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lunedì 1 maggio 2017

Ieri come oggi: il trionfo del filo spinato


Ieri come oggi: il trionfo del filo spinato


di Roberto Nistri

già edito in "Galaesus". Studi e ricerche del Liceo Archita di Taranto, n. XXXIX, pp. 92-99

Nel vortice

      Il 27 gennaio 1945, lungo la pianura innevata, si vedevano avanzare i carri dell'Armata Rossa.  I sovietici spalancavano i cancelli di Auschwitz, simbolo per eccellenza dei campi di sterminio . Iniziava l'interminabile  conta dei sommersi e dei salvati. Fra i sopravvissuti: ebrei ma anche deportati politici, testimoni di Geova, portatori di handicap, omosessuali, zingari  (sinti e rom). Il 28 gennaio 2015 a Taranto veniva conferita la medaglia d'onore a Vittorio Caroli per aver mantenuto fede al proprio giuramento durante la deportazione.
      Gli angloamericani aprivano i campi di Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen e Majdanek. Avveniva la scoperta dei sottouomini, dei materiali per esperimenti. Al seguito delle truppe erano presenti operatori cinematografici di grande valore come Bernstein e Hitchcok. La loro preoccupazione era quella di documentare quante più prove possibili sull'infamia dei campi di morte, ben prevedendo le future manifestazioni di scetticismo o addirittura di negazionismo circa gli indicibili orrori che erano finalmente sotto gli occhi di tutti. Bernstein diceva: "sosterranno che sono solo trucchi di cinema". Notabili ed ecclesiastici del luogo venivano spinti a chinarsi presso i corpi martoriati,  eppure in seguito tanti si sarebbero rifiutati di guardare in quello schermo (scene conservate per anni nel War Museum di Londra)  ma Alfred Hitchcok avrebbe detto: "Il ricordo di quel film non mi ha mai abbandonato". Per forza! In quel film era in nuce tutta la sua straordinaria storia cinematografica. Gli bastava ruotare la cinepresa dalla baracche dei deportati verso i circostanti luoghi ameni di villeggiatura come Ebensee. Tutt' in torno si vedevano le linde casette di famigliole felici e indifferenti, che venivano chiamate a sfilare nei lager. L'innocente vita dei "volenterosi carnefici di Hitler": da una parte il lieto pasto quotidiano, dall'altra le continue emissioni di fumo nel campo. Fra questi due poli si distende la mai finita storia del complice in "buona fede".
      Testimonianza di Ferdinand Holl , ex prigioniero politico e kapò del campo di concentramento di Neuengamme: "I prigionieri venivano spogliati completamente ed entravano nel laboratorio uno dopo l'altro. Io dovevo tenere ferme le loro  braccia, mentre un medico ci strofinava sopra qualche goccia di iprite, il cosiddetto gas mostarda, che provocava terribili ustioni. Dovevano aspettare in piedi con le braccia aperte anche dieci ore, forse più, finchè le ferite da bruciatura non iniziavano a ricoprire tutto il corpo, progressivamente raggiunto dai fumi del gas. Il primo morto veniva dissezionato, i suoi organi interni erano stati completamente erosi" (dal resoconto della stenografa Vivien Spitz durante il processo ai medici dal '46 al '47, che definivano le loro cavie umane "materiali" o conigli. Le prove erano ineccepibili: i nazisti avevano fedelmente registrato per iscritto, con foto e filmati, gran parte delle loro atrocità. Nel campo femminile di Ravensbruck si trapiantavano da una prigioniera all'altra sezioni di ossa, muscoli e nervi per verificare se i tessuti si rigeneravano. Una sedicenne polacca venne operata sei volte. I prigionieri venivano infettati deliberatamente per sperimentare ipotetici vaccini. Gli zingari venivano sterilizzati in massa.  La scrittrice Jennifer Teege ha ricordato un discorso di suo nonno Amon Goth nel campo di Plaszow: "Io sono il vostro Dio. A Lubecca ho eliminata 60mila ebrei, ora è il vostro turno". Ordinò che una ebrea,  sorpresa a rubare una patata, fosse gettata viva nell'acqua bollente e data ai maiali.
      L'esperienza del dolore  non si può trasmettere, avrebbe detto Pietro Nenni, la cui figlia aveva trovato la morte ad Auschwitz . Non si poteva fare nulla? Altrochè:  Il re danese CristianoX  indossava la stella di Davide come segno di supporto e solidarietà con gli ebrei danesi,  che soffrivano la persecuzione nazista durante l'occupazione. Re Boris di Bulgaria si era rifiutato di sottoscrivere le leggi razziali. Il vicepresidente del suo parlamento faceva salvare 48.000 ebrei bulgari. Leggi che invece erano state sottoscritte a cuor leggero dal vile re savoiardo: nel 1939 venivano allontanati da tutte le scuole italiane docenti e studenti ebrei. Non ci fu un preside in tutta Italia, una maestra che si ribellò. Veniva ordinata l'espulsione degli stranieri ebrei, inclusi quelli che avevano la cittadinanza. Si registrava il sostegno entusiasta di Agostino Gemelli, fondatore e rettore magnifico dell'Università cattolica del Sacro Cuore. Per quelli che non lasciavano l'Italia veniva creato il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia  (Cosenza). Seguivano disposizioni che portavano sempre nuovi divieti tra i quali: essere portieri in case abitate da ariani; esercitare il commercio ambulante; esercitare l'arte fotografica; commerciare libri; vendere oggetti usati; vendere articoli per bambini; raccogliere lana per materassi; essere titolari di esercizi pubblici di mescita di alcolici; gestire scuole da ballo e di taglio; vendere oggetti di cartoleria; raccogliere rifiuti; gestire agenzie di viaggio; condurre autoveicoli di piazza; pubblicare avvisi mortuari e pubblicitari; inserire il proprio nome negli elenchi telefonici; essere affittacamere, detenere apparecchi radio; essere insegnanti privati; accedere alle biblioteche pubbliche, fare la guida e l'interprete, allevare colombi viaggiatori... su tali discriminazioni gli italiani si sono costruiti una memoria di comodo, presentandosi sempre come vittime, mai come persecutori.
      La proposta di Furio Colombo di indicare il Giorno della Memoria il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma voleva far risaltare il carattere di delitto italiano e non solo tedesco dell'Olocausto. Arrivava un treno merci di 18 vagoni, ammassava 1.022 persone che avevano il torto di essere italiani sbagliati, di sangue ebreo. Una donna incinta aveva le doglie, chiedeva aiuto. Lei e il suo piccolo soffocarono nel sangue e nello schifo prima di arrivare ad Auschwitz. Non è vero che fummo semplici esecutori, magari un po' restii, di un genocidio pensato e voluto altrove. Pendevano delle taglie sulla "razza maledetta": 5 mila lire per ogni maschio, 3mila  per le femmine, mille per un bambino. L'onore di pochi giusti non cancella il disonore di una nazione, che per sette anni almeno, ha fatto propria una follia che ha prima isolato, poi spogliato di ogni bene e diritto, e infine infierito su una minoranza di 40 mila esseri umani, di cui più di 7mila morti nei lager, colpevoli di ebreitudine (Gad Lerner, Un mondo senza noi).  Altro che Italiani brava gente. Ci furono i "giusti", ma dietro la cattura di ogni ebreo ci furono almeno altrettanti italiani implicati: prefetti, questori, poliziotti, carabinieri, compilatori di liste, delatori della porta accanto, ferrovieri, che dichiararono gli ebrei "stranieri": fra il 1943 e il '45 li stanarono casa per casa, li arrestarono, li depredarono dei beni, li rinchiusero nei campi, rendendosi colpevoli di genocidio (Simon Levis Sullam,  I carnefici italiani).

