assedio, difende la comunità dai nemici camuffati.  VII.  La inoculata sindrome del complotto – possibilmente internazionale o addirittura planetario – che inquina la città felice con l’infiltrazione di  agenti provocatori. VIII. Il rapporto asimmetrico con l’alterità (razzismo, xenofobia, machismo) risulta ineluttabilmente orientato verso l’inferiorizzazione dell’altro.
Il mito di una razza superiore  presuppone l’immaginazione di una razza  inferiore: un tipo difettoso, il bastardo per eccellenza: l’ebreo.  La Destra non considera positivo il rapporto paritetico, simmetrico e inclusivo… “Non c’imbattiamo mai nella coesistenza pacifica di un vis-a-vis, bensì in una gerarchia violenta. Uno dei due termini comanda l’altro…e sta più in alto di esso” (Derrida 1972). Il fascismo vuole insaccare il mondo nella sua “giusta” forma , avversando l’informe o deforme diversità. Ordine e pulizia: l’imperativo è uniformarsi. La Destra considera un valore non l’Eguaglianza ma la Gerarchia, anzi, per cogliere il nocciolo duro di questa cultura, valore e disvalore si riconoscono nella semplice logica binaria del chi è sopra e chi è sotto. Si tratta di una logica molto antica e molto forte: nella lotta greco-romana  vittoria era schiacciare l’avversario spalle a terra.  Il fascista si considera uomo di natura e  non di cultura ; qualora fosse un professore tedesco ammonirebbe  che anche la politica è l’arte di mettere sotto: in grecia la radice pol riguardava tanto la  politeia, il governo, quanto il  polemos, la guerra.
Come si vede, non è inesplicabile la formazione della mentalità fascista e anche bullista.  Tutt’altro rispetto alla  ardua   impresa educativa promossa da Lorenzo Milani: trasformare Franti in un cittadino sovrano. Non è impossibile: in natura esiste l’orgoglio del gene che promuove la sopravvivenza, ma anche la  solidarietà di specie che permette la reciprocità. L’intreccio natura-cultura (il crudo e il cotto) è sempre complicato, anche in quel nucleo amoroso che ha una valenza universale: è nota la favola dei due amanti polinesiani che si strinsero in un amplesso gioioso  nelle acque di una fontana. Manifestarono reciproca felicità ma il maschio ci tenne a puntualizzare: “questa volta ti sei sdraiata su di me, da ora in poi starai sotto”, secondo la posizione non a caso detta del “missionario”.   Insomma, fascisti si nasce o si diventa?  Priebke era  uno scherzo di natura o è uno scherzo della cultura?
6)  L’uomo delle pulizie
In ogni caso il fascista si autoproclama portatore sano di purezza, considera il diverso da sé un impuro, un nemico facilmente individuabile perché puzza, perché è sporco e inquina la salute del clan. Il fascista si presenta come un igienista.  Già Platone era maniaco della “purificazione”:  “catarsi” originariamente voleva dire “purga”.  Separare il peggiore dal migliore e nel caso distruggere la parte cattiva, come suggerisce il verbo greco kathairèo .  Una questione di identità, integrità, igiene. “ I nazisti erano delle donne delle pulizie nel senso peggiore del termine. Armati di strofinacci e scope, volevano purgare la società da tutto ciò che consideravano come materiale purulento, polvere, immondizia: sifilitici, omosessuali, ebrei, gente dal sangue malato, neri, folli. E’ l’infetto sogno piccolo borghese della pulizia razziale che sottendeva il sogno nazista” (Foucault 1975).
Il nazifascista è affetto da  “rupofobia” : una ossessione del sudiciume,  “rupos”,  un disturbo ansioso che provoca  la coazione a ripetere l’atto della pulizia. L’incapacità di fronteggiare le proprie mancanze , la rimozione della propria “ombra”, lo rende un nevrotico “ripulitore”  di tutte le macchie del mondo. La pretesa humanitas del nazista si disvela come culto della discarica. “Gli ebrei erano trattati come si trattano i rifiuti industriali o la proliferazione dei parassiti, da cui la sinistra battuta dei negazionisti sullo Zyklon B. Ma dire che lo Zyklon B serviva ad eliminare i pidocchi è la migliore prova delle camere a gas. Tale operazione di pura igiene o di sanità  (sociale, politica, religiosa, culturale ecc…, ma anche simbolica) non ha nessun corrispondente nella Storia (Lacoue-Labarthe 1987). Quanto all’Italia, soltanto stabilendo la continuità tra razzismo coloniale e razzismo antiebraico è possibile capire l’assuefazione della maggioranza della popolazione al discorso razzista e al tempo stesso sottrarre l’interpretazione dell’antisemitismo fascista all’unica ipoteca dell’influenza tedesca (Collotti 2000). Altro che estraneità dell’Italia al “cono d’ombra dell’Olocausto”.
7)  Pasolini,  il fascismo e la “Società dello spettacolo”
A partire dagli anni ’70 Pasolini aveva indicato l’affermarsi di nuove forme di fascismo che hanno a che fare molto meno con la violenza dei neofascisti e molto più con la “felicità del consumo”, produttore di un genocidio culturale. L’ultimo suo film, Salò, può essere considerato un vero e proprio saggio di “fiction etnografica” (Manna 2009). L’opera estrema di Pasolini è la più profonda espressione del fascismo di ieri e di sempre, esibendo l’incubo allegorico di un mostro sterminatore: un campionario delle perversioni come il catalogo sarcastico di un aberrante palinsesto televisivo. Il passaggio dal vecchio al nuovo fascismo  è il passaggio dal superuomo al banale superuomo di massa, la fusione fra l’ uomo qualunque e  il messia della porta accanto, il vicino di casa unto dal Signore, il delirio della super-normalità veicolata dalla pubblicità.  Secondo Pasolini la nuova destra è lontana da  quello che lui chiama Paleofascismo: ha prodotto la rivoluzione interclassista dell’ansia del consumo, una ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato, l’ansia degradante di essere uguale agli altri nel consumare e nell’uniformarsi.
Tuttavia, a parte la svolta epocale del consumismo (il fascismo rimaneva pur sempre legato al ruralismo) Mussolini sapeva ben giostrare fra propaganda di “agitazione” e propaganda di “integrazione”, costruendo una fabbrica del consenso volta a produrre un carattere sociale e un modo di vivere: un pubblico, curato dal Minculpop e  nutrito con stereotipi e spot pubblicitari  di derivazione dannunziana , marinettiana e mussoliniana. Quel fascismo, con la radiodiffusione e l’iconografia delle adunate, con la gestione della musica e del fumetto, ma soprattutto del cinema , “l’arma più grande”, anticipava una “società dello spettacolo” che si distanziava di gran lunga dalla propaganda monocorde del nazismo, per non parlare della grigia pochezza del franchismo e del salazarismo. Si pensi alla vastità di uno spazio culturale dedicato alla letteratura di consumo ( d’evasione o trasgressione o consolazione) fra superomismo di seconda mano e donne fatali in pelliccia, con immancabile lieto fine per la fanciulla pura e ritorno del pilota che in Africa si accompagnava con la bella Faccetta nera.
Fra  Liberty ed esotismo coloniale ,  iconografia tanatofila e devozione erotica per l’eroe, si accettava anche l’ingresso di film e romanzi stranieri, pur mantenendo il controllo totalitario e accentratore  su una Italia provinciale che  inspiegabilmente si  convinceva  di essere al centro del mondo, in grado di sottomettere  nella guerra rigeneratrice etiopi ed ebrei ma anche inglesi e americani.  Razza, Patria, Sangue, Sacrificio… tutte parole in maiuscolo.
8)  Il “mondo servo” e la banalità del potere  
Oggi la modernità del potere coincide ormai con la banalità del potere. La tv offre come ideale non il superman ma l’everyman, l’uomo assolutamente medio  (Eco 1961). Come il zelante Eichman, l’uomo medio tendente verso il basso. Film più recenti sono abbastanza perspicui: Si veda l’esercizio della suggestione nella colonizzazione mentale  fra servo e padrone in The Master(2012).  Ma in filigrana si riconoscono ancora i tratti del vecchio fascismo: anche la rappresentazione del “mondo servo” nel  Django di Tarantino, dove i corpi in lotta dei gladiatori umiliati sono parte di uno spettacolo da ammirare per lo sfizio dei loro padroni, di chi li possiede, di chi li può sostituire, di chi sacrifica la loro esistenza per il bisogno di intrattenimento. Questo è lo stato delle cose nel nostro presente di crisi, quando il 99% è sacrificabile al potere dell’1%.
A questo punto ci imbattiamo non in un epilogo ma in uno  scabroso re-inizio: come si diventa fascisti in assenza del Fascismo?  Il self-racism, come il self-service o il self-help. Nel film L’Ondadel 2008,  ispirato al reale esperimento realizzato nel 1967 a Palo Alto, un gruppo di studenti scettici e indolenti seguono l’allenatore della squadra in una attività che si trasforma progressivamente in un gioco di ruolo con regole ferree  ed esclusive, accentuando il  bisogno di  identificazione nel leader. Nel reality show si passa dal razzismo contro gli anormali a un razzismo per normali ( Di Vittorio 2009).  Si tratta della interioriorizzazione del comandamento che porta alla follia il militare  Nicholson  nel film Il ponte sul fiume Kwai (David Lean 1957).
9)  Voglia di “Abbasso tutti”
A questo punto possiamo valutare alcuni sintomi di parafascismo ampiamente diffusi in terra italica, dove comunque non si affermano , a differenza di altre parti di Europa, organizzazioni xenofobe e razziste fortemente radicate.  Ma siamo sempre a rischio, come  osservava Giustino Fortunato: “Noi siamo autoritari fino alle ossa; e per eredità, per educazione, per costumi, siamo indotti o a troppo comandare o a troppo ubbidire”. Già nel 1898 aveva fatto la sua comparsata un primo uomo forte, un fascista ante litteram: il generale Pelloux che nel 1898 prendeva a cannonate i lavoratori milanesi.
Certo, si respira un’arietta di fascismo – mantenendo sempre il senso delle proporzioni – quando in politica il turpiloquio è la scorciatoia per non pensare, un allenamento propedeutico alla violenza. Quando si mettono in giro alcune ronde e magari inizia la caccia ai senza tetto.  L’uomo delle pulizie è sempre all’erta e la figura dell’antipolitico “grillino” (come al solito né di destra né di sinistra) ne è l’ennesima incarnazione. E’ grave la vocazione alla gazzarra e alla scostumatezza istituzionale, come è grave la continua evocazione di un annichilimento universale  di tutte le altre componenti politiche.  Schiettamente fascista è la ripugnante reiterazione  sul Dead Man Walking. Ma l’atteggiamento più spiccatamente fascistoide è nel complesso di superiorità nei confronti degli “altri”, il suo ritenersi più puro e più virtuoso negando ogni dignità alla posizione altrui, a priori considerata come portatrice di corruzione. Ricordiamo le parole del futurista Mario Parli nel 1928: “Parliamo un’ altra lingua, siamo di un’altra razza, siamo forgiati da un’altra fucina. Come volete che facciamo a fonderci? Nessuna collaborazione può esistere fra uomini di così diversa tempra”.   Quello che conta è la “volontà comune”, della quale solo il leader pretende di essere l’interprete. Una paternità che non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla ma accusa l’impurità dell’avversario,  di cui si dichiara un “nemico fisico”.
Il fantasma padronale del fascismo, il fondamento di ogni famiglia autoritaria: un padre padrone travestito da adolescente rivoltoso che vuole disciplinare soprattutto i suoi ragazzi, fascisticamente disposto a ingiuriare una anziana Premio Nobel, fare una caricatura di Primo Levi e trascinare la Shoah in una rissa da taverna. La volontà comune, il popolo o,  meglio, il fideismo digitale della  rete, con corredo di anatemi e scomuniche, è solo un rituale settario, una guerra virtuale contro un mondo vecchio e corrotto. Il grillino, una sorta di “cataro”, deve tutelare la purezza della tribù digitale, minacciata da fantomatici trolls esterni e da inquinatori e  cacadubbi interni , inclini a mostrare  debolezza nei confronti degli agenti del male, da sorvegliare o da espellere  .  Extra ecclesiam nulla salus: la dissidenza è  naturaliter l’anticamera del tradimento. In questo per niente originale gioco di ruolo, il mito della Rete, la divinità del pollice verso,  illumina la strada del Terrore. Il partito epurandosi si rafforza,  salmodiavano  un tempo i maoisti italioti. Se il neurocomunismo si è spento malamente,  il fascismo -  diciamolo fuzzy o sui generis - è sempre vivo. Come si comincia? Ogni volta che un politico getta dubbi sulla legittimità del Parlamento, perché non rappresenta più la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore del fascismo. Bisogna fare attenzione all’inizio: i fascisti non cercarono mai lo scontro  in campo aperto e non fecero alcuna rivoluzione: s’inghiottirono la democrazia una foglia dopo l’altra.   Se non si vigila all’inizio, se si temporeggia, tutto può andare perduto.  Valga l’apologo della rana bollita. Una rana immessa in una pentola d’acqua tiepida nuota con piacere. La temperatura sale e la rana resiste, ma ben presto finisce bollita. Sarebbe stato meglio per lei scottarsi all’inizio e balzare fuori dalla pentola, evitando la lenta e mortale assuefazione.
Enrico Deaglio intravede la possibile formazione di un partito dell’estrema destra radicale, lepenista, con la mutazione della vecchia Lega, trasformata da Salvini in partito nazionale, da nord a sud, con il rigetto del vecchio mito della Padania, aggregando il “Fascismo eterno” di Borghezio con il suo 17 %  a Lampedusa, con “Casa Pound”,  “Forza nuova”, il “movimento dei Forconi”. Al primo posto la battaglia contro gli immigrati, contro “Mare Nostrum” e i soldi sprecati per salvare dei msngiabanane che ci portano la tubercolosi.
L’autoterapia è restare se stessi, non aderire alla servitù volontaria delle coscienze, indotta dalla caciara di un sistema mediatico onnipervasivo. Sempre prestarsi, mai darsi per intero.
Tra tante cose dobbiamo farne soprattutto una: dobbiamo svegliarci. Non siamo più in grado di badare a noi stessi e invece dobbiamo cominciare a badare a noi stessi  ( Evangelisti 2006).

