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lunedì 1 maggio 2017

Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)


Odoardo Voccoli, un tarantino, ribelle per la libertà (1877-1963)

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2017. Tutti i diritti sono riservati.

L'antropologo Ernesto De Martino diceva che gli uomini hanno fame di simboli e di storie.
Per inciso, proprio in questo periodo, il bravo giornalista Alessandro Leogrande, ex studente del Liceo Archita, sta curando un programma radiofonico sulla terza rete, illustrando le vite di alcuni uomini speciali: quelli che per primi si sono fatti avanti, spendendosi per una generosa utopia.
Ci sono storie di vite speciali: personaggi che, pagando in prima persona , hanno combattuto la sopraffazione e la tirannide, cercando di migliorare l'umana condizione, resistendo, senza mai arretrare di fronte al pericolo, senza mai dimettersi dal mestiere di uomo.
 Oggi raccontiamo la bella storia di Odoardo Voccoli, fiero oppositore di fronte alla prima e alla seconda Guerra mondiale. E questo in una città come Taranto, che prosperava in tempo di guerra e si immiseriva in tempo di pace. Nello scenario della grande storia, Odoardo era uno di quelli che non mollavano mai, militando dalla parte giusta, mentre la dittatura nazifascista incendiava il mondo. Ricordiamo questo personaggio che ha vissuto controcorrente, pagando in prima persona, assieme ai suoi familiari con la meravigliosa caparbietà dei sognatori.


 Nato a Castellaneta nel 1877, Odoardo era figlio di un impiegato delle Ferrovie, di cultura liberale e mangiapreti , come si diceva nell'epoca risorgimentale. Non mancava un antenato prete , ma iscritto alla Carboneria. Odoardo aveva vissuto una giovinezza felice, correndo a cavallo nel paesaggio omerico di Castellaneta, esplorando terre boscose e grotte profonde, in compagnia di un giovinotto dal nome molto impegnativo, anche lui studente a Taranto: si chiamava Rodolfo Alfonso Raffaele Pierre Filibert Guglielmi che , emigrando a New York, avrebbe continuato a galoppare nella leggenda, con il nome immortale di Rodolfo Valentino.
 Invece la famiglia di Odoardo si trasferiva al Borgo in via Anfiteatro.
 Il padre prendeva a lavorare come contabile in una Farmacia, permettendo così al figliolo di progredire negli Studi Classici presso il Liceo-Ginnasio Archita, con buon profitto fino al conseguimento del diploma.
 Per il ragazzo Odoardo, decisamente formativi furono quegli anni, nell'istituto dove si sarebbero addestrate intelligenze vigorose, come lo storico Vito Forleo e l'astrofisico Luigi Ferrajolo. L'idolo di Odoardo rimaneva sempre il liber'uomo Ugo Foscolo: Questo ch'io serbo in sen sacro pugnale, io alzo e grido a l'universo intero...Un Ortis letto essenzialmente in chiave libertaria e anticonformista. Ma, a cambiare per sempre la vita del giovane Voccoli, doveva essere un insegnante di filosofia e cultore di antropologia: Emilio Lovarini: un agguerrito socialista, romagnolo di Cesena, che faceva circolare i testi fondamentali del Socialismo, intrattenendosi spesso con gli allievi, sul "Materialismo storico".
 Stava per aprirsi il secolo nuovo, il Novecento. Odoardo iniziava a lavorare come scritturale presso il Tribunale di Taranto e a 19 anni si iscriveva alla Sezione locale del Partito Socialista.
 Nel 1898 in tutta Italia, e anche a Taranto, scoppiavano i moti per il caroviveri, repressi odiosamente da Re Umberto, con cannoneggiamento contro gli affamati.
 Nel 1902, Voccoli assisteva al primo grande sciopero dell'Arsenale di Taranto: uno scontro durissimo fra operai e militari con la baionetta in canna. Il territorio veniva completamente militarizzato, con il sopraggiungere, addirittura, di due Corazzate: "Varese" e "Garibaldi".