       Quanto ad Hitler, la sua guerra contro gli ebrei, era persa in partenza: da quando aveva fatto annientare i centri studi di Fisica della Germania, diretti da eccellenti studiosi ebrei, che immediatamente erano emigrati negli  Stati Uniti  (lo stesso doveva accadere nell'Italia di Enrico Fermi, Dulbecco, Rita Levi Montalcini) . Su 20 premi Nobel dati ai tedeschi, undici li avevano presi gli ebrei e tra quelli illustri c'era anche Einstain. Quando il ministro Rust chiese a Hilbert se fosse vero che l'istituto di matematica aveva sofferto dell'espulsione degli ebrei, la risposta fu lapidaria:" Non ha sofferto, non esiste più". Sembrava che l'ottuso tiranno avesse un conto in sospeso nei confronti degli uomini di scienza. Si ricorda che a 14 anni, in un istituto a Linz in Austria, avesse come  compagno di  scuola un ragazzo che doveva farlo innervosire non poco: il grande genio ebreo Wittgenstein, il logico e matematico che avrebbe in seguito decriptato i codici segreti del Reich, comunicandoli anche all'Unione Sovietica.
       Anche le frustrazioni della malariuscita artistica del giovane Adolf dovevano spingerlo ad odiare la grande arte delle avanguardie pittoriche,  che lui condannava come "degenerate". Per le bizze del despota,  il Reich avrebbe anche perso la straordinaria cinematografia  (UFA) che si sarebbe trasferita in massa ad Hollywood, in quella fabbrica dei sogni che il genio ebraico aveva creato.
      Contro il regno degli assassini, armi imbattibili si stavano forgiando nello spirito della libertà, anche semplici matite capaci di demolire il Moloch. Venivano impugnate nel 1938, quando in Germania si scatenava la notte dei cristalli, mentre in Italia venivano varate le leggi razziali. In quell'anno usciva negli Usa un fumetto disegnato da due giovani emigranti ebrei, Shuster e Siegel: dall'antica mitologia ebraica, nella figura del Golem protettore e giustiziere,  nasceva Superman. Si ritornava alla storia di un esodo senza fine. L' avventura : un popolo è consapevole che finirà distrutto con tutto il suo pianeta (Kripton). Lo scienziato Jor-El salva il figliolo Kar El sparandolo in un vascelletto nello spazio,  verso la Terra,  dove verrà accolto da due anziani terrestri. Dotato di grandi poteri vivrà sempre come un diverso, amato ma anche temuto, straniero impossibilitato ad integrarsi. Ritornava la storia del piccolo Mosè, salvato dalle acque, un tipo tosto, dotato di grandi poteri. Era il primo di una squadra speciale speciale di Supereroi, caricati per combattere il regno del male: a tempo a tempo nasceva nel '43 Capitan America, e poi Iron man e via disegnando. Ebbene, nella lunga marcia verso Berlino, ogni soldato americano aveva nel suo zaino una razione di cibo, un pacchetto di sigarette e un fumetto dei Super eroi: i due piccoli disegnatori ebrei erano tornati a casa da vincitori.
       La memoria sofferente del Padre, sopravvissuto allo sterminio di Hitler, doveva essere onorata  nel dopoguerra, con lo  splendido fumetto  Maus di Art Spiegelman. Un corpo a corpo fra padre e figlio, difficile e quasi impossibile, perché l'esperienza non si può trasmettere. Spiegelman è  l'autore che più di ogni altro ha contribuito ad elevare lo status del fumetto da semplice mezzo di intrattenimento a fenomeno culturale,  in grado di toccare le realtà più complesse e dolorose. Steven Spielberg ha raccolto e conservato un immenso patrimonio memoriale nella Shoa Foundation. Una impresa iniziata da ragazzetto,  imparando a leggere i numeri dai sopravvissuti dell'Olocausto che gli facevano vedere i loro tatuaggi. Una identità inondata di mortalità, di atti di odio indicibili, ma anche pervasa di indomabile resistenza. Il nipote del generale Kammler, architetto delle camere a gas, è il  sociologo Tilmann, che da sempre studia i fenomeni di violenza tra gli adolescenti, perché alcuni uomini accettano di farsi sottomettere e si conformano, perché torturano e umiliano il prossimo. I dossier Usa sul nonno risultano ancora secretati per occultare il ruolo del nazista reclutato  nella fase della guerra fredda.
      Nella  Giornata della memoria, alle elezioni in Grecia, si è affermato   come terzo partito quello dei neonazisti di Alba Dorata. In Italia hanno preso a circolare gruppi musicali come "99 Fosse" (con la F).
       Ma i tedeschi quanto vogliono ricordare il loro crimine contro l'umanità? 81 su cento desiderano lasciarsi la Memoria alle spalle. Lo rivela un sondaggio della fondazione Bertelsmann. 58 su cento sperano che di Shoa non si parli più. I dati coincidono con un presente in cui i nuovi nazionalisti xenofobi di Pegida riempiono le piazze all'est. Del resto già dal 1949 l'Fdp aveva chiesto uno stop alla denazificazione ("la Repubblica"  27 gennaio 2015). Urge riflettere sul rapporto che ci deve essere tra la Memoria e la Storia: se la prima tende a sbiadire la seconda deve invece fondarsi su una rigorosa analisi dei fatti, per poter comprendere i legami di causa ed effetto. Se l'emozione dovesse prevalere, quella Memoria sarà destinata a dissolversi. Solo la Ragione è l'alternativa ad Auschwitz. Solo conoscendo e riconoscendo con chiarezza, potremo superare "La Repubblica del dolore", come ha scritto lo storico  Giovanni De Luna,  nel suo testo edito da Feltrinelli.