Chiamalo antifascismo
1)  Una dittatura bonaria?  Una “allegra baraonda”?
I valori dell’antifascismo sono i valori della nostra costituzione repubblicana, purtroppo spesso maltrattati dai nemici della democrazia, aiutati da una comunicazione massmediale che diffonde  una informazione semplificata, volta ad omologare la memoria al livello della conflittualità più ridotta possibile, con la trasmissione di messaggi riduzionistici: una memoria edulcorata, con una comunicazione facilmente utilizzabile in senso “revisionista”. Già durante la guerra di Spagna parole come “fascista” e “antifascista” diventavano categorie di estensione planetaria. Non si faceva guerra agli ustascia, ai falangisti, ai quisling . Guerra al fascismo si diceva ovunque, e bastava. Con l’invasione germanica dell’Europa ai affermava ovunque la resistenza europea e la guerra dei popoli contro le dittature. La seconda guerra mondiale ben presto si  sarebbe definita in tutto il mondo come una lotta contro il fascismo.  Nel ’44 Roosevelt dichiarava: “La vittoria del popolo americano e dei suoi alleati sarà una vittoria contro il fascismo e il vicolo cieco del dispotismo che esso rappresenta”.   Bisogna ancorarsi ad un paradigma forte: il richiamo all’antifascismo, all’antinazismo e agli ideali della Resistenza, si può considerare il presupposto fondamentale di un consenso generalizzato per la costruzione dell’unità europea. L’acquisizione di una identità europea si basa sul rifiuto delle istanze antidemocratiche e razziste, con una conventio ad excludendum dei movimenti dell’estrema destra, sempre avversata dagli anti-antifascisti. Per non confondere storia e politica, occorre non una storia unica, ufficiale e pacificata, con appiattimento dei valori ed equiparazione fra massacratori e liberatori, ma una riflessione critica, priva di indulgenze consolatorie, per es. la mitologia degli italiani brava gente : Lutz Klinkhammer  ha osservato che gli italiani amano presentarsi quasi sempre come vittime e mai come oppressori. Di recente
recente Eataly ha pubblicizzato un evento commerciale come Festa dell’ambaradan. Occorre ricordare che il termine deriva da Amba Aradam, una località montuosa dell’Etiopia dove nel febbraio del 1936 si svolse una sanguinosa battaglia, in cui l’aviazione italiana fece uso di armi chimiche, altro che “allegra baraonda”. Una rimozione come tante, per mettere a tacere la cattiva coscienza.  Il giornalista Ostellino ebbe a dichiarare: “Non fu un regime oppressivo di massa”. Molti caddero vittime dello squadrismo e il 3 gennaio 1925 lo stesso Benito rivendicò la paternità delle violenze, incluso l’omicidio di Matteotti. Vanno aggiunti i 31 giustiziati condannati dal Tribunale speciale, che condannava 5.600 antifascisti a innumerevoli anni di carcere, 12.300 confinati, 100.000 schedati. Seguirono nel 1935 i massacri a base di gas tossici in Etiopia. Nel 1940, al grido di “Spezzeremo le reni alla Grecia” trascinò quel paese in un immane conflitto. Aggredendo la Francia, avrebbe provocato la morte nella guerra hitleriana di 400mila italiani.