Nel 1910, un altro episodio traumatico: i molluschicultori, danneggiati per l'inquinamento delle acque, organizzavano una piccola protesta . Presso la Caserma Rossarol, attuale sede della Università, una improvvisa salva di fucileria, doveva concludersi con un eccidio: tre morti e numerosi feriti. Odoardo ormai, anche fuori di Taranto, era già un dirigente riconosciuto della Camera del lavoro e organizzatore dei portuali. Una figura ormai di primo piano nel movimento, che tuttavia non reputava disdicevole una capatina al Cafè-chantant.
 In un rapporto prefettizio del 1905 si legge: "Non v'ha sciopero o movimento operaio nel quale non sia uno dei promotori". Uno spirito allegro, ma anche un fiero combattente contro la Camorra, nel "fronte del porto" di Taranto, ma anche di Brindisi. Per la conquista di un onesto lavoro,
si doveva anche battagliare a colpi di pistola e di uncini. Organizzando i portuali anche a Savona, Genova e Brindisi, Voccoli aveva conquistato ormai un certo prestigio, ma anche un tenore di vita che gli permetteva di vivere decorosamente in una palazzina di sua proprietà, con la fedele compagna Maria Assunta D'Auria, con i figli Libero Ribelle, Clara Vera Fede, Libertà, Idea Proletaria Vindice e infine, Wservodol Lebedintseff, detto Todol.
Ma, con la fine della guerra e la mancanza di commesse statali, l'ondata di disoccupazione era travolgente. Odoardo doveva affrontare i terribili moti per il caroviveri: la grande prova del fuoco. La la cittadinanza, in assenza di forniture militari, era ridotta alla fame: saccheggi nei mercati, otto cittadini uccisi dalle forze dell'ordine! Un lavoratore morto ammazzato veniva traslato in corteo lungo il ponte girevole. Erano le fiamme del " Biennio Rosso": pronto purtroppo a colorarsi di Nero: il cosiddetto diciannovismo! A Taranto si registrava la latitanza di ogni civica istituzione.
Con la Camera del Lavoro, Voccoli e i socialisti, senz'altro non colpevoli dello sfascio istituzionale, dovevano farsi carico di una situazione degenerata. I commercianti , in testa i "Grandi Magazzini D'Ammacco", portavano nelle mani di Odoardo le chiavi dei loro magazzini, sperando di salvare la "roba". Divampato lo sciopero generale, i cittadini ormai facevano affidamento solo nella Camera del lavoro. Ma in tutta la città, come nel resto del paese, doveva venire anche allo scoperto la grande paura dei padroni e padroncini, che ne volevano vendetta, del Governo e dei politicanti dell'epoca. I facinorosi non mancavano, lo Stato non sembrava in grado di proteggere la proprietà e garantire la sicurezza. I signorotti si decidevano ad allargare i cordoni della borsa, prezzolando squadracce e mazzieri.
Il Regio governo, perpetuamente allo sbando, non era minimamente in grado di prospettare ampie misure riformatrici. Era l'ora siderale dei peggiori farabutti : gli imprenditori della paura.
La regola aurea: seminare il terrore , per candidarsi poi come salvatori della Patria.
 Accendere l'incendio e poi travestirsi da pompieri!
Pronto a tutto e capace di niente, Il Re Vittorio, detto Sciaboletta, apriva le porte agli squadristi di Mussolini, scendendo uno ad uno tutti i gradini della indegnità, sino a firmare le vergognose leggi razziali.
Dopo la Marcia su Roma, i fascistissimi fratelli Giusti assalivano La Camera del Lavoro e colpivano con bombe a mano la palazzina di casa Voccoli, in via Cugini... Un primo operaio assassinato doveva essere Raffaele Favia, dei Cantieri Tosi. Il fascista Casavecchia lanciava una bomba verso un gruppo di comunisti e intanto veniva arrestato il Comunista Millardi.
Già nella semiclandestinità Odoardo era delegato a Livorno, nel 1921, partecipando alla fondazione del Partito Comunista d'Italia. Nel 1926 partecipava al Congresso Internazionale a Lione e il 20 giugno veniva arrestato, e così la sua compagna. "Quanto più l'avversario mostra di voler usare la mano pesante, l'ingiustizia fa più grande un'anima libera e fiera".

 Per Voccoli il socialismo non è stata la ballata di una sola estate, la bandiera degli anni verdi.
 La ribellione era ormai un imperativo categorico che legava indissolubilmente la battaglia per il lavoro alla rivendicazione dei diritti civili, secondo la lezione liberal-democratica ricevuta dal genitore. Era anche necessario difendere la città proletaria, mantenendo quel piccolo embrione di organizzazione di classe con le cui sorti Odoardo aveva identificato la sua scelta di vita: " la città "più Rossa" del Mezzogiorno...

 Scattavano le leggi speciali e Odoardo veniva condannato a 12 anni e mezzo di carcere duro, tre anni al figlio Todol per la minore età. Il carcerato confortava la compagna Assunta : "Mia adorata e sventurata Assunta, dodici anni sono un po' troppi, vero? Di una cosa puoi essere sicura, della serenità con la quale ho ascoltato la sentenza. Il primo e migliore giudice è la mia coscienza. I deboli si accasciano. Chi viene colpito per la sua fede non deve impallidire dinanzi alle conseguenze che gli derivano dall'aver troppo amata la sua idea...Spero di essere additato come uomo di carattere, che non piegò mai dinanzi a qualunque avversità...
Anno dopo anno, giorno dopo giorno, ai carcerati veniva sempre offerta quella domanda di Grazia, quel "Pentimento", che poteva rimettere in sesto tante famiglie sofferenti, considerando che non vi era lavoro per i familiari che non avevano la tessera del Partito.
 Ovviamente Voccoli, come altri compagni, rifiutava sdegnosamente qualunque Grazia, guardando con disprezzo il "pentito" che poteva ritornare in famiglia.
Intanto scriveva e organizzava una piccola scuola nel carcere. Quelli come noi, diceva: non mollano mai.Nel '29 veniva arrestato il figlio Libero Ribelle. Non mollare! Fino all'ultimo giorno, in carcere scriveva i suoi quadernetti, che riusciva a far circolare all'esterno fra i compagni.
Con qualche accorgimento si potevano trasmettere alcune informazioni: Trascriveva per esempio
 Il Principe di Machiavelli, usando in sostituzione la parola "Partito"
La famiglia era ridotta alla fame, ma non veniva meno la solidarietà dei compagni ancora in libertà, come il nobile Carducci, che non faceva mancare il suo sostegno.
 Per le famiglie dei carcerati, già si attivava il "Soccorso Rosso", con collette fra i compagni.
 Nel 1932, in occasione del Decennale, veniva concessa una amnistia: si celebrava in carcere il matrimonio civile, testimone il nobile Carducci Artenisio Ernesto: buon sostenitore della Causa.
Nel 1934, a seguito della delazione di uno spione dell'OVRA, si tornava in carcere: 4 anni di reclusione per Voccoli e e per i Fratelli Mellone morti in galera.

