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domenica 27 maggio 2018

Moro rapito e Taranto. Una testimonianza

Perché in via Caetani, fra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù?

Per una banale svista topografica, che ha oscurato il luogo dove è stato trovato il cadavere. Via Caetani non aveva a che fare con quel sito ove si trovano due brevi strade, le vie Celsa e dell’Ara Coeli, che si addentra nel Ghetto ebraico. Di altro rilievo era Palazzo Caetani, che doveva far scattare il nome dell’illustre Maestro di origine russa, Igor Markevic, considerato con sospetto come il Misterioso “intermediario”.

Comunque qualcuno aveva capovolto con un colpo di coda una trattativa nella quale erano stati coinvolti i servizi segreti di mezzo mondo. Markevic aveva vissuto in un mondo di emigrati russi, apolidi, diplomatici e spie, massoni e banchieri nella Firenze occupata dai nazisti, partigiani, ma anche una Monaco della principessa Grace Kelly con i suoi strani intrighi. Igor veniva coccolato dall’artista Jean Cocteau che lo iniziava al suo ordine cavalleresco per la fondazione di un governo mondiale. Il dominus di Palazzo Caetani era riuscito a conciliare opposti interessi e fazioni anche sulla scena internazionale. Noi mangiamo pane e stelle, diceva.
Markevic non era un partigiano inquadrato militarmente, ma i suoi rapporti di contiguità con la Resistenza sono provati.
Il mondo di Igor era sempre effervescente. Un ginepraio inestricabile: perfino roberto Sandalo, il terrorista di Prima Linea, sospetto di essere un infiltrato dei servizi segreti. Rimaneva l’imbroglio del rapporto Moro-Caetani. Il Sismi indagava sull’appartamento, ma venivano fermati da ordini superiori. Entrava in scena il giornalista Pecorelli, ma veniva fatto fuori. La Renault era tenuta a Palazzo Caetani, secondo l’ordine dei Cavalieri di Malta.
La rivista satirica “Il Male”, rilancia su Palazzo Gaetani. La maga Ester profetizza che gli imputati del Processo 7 aprile vengono liberati in capo a 2 anni. Intanto la caccia al Grande Vecchio. Altrove abbiamo già ricordato le figure di Giorgio Conforto e della figlia, ospitante i brigatisti. Grande frequentazione della loggia del "Libero Pensiero Giordano Bruno”. Giuliana Conforto, l’avvocato Edoardo De Giovanni, e l’agente americano Peter Tompkins, Tutti studiosi dei Misteri Egizi.

Lo scrivente aveva già iniziato i suoi studi per un libro su Giordano Bruno, poi dato alle stampe. Fra i vari cacciatori di “Grandi vecchi”, spiccava la bella figura di Ambrogio Donini. Docente illuminato di Storia del Cristianesimo. Presso l’università di Bari. Diplomatico, entrato nel partito comunista dopo la promulgazione delle leggi eccezionali, si trasferiva negli Stati Uniti, insegnando ad Harvard. Rientrato in Italia, diventava membro del Consiglio mondiale della Pace. Nel 1973 veniva insignito dal Soviet sapremo fell’URSS. Era naturalmente un “uomo di ferro”, come si diceva un tempo. Era un generoso gentiluomo che promuoveva gli studi degli allievi più indigenti. Con il suo assistente, Antonio Moscato, che ricordo con affetto, sempre presente a Taranto con la prima organizzazione Autonoma per l’unità operaia.
Donini era certamente uno stalinista della vecchia guardia, detto anche “kabulista. Un trozkista e uno stalinista che la voravano con grande rispetto reciproco. Certamente era legato a uomini come Rodano e Secchia, morto per avvelenamento nel 1973. Fiero avversario di Togliatti, frequentava giovani extraparlamentari ma, a differenza di Secchia, che era sempre in attesa dell’ora x. Non è un caso che giovani compagni secchiani si ritrovassero come attivi gappisti in Toscana, come ai vecchi tempi del concertista Igor e dei gap fiorentini. L’inquietante codi Gradoli derivava addirittura dai Rosacroce. Si parlava anche di Prodi, della Fabian Society e della Round Table.
Già Pecorelli aveva annusato ombre di Gladio. A palazzo Caetani c’era una stanza segreta che che avrebbe dovuto accogliere Moro, ormai instradato verso la salvezza. E invece Moro fu fatto entrare non nell’auro dei Cavalieri di Malta, ma nel bagaglio di una Renault rossa. Una voce era uscita dal coro.

Giunti a questo punto chiudiamo lo schematico riassunto e rinviamo a eccellenti pubblicazioni: Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da gladio al caso Moro. Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro.