2)  L’opposizione al regime
Anche la storiografia resistenziale non ha reso sempre un buon servizio all’antifascismo, spesso piegato ad interessi di contingente legittimazione politica, creando un’aura di retorica sacralità che  l’avrebbe resa uggiosa agli occhi delle nuove generazioni. Paradossalmente, ma non tanto, in Germania la storiografia critica si è mossa in maniera attenta nel valorizzare quella che è stata l’opposizione alla dittatura. In Italia gli studiosi non hanno sempre distinto l’opposizione al regime – un carcere per 40 milioni di carcerati condannati all’entusiasmo -  rispetto la fase della lotta armata.  L’antifascismo dei primi anni, in patria e nell’emigrazione,  non era certo in grado di abbattere il regime, ma poteva preparare il personale politico che doveva guidare l’Italia dopo la liberazione, offrendo con  un grande esempio morale,   la conditio sine qua non  per il sorgere della posteriore Resistenza. Senza il primo essa non ci sarebbe stata, e gli italiani non avrebbero conquistato da soli il passaporto per la libertà.  Senza l’opera degli uomini tempratisi attraverso processi e carceri non avremmo avuto la nostra Resistenza, che aveva i suoi antecedenti nelle lotte accese in Italia dai tempi del delitto Matteotti alla partecipazione nella guerra civile in Spagna, combattendo direttamente contro l’aggressione nazifascista.
Purtroppo la storiografia ha approfondito particolarmente la fase resistenziale, costitutiva dello Stato democratico, schiacciando su di essa la fase dell’antifascismo. Così è mancato l’approfondimento di come gli italiani  avessero vissuto durante il fascismo:  proprio il tema della formazione di un carattere sociale con il quale ancora oggi bisogna misurarsi.  Piero Gobetti nel’24, morto di bastonate, definiva il mussolinismo “abito cortigiano, scarso senso della propria responsabilità, vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza”.  Quale il movente,  non del colpevole ma della vittima consenziente?  Lo spirito gregario, servile, amorale e familista,  pronto all’acchiappo del piccolo vantaggio (Deaglio 2014). Da ricordare gli specialisti nella caccia agli ebrei, per riscuotere i premi previsti per la loro cattura.
3)  La forza etica del “Non Mollare”!