Una militante di grande rilievo, dirigente del "Soccorso rosso" , si prodigava per alleviare economicamente l'indigenza della perseguitata famiglia Voccoli. Anch' essa attivista nel primo nucleo storico socialcomunista, era stata condannata pure lei a lunghi anni di carcere, ma rimaneva fiera combattente partigiana fino alla caduta del fascismo. Il suo nome era una bandiera: Antizarina Cavallo. Si trattava di una militante del primo nucleo torinese. Voccoli avrebbe conservato in Archivio il suo ultimo saluto: "Ciao a tutti, compagni miei, continuate a lottare anche per me".

Una sola ferita non si rimarginò mai nel cuore di Odoardo: la perdita del figlio più sfortunato, quel Wservodol , detto todol, il figlio tubercolotico morto di stenti nella solitudine del carcere. Commuovente il suo ultimo saluto al padre: " Muoio sicuro di non aver menomato il nome che con fierezza ed orgoglio ho portato. Tuo Todol". I compagni in libertà riuscivano ad organizzare un funerale clandestino, notturno, fischiettando l'internazionale con uno striscione sul feretro:
 "I compagni di Taranto". Nell'amnistia del Decennale, Odoardo veniva scarcerato, ma il Tribunale Speciale lo condannava per altri quattro anni di reclusione per cospirazione.
Nel '34, a seguito a seguito della delazione di una spia dell'OVRA, sempre di più erano i compagni carcerati. In effetti si stava stava riorganizzando il fronte Antifascista. Nel marzo del '34, Odoardo era di nuovo carcerato. Anno dopo anno, un giorno dopo l'altro veniva offerta al prigioniero Voccoli la domanda di grazia, che gli avrebbe spalancato subitamente le porte della libertà.
 Ma lui non sarebbe mai uscito a capo chino. Il figlio Libero Ribelle, posto in cella d'isolamento veniva condannato al confino, serbando"cattiva condotta politica".
Dopo la caduta del fascismo, Odoardo sarà il primo sindaco repubblicano del dopoguerra, unanimamente stimato dai suoi concittadini. Quelli come noi non mollano mai, diceva...


La riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti per il nostro futuro.
(Umberto Eco) Per Approfondire: Roberto Nistri e Francesco Voccoli, Sovversivi di Taranto,
Sedi Edizioni, Taranto 1987.
Roberto Nistri. 16 febbraio 2017. Relazione ANPI. Liceo Archita Taranto.

lunedì 3 agosto 2015

A proposito di monumenti ai caduti

A proposito di monumenti ai caduti

Roberto Nistri, 8 luglio 2015


In un suo scritto per Siderlandia, Salvatore Romeo ha invitato a non sottovalutare il ruolo della funzionalità monumentale nella costruzione di un immaginario collettivo, nel quadro anche di una tormentata disputa sulla monumentomania dei cosiddetti “neospartani”. Secondo Romeo, quando si parla di monumenti non si può considerare solo l’aspetto estetico, ma anche la funzionalità politica. George L. Mosse considerava la “monumentalizzazione” come uno degli aspetti caratteristici del processo di costruzione di una comunità. Naturalmente, se non vogliamo considerare all’ingrosso l’erezione di una qualunque stele, secondo l’ottica della antropologa Ida Magli, come un inequivocabile trionfo fallico, non possiamo trascurare la specificità estetica di un manufatto, un significante che intende supportare un investimento emozionale, più o meno vocazionato alla universalità. Quanto abbiamo scritto in altra sede concerneva semplicemente la forma espressiva, vistosamente fallimentare di alcune eccentriche proposte, vagheggiate fra i due mari dal club dei cosiddetti “neospartani” e insonni cartapestai.

Nell’attuale fase celebratoria sulla memoria delle vittime della Grande Guerra, può essere interessante ripercorrere la vicenda ultratrentennale, tormentata ma anche comica, del colosso dominante l’attuale Piazza della Vittoria. Il vero caduto o almeno infortunato, sul bronzeo campo di battaglia, doveva essere l’onesto scultore Franco Como, combattente sul Carso, massone, discepolo del Maestro Ettore Ferrari, repubblicano e angariato dai fascisti. Nel 1923 esplodevano pesanti contestazioni, con manifesti murali anche malevoli, nei riguardi dello scultore.