venerdì 13 novembre 2015

Le due città e una tarantola



Le due città e una tarantola


 di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

       Mi trovavo a frequentare  per la prima volta la città di Lecce verso la metà degli anni ’60, ospitato da Adolfo Buja,  ex compagno di banco al liceo “Archita”  di Taranto, che si era trasferito in terra salentina .  In quel tempo entrava in funzione il primo altoforno dell’Italsider,  ma questo  non  angustiava minimamente quella my generation che, per ultima, aveva avuto il privilegio di vedere il cielo di Taranto non trafitto dalle ciminiere. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare che, nell’anno di disgrazia 2013,  il Comune di Lecce dovesse manifestare serie preoccupazioni per i fumi tossici provenienti da Taranto. Il soggiorno leccese doveva risultare molto istruttivo per lo scrivente: Rino Buja,  grande erudito locale, mi illustrava fatti e misfatti della città, senza fare alcun cenno al tarantismo e alle sue ritualità. Avrei in seguito compreso che, in quel periodo, la musica tarantolata non godeva di particolare fortuna nella cultura borghese cittadina. Non per questo la tradizione si era esaurita. Una vivace testimonianza del tarantismo nel decennio precedente veniva offerta dall’erudito Giovanni Antonucci in una lettera al tarantino Cosimo Acquaviva il 26 novembre 1950: “Io ebbi uno zio dalla vita alquanto irrequieta, tutto preso da velleità di canto e di essere un violinista. Quando qualche tarantolare era colta dalla frenesia del ballo, lo si chiamava perché mettesse in pratica le sue doti musicali: io bambino di 7 od 8 anni correvo cogli altri a vedere la scena che svolgevano in qualche casa a piano terreno e colle porte aperte” (1).
       A dire il vero la  Città  Barocca , considerata arretrata e sonnolenta, era abbastanza snobbata dai tarantini, che in quella fase stavano vivendo l’ebbrezza della grande mutazione industriale. Anche lo scrivente , dopo aver frequentato qualche salotto old fashion e fascistino, in cui era tabuizzato l’argomento Jo Staiano (il primo trans che si era fatto onore nel felliniano La dolce vita)  pensò bene di ritornare di corsa fra i due mari, con tutto l’affetto e la simpatia per la “Bella addormentata”.  Sembrava una città in bilico fra magia e deserto che sarebbe piaciuta al  flaneur Roger Caillois, il cercatore dei “demoni meridiani” della tradizione folclorica, che nella sua Guida Blu aveva rievocato anomalie e sregolatezze, come vetrine che esponevano pipistrelli-vampiro appesi a testa in giù, “simili da lontano a ombrelli di seta neri riposti in buon ordine”.
      Si ritornava  a frequentare Lecce nei paraggi del ’68, quando vi erano abboccamenti fra i combattivi universitari baresi e tarantini e gli ammuinati studenti leccesi che, quanto a contestazione, stavano un po’ scarsi. Eppure proprio in quel contesto avevamo la fortuna di conoscere fugacemente la Rina Durante che, come ha scritto Ilaria Marinaci,  era riuscita a vedere prima degli altri il Salento del futuro , fondando il canzoniere Grecanico Salentino , contribuendo alla riscoperta del griko e analizzando fenomeni identitari come il tarantismo. Accanita masticatrice di tabacco,   avrebbe scritto anche uno splendido racconto Intitolato  La Luce, sulla acciaieria di Taranto (Manni, 1996). Alessandro Leogrande ha tracciato un bellissimo profilo di Rina Durante, proprio a partire dall’esperienza del ’68 e dintorni: La liana arborea e la fine dell’utopia, in “Galaesus”, Taranto, 2014.  “Vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…nel paese dell’Eco che mi hanno detto risuonare di suoni”, canti notturni di suonatori erranti, fra risentimento e sfinimento …
      Protagonista autorevole di quella stagione di “radiose utopie”, per tirare su i  ragazzi che,  a partire dalle facoltà occupate, non trovavano una fabbrichetta ove distribuire qualche volantino, la Durante faceva una mossa geniale simile a quella di Galilei, quando puntava verso le stelle quel cannocchiale che tutti consideravano solo un oggetto di trastullo. La  signora Rina ebbe la bella pensata di far entrare nell’Università alcuni suonatori di musica di tradizione, che all’epoca rimediavano qualcosina fra matrimoni e compleanni:  nell’Ateneo doveva fare furore il Toto di Calimera. La mossa galileiana della Durante era  straordinaria: si apriva una storia e peccato che, nella anticopernicana Taranto di ieri e di oggi, nessuna testa pensante sia stata capace di una simile genialata.  Le due città continuavano ad avere storie divaricate,  ma era Lecce che iniziava ad incrementare passo dopo passo il proprio sex appeal.
       Intanto nel 1971, avendo a lungo frequentato la casa di Alfredo Maiorano, avevamo avuto modo di apprezzare in anteprima la ricchezza del suo repertorio etnografico, potendo  anche  seguire la sapiente cura esercitata da Antonio Rizzo e Alberto Cirese, nell’allestimento della grande mostra sulle tradizioni popolari,  che doveva costituire un vero primato nell’Italia meridionale. Sulle tristi vicissitudini del costituendo Museo, la storia è nota. L’infelice gestione, da parte degli amministratori, della donazione di don Alfredo, era già un segnale inequivocabile dell’inarrestabile declino di una cultura cittadina ormai slegata dalla propria storia.
       Nel 1984 usciva il film di Giuseppe Schito,  Il ragazzo di Ebalus (1984): si raccontava di un giovane terrorista in crisi che, in fuga da Milano, cercava l’aiuto dei compagni dell’Italsider di Taranto. Braccato sia dai poliziotti che dai brigatisti, veniva ospitato da un vecchio contadino, reincarnazione di quell’agricoltore di Corico (l’attore Cucciolla)  che, incontrando Virgilio sotto le torri della rocca di Ebalo, lo introduceva alla magia del mondo contadino, volta a sconfiggere la cultura della violenza. Casualmente proprio in quel periodo seguivamo a Taranto il processo alla colonna tarantina di “Prima Linea”, scrivendone qualcosa in A sud del Sessantotto. Erano gli anni di una svolta epocale, traumatica. Le cose stavano cambiando. Con l’esaurirsi della Vertenza Taranto, la città e la grande fabbrica correvano ormai, senza alcuna consapevolezza,  nel tunnel del declino. Qualcuno armeggiava attorno a serrature che chiudevano male sull’infinito (Aragon).  I più morivano per attacchi di scetticismo. Invece la barocca “città del sonno” veniva risvegliata dal “folk revival” salentino e poi baciata dal più che principe Edoardo Winspeare .   Le raccoglitrici di tabacco salentine, rimaste inceppate negli ingranaggi di una mobilità sociale negata, non danzano più cercando di schiacciare con il piede quel ragno immaginario che era il simbolo del loro mal di vivere. Nuove generazioni hanno fatto della taranta un emblema identitario trasversale. Da zavorra del passato a risorsa per il futuro, da relitto folklorico a bene culturale. Una nuova patria culturale, avrebbe detto Ernesto  de Martino, da ricordare a 50 anni dalla morte. Egli fece del tarantismo l’emblema di un Meridione dell’anima, come ha scritto Marino Niola.
      Le “spose di San Paolo” non roteavano più la testa e non si arrampicavano sull’altare della barocchissima cappella di Galatina, ma i turisti giungevano a frotte in cerca di buone vibrazioni. Come ha scritto Marino Niola, l’ombra dell’Aracne mediterranea non ha mai abbandonato questi luoghi: “ Resta tra le spighe del grano e le foglie del tabacco come una cifra nascosta, che si rivela nei bagliori visionari della campagna abbacinata dal sole e risorge nel riverbero bizantino del tramonto, quando il cielo diventa una iperbole scarlatta  sospesa sopra un orizzonte di assoluti”.
       Ai piedi di Santu Paulu rimane uno scorpione sormontato da due serpi, sullo sfondo di una ragnatela. Il guanto era  stato rovesciato e il logo antico si andava trasformando nel simbolo positivo di una economia sostenibile e attrattiva. Si metteva in moto una grande avventura che avrebbe fatto di Lecce e del Salento un cosmopolita luogo del cuore; una storia molto lunga, attorno alla quale valorosi studiosi hanno variamente discettato.   Nell’arco di alcuni decenni, con un vasto retroterra di esperienze musicali e spettacolari, Lecce meritoriamente godeva di una pulita economia turistica, con la sua Renaissance pizzicofila. Gli anziani coetanei tarantini  di quei giovinotti del ’68, dopo decenni di volantinaggi al “Siderurgico” si ammuinavano con la ballata degli affumicati. La storia aveva rovesciato la frittata. Culturalmente Lecce e Taranto si avvicinavano:  è da ricordare la mirabilesi  operazione di Koreja e del Sud Sound System in  Acido fenico: la ballata del camorrista Mimmo Carunchio, dal testo del tarantino Giancarlo De Cataldo ispirato alla banda Modeo (2003).