Gli inizi: Duemila anni di giudeofobia

      Le razze non esistono, ma il razzismo c'è e fa male. E' ricorrente come imposizione di un gruppo su un altro gruppo,  ritenuto inferiore e/o dannoso.  Si può auspicare il suo annientamento (genocidio) o la distruzione della sua cultura (etnocidio). L'anticamera del razzismo è l'ostilità attiva verso lo straniero ( xenofobia).  La più spontanea manifestazione  è sempre la stessa: "via gli stranieri". Gli spacciatori di paura sono sempre al lavoro. Invece l'incontro-scontro fra culture delinea un campo di compatibilità e conflittualità non facile da padroneggiare, soprattutto nel quadro di vistosi e inarrestabili processi migratori, affrontati non tanto con strumenti scientifici quanto con vecchie mitologie e superstizioni. Anche la democrazia, che pure ha un raggio d'influenza mai registrato nel passato, sembra mostrare la sua fragilità, è in difficoltà, non riuscendo a riconvertire il consumismo in umanesimo, vivendo in bilico tra universalismo e localismo. Una democrazia che tenga fede al suo nome implica tolleranza e apertura verso gli altri, ma se non è in grado di offrire reali chance di vita e opportunità all'altro, la democrazia si suicida.  E' oggi difficile, anche per buona creanza, una dichiarazione esplicita di razzismo, ma è diffuso un certo razzismo pop di sottopancia.
      L'antisemitismo non lo ha certo inventato Hitler. Durante tutto l'Ottocento era in diverse forme circolante nelle culture politiche  di destra ma anche di sinistra. Partendo dalla cultura della cristianità,  sia cattolica sia protestante, era incistata   l'idea di una colpa collettiva, che il nazifascista , l'uomo delle pulizie, si sentiva in obbligo di annientare nella figura dell'impuro, del non ariano. L'antica ostilità dei cristiani nei confronti degli ebrei ovviamente non derivava da una concezione razziale. Si trattava di una prevedibile concorrenza fra una antica religione e una nuova (considerata una eresia dell'ebraismo). Gli ebrei ai tempi di Giulio Cesare erano ben insediati a Roma con una "carta dei diritti".  Non facevano proselitismo in quanto l'ebreo era semplicemente un nato da madre ebrea. Il proselitismo cristiano che spaccava le famiglie e sembrava irriguardoso nei confronti dell'Imperium pareva  invece una grande anomalia da cancellare. Le cose dovevano cambiare con la coniugazione fra religione cristiana e potere imperiale. A quel punto si rafforzava una giudeofobia legittimata dalla accusa antica e bislacca di deicidio. La persecuzione doveva  rafforzarsi nel corso dei secoli ma, a differenza di quella nazista,  mirava alla conversione e non alla soppressione. Certamente la chiesa cattolica ci mise di suo nel seminare zizzania.
      Ancora oggi qualcuno continua ad esaltare la "tolleranza" di Costantino, il vero padre dell'antisemitismo. L'undici dicembre 321 veniva emanato il Codex Judaeis, la prima legge penale antiebraica. L'editto di Milano riconosceva il cristianesimo come  religio licita e "collante" politico più efficace dei vecchi culti. L'editto definiva  la superstitio  ebraica "secta nefaria", " feralis, " e formalizzava l'accusa di deicidio: quel Costantino  che per tutta la vita aveva conservato il titolo pagano di  pontifex maximus. Successivi imperatori dovevano ridurre ulteriormente i diritti degli ebrei, privati delle sinagoghe e sepolti in luoghi lontani. Nel fondamentale Concilio di Nicea del 325 si perveniva alla unificazione nelle stesse mani del potere temporale e di quello religioso. Con Teodosio il cerchio si chiudeva con la proclamazione del cristianesimo come religione di stato, perseguitando ogni altro culto, l'ebraismo compreso.
      S. Giovanni Crisostomo nel IV secolo si sarebbe preoccupato di mettere in giro la voce degli ebrei che sacrificavano i bambini. Già il quarto Concilio Laterano aveva ordinato agli ebrei di portare dei vestiti che li distinguessero: un cappello giallo per gli uomini, un velo per le donne. Più praticamente Hitler avrebbe adottato la stella di Davide per tutti. Nel 1215 papa Innocenzo III escludeva gli ebrei da qualunque associazione professionale: potevano esercitare solo pratiche proibite per cristiani e musulmani: cambiovalute e soldi in prestito, attività alle quali facevano ricorso poveri contadini a rischio di esproprio, ma anche potenti e sovrani. Naturalmente chiunque dovesse restituire  soldi all'ebreo, non provava per lui molta simpatia. Nel 1555 si arrivava alla bolla infame di Paolo IV che istituiva il "serraglio" per gli ebrei condannati a vivere di sole "arti strazziarie vel cenciariae" .
       Si aggiunga che l'ebreo era sempre considerato un diverso, uno "strano",  ma anche dotato di un oscuro potere. Gli spiriti semplici temono ls scienza, ciò che non conoscono .  In epoche in cui anche i potenti erano analfabeti, l'ebreo era l'uomo del libro, con la testa sempre fra strani rotoli di carattere magico. Lo stesso Hitler odiava massimamente l'ebreo, al punto da annientarne completamente la stirpe fino all'ultimo neonato, ma ne aveva paura ed era affascinato da quei poteri oscuri di cui cercava in tutte le maniere di appropriarsi. L'aggressività mascherava sempre un umiliante complesso di inferiorità. Gli uomini piccoli odiano ciò di cui hanno paura.
       L'ebreo, spesso dal popolino confuso con l'eretico e lo stregone, era il perfetto capro espiatorio, addirittura un portatore di peste, che si poteva impunemete allontanare o sopprimere. Solo nel concilio Vaticano II,  Nostra aetate, scompariva la preghiera  pro perfidis judeis, volta alla conversione dei maledetti deicidi.   La misteriosa onnipotenza ebraica veniva sempre più enfatizzata dalle varie agenzie poliziesche,  che fabbricavano a ripetizione documenti farlocchi come i "Protocolli dei Savi di Sion". Ci si convinceva che dietro tutti i grandi sommovimenti, dalla rivoluzione americana a quella francese a quella russa, gli ebrei avessero manovrato nell'ombra. In realtà proprio la vita nel ghetto aveva conferito all'ebraismo un forte senso di identità ma anche la capacità di muoversi su scala globale.
 Un caso limite rimane  quello dell'antisemitismo in assenza di ebrei.
      Valga l'esempio della città di Taranto: dopo la promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei presenti in città si contavano sulle dita di una mano. Eppure i professionisti del razzismo fecero carriera nelle scuole, nei giornali, nel pubblico impiego, addirittura riscrivendo una storia adulterata della presenza ebraica sul territorio, manifestando entusiasmo per la distruzione della ultima traccia di una antica presenza semita: il vicoletto Giuda, doveva scomparire grazie al colpo di piccone mussoliniano.