L’impresa si era avviata con un progetto dell’architetto Cesare Bazzani, che per fortuna doveva cadere nel dimenticatoio, risparmiando alla villa Peripato una delle tante aggressioni a mano armata. Nel 1919 il Consiglio Comunale, presieduto da Francesco Troilo, faceva nascere rapidamente un pletorico Comitato organizzatore. La prima questione doveva riguardare il sito, con incertezze su piazza Archita. La discussione riprendeva senza fretta nel 1921, con l’amministrazione Delli Ponti. Le lapidi fiorivano a piacere: la più significativa veniva posta dalla presidenza del liceo Archita, in memoria dei 52 studenti caduti. Si pensava ad un periodico cambio della guardia al monumento fra gli studenti.

Qualche personaggio di buon senso proponeva di investire quei quattrini in ospedali e orfanotrofi. Nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, il clima diventava più battagliero. Posizionare il monumento in piazza Giordano Bruno, avrebbe comportato l’oscuramento della facciata dell’Arsenale e l’imbottigliamento della stessa Piazza. Nel 1923 partiva un concorso nazionale, convocando artisti di fama indiscussa. Risultava vincitore Francesco Como. Gli oppositori sostenevano la tesi assurda che Como, vinto il concorso, dovesse lasciare ad altri l’esecuzione dell’opera: l’invidia degli sconfitti e la logica della mangiatoia.

Lasciando perdere la proposta della villa Garibaldi, tutti concordavano sulla necessità di una ampia superficie di sfondo. Tendenzialmente il monumento si orientava verso il centro di piazza della Vittoria, progressivamente annientando i palmizi che circondavano la piazza. I lavori procedevano con moto uniformemente ritardato. Nel 1926 il Podestà Spartera sembrava voler usare il pugno duro, magari a colpi di francobolli e lotterie. In previsione della inaugurazione veniva soppresso il chiosco orinatoio di Piazza XX Settembre. Ma l’erigendo monumento ai Caduti attendeva sempre di essere inaugurato.

Il podestà “protempore”, Giovanni Spartera, diventava anche oggetto di lazzi e pasquinate di piazza. Nel 1928 si decideva a convocare l’egregio scultore Guastalla di Roma (anch’egli onesto massone) con l’incarico di esaminare lo stato dei lavori. Ma un anno dopo il Guastalla rinunciava all’incarico per comprensibili incompatibilità fra l’autore e il controllore, ma anche per lo stato confusionale delle procedure. Nel 1934 veniva addirittura chiamato in giudizio per una poco edificante ricompensa richiesta per tre anni di lavoro. Alla fine veniva pagato irregolarmente e a rate.

Como aveva lasciato Taranto nel 1928 con un assegno mensile ad personam per tutta la durata dei lavori, ma dopo due anni il suo compito non era stato ancora ultimato. Nel giugno 1930 veniva troncato qualsiasi invio di denaro al Como, compromettendo così il modello di argilla dell’Aquilifero, che prima si essiccava e poi finiva in frantumi. Con i fondi del tutto esauriti, Como avrebbe dovuto concludere i lavori pagando di tasca propria: una soluzione del tutto improponibile. Il povero Como si ritrovava in condizioni miserrime, tanto da invocare l’interessamento del Sovrano. Durante le celebrazioni del 4 novembre non era stato neanche invitato e intanto si allargava sempre più il solco fra l’Artista e il Regime. Si arrivava comunque all’inaugurazione del 1930, con il monumento incompleto.

Nel marzo 1950 si riapriva la discussione sul completamento dell’opera monumentale, con interessamento dell’Associazioni Industriali e (strano a dirsi) dei segretari della Camera del Lavoro della C.G.I.L. Il Monumento fatturato a rate trovava alla fine il suo completamento con il gruppo detto “L’Aquilifero”, con il fiero sostegno della amministrazione comunista. L’occhio esperto poteva leggere nell’opera i simboli massonici del triangolo, delle due colonne, del sancta sanctorum del tempio, con la Dike che che raffigurava il fatidico numero tre. Il 18 ottobre 1953 si concludeva la trentennale vicenda: era trascorsa anche la seconda guerra mondiale e un monumento poteva ormai bastare per i due grandi conflitti. Quella volta, alla celebrazione, Francesco Como era presente. Non crediamo che l’opera di Como sarà apprezzata nei secoli a venire, come vaticinava il caro Giacinto Peluso. Crediamo che il vento fa il suo giro e che la storia cammina sempre per sentieri interrotti.

Al momento della inaugurazione, l’opera era certamente un anacronismo. In quegli anni nessuno studente si sarebbe prestato al “cambio della guardia”, secondo i desiderata dell’ex preside del Liceo: I Beatles erano in arrivo. Gli omoni nudi con l’elmetto facevano impressione. E invece, negli anni Settanta, nella festa giovanile della contestazione, per i giovani tarantini e non solo, quel monumento si trovava a rappresentare l’ombelico del mondo. Quel bronzo era letteralmente avvolto da una folla di ragazzi vocianti e musicanti. I figli dei fiori rendevano quel tetro cenotafio un rendez-vous giovane, cordiale, capellone, greco, nemico della guerra: uno spazio liberato di felice coabitazione fra i presenti e gli scomparsi. Ma gli spiriti cupi non trovavano pace: invece di far sgomberare le macchine parcheggiate in piazza della Vittoria, invece di desertificare la lunare Piazza Garibaldi, si preoccupavano di far sgomberare malamente i ragazzi: “un centro di bivacchi, incontri amorosi con le varie conseguenze”, inveiva il signor Vinci (?!). Tale signor Cerino si batteva per una robusta cancellata, condannando il Monumento ad esibilre la sua glaciale bruttezza, privandolo di quel contatto umano capace di dare un cuore e un colore anche alle pietre. Rimane il dolce ricordo di un happening libertario: lo spazio della antica Agorà.