      Eppure le due città offrivano ben diversi marcatori identitari: Taranto rimaneva  sottomessa alla monocultura siderurgica, Lecce valorizzava la propria tradizione pizzicomane. A ciascuno il suo, considerando che ogni monocultura recava in grembo una minaccia e anche la Città Barocca oscillava tra incanto e autarchia, magari spacciando vetusti stereotipi che fingevano vita novella, riducendo la filologia ad ancella del turismo. Nella terra di sotto  nessuno era immune dalla malinconica sindrome delle dissolvenze, degli oggetti smarriti, dei buchi neri. Per questo era importante unire molte solitudini per una piccola ragione di allegria, scacciando il demonio dalla bocca. 
       Si poteva riflettere sul sogno di Jung, durante il viaggio che lo portava insieme a Freud negli Stati Uniti, mentre maturava il suo dissenso nei confronti dello scientismo  del  Maestro. Jung sognava di scendere nella sua casa sempre più verso il “profondo”,  trovando in una grotta due teschi: le due culture, si diceva una volta. I due teschi rappresentavano le due  forme del pensare: il fisicalismo di Freud e il simbolismo di Jung, la ratio e l’icona, la techne e il mito.  Con una eccessiva semplificazione si potrebbe dire che la città del mito ha battuto la città del logos. Convinti da sempre della necessaria concordia discors fra il logo e il mito, non siamo tanto babbioni da contropporre la fucina di Efesto al reincantamento dionisiaco. Diciamo soltanto che il brand della Taranta si presentava,  nell’immaginario collettivo,  molto più attrattivo di quello dell’Ilva.
       Nel 1996 recensivamo il libro di Franco Cassano, Il pensiero meridiano, in cui si invitava a “non pensare il sud alla luce della modernità, ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud”. Si trattava di “restituire al sud l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri”. Un programma audace, in una qualche maniera interrotto o incompiuto, tuttavia ricco di suggestioni in riferimento alle due città . Sempre nel 1996 veniva prodotto Pizzicata di Edoardo Winspeare, il regista che doveva diventare  l’ambasciatore nel mondo del “tarantismo” e della “salentinità”: purtroppo stereotipi che rischiavano di imprigionare l’artista in una sola dimensione.  La filmografia di Edoardo non era certo riducibile alla pizzica come rock’n roll  mediterraneo: le sue erano anche storie di clandestini, trafficanti di droghe, Dark ladies della Sacra Corona Unita, vite in bilico fra musica e contrabbando, in una Puglia dove si scontravano  tradizioni antichissime e criminalità imprenditoriale.
       La frequentazione di Winspeare, soprattutto durante la produzione a Taranto del film Il miracolo (2003) si costituiva nella memoria cittadina come  un momento alto di battaglia culturale. Il miracolo deve essere girato a Taranto, diceva Edoardo. “Questa città possiede la luce più struggente d’Italia… Taranto è perfetta perché è sia spaventosa, con l’impianto siderurgico più grande d’Europa a ridosso della città, sia  il più incantevole luogo  ameno della Magna Grecia, circondata dall’acqua che riflette per ogni dove la luce”.  Cercando i volti fra gli studenti del liceo “Archita” e i ragazzini dei vicoli della città vecchia, l’artista promuoveva  una grande operazione maieutica per la cittadinanza. “Taranto è sempre molto bella”, diceva il regista all’intervistatrice Anita Preti, “ma è anche un luogo dove la violenza è palpabile, una città continuamente ferita”.
       Nell’estate del 2002 presentavamo nella città di Ebalo una corposa raccolta di studi a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, dal titolo molto esplicativo Il ritmo meridiano - La pizzica e le identità danzanti del Salento, in evidente sintonia con la riarticolazione del rapporto fra modernità e tradizione proposta da Cassano.  Sotto l’influsso incoercibile dello “spirito del tempo” , nella stessa estate veniva dato alle stampe un compendio storico-filologico della  Taranta tarantina.  In quel momento quasi felice,  la città riconquistava una  primogenitura indiscutibile , invero mai contestata dagli acculturati: il musicologo Aristosseno di Taranto raccontava di “epidemie di danza” attorno al dio della  maschera e dell’ebbrezza, Dioniso. Antidotum tarantulae, che il medico Paracelso chiamava  Lasciva Chorea, ballo licenzioso. Da Marino a Lubrano si era diffuso un immaginario colto di tutta Europa, al punto che nel Cinquecento, Cesare Ripa poteva raffigurare il tacco d’Italia come una bella danzatrice, vestita di un sottil velo costellato di tarantole.
      Si restituivano  ai due mari le origini del culto della Taranta, smarrito negli anni della grande industrializzazione. Un gruppo di “scienziati tarantoleschi”, coordinati da Carlo Petrone, raccoglieva  tutte le documentazioni reperibili nel territorio jonico su una antica cultura che ancora oggi si offre come un accumulatore di potenza di grande valenza simbolica. Con una strategia di Reconquista la Taranta  ritornava a casa.  Esaurita una  prima edizione del volume, ne veniva  pubblicata una seconda  molto più ricca. E  si continuerà ancora a ricercare, spinti dal desiderio di ritornare a casa e poter rivedere quel luogo come se fosse la prima volta.
      La memoria del Ragno veniva riattivizzata in terra jonica, ma nel frattempo era andata  smarrita una città.  Purtroppo nella antiquissima urbs la techne è stata assolutizzata, abbiamo peccato di  yubris (dismisura) e le potenze degli inferi si sono scatenate diffondendo il Male nostrum. Per poter evitare che la stessa  mater tarantula finisca asfissiata fra le emissioni dell’Ilva e dell’Eni, volenterosi artisti  si sono impegnati nel recupero del ritmo mediterraneo,  per scacciare i maligni vapori, traducendo il mood della pizzica in world music. Fra i non tantissimi, il maestro concertista Mimmo Gori ha raccolto attorno a sé valorosi musici tarantati e non scoordinati, promuovendo il Festival dello Scorpione.  
      Si tratta del più antico emblema di Taranto,  in seguito sostituito dal più accattivante Delfino. In effetti lo Scorpione,  ma anche il  santo Ragno, non brillano per benevolenza.  “Qui lo scorpione è padrone /  e la tarantola ruffiana /di un’antica follia”: così poetava Raffaele Carrieri, ricordandoci che i culti antichi avevano a che fare con un sangue russu russu. Lo Scorpione era una icona  abbastanza lugubre. Gli Africani evitavano di pronunziarne il nome perché portava male. Era minaccioso a causa della coda terminante in un rigonfiamento colmo di veleno che alimentava il pungiglione. Amava la solitudine e gli angoli oscuri, pronto a uccidere il disturbatore. Produceva  effetti allucinatori ed esperienze di transizione ad una realtà altra. Presso i Dogon rappresentava il clitoride asportato. Il più pauroso romanzo di Stephen King era l’apocalittico L’ombra dello scorpione.
      Ma i tarantini sono ormai abituati a frequentare la  Danse macabre. Del resto l’uzzolo zombaiolo e il Negramaro non ci devono far dimenticare il cuore di tenebra della tarantola. “Chi o cosa mi possiede?” rimane l’incipit di ogni horror territory.  L’Uomo Nero, lo Spauracchio, il Babau, il mito deambulante del “fantasma della mente”, il male che si rincorre e si trasforma nella sfera freudiana del perturbante, l’Unheimliche che sfalda il tessuto delle cose “reali”. Nella stasi del tempo immoto,  la calura della controra fa socchiudere le palpebre e nel giallo mare di grano s’intravede un tremolìo, una  figurata malìa e  si avverte lo straniamento dell’essere “posseduti”,  del non sentirsi soli nella propria pelle.  La tarantola è per eccellenza il qualcosa che si nasconde dietro i filari di grano,  la presenza invisibile che si muove tra le spighe. In una città virata in noir, chi combatte da sempre quello scherzo di cultura e non  di natura che è la kinghiana Mangler    (la macchina infernale) può ben avviare nelle notti pizzicate  La danse du dèsir  fra tarantole e scorpioni. I tarantini sono ormai abituati a frequentare la Danse macabre, in the Dark side of the moon.  Il mondo, diceva Ernesto De Martino, ha più che mai fame di simboli per dire i suoi mali, per lenire i suoi dolori.  Ciò che è emerso può affondare e ciò che è affondato può riemergere.   Contro il gigante di ferro  ci si può sempre  difendere,  extrema ratio,  con lo  “sputo medicinale”   e risanatore:  l’arma segreta del  principe  taumaturgo Totò  (2).