Appendice:  Aprile 2015.

 Tra superficialità, errori e ingiustizie che seguirono la fine della guerra,  andrebbe riconsiderata  la riabilitazione del giurista Gaetano Azzariti , che aveva contribuito alla redazione delle leggi  razziali presiedendo  il "tribunale" incaricato di applicarle. Il ministro Palmiro Togliatti lo riabilitava così pienamente che nel 1957 Azzariti diventava addirittura presidente della Corte costituzionale. Poteva capitare che la giustizia veniva sacrificata alla "pacificazione". Una delle tante scorciatoie pericolose. Il suo busto di razzista e antisemita suscita le rimostranze del rabbino Giuseppe Laras e dello   storico Riccardo Calimani, che assieme ad altri cittadini indignati,  ne hanno richiesto la rimozione.  Per il momento non è stata neanche concessa alla stampa la visione del verbale della cancelleria della Corte. Sull'argomente esiste ormai una corposa pubblicistica.

Appendice 2: Maggio 2015.

La distruzione della cultura, operata dagli ultrafondamentalisti islamici, richiama spontaneamente il rogo nazista di oltre 25mila libri,  il 10 maggio del 1933. Un mese dopo veniva bruciato il parlamento tedesco e iniziava la grande caccia alle streghe: un rituale con tutti i parafernali del nazismo: bande musicali, fiaccolate, rituali purificatori. Il ministro Goebbels annunciava: "Uomini e donne di Germania, l'era dell'intellettualismo ebraico sta giungendo alla fine. Da queste ceneri rinascerà la fenice di una nuova era". Nel rogo scomparivano anche i colori sognanti di Klimt, Chagall, Klee. In fondo i nazisti avevano creato la lista fondamentale della cultura, che veniva conservata nel cuore di quanti ,   a prezzo anche della vita, avrebbero operato per una autentica rinascenza democratica.
Questi paradigmi vanno riconsiderati, comparando gli immigrati agli ebrei ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste. Levi ci ammonisce è affidata solo ai sopravvissuti, i salvati. La voce dei "sommersi", delle migliaia di morti annegati. Dal gorgo non è tornato mai nessuno per raccontare la propria morte.

sabato 7 settembre 2013

Didattica della Shoah all’ “Archita”


Didattica della Shoah all’ “Archita”

di Roberto Nistri

in "Galaesus", n. XXXV 

     Alla realizzazione del Memoriale che ricorda gli italiani morti ad Auschwitz, voluto dall’associazione degli ex deportati, parteciparono negli anni Settanta grandi nomi della cultura. Due di loro, Primo Levi e l’architetto Lodovico di Belgiojoso, nei lager nazisti erano stati prigionieri. Il memoriale era stato pensato per parlare al cuore più che alla testa: il visitatore camminava nella claustrofobica spirale di Belgiojoso, leggeva il testo di Primo Levi, ascoltava Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono e guardava le tele simboliste di Pupino Samonà. Purtroppo l’installazione, già chiusa dall’estate 2011, ora rischia anche lo smantellamento, grazie al disinteresse del governo Berlusconi e all’ottusa ostilità di Piotr Cywinski, direttore del museo sorto nel campo (1). Forse per alcuni politici Auschwitz è qualcosa che riguardi solo la Polonia. Invece di celebrare il Giorno della Memoria nella data simbolo del 27 gennaio, quando le avanguardie sovietiche liberarono il primo campo di sterminio dove erano stati uccisi un milione e mezzo di ebrei (una data del calendario civile europeo trasferita nel calendario nazionale) sarebbe stato più istruttivo per gli italiani ricordare il 16 ottobre 1943, il giorno della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma con la complicità dei fascisti, una data nazionale. Così hanno fatto i francesi, dedicando  la giornata alla memoria di quel 16 luglio 1942, quando da Parigi vennero deportati 13.000  ebrei e ne tornarono solo 25 (basterebbe la durezza di  questi numeri, rigorosamente censiti, per mandare a ramengo le ciarle dei negazionisti). Senza ipotizzare omissioni malintenzionate, si conferma la perdurante superficialità e trascuratezza italica nei riguardi della “topografia sacra” della Shoah, considerando bastevole la rituale maratona televisiva del marketing memoriale .

     Siamo sempre più convinti che, in barba alla retorica delle mille “agenzie di formazione”, la scuola pubblica rimanga l’istituzione principe della protezione della Memoria e della riflessione filologica sulla realtà della Storia, che non è un supermarket dove si possa pescare a caso. A questo proposito è bene evitare l’indebita confusione fra la Memoria, insostituibile serbatoio del pathos e del racconto, ma sempre liquida e selettiva (“la memoria è una formidabile falsaria”, ha scritto Antonio Tabucchi) e la certificazione della Storia, senza la quale i ricordi si sfaldano e diventano pasto per le jene della falsificazione. La memoria motiva l’attività storica, la storia corregge la memoria. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti. Si continua a giocare con il pop razzismo e la caccia all’untore è sempre aperta.