Documentazioni in: Giacinto Peluso, Una città un monumento, 1984.

martedì 21 aprile 2015

Il bibliotecario e la sua ombra. In margine al convegno su Vito Forleo. Taranto 05_02_2015

Vito Forleo

In margine al convegno su Vito Forleo – Taranto 5 febbraio 2015.

Il bibliotecario e la sua ombra

Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, Vito Forleo, il nostro maggiore scrittore municipale e indimenticato direttore della Civica Biblioteca “Acclavio”, per una volta è stato onorato come si conviene, in una città che purtroppo ha perso il filo della propria identità storica. Si sono registrati convegni di buon livello e soprattutto hanno trovato adeguata ristampa le sue opere, da tempo non facilmente reperibili: I giorni di Diogene Saturnino del 1904, Taranto dove la trovo del 1929 e una più completa riedizione dei Poemetti Municipali, già curati da Aldo Perrone e dal Gruppo Taranto.

Tornare ad ascoltare la voce dell’Autore, a seguire la traccia della sua penna fino all’ultimo inchiostro, quando le ali sono ancora gonfie di vento. E’ tale il più autentico omaggio alla scrittura: uno scrigno, quello di Forleo, che forse cela ancora preziosi segreti. Un classico, cioè un letterato di prima classe. Le sue paginette sono ancora offerte speciali, aquiloni che ogni tanto ritornano dagli intermundia, per insaporire le nostre povere scritture.

Custode della memoria, del tesoro più vulnerabile e aggredibile, Vito Forleo è stato il più significativo autore del primo Novecento tarantino. Uno spirito folletto, un inattuale per scelta, un Ufo, un oggetto letterario non facilmente identificabile. Come cifra stilistica, non amiamo l’onda lunga dei superlativi e l’eroicizzazione postuma di un nobile autore, come tanti impigliato nelle pastoie della più greve provincia meridionale. Conosceva il suo destino e se ne fece una ragione. Diventa ciò che sei, era il primo comandamento dell’amato Nietzsche. Mai un cedimento, fino alla fine della strada: Vivre sa vie (Questa è la mia vita).

Laureato in Legge, seguiva la sua vocazione di uomo-libro, gestendo in maniera ineccepibile la civica Biblioteca Acclavio: la Biblioteca del mare, con quelle tre finestre che Sandro Viola avrebbe ricordato con nostalgia. Con puntigliosità maniacale l’austero don Vito riempiva i cestini di minute cartacee da inviare giorno dopo giorno al Municipio, per arricchire la dotazione della Acclaviana. Ma In quelle stanze Forleo avrebbe scritto dell’Arcivescovo Capecelatro, dei Giardini del Peripato, di Choderlos de Laclos, di Paisiello, di Raimondello Orsini, del brigante Pizzichicchio e dei portentosi pesci di Taranto… Le pagine di Taranto dove la trovo racchiudono il libretto d’oro d’un grande erudito foderato di poesia.

Forleo scrisse pochissimo. Perché era un pigrone o perché aveva altro per la testa. A chi doveva rendere conto? Non era un personaggio popolare e non aveva nessuna intenzione di esserlo. Per i suoi concittadini era un inclassificabile, un romantico catafratto nella Biblioteca o nella sua celletta monacale zeppa di carte, al terzo piano, mentre “le rondini saettavano pazze di calore, nel cielo nostro d’oriental rubino”. Un atopos avrebbero detto i greci, un fuori posto ( per qualche tarantino, uno “spostato”) che ogni tanto lasciava cadere una perla di scrittura da conservare nella biblioteca celeste della tarentinità.

Il gentiluomo solitario era anche un uomo scisso, consapevole dell’impossibilità di essere veramente se stesso. Del resto, il secolo che si apriva, apparteneva a Marinetti, non a Forleo. Il misconosciuto campione del decadentismo europeo, era disposto a parlare solo con la sua ombra, il Doppelganger (colui che cammina al suo fianco). Il “doppio” di don Vito era il compagno segreto di sempre: quel Diogene Saturnino del suo capolavoro giovanile , il dandy che poteva solo portare in giro la sua noia, con la sigaretta incenerita sulla bocca: “un fiume di libidine cui mancava la foce di una cocotte, una amante da scegliersi in un pacco di cartoline illustrate, dai contorni indecisi come una polluzione notturna. Le idee si intorbidavano, mentre un lombrosiano esegeta predicava il Sinite parvulos, sottintendendo una tendenza pederastica del Redentore”.