Solo a partire dagli anni ’70 la storiografia ha tematizzato il rapporto fra fascismo e società, pur dovendo fare i conti con i revisionisti dell’afascismo. Sul carattere minoritario dell’antifascismo non c’è discussione, ma non per questo si può sminuire il valore di minoranze virtuose, convalidando solo lo scenario del nicodemismo collettivo.L’antifascismo eroico, il Non mollare! contro le bande mussoliniane, ha convissuto con quello passivo, con parziali prese di distanza dal Regime, magari nascendo solo dall’aspirazione a una vita normale. Non sarebbe certo bastato per la caduta del fascismo, ma per esempio l’opera degli insegnanti antifascisti è stata determinante per la preparazione della Nuova Italia. E questo vale ovviamente per i cospiratori, i fuorusciti, i confinati, gli operai e i contadini che non poche volte hanno alzato la testa. “Vi furono uomini che decisero anche di uccidere e farsi uccidere nel nome della libertà. Furono pochi, ma senza quella loro scelta saremmo stati tutti moralmente molto più poveri (De Luna, 2014). Gli esuli venivano considerati sognatori, ma Salvemini rispondeva: “Forse siamo destinati a rimanere nelle nuvole. Meglio però le nuvole che la melma”. Come Gobetti , ridotto in fin di vita dalle bastonate degli squadristi, così nel cimitero di Poggioreale rimane una epigrafe: “Qui giace Giovanni Amendola, aspettando”.
Un “paese migliore” , era sempre nel cuore di quei patrioti. Nel  libro intitolato Il combattente(2014) lo scrittore tarantino Giancarlo De Cataldo si confronta con il suo ragazzo, ricostruendo la lunga e bella avventura umana dell’antifascista Sandro Pertini,  in trincea durante la Prima Guerra, esiliato, pluricarcerato, confinato, partigiano, dirigente socialista e protagonista della nuova Repubblica fino a diventarne il Presidente dal 1978 al 1985.  Imbattendosi nelle pagine  più tormentose del nostro grande e tragico Novecento, quando  la violenza politica accende il dubbio nella mente del ragazzo, non rifugiandosi nella  pretestuosa “complessità”, il giudizio del padre è netto: “ C’era la dittatura, oggi c’è la democrazia. La libertà è il solo fine che veramente giustifica i mezzi”.
Chiamala Resistenza
1)  Insorgere per risorgere!
Nel 1921 il fascismo aveva bloccato la necessità di dare rappresentanza politica alle masse escluse. Nel 1919 i socialisti avevano 150 deputati e i popolari, nati da appena un mese, 100 deputati. Operai e contadini avevano preso per la prima volta, e in massa, la parola. Quella spinta doveva rivivere solo nella lotta di liberazione. Nel dopoguerra la memoria resistenziale è stata in grado di attivare nel paese processi di identificazione profondi. Ogni comunità vive anche dei suoi miti, delle sue retoriche e dei suoi luoghi della memoria. Vale per il Risorgimento, vale per la Resistenza. Il salire in montagna per i giovani partigiani comportava un andare in alto, verso un nuovo cielo, alla ricerca di se stessi, quando, dopo il cataclisma dell’8 settembre, nessun italiano, nella bancarotta di una pretenziosa parabola storica, sapeva più chi era.  Ma l’avvio dei grandi scioperi operai del ’43 segnava la strada: insorgere per risorgere era la parola d’ordine. Purtroppo fra i partigiani si trovavano a combattere anche dei bambini. Un sergente inglese scattava una foto il 26 settembre ’44 ad Angelo Batelli: “The boy is only 8 years old” e rischiava la vita per salvarla a molti soldati alleati, disinnescando le bombe a mano dei tedeschi (“la Repubblica”, 20 aprile 2014). Da subito si sarebbe sprigionata una vera e propria guerra della memoria che ancora non si è sopita.    Comprensibilmente la nuova classe dirigente doveva escogitare tutti gli stratagemmi  per evitare al paese, uscito sconfitto dal conflitto bellico, una pace punitiva. Occorreva dissociare, di fronte agli alleati e di fronte al mondo, la figura del “bravo italiano”  contrapposta a quella del “cattivo tedesco”, l’ “eterno barbaro teutonico”. Si costruiva  una memoria collettiva largamente autoassolutoria: parzialità e reticenze si sarebbero scontate dopo.  La stessa propaganda alleata tendeva a favorire una immagine degli italiani come “vittime” del fascismo e della “ guerra di Mussolini”. In fondo i tedeschi avevano sostenuto Hitler fino all’ultimo giorno mentre gli italiani erano insorti contro il fascismo e avevano liberato il paese,  senza sottacere la collaborazione dei fascisti di Salò alle stragi e alle rappresaglie compiute dai nazisti in Italia, nel disperato tentativo di accreditarsi ai loro occhi.