NOTE

1) Cfr. Cosimo D’Angela,  Lettere di Giovanni Antonucci a Cosimo Acquaviva (1939-1953) in    “Cenacolo”, N.S. III, 1991, Mandese editore, Taranto, 1991.
2) Cfr. Giancarlo Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale,  Congedo editore, Galatina (Le), 2004.

lunedì 3 agosto 2015

A proposito di monumenti ai caduti

A proposito di monumenti ai caduti

Roberto Nistri, 8 luglio 2015


In un suo scritto per Siderlandia, Salvatore Romeo ha invitato a non sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una tormentata disputa sulla monumentomania dei cosiddetti “neospartani”. Secondo Romeo, quando si parla di monumenti non si può considerare solo l’aspetto estetico, ma anche la funzionalità politica. George L. Mosse considerava la “monumentalizzazione” come uno degli aspetti caratteristici del processo di costruzione di una comunità. Naturalmente, se non vogliamo considerare all’ingrosso l’erezione di una qualunque stele, secondo l’ottica della antropologa Ida Magli, come un inequivocabile trionfo fallico, non possiamo trascurare la specificità estetica di un manufatto, un significante che intende supportare un investimento emozionale, più o meno vocazionato alla universalità. Quanto abbiamo scritto in altra sede concerneva semplicemente la forma espressiva, vistosamente fallimentare di alcune eccentriche proposte, vagheggiate fra i due mari dal club dei cosiddetti “neospartani” e insonni cartapestai.

Nell’attuale fase celebratoria sulla memoria delle vittime della Grande Guerra, può essere interessante ripercorrere la vicenda ultratrentennale, tormentata ma anche comica, del colosso dominante l’attuale Piazza della Vittoria. Il vero caduto o almeno infortunato, sul bronzeo campo di battaglia, doveva essere l’onesto scultore Franco Como, combattente sul Carso, massone, discepolo del Maestro Ettore Ferrari, repubblicano e angariato dai fascisti. Nel 1923 esplodevano pesanti contestazioni, con manifesti murali anche malevoli, nei riguardi dello scultore.