                                                                   ***

     Da parte dei governi democristiani degli anni ’50 la preoccupazione prioritaria era quella di occultare piuttosto che svelare. Alla Germania di Adenauer si chiese di fare di tutto per insabbiare le indagini sul massacro delle Fosse Ardeatine: “Non appena il primo criminale di guerra tedesco verrà consegnato”, avvertì in una missiva un diplomatico italiano, “arriverà una valanga di protesta da ogni paese che richiede l’estradizione di criminali di guerra italiani”, per i misfatti perpetrati in Jugoslavia, in Albania, in Grecia. La complicità tedesca venne garantita e anche per questo i sopravvissuti alle stragi naziste ancora oggi attendono invano dalla Germania giustizia e risarcimento (2).

     Negli anni del dopoguerra, nelle aule del Liceo “Archita” di Taranto, vigeva un motto residuale dell’ Ancient regime: “Qui non si parla di politica”. Un ingenuo lettore dei nostri giorni potrebbe pensare che, dopo la caduta di un governo dispotico e la conquistata libertà di parola e di pensiero, si sprigionasse una fame democratica di conoscenza e discussione. Naturalmente non accadeva nulla di tutto ciò: la scuola e anche la famiglia non erano disponibili a trasmettere alla generazione postfascista adeguati strumenti di comprensione riguardo l’ultimo tratto di strada, dalla sconfitta di una guerra scellerata alla occupazione degli Alleati. Per quanta riguarda la questione ebraica, su scala internazionale, fino ai primi anni Sessanta (il processo ad Eichmann è del 1962) quel passato prossimo che si chiamava Shoah abitava dentro silenzi e sguardi muti, volti che si giravano dall’altra parte. Una certa consapevolezza poteva maturare a Taranto solo nelle famiglie degli antifascisti e dei perseguitati politici, quasi tutti operai dell’Arsenale e dei Cantieri Tosi, data l’inesistenza di significative presenze antifasciste di estrazione borghese. Ma negli istituti superiori anche il termine “operaio” risultava sospetto. Professori e genitori condividevano un tacito agnosticismo, temendo che certi argomenti potessero turbare la normalità scolastica o costituissero addirittura un pericolo per l’ordine costituito (3). Quel corpo docente non era “cattivo”, era stato così costruito da una Storia: la storia di una Taranto “perla del Regime” e città “tre volte fascista”, la storia di una Liberazione e di un “altro dopoguerra” non comparabile con la tragica epopea della Resistenza armata al Nord, dove nel fuoco della battaglia si formava una nuova classe dirigente.

      Le differenze politiche non furono solo quelle derivanti dal diverso carattere dell’occupazione angloamericana rispetto all’occupazione tedesca, anche quelle tra una parte d’Italia dilaniata dalla guerra interna tra fascisti e partigiani e l’altra , nel Sud, dove il sistema dei partiti si costituì con l’adesione in larga parte sospetta di Comitati di Liberazione che non avevano liberato nessuno: da una parte il cielo pulito di un nuovo Risorgimento, dall’altra una transizione alquanto vischiosa e gattopardesca, con il qualunquismo come stato d’animo endemico. Emblematica rimane la figura del Reduce, icona immortale di Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria, con la sua smania di raccontare ma ridotto al silenzio dalla generale volontà di rimozione: nun penzammo a guaie. Tutte le scuole faticavano ad uscire dal cono d’ombra del Ventennio: quello era il personale, il sistema burocratico, il modo di pensare.

     Nel liceo “Archita”, in particolare, aveva avuto modo di spadroneggiare una dirigenza “fascistissima” che fu autentico baluardo del Regime, nell’ora propizia per opportunisti zelanti, carrieristi nella scuola e nel giornalismo, acchiappamedaglie con poca fatica e a scapito dei perseguitati. Ma si può comprendere, sine ira et studio, come la vicenda postbellica, esaurito il vento del Nord, dovesse spingere il paese verso una democrazia fragile e paurosa, ancora inquinata dalla permanenza  dell’autoritarismo dentro le istituzioni, dentro lo Stato, dentro le persone, sempre nella puerile attesa di “uomini della provvidenza”. Bisognerà attendere don Milani e il ’68, perché un giovane potesse di nuovo sentirsi “cittadino sovrano”. Gli anni ’50 e ’60 trascorsero onorevolmente, fra studi certamente severi e ampi spazi per la goliardia. Non mancavano spunti di “maccartismo” nei confronti di due docenti di storia e filosofia, i fratelli Luigi e Raffaele Trento, tenuti d’occhio per i loro trascorsi antifascisti: due schietti liberalsocialisti ma etichettati tout court  come comunisti, perché erano gli unici a far studiare in classe la Costituzione, introdotta ufficialmente nelle scuole solo negli anni Sessanta e largamente ignorata per “mancanza di tempo”.

     Non mancavano iniziative extracurriculari come giornali studenteschi e “Cenacoli” interni e anche esterni all’Istituto (4). Il biglietto da visita del liceo era l’annuario “Galaesus”, dalla periodicità non sempre costante, ma fedele ad un format abbastanza paludato nei contributi dei docenti come degli allievi: una sorta di bollettino della vita d’Istituto che non doveva travalicare certi confini. Ancora nel fascicolo VI  del 1975, il preside Tommaso Pignatelli avvertiva che “non è intendimento della presidenza, né è istituzionalmente possibile, trasformare la presente pubblicazione in autentica rivista culturale”. Tali preoccupazioni dovevano condannare Galaesus ad una grigia sopravvivenza, considerando la condizione particolarmente surriscaldata della Scuola in quegli anni (5). Nel decennio ‘75- ‘85 si avvertivano alcuni segnali di apertura al “mondo esterno” (memorabile la battaglia in difesa del fiume Galeso) pur dovendo attendere la fine del secolo per far circolare nella scuola alcuni segnali di presenza sul territorio della Grande Industria.

                                                                  ***

     Negli anni Ottanta, sotto la presidenza di Franca Schembari,  l’istituto si aprì decisamente alle istanze del territorio (in quegli anni “territorio” era la parola magica per rendere la scuola centro propulsore delle dinamiche civili, magari collaborando con “Italia nostra”, con la Sovrintendenza ai beni culturali, con gli “Amici dei musei”. La rivista “Galaesus” ampliò di molto il ventaglio delle collaborazioni, con il concorso di ex alunni. Nel fascicolo XI  un gruppo di studenti della III D si impegnarono in un lavoro collettivo, Educazione civica, storia locale, metodologia della ricerca, focalizzando le questioni concernenti la vicenda del fascismo a Taranto, imparando a scrivere su ciò che non è già conosciuto, senza rimasticare cibi precotti. Per la prima volta venne affrontata la storia municipale usando il metodo della ricerca scientifica (senza la quale la storia si riduce a retorica) consultando i documenti presenti negli Archivi di Stato di Lecce e di Taranto , dove forse si conserva ancora tale ricerca).