2)  La guerra della memoria

Tutto vero, ma anche maledettamente ambiguo. Parola d’ordine : metterci una pietra sopra, viatico all’ analfabetismo morale. Difficile da rimuovere il giudizio  di Churchill: “Quando una nazione si permette di sottomettersi a un regime tirannico, essa non può essere assolta dalle colpe di cui questo regime si è reso colpevole”. Comunque la Resistenza fece da ponte fra una angosciataFinis italiae  e una patria decisa a sopravvivere e a farsi onore. Ma già nel 1946 il partito dell’ “Uomo Qualunque” definiva “sciacalli” gli antifascisti. Seguivano scrittori come Giannini, Malaparte, Longanesi e anche Montanelli , che nel ’47 inventava l’espressione “il buonuomo Mussolini”. Si scriveva sui muri “abbasso tutti!” e  si denunciava la “partitocrazia”: termine spregiativo coniato dal  politologo Giuseppe Maranini nel 1958. I democristiani ponevano le basi per il tormentone della “pacificazione”,  che si sarebbe protratto per decenni.  Messo in ombra il consenso di tanti italiani nei confronti del Duce e anche della guerra d’aggressione, si avevano atteggiamenti omertosi per i gravissimi crimini commessi da parte italiana contro i civili e i partigiani, specialmente in Jugoslavia. Comunque il martirologio degli antifascisti e di tutte le vittime dello stragismo, legittimava pienamente la data fondativa della Nuova Italia, il 25 aprile, il giorno della Liberazione.
Si continua a parlare di “memoria divisa” o addirittura “frantumata”, ma si deve ricordare che le guerre, soprattutto le guerre civili, non finiscono mai. Le ferite del grande conflitto sono ancora incise nella pelle di tutti i paesi che furono coinvolti e i conti non sono chiusi una volta per tutte, anche nel nostro presente storico, considerando che furono più di mille i criminali di guerra denunciati dai paesi vittime del fascismo, ma in Italia nessun processo venne mai  celebrato. Anzi, la blanda epurazione permise a quanti erano stati pesantemente compromessi con il fascismo di “non pagare dazio”.  Anche i torturatori se la cavarono in virtù della grottesca distinzione tra sevizie “semplici”, “efferate” e “particolarmente efferate”. Lo stupro plurimo veniva derubricato a “massima offesa al pudore di una donna”.


3)  Pari e patta?



L’Italia, al contempo vincitrice e vinta, pensò bene di cavarsela con il “baratto delle colpe”, magari occultando i fascicoli nel famigerato “armadio della vergogna”. Nessuno dei 750 criminali di guerra italiani indicati dall’Onu è  mai stato posto sotto processo. In verità  c’è stato un solo ufficiale italiano che è stato fucilato per “crimini di guerra”. In mezzo a tante piccole storie ignobili vogliamo ricordare la fierezza di Nicola Bellomo, comandante del Presidio Militare di Bari,  che difese strenuamente  il porto pugliese , rimanendo anche ferito, ma obbligando i nazisti alla ritirata e infine alla resa, permettendo così agli inglesi di sbarcare in piena sicurezza. Gli inglesi lo ricambiarono sottoponendolo alla Corte marziale, con l’accusa di aver sparato ad un prigioniero britannico in fuga. La vicenda presentava risvolti molto oscuri (si parlava anche di agenti monarchici intenzionati ad eliminare un testimone pericoloso, date le sue informazioni sulla fuga del re dopo l’8 settembre). Il primo comandante della resistenza antinazista rifiutò di inoltrare domanda di grazia e venne fucilato. I cittadini di Bari hanno sempre onorato la memoria del comandante Bellomo.  Nell’Italia del 1960, 62 prefetti su 64 e 120 questori su 135 venivano dal fascismo. Con tutto quello che ne consegue, compreso  il sospetto circa la copertura su 14 stragi, da piazza Fontana in poi. La civiltà della libera Italia si condensava solo nel più prezioso lascito della Resistenza: la Costituzione Repubblicana,  non certo quella fasulla proposta da Badoglio in continuità con la legge elettorale del 1918.