L’impresa si era avviata con un progetto dell’architetto Cesare Bazzani, che per fortuna doveva cadere nel dimenticatoio, risparmiando alla villa Peripato una delle tante aggressioni a mano armata. Nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzatore. La prima questione doveva riguardare il sito, con incertezze su piazza Archita. La discussione riprendeva senza fretta nel 1921, con l’amministrazione Delli Ponti. Le lapidi fiorivano a piacere: la più significativa veniva posta dalla presidenza del liceo Archita, in memoria dei 52 studenti caduti. Si pensava ad un periodico cambio della guardia al monumento fra gli studenti.

Qualche personaggio di buon senso proponeva di investire quei quattrini in ospedali e orfanotrofi. Nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, il clima diventava più battagliero. Posizionare il monumento in piazza Giordano Bruno, avrebbe comportato l’oscuramento della facciata dell’Arsenale e l’imbottigliamento della stessa Piazza. Nel 1923 partiva un concorso nazionale, convocando artisti di fama indiscussa. Risultava vincitore Francesco Como. Gli oppositori sostenevano la tesi assurda che Como, vinto il concorso, dovesse lasciare ad altri l’esecuzione dell’opera: l’invidia degli sconfitti e la logica della mangiatoia.

Lasciando perdere la proposta della villa Garibaldi, tutti concordavano sulla necessità di una ampia superficie di sfondo. Tendenzialmente il monumento si orientava verso il centro di piazza della Vittoria, progressivamente annientando i palmizi che circondavano la piazza. I lavori procedevano con moto uniformemente ritardato. Nel 1926 il Podestà Spartera sembrava voler usare il pugno duro, magari a colpi di francobolli e lotterie. In previsione della inaugurazione veniva soppresso il chiosco orinatoio di Piazza XX Settembre. Ma l’erigendo monumento ai Caduti attendeva sempre di essere inaugurato.

Il podestà “protempore”, Giovanni Spartera, diventava anche oggetto di lazzi e pasquinate di piazza. Nel 1928 si decideva a convocare l’egregio scultore Guastalla di Roma (anch’egli onesto massone) con l’incarico di esaminare lo stato dei lavori. Ma un anno dopo il Guastalla rinunciava all’incarico per comprensibili incompatibilità fra l’autore e il controllore, ma anche per lo stato confusionale delle procedure. Nel 1934 veniva addirittura chiamato in giudizio per una poco edificante ricompensa richiesta per tre anni di lavoro. Alla fine veniva pagato irregolarmente e a rate.

Como aveva lasciato Taranto nel 1928 con un assegno mensile ad personam per tutta la durata dei lavori, ma dopo due anni il suo compito non era stato ancora ultimato. Nel giugno 1930 veniva troncato qualsiasi invio di denaro al Como, compromettendo così il modello di argilla dell’Aquilifero, che prima si essiccava e poi finiva in frantumi. Con i fondi del tutto esauriti, Como avrebbe dovuto concludere i lavori pagando di tasca propria: una soluzione del tutto improponibile. Il povero Como si ritrovava in condizioni miserrime, tanto da invocare l’interessamento del Sovrano. Durante le celebrazioni del 4 novembre non era stato neanche invitato e intanto si allargava sempre più il solco fra l’Artista e il Regime. Si arrivava comunque all’inaugurazione del 1930, con il monumento incompleto.

Nel marzo 1950 si riapriva la discussione sul completamento dell’opera monumentale, con interessamento dell’Associazioni Industriali e (strano a dirsi) dei segretari della Camera del Lavoro della C.G.I.L. Il Monumento fatturato a rate trovava alla fine il suo completamento con il gruppo detto “L’Aquilifero”, con il fiero sostegno della amministrazione comunista. L’occhio esperto poteva leggere nell’opera i simboli massonici del triangolo, delle due colonne, del sancta sanctorum del tempio, con la Dike che che raffigurava il fatidico numero tre. Il 18 ottobre 1953 si concludeva la trentennale vicenda: era trascorsa anche la seconda guerra mondiale e un monumento poteva ormai bastare per i due grandi conflitti. Quella volta, alla celebrazione, Francesco Como era presente. Non crediamo che l’opera di Como sarà apprezzata nei secoli a venire, come vaticinava il caro Giacinto Peluso. Crediamo che il vento fa il suo giro e che la storia cammina sempre per sentieri interrotti.

Al momento della inaugurazione, l’opera era certamente un anacronismo. In quegli anni nessuno studente si sarebbe prestato al “cambio della guardia”, secondo i desiderata dell’ex preside del Liceo: I Beatles erano in arrivo. Gli omoni nudi con l’elmetto facevano impressione. E invece, negli anni Settanta, nella festa giovanile della contestazione, per i giovani tarantini e non solo, quel monumento si trovava a rappresentare l’ombelico del mondo. Quel bronzo era letteralmente avvolto da una folla di ragazzi vocianti e musicanti. I figli dei fiori rendevano quel tetro cenotafio un rendez-vous giovane, cordiale, capellone, greco, nemico della guerra: uno spazio liberato di felice coabitazione fra i presenti e gli scomparsi. Ma gli spiriti cupi non trovavano pace: invece di far sgomberare le macchine parcheggiate in piazza della Vittoria, invece di desertificare la lunare Piazza Garibaldi, si preoccupavano di far sgomberare malamente i ragazzi: “un centro di bivacchi, incontri amorosi con le varie conseguenze”, inveiva il signor Vinci (?!). Tale signor Cerino si batteva per una robusta cancellata, condannando il Monumento ad esibilre la sua glaciale bruttezza, privandolo di quel contatto umano capace di dare un cuore e un colore anche alle pietre. Rimane il dolce ricordo di un happening libertario: lo spazio della antica Agorà.