     In “Galaesus” XVI (1991-1992) si presentava un corposo dossier, Il sonno della ragione genera mostri. Riflessioni sul razzismo. Si trattava di una lettura ragionata del materiale documentario, fornito dalla stampa, sulla tragica escalation delle manifestazioni di razzismo in Europa e in Italia (dall’austriaco Haider alla Lega Nord) durante tutto il corso del 1992, annus horribilis. Gli studenti avevano anche partecipato ad una manifestazione promossa dall’Arci di Taranto, in occasione della presentazione del libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, I razzismi possibili. Nell’anno successivo “Galaesus” rendeva conto della relazione  Il razzismo: dalle definizioni alle forme individuali e di gruppo, tenuta dal sociologo Nino Aurora all’assemblea studentesca del 30 gennaio 1993, coordinata dal prof. Roberto Nistri. In “Galaesus” XVIII (1993-1994) la prof. Adalgisa Villani presentava un saggio sull’Etnocentrismo mentre la prof. Loredana Flore inaugurava un progetto sulla Cultura della non-violenza.

     In occasione del 50° anniversario della Liberazione, “Galaesus” XIX rendeva conto di un intervento sulla Resistenza di Roberto Nistri,  una ricerca sulla memoria orale, La guerra e il ricordo, a cura della prof. Giovanna Percaccio, una relazione dell’alunna Giovanna Carofiglio su Razzismo e antisemitismo. Di rilievo la manifestazione del 15 maggio 1995, nel Salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, curata dal prof. Francesco D’Elia: La Resistenza narrata attraverso i canti.

     1995-1996 La scuola promuoveva il progetto Educazione alla mondialità (coordinatrice prof.
Loredana Flore. Sotto la presidenza di Tommaso Anzoino, nel 1996-97 la prof. Adalgisa Villani curava un importante corso di aggiornamento su Cultura, alterità e linguaggio con docenti dell’Università di Bari: Francesco Fistetti, Augusto Ponzio, Patrizia Calefato, Susan Petrilli (atti in “Galaesus” XXI). Il 18 dicembre 1997 la scuola ospitava Elisa Springer, scrittrice sopravvissuta ai campi di sterminio. In “Galaesus”XXII, sulla scorta del romanzo La storia di Elsa Morante, si ragionava sul fascismo commentando un diario di vita scolastica, compilato dal piccolo Antonio Amatulli quando frequentava la quarta elementare nel 1931/32 a Mottola. Nel fascicolo XXIII (1998-99) gli allievi, coordinati dai docenti Mario Bosco, Maria Pia Intelligente e Roberto Nistri, presentavano una robusta trattazione dell’Olocausto: Le persecuzioni razziali e i campi di concentramento. Nel maggio del 2000 la scuola organizzava un incontro con il partigiano Angiolo Gracci, comandante della brigata “Vittorio Sinigaglia”.

     La riflessione su fascismo e razzismo si arricchiva nel 2000-2001 con un cineforum sul ventennio mussoliniano, con l’incontro con l’ufficiale tarantino Alfredo De Stefano, uno dei pochi superstiti della tragedia di Cefalonia (4 aprile 2001) e con Leone Fiorentino, deportato ad Auschwitz (26 aprile 2001) con un vasto corredo di scritti sul Giorno della Memoria. Nell’anno seguente veniva proposto un altro cineforum sull’Italia in guerra, con un cospicuo progetto interdisciplinare guidato da Loredana Flore: Educare alla pace, alla memoria, alla legalità. Nel 2002 allestimento di mostre fotografiche, incontri con Amos Luzzatto, presidente delle comunità Ebraiche Italiane e con il regista tarantino Emidio Greco. Dicembre 2002: nel Giorno della Memoria incontro con Vitantonio Leuzzi e Francesco Terzulli, rispettivamente presidente ed esponente della Società Italiana degli studi sull’Antifascismo e l’Italia contemporanea. 17 marzo 2003: dibattito organizzato nel Salone della Provincia su La memoria della Shoa, con Clotilde Pontecorvo, esponente della  Comunità ebraica di Roma. Perché ricordare? Con contributi di docenti interni ed esterni.

     Il fascicolo XXVIII rende conto del lavoro coordinato da Roberto Nistri e Francesco Terzulli sull’internamento fascista in Puglia, e le polemiche su antisemitismo e antisionismo. Il 27 gennaio 2005 viene proiettato il film Rosenstrasse di M. Von Trotta. Il Giorno della Memoria 2006 venne dedicato a Elisa Springer, con la conferenza di Francesco Terzulli: Una memoria femminile della Shoa. Da segnalare anche l’incontro con la deportata Mirella Stanzione. Terzulli collabora anche al fascicolo XXXI di “Galaesus” (2006-2007) con un corposo saggio su Primo Levi, mentre l’anno successivo don Franco Mazza commemora la figura di Etty Hillesum. Nel 2010 la giornata della memoria venne dedicata da Roberto Nistri al Porrajmos: lo sterminio degli zingari nella notte più buia del Novecento. Il 26 gennaio 2011 Francesco Terzulli e Giuseppina Cacudi hanno relazionato ampiamente su Ebrei in Puglia negli anni ‘40. Come provvisoria conclusione segnaliamo il progetto “Cultura della Memoria” curato dalle professoresse Loredana Flore e Adalgisa Villani, con la collaborazione della docente Francesca Poretti: il 27 gennaio 2012 Daniele De Luca, Docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento, ha relazionato nel Salone di Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale sul tema Alle radici della Shoah. Dall’antigiudaismo all’antisemitismo.