4)  La Resistenza sotto processo


Malgrado le chiacchiere sulla pretesa egemonia della cultura antifascista, negli anni della guerra fredda la Resistenza si è ritrovata all’opposizione, quasi ridotta al silenzio nelle scuole e nella sfera della comunicazione, schiacciata nella guerra fredda  fra comunismo e anticomunismo, messa in stato d’accusa per eventi come l’attentato di via Rasella a Roma, pienamente legittimato dalla storia e dai tribunali. Cantare nelle scuole Bella ciao , per il solito prefetto, nel 2014 sembra ancora  un pericolo per l’ordine costituito. Persecuzioni nei confronti dei partigiani, liberazione per quasi tutti i detenuti fascisti, compreso criminali di guerra come Borghese e Graziani. A partire dal primo decennale della Liberazione, negli anni ’50 si registrano alcuni documenti radiofonici, con la rigida esclusione di esponenti dei partiti di sinistra.  Nel 1958 lo storico Roberto Battaglia è costretto addirittura a denunciare la Rai per apologia di fascismo. Le cose cominciano a cambiare a partire dal  luglio1960, con i moti antifascisti di Genova, l’apertura del centro sinistra e una circolare ministeriale che estende l’insegnamento della storia nelle superiori sino alla nascita della Repubblica e alla Costituzione. Il 25 aprile 1961, per la prima volta va in onda, in un clima di baruffa, il primo documentario televisivo sulla Resistenza. Lo scrivente ricorda che, nel proprio liceo, solo due docenti di storia,  di esperienza partigiana, i non dimenticati fratelli Trento, facevano maturare una coscienza democratica, pur osteggiati per il libro di testo del 1964, di Armando Saitta:  Dal Fascismo alla Resistenza.


5)  Contro i neofascisti, la primavera di Genova


La cultura cosiddetta afascista aveva ancora nostalgia del silenziatore, ma negli anni ’60 l’Italia e il mondo stavano cambiando. Un ruolo importante lo avrebbe avuto il cinema, proprio a partire dal 1960. Memorabile in quell’anno il film Tutti a casa di Luigi Comencini, che rappresentava l’italianuzzo Alberto Sordi in una nazione allo sbando, costretto a misurarsi con la sua mediocre normalità fino a redimersi nelle quattro giornate di Napoli. La stessa trasformazione subiva  Il Generale della Rovere , un millantatore che campava alle spalle delle vedove di guerra , ma che immedesimandosi sempre più nella sua maschera, riusciva a morire come un vero generale antifascista (1959).  Così il ladruncolo Totò che scambiava i suoi abiti con il maresciallo De Sica anche lui travestito (quelli erano i giorni dei continui camuffamenti) anche lui si trovava per un momento a recitare la parte dell’eroe ne I due marescialli (1961). Dello stesso anno era anche  Il Federale in cui Tognazzi rappresenta l’ottuso fascista che si rifiuta fino all’ultimo di vedere il collasso della grande menzogna e che forse impara qualcosa dalla mitezza  del suo prigioniero. Proprio la cifra della commedia, senza nulla togliere alla grande drammaturgia di Rossellini e Lizzani, permetteva al più vasto pubblico di ritrovarsi in una memoria che, per un quindicennio, era stata imbalsamata dalla retorica e dal reducismo.
Nel fiorire di una nuova stagione di studi, con una ricca produzione di documentari di qualità (come quello di Nanni Loy su La notte di Taranto) si poteva senza pregiudizio approfondire le ricerche su una vasta e variegata zona grigia,  che ha accompagnato la storia d’Italia, coccolata  dal pensiero moderato,  sempre tendente a confondere se stesso con il realismo e l’oggettività (Isnenghi 2000). Studi recenti hanno invece evidenziato quella “resistenza civile” ( la solidarietà verso gli inermi, i feriti, i prigionieri)  senza la quale la “resistenza armata” non avrebbe potuto sussistere, ma certo la sola  “resistenza civile” non sarebbe bastata.


6)  La vulgata defeliciana


Nel 1965, a partire dagli scritti di Renzo De Felice, con la sua lettura edulcorata del fascismo, che ne riabilitava l’immagine, dipingendolo come un “autoritarismo all’italiana”, retorico e velleitario, bonario e paternalista, progressivamente si incrementavano gli attacchi alla cosiddetta vulgata antifascista, grazie anche al clima molto acceso del ’68. Il movimento studentesco dell’epoca contestava la “beatificazione della Resistenza”, condividendo l’antifascismo esistenziale , tradotto nell’obbligo morale alla disobbedienza nei confronti di un ordine oppressivo, nel riconoscimento della crucialità del conflitto, nella ricerca e nell’esperienza di forme di vita alternative, sull’esempio della comunità liminare rappresentata dalla banda partigiana, modello di democrazia diretta. Nei cortei del 25 aprile gli studenti si accodavano,  contestando tuttavia la retorica celebrativa e concludendo  la manifestazione in maniera autonoma, inneggiando alla “Resistenza Rossa” ( De Luna 1995). Non sempre consapevolmente,  gli studenti più radicali erano più prossimi alla tradizione azionista che a quella comunista.  A partire dal ’69, dall’ “autunno caldo” alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre, lo scontro con le forze neofasciste e i poteri occulti era di nuovo all’ordine del giorno. Gli anni ’70 sono stati quelli del grande cinema civile dei fratelli Taviani, di Bertolucci e di tanti altri. C’era richiesta di un passato capace di rinvigorire identità collettive.
Ma sempre più  sarebbero cresciute le pressioni della politica sulla memoria,  a partire dall’anticomunismo di Craxi e del “pentapartito”, fino alla   debacle di un intero ceto dirigente con “Mani pulite”. Con la fine della prima repubblica si facevano strada  nuovi attori politici come Lega Nord e Forza Italia, del tutto privi di legami col patrimonio storico dell’antifascismo resistenziale, addirittura favorendo alleanze con quanto rimaneva della tradizione neofascista.  Si cercava un rinunciatario senso comune volto ad appiattire i valori, con patteggiamento a somma zero fra vittime e carnefici. Negli anni ’90 si rinvigoriva l’onda lunga del neomoderatismo liberista e affaristico sempre più intenzionato a seppellire la Resistenza e a mettere le mani sulla Costituzione democratica da essa derivante. Un esempio paranoico di revisionismo fascistissimo: furono i comunisti che imposero la guerra civile ai capi della Repubblica sociale  ( Buscaroli, “Il Giornale”, 25 aprile 1995). I continui riposizionamenti politici spingevano alla riscrittura della  storia per favorire nuovi vincitori,  con identità alleggerite dai pesi del passato.  Si facevano strada i professionisti dell’anti-antifascismo, con la tecnica della insinuazione  e l’uso della storia comesupermarket  dove si può pescare a caso.