Documentazioni in: Giacinto Peluso, Una città un monumento, 1984.

martedì 24 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Alessandro Leogrande


La ballata degli affumicati

Taranto /Ilva Nel libro di Nistri le radici del disastro di oggi

di Alessandro Leogrande

tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 17 dicembre 2013, p. 13

L'ultimo libro di Roberto Nistri, “La ballata degli affumicati” (appena pubblicato dalle baresi Edizioni dal Sud) è una carrellata nella storia recente della città di Taranto. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che Taranto è uno di quei posti che producono più storia di quanta ne possano digerire; ed è questo, forse, uno dei motivi che spiega la copiosa produzione libraria, recente e meno recente, intorno al racconto delle sue vicende. Ci sono stati libri riusciti e libri meno riusciti, libri scritti a distanza (spesso eccessiva) e libri che nascono dalle sue viscere. Nistri è uno dei maggiori interpreti dei fatti accaduti in riva allo Jonio nel Novecento: la gran parte dei suoi libri nasce da un corpo a corpo costante, complesso con la sua città. “La ballata degli affumicati” si colloca quindi su una lunga scia: appena un anno fa, ad esempio, era uscito per Scorpione “Tarentinità. Un'identità residua”. Nella “Ballata” si parla molto degli ultimi due anni di vita cittadina, dell'esplosione del caso Ilva e del nodo irrisolto salute-lavoro, del sistema Riva creatosi dentro e fuori la fabbrica. È una cronaca ragionata degli eventi che aiuta a raccogliere quanto, nella velocità del loro susseguirsi, rischia di andare smarrito. Ma la parte più interessante del libro è forse la prima, quella in cui viene ripercorsa la nascita del siderurgico, la costruzione di quella che il sociologo Domenico De Masi ha chiamato la “fabbrica più moderna del mondo più arretrato”. Molti dei mali tarantini si annidano nel cuore del Novecento, e per capire perché la vicenda appare oggi tanto intricata bisogna (anche) puntare gli occhi nel passato: non è vero, lascia intendere, Nistri che le uniche responsabilità del disastro ambientale siano quelle di “colonizzatori” venuti da fuori. Una parte di città non ha solo voluto la fabbrica: ha tratto vantaggi proprio da “quella” fabbrica, costruita in quel modo, ai bordi della città. “A distanza di mezzo secolo”, scrive Nistri, “ancora ci si chiede secondo quale logica volpina sia stato possibile posizionare un monstruum di tal fatta bocca a bocca con lo spazio abitato. Una costruzione all’incontrario: con l’area a freddo, meno inquinante, posizionata lontana dall’abitato, mentre l’area a caldo, la più tossica, veniva installata a ridosso delle case, tutte preesistenti all’insediamento, come il vecchio cimitero.” Intorno alla vendita dei suoli si scatenò una lotta feroce tra due cordate di imprenditori edili che attraversò il potere democristiano dell'epoca e le classi dirigenti della città. Nistri fa tutti i nomi, oggi in parte dimenticati, di quella storia decisiva. Altro dettaglio ben sottolineato nel libro: la percezione dell'inquinamento non è un fatto recente. Già nell'aprile del 1971 si tenne un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”, in cui l’assessore regionale Giovanni Di Lonardo proclamava: “Non accettiamo questa industrializzazione in maniera indiscriminata, senza salvaguardare la vita e la salute dei nostri concittadini”, mentre venivano presentate relazioni sulle emissioni notturne e sullo stato, già allora compromesso, del Mar Piccolo. Sempre nel 1971, Antonio Cederna scriveva un articolo, “Taranto strangolata dal Boom”, in cui stigmatizzava la cementificazione selvaggia e definiva quello tarantino “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Era possibile costruire un siderurgico diverso, e soprattutto una città diversa, intorno a quel medesimo siderurgico. Ma le cose sono andate diversamente, anche perché Taranto è stata spesso laboratorio della peggior politica del Meridione. Nell’aprile del ’77 veniva diffuso sul settimanale “Dialogo” un allarmante dossier sulla nocività, curato dal dottor Luigi Colapietro dell’Ospedale SS. Annunziata. Nel 1978 Marcello Cometti pubblicava un'inchiesta sull’inquinamento su “Produttività jonica”, mentre su “Rinascita” usciva un reportage di Paolo Forcellini, il quale, recatosi al rione Tamburi, annotava: “Il fetore del gas si sente già a distanza anche in una automobile con i finestrini chiusi”. A esplodere trent'anni dopo è un viluppo sociale-economico incancrenitosi decennio dopo decennio. Nel passaggio dal pubblico al privato, poi, molti fattori del quadro complessivo si sono ulteriormente aggravati, e per certi versi la fabbrica è divenuto un luogo ancora più impenetrabile. Oggi che può aprirsi una nuova fase, qualsiasi cosa voglia farsi di Taranto e della sua fabbrica, bisognerà ricordare la storia che ha generato una delle più gravi crisi ambientali che l'Italia ricordi. Quella storia è specchio dell'Italia e del suo funzionamento, e di come molte analisi lucidamente espresse nei decenni passati siano rimaste inascoltate.

lunedì 13 maggio 2013

Epicedio per Mustaki: un gigante buono e contestatore

Epicedio per Mustaki: un gigante buono e contestatore
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa in "Voce del Popolo", 15 settembre 2004