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     Questa quasi completa rassegna della produzione culturale del liceo “Archita” sulla tematica della Shoah  dal 1992 al 2012 (un impegno storico che supera nel tempo il ventennio fascista) può essere intesa come una sorta di riscatto, un impegno onorato nella volontà di cancellare le pagine nere delle leggi razziali che appestarono tutte le scuole dell’epoca, ma è soprattutto il riconoscimento di una elaborazione culturale, in chiave rigorosamente costituzionale e repubblicana, che ha coinvolto senza soste generazioni di studenti, gruppi di docenti, artisti e operatori culturali, con spirito di generosa collaborazione. Consideriamo di altissima qualità il materiale documentario accumulato, che dovrebbe essere immesso in rete anche con il patrocinio delle pubbliche amministrazioni. C’interessa sottolineare il peculiare esprit che ha caratterizzato questa operazione cognitiva che, quasi istituzionalmente, a pieno titolo si può considerare una solida tradizione nella vita d’Istituto : il principio che la vera cultura è sempre battaglia culturale, contro l’indifferentismo, la mistificazione, l’assassinio della memoria. Vale l’imperativo categorico del Non mollare, la costruzione di Materiali Resistenti contro l’industria della dimenticanza organizzata, quella che George Steiner definisce la civiltà ad amnesia programmata. La lotta per la verità è la passione di Sisifo, la fatica di ricominciare sempre da capo. Il nemico è sempre all’attacco, soprattutto da quando si è sdoganata la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria (equivalente dell’universale mercato del lavoro). La cultura del cosiddetto Postmodernismo, sostenendo che non contano i fatti  e che tutto è interpretazione ( ermeneutica si dice nel linguaggio culto) ha  funzionato come alibi per le cause più strampalate e malintenzionate: tutto fa brodo per tenere in piedi una volgare politica-spettacolo televisiva, facendo audience a spese di una Storia imprigionata in una corrida di lazzi e pernacchie (6).

     Per fortuna questa filosofia è in fase di deperimento pressocchè ovunque, dall’Europa agli Stati Uniti, grazie al ritorno di un sano Realismo che restituisce alla storiografia le sue buone ragioni. Senza l’accertamento dei fatti, senza la filologia, la storia sarebbe solo retorica, bassa cucina della menzogna per i negazionisti dell’Olocausto, i maldicenti del Risorgimento, gli spregiatori della Resistenza e della Costituzione. Dai tempi di Lorenzo Valla, che denunciò il grande falso che giustificava il potere temporale della Chiesa, la filologia primeggia come imbattibile arma della verità e smascheramento dell’impostura. Concedere una patente di buona fede ai negazionisti dell’Olocausto sarebbe come permettere ai teorici della della Terra Piatta di condizionare il corso degli studi di astronomia. Dovremmo seriamente discutere l’ipotesi che nei campi di concentramento nazisti non venne mai ucciso alcun ebreo, e che i pochissimi che vi morirono spirarono per infarto del miocardio, dato che - come celia Umberto Eco - le SS li nutrivano con cibi ad alto contenuto di colesterolo? (7).

     La riflessione sulla Shoah, sui massacratori e i loro epigoni, offre ai giovani una straordinaria occasione per misurarsi con il problema massimo, quello del Male: a nulla vale ripetere l’esorcismo  del Mai più se questa “aiuola che ci rende tanto feroci” è sempre l’universale bellum omnium contra omnes,  dalla prepotenza del bulletto alla sopraffazione del despota: homo homini lupus. L’Olocausto è una incancellabile lezione dove vittime, carnefici e testimoni entrano in scena illustrando il peggio, e il meglio, di cui gli esseri umani sono capaci. La “banalità del male” è il tema suggerito da Hannah Arendt  a proposito del processo ad Eichmann: una formula accattivante, ma anche fuorviante, considerando che il tema di gran lunga più intrigante è quello della “seduzione del male”, dal  Faust al Grande Inquisitore (8).

     La dimensione smisurata dell’Olocausto conferisce al massacro degli ebrei il carattere della straordinarietà e della esemplarità: un paradigma imperituro. Ma proprio il vortice dei numeri può essere un rischio per la didattica della Shoah; si ha bisogno di recuperare un punto di vista sulla singolarità: un corpo, un viso, un nome che non si perda nel delirio nazista della quantità. In Schindler’s List Spielberg si è cimentato con la doppia distanza della persecuzione di massa e del dettaglio singolare. In un film girato in un gelido bianco e nero, ha adottato l’ espediente di orientare il nostro sguardo su una bambina dal cappotto rosso, tirata fuori dal mucchio per due volte, come deportata e come buttata nella carretta degli ammazzati, una figura adottata come rappresentante della totalità sofferente. Adriano Sofri ha colto un’analogia con l’episodio di Cecilia nel capitolo XXXIV dei Promessi sposi. Nel “tristo brulichio” dei corpi abbandonati fra cortei di monatti e carri colmi di sacchi funebri, lo sguardo di Renzo si fissa su un oggetto singolare di pietà: la piccola Cecilia con un vestito bianco, portata dalla madre al carro dei monatti e accomodata su un panno bianco. Nel film e nel romanzo l’intento di individuazione pone quasi una coincidenza fra il cappottino rosso e il vestitino bianco. In una pagina de I sommersi e i salvati di Primo Levi  si racconta che fra i cadaveri di una camera a gas si trovò una ragazza ancora viva e di fronte all’immagine di questa persona quegli uomini abbruttiti rimasero attoniti e rispettosi come i “turpi monatti” manzoniani. Secondo Sofri la fugace citazione di Primo Levi è stata forse la cerniera fra il nostro Manzoni e Steven Spielberg, improbabile lettore dei Promessi sposi ma certamente lettore de I sommersi e i salvati. Piace pensare che le cose siano andate così (9).


    
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1) P. FANTAUZZI, Ad Auschwitz un’Italia senza memoria, in “Venerdì di Repubblica”, 6 aprile 2012. Forse anche la Giornata della Memoria è in affanno, anche se ha esteso enormemente la sensibilità sulla Shoah. Indiscusso appare il successo dell’iniziativa sul piano delle celebrazioni e della produzione editoriale, ci si comincia a interrogare sull’efficacia di un anniversario sempre più schiacciato sul “marketing memoriale”. Un consumo veloce e rassicurante. “Una storia usa-e-getta, piegata a un utilizzo autoassolutorio piuttosto che un’indagine perturbante dentro l’orrore che ancora ci appartiene. Un martirologio che rischia di rimanere muto sulle inquietudini del presente” Una data riferita a qualcosa che è accaduto altrove rischia di diventare una non-data, un’occasione di riflessione metafisica, togliendole storia (D. BIDUSSA in S. FIORI, Ricordare stanca, in “la Repubblica”, 26 gennaio 2011).