7)  Lo sdoganamento degli eredi di Salò e l’ombra lunga delle foibe


Gli eredi di Salò si giocavano sempre la speculazione sciagurata sulle foibe, alla fine promuovendo un “giorno della memoria” del tutto decontestualizzato. “Si ammazza troppo poco”, aveva ammonito nel 1942 il generale Mario Robotti, comandante del corpo d’armata italiano in Slovenia e Croazia, e il suo superiore Mario Roatta rincarava la dose: “Non dente per dente, ma testa per dente”. L’Italia fascista già dagli anni ’20 aveva spadroneggiato ferocemente nei Balcani: “di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone”. Il colonialismo negli anni ‘30  si era già impegnato ad annientare la lingua e tutte le espressioni della la cultura slovena, con la scomparsa dei cosiddetti “allogeni”. L’italianizzazione forzata comportava inevitabilmente l’equivalenza tra l’Italia e il fascismo, conducendo la maggior parte degli slavi a rifiutare tutto ciò che appariva italiano.
Nel pieno della guerra,  l’Italia fascista avrebbe reagito alla resistenza jugoslava, albanese e greca con brutale durezza: rastrellamenti, villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, internamento di migliaia di civili in 200 campi di prigionia, particolarmente famigerato quello di Arbe, con 7541 internati (il comandante Caiuli verrà catturato e condannato a morte dagli stessi internati). Molti slavi venivano internati anche in campi italiani, come quello di Gonars e Renicci.  Anche quelli della divisione “Granatieri di Sardegna” avevano bruciato villaggi e compiuto stragi di civili. Il  battaglione”toscano” scatenava un pogrom contro la comunità ebraica di Spalato.Nella lista dei criminali di guerra italiani, i primi erano il  generale   Biroli e  Roatta,  quello  che aveva prescritto ai suoi uomini il ripudio della frase “bono italiano”, suscitando con  feroci repressioni un fiume d’odio etnico. La politica fascista aveva creato i prodromi della selvaggia vendetta slava delle foibe.

8)  Gli scoop degli arditi e i cedimenti della sinistra


Negli anni ’90 si registrava lo  scoop farlocco di “Panorama” su Togliatti massacratore di soldati italiani in Russia (tremenda fù quella ritirata, contrappasso tuttavia di una sciagurata avanzata) e sarebbe stato utile rileggere il discorso di Benedetto Croce tenuto a Bari il 28 gennaio 1944, pochi mesi dopo la manipolata lettera di Togliatti. Il filosofo liberale spiegava: abbiamo desiderato la sconfitta della Patria in guerra, perché cercavamo “ansiosi la formazione dell’avvenire migliore dell’Italia non già nei successi militari del cosiddetto Asse,  ma nei progressi lenti e faticosi dell’Inghilterra e poi della Russia e dell’America”.
Ma anche all’interno della sinistra si apriva una breccia,  con gli interventi   di Violante  sui “ragazzi di Salò” (che avevano alle spalle uno Stato illegittimo che garantiva loro vitto e alloggio in quanto agenti del potere dominante) al seguito della marcia  stragista del maledetto battaglione di Reder. Di seguito la rampogna , del tutto decontestualizzata,  sulle foibe. Non mancavano il D’Alema   dispiaciuto per la fucilazione di Mussolini e il mea culpa di Fassino  per i silenzi della sinistra . Al seguito il  sindaco di Roma Rutelli, che voleva dedicare una via al gerarca Giuseppe Bottai, e il sindaco Illy di Trieste , che proponeva di sostituire il 25 aprile con un altro giorno di festa .  Si invocava una coscienza nazionale pacificata. Ma se tutti i morti sono eguali, non sono eguali le ragioni per cui si muore. Non possono essere parificati l’aggressore e il resistente. Chi difende una dittatura non sarà mai uguale a chi la combatte. Nel 2004 si arrivava alla proposta di legge n.2244 per il riconoscimento della qualifica di militari belligeranti ai collaborazionisti di Salò. “Facciamo pari e patta e non se ne parli più”.

9)  Il comun denominatore dell’Europa

Come ha scritto Marco Brunazzi, tutti i partiti democratici d’Europa, sia di destra che di sinistra, hanno nella comune lotta contro il fascismo l’elemento unificante della loro identità. Era il comune ideale di un conservatore inglese come Churchill e di un nazionalista  francese come De Gaulle. La sola proposta di equiparare i combattenti per la libertà a quelli dei regimi collaborazionisti, susciterebbe uno scandalo senza precedenti a Bruxelles come ad Amsterdam, a Oslo come a Praga, a Belgrado come ad Atene. Si diceva in Germania che il nazismo era il passato che non passa. Paradossalmente solo in Italia qualcuno voleva far passare l’antifascismo come sinonimo di faziosità. La storia diventava la notte in cui tutti i gatti erano bigi. Come ha scritto Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, “quel peso di male che grava su tutti noi e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti , che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione,  Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra”.
Nessuno storico ha goduto come De Felice del sostegno costante dei mass media, tanto da poter intervenire ambiziosamente nel dibattito politico, invocando una riscrittura della Costituzione repubblicana in direzione del superamento del suo carattere antifascista e promuovendo l’abolizione della disposizione transitoria che vietava la ricostituzione del partito fascista. Singolare era la pretesa della vulgata defeliciana : il fascismo poteva essere studiato solo dagli afascisti e non dagli antifascisti partigiani . Si promuoveva  la divaricazione tra nazismo e fascismo, di quest’ultimo ammorbidendo sempre più i tratti truci e foschi, strizzando l’occhio agli apatici, opportunisti e “attendisti” di sempre, trattando con sufficienza la “baracca resistenziale”. La dittatura sembrava quasi nata per caso, anzi il fascismo forse non era mai esistito, secondo la battuta di Emilio Gentile. Si è trattato di un progressivo salvataggio del fascismo, proponendone una immagine sempre più  edulcorata e mettendo fra parentesi le orribili efferatezze del regime in Africa come nei Balcani, velando anche la persecuzione antisemita. Anche con l’istituzione del “Giorno della Memoria” non sono mancate le operazioni di mascheramento: in Italia si potevane scegliere altre date per noi più coinvolgenti come per es. il decreto di espulsione degli ebrei  dalle scuole e dalle Università.  Una strategia omissiva è stata per fortuna  arginata da vigorosi presidenti della Repubblica, a partire da Scalfaro, “non è possibile riconciliare la tirannide con la libertà”, fino a Ciampi e Napolitano.  Si pretendeva di riscrivere la storia non misurandosi con la comunità scientifica internazionale, ma semplicemente riscrivendo  i nomi delle strade,  dedicati a gerarchi e antisemiti, mentre il Consiglio Regionale del Lazio proponeva bizzarre “commissioni di esperti per il controllo sui testi scolastici”. Intanto documentari come Fascist Legacy della BBC e pubblicazioni come L’olocausto rimosso dell’americano Michael Palumbo non venivano rese accessibili al pubblico italiano.