Con il suo Diogene Saturnino , Forleo si era sbattezzato e ribattezzato in onore del primo anticonformista della filosofia, distruttore delle convenzioni sociali e derisore coriaceo e blasfemo. Il “nato sotto il pianeta oscuro”, secondo il dettato aristotelico, abbracciava melanconia e genialità, era un accidioso che, di fronte all’oggetto desiderato, fuggiva quando stava per raggiungerlo, desideroso di abbracciare l’inafferrabile, il fantasma o il fantoccio della libertà. L’homo melanconicus poteva riscattare la sua insania solo nella creatività, desiderando il desiderio, amando la germinazione, lasciandola scorrere nel non finito , nell’incompletezza di una immagine allo stato nascente.

Seduto al solito tavolino, coccolando il suo spleen, Saturnino scriveva ad un destinatario per sempre sconosciuto. Il cappellaccio prendeva le forme di un pipistrello mostruoso. Becchi di gas, mossi dal vento e battuti dalla pioggia, formavano nella lontananza una specie di costellazione piangente. Una ragazzina satanica gli chiedeva petulante cosa volesse dire la parola si-fi-li-de, e lui la rassicurava : “ una nuova marca di cioccolata”. Era il gioco del trickster, del dio briccone, un po’ clown e un po’ furfante. L’armatura della maschera dissimulava, con aristocratico riserbo, il volto dell’inviolabile.

Il Venerdì Santo era stato alleviato nel cavo di una mano inguantata. Il giorno di Pasqua, Saturnino si addormentava fra le strofe di Baudelaire, con voglia di un’arma da fuoco, pronto a schiaffeggiare la prima marionetta digerente che augurasse buone feste. Fuggi il “Mostro Viscido”, la “ maledetta Provincia”, se non vuoi bruciarti le cervella. Al massimo si potrebbe organizzare un Cenacolo: alla Presidenza lo scheletro di un brigante, nel cui cranio, forato da una pallottola, poter inserire una lampadina.

Si gira e rigira sulla parsimonia scritturale di Forleo. Perché non accettare che lui aveva altro a cui pensare? Faceva buchi nei sogni e non doveva render conto a nessuno. Neanche ai trombettieri del Duce e ai postulanti in cerca di medaglie a buon mercato. Come il Bartebly di Melville, sulla corazza del garbato ma implacabile “Preferisco di no”, doveva scivolare ogni offerta di complicità o compromissione. Forleo era il Resistente per eccellenza.

Il flaneur inseguiva il non consumato, nell’inevitabile commercio con gli spettri. Solo seguendo questa traccia è possibile sciogliere una aporia: voler scrivere qualcosa che facesse tremare il mondo e finire come un anacoreta, baciando la polvere dei libri. Quella era la duplicità del dandy superomista, che non si schiodava dal Caffè ai Due Mari, riconciliato con Taranto ma non con i tarantini.

Nel cinema si poteva ben fumare, spiando le complici braci nel tremolìo della magica lanterna. “Il Sahara! Il Sahara! “Seguire sulla sabbia le orme di Marlene Dietrich che seguiva le orme di Gary Cooper. Suprema ironia: l’unico esotico viaggio del bibliotecario doveva ridursi ad una striminzita villeggiatura a Rocca Forzata, ai confini della realtà, con l’uso di una sola modesta stanzetta. Magari in contemplazione di “ una luna con la faccia di una cuoca inebetita”. L’aura della pauperistica micragna di Forleo rimaneva un topos ricorrente, come quello dei quattro gatti al funerale.

Si conserva la bella lezione di un liber’uomo, che non avrà scritto molto, ma che non ha mai dovuto pentirsi per un biglietto compiacente o servile. Come l’antico Diogene aveva allontanato Alessandro dalla sua botte, così l’armatura di Forleo non veniva mai scalfita dalle lusinghe degli ominicchi e dei mezzi uomini. Ha seguìto il suo daimon, è riuscito a non essere come gli altri.

Apprezzava solo i santi volatili, quelli capaci di lievitare . Con immutato spirito di leggerezza , Forleo scompariva in una calda notte d’estate, il 27 agosto 1964. Salutando i quattro gatti, il Saturnino non poteva mancare al rendez-vous .

Aveva scritto: “Io voglio volare e volerò. E sarà in una sera di agosto, stracarica di stelle”!

Tipografia Fratelli Martucci 1904

martedì 4 novembre 2014

Didattica della Shoa all' "Archita"

Didattica della Shoa all' "Archita"


Già edito a stampa in "Galaesus", XXXV, 2011-2012

© Roberto Nistri 2011.Tutti i diritti sono riservati.