"Sono ormai vent'anni che il sergente Pepper ha fondato la sua banda ... noi siamo la banda ... sedetevi e aspettate che arrivi la sera": agli albori del Sessantotto quel disco dei Beatles accompagnava le storie della "meglio gioventù". Sono trascorsi oltre trent'anni da quella mitica stagione, non pochi della vecchia tribù del Maggio sono ormai andati via, eppure ci sembra che la banda non abbia ancora smesso di suonare. Alla Masseria Belmonte, la sera del 3 settembre, mentre il suono della Taranta trascinava un pubblico entusiasta, gli organizzatori hanno voluto dedicare il concerto alla memoria di Salvatore Gigante detto "Mustaki". E un momento di dolce commozione ha accomunato tutti i presenti, anche tutti quei "pizzicomani" che non erano neanche nati quando Salvatore e altri giovani corsari s'imbarcarono sulla gran Tortuga della "contestazione".
Forse qualcuno poteva ancora ricordare le ultime avventure di quel gigante buono e barbuto, come quella del novembre 1988, quando per le strade di Taranto si manifestava contro l'attracco della Deep Sea Carrier, la cosiddetta "nave dei veleni": le forze dell'ordine stavano trattando un
po' ruvidamente una studentessa e l'indignato Mustaki intervenne prontamente. Intimando "lassate sta' a uagnedda", causò qualche danno a cinque vigili urbani, rimediando per conto suo tre giorni di cella. Ma ben altre imprese avevano nutrito la sua "chanson de geste": dalla spazzolata ai fascisti di Reggio Calabria, nel 1970, alla messa in fuga di un noto squadrista che si era presentato davanti alla sezione di "Lotta continua" brandendo una pistola.
Ma i vecchi compagni sanno bene quale sia stata la più bella impresa
di Salvatore: non è diventato sindaco come quel tale squadrista, non è diventato un capo camorrista come quel suo famoso coetaneo della città vecchia, ma (pur formandosi in un contesto ambientale di miseria e di violenza) ha lavorato onestamente tutta la vita prima come carbonaio e muratore, poi come operaio e cuoco, spendendosi generosamente in difesa dei  più deboli, sempre intendendo per "compagni" coloro che si dividono lo stesso pane. E , quando i prepotenti di tutte le risme ferirono la democrazia con pugnali pistole e bombe, lui continuò ad usare le mani nude e il suo buon cuore.
Nato nel cuore della città vecchia, ha vissuto in Arco Loiucco con i suoi dieci fratelli. In una intervista rilasciataci nel 1988, così raccontava il suo ingresso in politica: "Ebbi il mio primo scontro con la polizia nel 1964 quando, durante una vertenza per l'Inam, ci fu una carica durante uno sciopero, con decine di arresti. Allora facevo il carbonaio, e partecipai alla manifestazione tutto sporco di carbone. Non mi iscrissi mai al Pci, ma frequentavo spesso la sezione Gramsci, che era molto forte nel quartiere. Nel '68 lavoravo con la ditta edile Gattinari, e mi trovavo sopra una impalcatura quando vidi passare un grosso corteo di studenti, con i cartelli. Scesi dall'impalcatura, lasciai il lavoro e me ne andai con il corteo. In quel periodo lavorai con una cooperativa dei cantieri navali, poi due mesi a Milano, poi con ditte-pirata che fornivano lavoro a termine attorno all'Italsider, senza assicurazione e senza niente. Fui regolarmente assunto dalla Peyrani come tubista e in quel periodo si cominciava a costituire il consiglio di fabbrica, c'era Nello De Gregorio che interveniva per la Fiom. Quando conobbi Lotta Continua, capii che era l'organizzazione fatta per me, spontaneista e per la lotta dura. Aprimmo la prima sede sui Tamburi, per la vicinanza con le ditte, e poi quella nella Città vecchia, nella via di Mezzo. In fabbrica conquistammo subito molti simpatizzanti, operai bravi erano il napoletano Francesco Simeone e il calabrese Pasqualino Gulemì, ma il certificato di nascita di Lc fu l'occupazione delle case dalle parti di via Archimede, dove organizzammo una serie di baraccati che vivevano vicino al cimitero. C'erano assemblee ogni domenica e mi ricordo i primi scontri con il Pci. L'occupazione durò un anno, c'erano manifestazioni per l'attacco della luce e dell'acqua. Alla fine ci fu lo sgombero da parte della polizia, alcuni occupanti fecero resistenza, due compagni di Lotta Continua furono arrestati. Poi quegli occupanti finirono nelle case di via Cesare Battisti, vicino l'Oviesse, e noi mantenemmo con loro i contatti".
Lotta Continua era l'organizzazione più scapestrata della giovane sinistra extraparlamentare per cui, aprendo la nuova sede in via Giusti, attirava ragazzi e ragazze a frotte, inseguiti dai genitori che consideravano Mustaki come una specie di orco. In realtà lo spirito di trasgressione era molto bonario, sul tipo dell'infiltrazione in un ricevimento tenuto dagli ufficiali presso la Lega velica: mentre qualcuno staccava la corrente, gli altri fecero sparire in un battibaleno interi tavoli coperti di cibarie, che vennero fatte fuori in una colossale mangiata sotto il Lungomare. Così ci raccontava Enzo Quazzico di quella volta che "avevamo organizzato una grande assemblea in un cinema di Talsano, dove avevamo una sezione (ce n'erano altre a Massafra e Palagiano) ma gli oratori tarantini arrivarono in ritardo perché si erano intrattenuti a chiacchierare, tirando 4 litri di vino e 72 bottiglie di birra da tre quarti. Salvatore entrò salutando tutti calorosamente e fece un bel discorso. Solo che lo ripetette quattro volte, e alla quinta dovemmo tirarlo giù dal palco". Bella era la vita nel Movimento: ma la pelle era sempre in gioco: Salvatore se la vide brutta quella sera dell'11 febbraio del '75 quando, durante una manifestazione in Piazza della Vittoria, una canaglia fascista gli piazzò a tradimento una coltellata fra le costole.
Dopo il dolce, veniva l'amaro. All'allegria subentrava la frustrazione, il generoso spirito di utopia veniva soffocato dalla violenza più cupa.
Molti scomparvero nel buio delle carceri o della droga, alcuni giocarono la carta del pentitismo e rinnegarono i loro sogni. Salvatore, il candido  popolano della Città Vecchia, è uno di quelli che sono riusciti a consegnare alle generazioni successive la bella memoria di una vita spesa nella ricerca non del profitto ma della felicità condivisa, comunitaria: il lascito migliore della storia di una festa, di una passione e di una rabbia, vissuta a sud del Sessantotto, a sud del mondo. Per questo nessuno lo ha dimenticato, anche molti anni dopo che aveva lasciato Taranto, peregrinando fra il Sud America e la Grecia.  Per questo, giunta da Bologna la notizia della sua infermità, in tanti si sono subito prodigati per soccorrerlo. Come in tanti lo hanno accompagnato nell'ultimo viaggio di ritorno nel grembo della città proletaria, quella Tarde Vecchje che lo ha accolto con la sua bandiera e le sue canzoni.
Di quelle tre giornate passate al fresco, lui raccontava: "Durante l'ora d'aria grattini e carcerati vari mi chiedevano: Cos'hai fatto, Mustaki? Rispondevo sinceramente. E loro: Ma chi te l'ha fatta fare!". Cosa spingeva Isadora Duncan a danzare e Jimi Hendrix a suonare la chitarra? Cosa spingeva un ragazzo dei vicoli a ribellarsi di fronte ad ogni sopraffazione? Forse si nasce sotto una stella rossa. Che la vecchia banda continui a suonare, in onore di Salvatore Gigante, detto Mustaki!