2) Secondo lo storico tedesco Felix Bohr i governi democristiani sostennero tale linea per non ravvivare la memoria della Resistenza, guidata soprattutto dal Pci, loro avversario politico; cfr. Roma chiese ai tedeschi di insabbiare le indagini sulle Fosse Ardeatine, in “la Repubblica”, 16 gennaio 2012 e Da Marzabotto a Stazzema massacri ancora senza giustizia in “la Repubblica”, 4 febbraio 2012. Sulle colpe dei fascisti italiani, cfr. S. FIORI,  Il volto feroce dei nostri soldati, in “la Repubblica”, 14 aprile 2005 e Misfatti d’Italia,in “la Repubblica”, 3 maggio 2005; cfr. anche  il documentario La guerra sporca di Mussolini su History Channel.

3) Si consideri che ancora il 27 maggio 2010, presso l’Istituto “Belli” di Roma, gli studenti improvvisarono, alla fine di un concerto, le note di Bella ciao davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione, pensando di fare cosa gradita e invece scatenando la reazione indignata della preside per tale “atto deplorevole”, uno “sconcertante episodio” che ha gettato “un’ombra di discredito difficile da dissipare, che ha messo in difficoltà la scuola nel suo complesso”, “assumendo iniziative che travalicano i limiti dell’opportunità, della correttezza e del buon gusto”, con conseguente invito ai genitori di scusarsi (cfr. “la Repubblica”, 2 e 7 giugno 2010). Forse la preside si è ricordata che già nel 2002 Marco Tedde, sindaco di Alghero del centrodestra, aveva vietato di suonare Bella ciao alle manifestazioni del 25 aprile (cfr. “Il Giornale”, 22 aprile 2008). Se una canzone quasi istituzionale, un canto di partigiani senza colore politico, in cui si possono riconoscere i democratici di ogni colore politico e le istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione, ha potuto suscitare una tale buriana, questo dipende da un clima generale di misconoscimento e snaturamento della storia d’Italia, con ricadute polemiche volte a sviare il senso degli eventi. Riemerge periodicamente una pedagogia tartufesca, ostile al libero dibattito e impossibilitata a formare giovani “cittadini sovrani”.

4) Cfr. F. TERZULLI, La  scuola a Taranto tra ricostruzione e accesso di massa (1944-1965), in AA.VV., Taranto dagli ulivi agli altiforni, II tomo,  Taranto, 2007, in particolare pp.125-147.

5)  Cfr. F. TERZULLI, La Scuola negli anni Settanta: un fortino assediato, in AA. VV., L’età dell’acciaio, Taranto, 2011.

6) Sul nuovo Realismo, vedi U. ECO, I limiti dell’interpretazione, Milano, 1990; Kant e l’ornitorinco, Milano, 1997, M. FERRARIS, Manifesto del nuovo realismo, Bari, 2012. Articoli: M. FERRARIS, L’epistemologia è viva, in “Repubblica”, 6.1.2011, Postmoderni o neorealisti? In “Rep”, 19.8.2011. Anche E. DOCX, Così tramonta il postmoderno, in “Rep”, 3.9.2011; G. DESANTIS, Eco e Putnam, in “Rep”, 22.11.2011; D. MARCONI, Il postmoderno ucciso dalle sue caricature, in “Rep”, 3.12.2011; V. SCHIAVAZZI, Su Verità e realismo, in “Rep”, 6. 12. 2011; F. D’AGOSTINI, Realista e impegnato, in “Rep”, 7.12.2011; U. ECO, Il realismo minimo, in “Rep”,11. 3.2012; M. GOTOR, Che cos’è la verità storica, in “Rep”, 5.1.2012.

7)  U. ECO, “ Ma come sono morti allora quei sei milioni? Di Aids? Di influenza cinese? Per aver riso troppo come Margutte?” in  La Bustina di Minerva, Milano, 2001, p. 45. Cfr. V. PISANTY, L’irritante questione delle camere a gas, Milano, 1998. La malatelevisione ci ha abituato al professore showman, per il quale la storia è performance, spettacolo: bisogna sorprendere il pubblico con la battuta eccitante, il contenuto è secondario e la verità ha uno statuto negoziabile. La malapolitica insegna che bisogna presentarsi sempre con un tono bellicoso e inutilmente aggressivo, improntato al più grande disprezzo verso quanti la pensano diversamente. La battaglia per la verità rimane quella degli umanisti rinascimentali: “furono i primi a impiegare le proprie conoscenze per denunciare la falsità di alcuni documenti, artatamente costruiti e utilizzati per assicurare la stabilità del potere” (A. ASSMANN, Così la Storia ha ritrovato la sua Memoria, in “La Stampa”, 27 gennaio 2010).

8) Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e spontaneamente ci pensiamo “buoni”, escludendo di poterci trasformare in carnefici, cosa invece possibilissima, come leggiamo nel libro di Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero, Milano, 2008. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione innata ma per il “sistema di appartenenza” e la “situazione” in cui ci si viene a trovare: c’entra non l’indole, ma il “ruolo” e la “circostanza”. Non basta osservare l’orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la macchina: quegli uomini non erano nati crudeli, lo sono diventati. La vera resistenza è quella che si esercita nei confronti del proprio sistema di appartenenza che ci chiede, in ultima istanza, se stare o non stare al gioco. Il pilota americano che sganciò la bomba su Hiroshima ebbe solo a dire: “quello era il mio lavoro”; cfr. U. GALIMBERTI, Siamo tutti figli di Eichmann?,  e S. NIRENSTEIN,  Non esiste la banalità del male in “la Repubblica”, 12 marzo 2008 e 14 gennaio 2010.

9) Cfr. A. SOFRI, Spielberg, Manzoni…,  in “la Repubblica”, 20 febbraio 1999. Gli storici hanno una grande responsabilità. Forse non sono riusciti a costruire una storia problematica e al contempo popolare, senza cedere al modello televisivo con le sue rivisitazioni fantasiose. Il vero rischio è quello della memoria rassicurante: consiste nell’osservare con raccapriccio ciò che accadde allora, rallegrandoci in fondo che oggi quella tragedia non stia capitando a noi. Quello che dobbiamo ricordare è che, mentre qualcuno attraversava l’orrore, c’erano milioni di persone che voltavano altrove lo sguardo. Anche oggi “non ci accorgiamo della crudeltà che accompagna le espulsioni o le vite violente nelle periferie: c’è un lato brutale della nostra quotidianità che abbiamo deciso di espellere dallo sguardo”; D. BITUSSA, cit.