di Roberto Nistri

Alla realizzazione del Memoriale che ricorda gli italiani morti ad Auschwitz, voluto dall’associazione degli ex deportati, parteciparono negli anni Settanta grandi nomi della cultura. Due di loro, Primo Levi e l’architetto Lodovico di Belgiojoso, nei lager nazisti erano stati prigionieri. Il memoriale era stato pensato per parlare al cuore più che alla testa: il visitatore camminava nella claustrofobica spirale di Belgiojoso, leggeva il testo di Primo Levi, ascoltava Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono e guardava le tele simboliste di Pupino Samonà. Purtroppo l’installazione, già chiusa dall’estate 2011, ora rischia anche lo smantellamento, grazie al disinteresse del governo Berlusconi e all’ottusa ostilità di Piotr Cywinski, direttore del museo sorto nel campo (1). Forse per alcuni politici Auschwitz è qualcosa che riguardi solo la Polonia. Invece di celebrare il Giorno della Memoria nella data simbolo del 27 gennaio, quando le avanguardie sovietiche liberarono il primo campo di sterminio dove erano stati uccisi un milione e mezzo di ebrei (una data del calendario civile europeo trasferita nel calendario nazionale) sarebbe stato più istruttivo per gli italiani ricordare il 16 ottobre 1943, il giorno della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma con la complicità dei fascisti, una data nazionale. Così hanno fatto i francesi, dedicando  la giornata alla memoria di quel 16 luglio 1942, quando da Parigi vennero deportati 13.000  ebrei e ne tornarono solo 25 (basterebbe la durezza di  questi numeri, rigorosamente censiti, per mandare a ramengo le ciarle dei negazionisti). Senza ipotizzare omissioni malintenzionate, si conferma la perdurante superficialità e trascuratezza italica nei riguardi della “topografia sacra” della Shoah, considerando bastevole la rituale maratona televisiva delmarketing memoriale . 
Siamo sempre più convinti che, in barba alla retorica delle mille “agenzie di formazione”, la scuola pubblica rimanga l’istituzione principe della protezione della Memoria e della riflessione filologica sulla realtà della Storia, che non è un supermarket dove si possa pescare a caso. A questo proposito è bene evitare l’indebita confusione fra la Memoria, insostituibile serbatoio del pathos e del racconto, ma sempre liquida e selettiva (“la memoria è una formidabile falsaria”, ha scritto Antonio Tabucchi) e la certificazione della Storia, senza la quale i ricordi si sfaldano e diventano pasto per le jene della falsificazione. La memoria motiva l’attività storica, la storia corregge la memoria. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti. Si continua a giocare con il pop razzismo e la caccia all’untore è sempre aperta.

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Da parte dei governi democristiani degli anni ’50 la preoccupazione prioritaria era quella di occultare piuttosto che svelare. Alla Germania di Adenauer si chiese di fare di tutto per insabbiare le indagini sul massacro delle Fosse Ardeatine: “Non appena il primo criminale di guerra tedesco verrà consegnato”, avvertì in una missiva un diplomatico italiano, “arriverà una valanga di protesta da ogni paese che richiede l’estradizione di criminali di guerra italiani”, per i misfatti perpetrati in Jugoslavia, in Albania, in Grecia. La complicità tedesca venne garantita e anche per questo i sopravvissuti alle stragi naziste ancora oggi attendono invano dalla Germania giustizia e risarcimento (2).
Negli anni del dopoguerra, nelle aule del Liceo “Archita” di Taranto, vigeva un motto residuale dell’Ancient regime: “Qui non si parla di politica”. Un ingenuo lettore dei nostri giorni potrebbe pensare che, dopo la caduta di un governo dispotico e la conquistata libertà di parola e di pensiero, si sprigionasse una fame democratica di conoscenza e discussione. Naturalmente non accadeva nulla di tutto ciò: la scuola e anche la famiglia non erano disponibili a trasmettere alla generazione postfascista adeguati strumenti di comprensione riguardo l’ultimo tratto di strada, dalla sconfitta di una guerra scellerata alla occupazione degli Alleati. Per quanta riguarda la questione ebraica, su scala internazionale, fino ai primi anni Sessanta (il processo ad Eichmann è del 1962) quel passato prossimo che si chiamava Shoah abitava dentro silenzi e sguardi muti, volti che si giravano dall’altra parte. Una certa consapevolezza poteva maturare a Taranto solo nelle famiglie degli antifascisti e dei perseguitati politici, quasi tutti operai dell’Arsenale e dei Cantieri Tosi, data l’inesistenza di significative presenze antifasciste di estrazione borghese. Ma negli istituti superiori anche il termine “operaio” risultava sospetto. Professori e genitori condividevano un tacito agnosticismo, temendo che certi argomenti potessero turbare la normalità scolastica o costituissero addirittura un pericolo per l’ordine costituito (3). Quel corpo docente non era “cattivo”, era stato così costruito da una Storia: la storia di una Taranto “perla del Regime” e città “tre volte fascista”, la storia di una Liberazione e di un “altro dopoguerra” non comparabile con la tragica epopea della Resistenza armata al Nord, dove nel fuoco della battaglia si formava una nuova classe dirigente.
Le differenze politiche non furono solo quelle derivanti dal diverso carattere dell’occupazione angloamericana rispetto all’occupazione tedesca, anche quelle tra una parte d’Italia dilaniata dalla guerra interna tra fascisti e partigiani e l’altra , nel Sud, dove il sistema dei partiti si costituì con l’adesione in larga parte sospetta di Comitati di Liberazione che non avevano liberato nessuno: da una parte il cielo pulito di un nuovo Risorgimento, dall’altra una transizione alquanto vischiosa e gattopardesca, con il qualunquismo come stato d’animo endemico. Emblematica rimane la figura del Reduce, icona immortale di Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria, con la sua smania di raccontare ma ridotto al silenzio dalla generale volontà di rimozione: nun penzammo a guaie. Tutte le scuole faticavano ad uscire dal cono d’ombra del Ventennio: quello era il personale, il sistema burocratico, il modo di pensare.
Nel liceo “Archita”, in particolare, aveva avuto modo di spadroneggiare una dirigenza “fascistissima” che fu autentico baluardo del Regime, nell’ora propizia per opportunisti zelanti, carrieristi nella scuola e nel giornalismo, acchiappamedaglie con poca fatica e a scapito dei perseguitati. Ma si può comprendere, sine ira et studio, come la vicenda postbellica, esaurito il vento del Nord, dovesse spingere il paese verso una democrazia fragile e paurosa, ancora inquinata dalla permanenza  dell’autoritarismo dentro le istituzioni, dentro lo Stato, dentro le persone, sempre nella puerile attesa di “uomini della provvidenza”. Bisognerà attendere don Milani e il ’68, perché un giovane potesse di nuovo sentirsi “cittadino sovrano”. Gli anni ’50 e ’60 trascorsero onorevolmente, fra studi certamente severi e ampi spazi per la goliardia. Non mancavano spunti di “maccartismo” nei confronti di due docenti di storia e filosofia, i fratelli Luigi e Raffaele Trento, tenuti d’occhio per i loro trascorsi antifascisti: due schietti liberalsocialisti ma etichettati tout court  come comunisti, perché erano gli unici a far studiare in classe la Costituzione, introdotta ufficialmente nelle scuole solo negli anni Sessanta e largamente ignorata per “mancanza di tempo”.
Non mancavano iniziative extracurriculari come giornali studenteschi e “Cenacoli” interni e anche esterni all’Istituto (4). Il biglietto da visita del liceo era l’annuario “Galaesus”, dalla periodicità non sempre costante, ma fedele ad un format abbastanza paludato nei contributi dei docenti come degli allievi: una sorta di bollettino della vita d’Istituto che non doveva travalicare certi confini. Ancora nel fascicolo VI  del 1975, il preside Tommaso Pignatelli avvertiva che “non è intendimento della presidenza, né è istituzionalmente possibile, trasformare la presente pubblicazione in autentica rivista culturale”. Tali preoccupazioni dovevano condannare Galaesus ad una grigia sopravvivenza, considerando la condizione particolarmente surriscaldata della Scuola in quegli anni (5). Nel decennio ‘75- ‘85 si avvertivano alcuni segnali di apertura al “mondo esterno” (memorabile la battaglia in difesa del fiume Galeso) pur dovendo attendere la fine del secolo per far circolare nella scuola alcuni segnali di presenza sul territorio della Grande Industria.