sabato 30 marzo 2013

Il sogno della grande vela. L'architetto e l'assessore


IL SOGNO DELLA GRANDE VELA
L’ARCHITETTO E L’ASSESSORE
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa in "architettitaranto" 09, 2012
Nel fascicolo nn. 5/6 di <<Architettitaranto>> Giulio Ponti ha indicato la Concattedrale di Taranto come l’opera più felice e completa della seconda fase del lavoro creativo del padre, il grande artista Giò Ponti. E’ stato ricordato il sodalizio fra l’architetto e l’arcivescovo Motolese, che ha permesso di superare non pochi ostacoli (“forze negative esterne”) a partire dall’iniziale diffidenza delle Autorità Vaticane preposte al controllo delle nuove costruzioni ecclesiastiche, restie ad affidare l’incarico ad un architetto così moderno. Giulio Ponti ha efficacemente ricostruito il processo ideativo e l’evoluzione operativa della Concattedrale sorta “in mezzo a un prato”, in totale isolamento rispetto al contesto, ma vocazionata a divenire il “ nuovo cuore della città”, circondata nel verde da piazze, scuole, attrezzature sociali e culturali. Si sarebbe dovuto partire da un progetto urbanistico organico, parzialmente abbozzato dal Maestro Ponti; invece la Grande Vela è stata subito “aggredita, assediata, soffocata da banali (per non dire di peggio) condomini residenziali”.
Nel suo saggio La Chiesa e la Città (inserito nel volume collettivo Taranto negli anni Settata, in corso di stampa per le edizioni Mandese) Vittorio De Marco racconta il Grande Sogno dell’Architetto: “Proporrò, come mio omaggio alla città di Taranto, il piano che senza perdere neanche un centimetro del verde destinato a questa zona della città, pone la cattedrale al centro di una corona di opere architettoniche (per le quali è da bandire un concorso nazionale) affinchè attorno alla cattedrale, che sarà il fulcro vivente, sorga una zona di esemplare significazione di civiltà, che disponga ai margini del verde nel quale è immerso il Tempio, di alcune esemplari case di abitazione (la vita), di una scuola materna (l’infanzia), di una scuola media (l’adolescenza) ed infine di un complesso culturale civico costituito da una biblioteca-pinacoteca-auditorio. Ed ogni edificio avrà la vista sulla cattedrale”. Ed aggiungeva: “Che non s’abbia a dire: avevate una grande occasione e l’avete perduta”.
Figurarsi! I tarantini sono collezionisti di occasioni perdute. La visione della Grande Vela doveva afflosciarsi in una indecorosa storpiatura del progetto originario, piegato alla gretta cupidigia della speculazione edilizia. Ponti aveva progettato una Grande Vela rispecchiantesi nell’acqua delle vasche, simbolo del mare Jonio, sognando un infinito veleggiare della sua opera nella natura di una Taranto  “liberata”: “L’architettura della Cattedrale sarà compiuta - perché è stata progettata in questa versione - quando sarà aggredita dal verde dei rampicanti, assediata e difesa, selvaticamente, da ulivi, eucalipti, oleandri e piante a cespuglio della terra tarantina: e sarà bosco, fiorirà in primavera, perderà foglie in inverno. Quando sarà espropriata dalla Natura, appropriata da Dio, e navigherà nel cielo, suo territorio, abitata da uccelli”.
Aggredita dal verde? La Vela (la più qualificata  opera d’arte moderna presente sul territorio) è stata aggredita dalla lazzaronaggine, semplice o qualificata, del sottobosco assessorile. Una cattedrale che si voleva “sommersa nell’aria” è stata assediata da termitai in cemento, incagliata in vasche prima trasformate in immondezzai e poi pavimentate: una Vela arenata in un mare pietrificato  come intristita metafora di una Taranto inchiavardata.  Nel 1990 l’architetto Giulio Ponti, nella sacrosanta difesa dell’opera di suo padre, chiese all’assessore ai LL.PP. di tutelare l’integrità dell’opera d’arte, di “provvedere al ripristino di quanto è stato così immotivatamente demolito”, invece di procedere a indebite modifiche del progetto originario. Il bravo assessore Melucci, convinto che la sola Amministrazione cittadina avesse il diritto di mettere le mani sull’opera di un artista, ingiunse al Ponti di farsi gli affari suoi, con la minaccia che “ogni sua azione rivolta ad operare al meglio per questa grande e storica città di Taranto offende la professionalità dei tecnici locali e l’intelligenza dei tarantini e non è escluso un effetto negativo dei suoi desiderata” (!). A sgonfie vele, come sempre.

Note bibliografiche
G. PONTI - L. MORETTI, La concattedrale di Taranto, Taranto, 1983
V. DE MARCO, La vela di Giò Ponti, Taranto, 1989
R. NISTRI, Un monumento, una vela e il palio dei grulli, in <<Astolfo>>, Taranto, aprile 1990
M. TORRICELLA, Giò Ponti 1964-1971, Martina Franca (Ta), 2000