10)   I partigiani e la grancassa del reality


In una storia sempre più manipolata e banalizzata tendeva a scomparire non solo l’antifascismo, ma l’intero dramma di un popolo all’interno della più grande guerra mai combattuta. I partigiani  in seguito sarebbero  stati dai revisionisti  criminalizzati  per la drammatica resa dei conti nei giorni successivi alla Liberazione, quando ancora si dava la caccia ai fascisti (come nel resto d’Europa)  mentre formazioni clandestine anticomuniste erano ben operative. Si doveva scontare l’intreccio di ben tre guerre: una patriottica contro gli invasori, una civile contro i fascisti, una di classe contro il capitale (Claudio Pavone) . Una esperienza che non trovava riscontri negli altri paesi belligeranti: un paese occupato da ex alleati vendicativi e poi da ex nemici liberatori ma scettici nei confronti dei “liberati”.  Strani giorni, con una Italia alla rovescia. Con l’amnistia i fascisti uscivano dalle carceri mentre i partigiani si ritrovavano ai margini della società. Negli anni ’80 ,  nello sciagurato calderone del terrorismo,  la pappa panrevisionistica poneva sotto processo  anche Mazzini e il Risorgimento. De Felice pensava di costringere gli italiani a riconciliarsi con il proprio passato, una proposta che nella nuova Germania sarebbe stata considerata da galera. Il fatto è che De Felice era in profonda sintonia con il fondo conformistico e autoassolutorio dell’ideologia dell’italiano medio, poi incarnato dall’uomo nuovo della provvidenza, il re del Bunga Bunga con la sua giuliva incultura: “Mussolini ha fatto qualcosa di buono, non ha mai ucciso nessuno,  i confinati nelle isole facevano i turisti”. Certo ha commesso degli errori”… Ma chiamiamoli con il loro vero nome: crimini di guerra. Del fascismo, in tempi comodi a bassa tensione morale, il berlusconismo rimane l’equivalente funzionale e postmoderno, fondato sulla legalizzazione del privilegio e sul dominio dell’immagine. Il comitato del malaffare e la fascistizzazione del reality.  Quanto al 25 aprile, dice Eco: “Il discorso è talmente ovvio che fa specie ripeterlo: c’è stato un confronto tra totalitarismo e democrazia, per fortuna ha vinto la democrazia, questo valore non può essere rinnegato, e il 25 aprile non festeggia le violenze di prima e di dopo, ma il ritorno del regime democratico. Punto e basta.

La guerra della memoria o una memoria di comodo
Il nostro tempo sembra prigioniero di un incantesimo: la dimensione della storicità è cancellata, la memoria collettiva è uno schermo dove una regia anonima fa scorrere immgini casuali. Ma si può vivere il presente senza concepire il futuro, senza tenere conto del passato? Insomma, a che serve la storia? Siamo quello che ricordiamo, come singoli e come collettività.  Mestiere  delicato e rischioso, appassionante e difficile, quello dello storico: perché il passato è un paese sconosciuto per chi vi si avventura, non può essere ridotto a gita turistica. Molti considerano il mestiere dello storico in via d’ estinzione, anche se la storia ridonda ovunque, dagli sceneggiati televisivi alle vetrine dei bestseller. Ma a raccontarla non sono più nè le scuole né le accademie, ma la verità “autoritaria” della fiction, indifferente al dubbio e alla prova documentale. La storia viene offerta come un fatto eccitante, dove la verità appare negoziabile. Proliferano storie e controstorie fantasiose nella dimensione liquida di una frontiera lungo la quale si perdono i contorni fra vero e falso. Un nuovo senso comune trova ampia eco nella rete, spregiatrice di una storiografia professionale, magari sospettata di complottismo, quando il vero rischio per la storiografia italiana è quello del marginalismo rispetto la comunità sovranazionale, una storia “italiota” incapace di misurarsi con i grandi scenari internazionali.
Una fase probabilmente transitoria, condizionata dal generale rimpicciolimento degli orizzonti che caratterizza  l’anchilosato sistema Italia (si veda il dibattito storiografico in “La Repubblica”, 6 febbraio 2014). Ancora e sempre devono riemergere le ragioni per cui la Resistenza, quel grande moto di popolo, nonostante i falsi storici e i capovolgimenti di una realtà vissuta, continua a produrre sentimenti, ragionamenti e spinte ad agire nel presente. Quella pagina di storia deve continuare ad essere una storia che non passa. In ogni ricorrenza della Festa di Liberazione risuonerà un canto che non muore, quello composto su un foglietto staccato da un ricettario del medico Felice Cascione, pochi giorni prima di essere trucidato dai fascisti il 27 gennaio 1944.  Una prescrizione per l’anima:  Fischia il vento / urla la bufera/ scarpe rotte eppur bisogna andar…