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Negli anni Ottanta, sotto la presidenza di Franca Schembari,  l’istituto si aprì decisamente alle istanze del territorio (in quegli anni “territorio” era la parola magica per rendere la scuola centro propulsore delle dinamiche civili, magari collaborando con “Italia nostra”, con la Sovrintendenza ai beni culturali, con gli “Amici dei musei”. La rivista “Galaesus” ampliò di molto il ventaglio delle collaborazioni, con il concorso di ex alunni. Nel fascicolo XI  un gruppo di studenti della III D si impegnarono in un lavoro collettivo, Educazione civica, storia locale, metodologia della ricerca,focalizzando le questioni concernenti la vicenda del fascismo a Taranto, imparando a scrivere su ciò che non è già conosciuto, senza rimasticare cibi precotti. Per la prima volta venne affrontata la storia municipale usando il metodo della ricerca scientifica (senza la quale la storia si riduce a retorica) consultando i documenti presenti negli Archivi di Stato di Lecce e di Taranto , dove forse si conserva ancora tale ricerca).
In “Galaesus” XVI (1991-1992) si presentava un corposo dossier, Il sonno della ragione generamostri. Riflessioni sul razzismo. Si trattava di una lettura ragionata del materiale documentario, fornito dalla stampa, sulla tragica escalation delle manifestazioni di razzismo in Europa e in Italia (dall’austriaco Haider alla Lega Nord) durante tutto il corso del 1992, annus horribilis. Gli studenti avevano anche partecipato ad una manifestazione promossa dall’Arci di Taranto, in occasione della presentazione del libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, I razzismi possibili. Nell’anno successivo “Galaesus” rendeva conto della relazione  Il razzismo: dalle definizioni alle forme individuali e di gruppo, tenuta dal sociologo Nino Aurora all’assemblea studentesca del 30 gennaio 1993, coordinata dal prof. Roberto Nistri. In “Galaesus” XVIII (1993-1994) la prof. Adalgisa Villani presentava un saggio sull’Etnocentrismo mentre la prof. Loredana Flore inaugurava un progetto sulla Cultura della non-violenza.
In occasione del 50° anniversario della Liberazione, “Galaesus” XIX rendeva conto di un intervento sulla Resistenza di Roberto Nistri,  una ricerca sulla memoria orale, La guerra e il ricordo, a cura della prof. Giovanna Percaccio, una relazione dell’alunna Giovanna Carofiglio su Razzismo eantisemitismo. Di rilievo la manifestazione del 15 maggio 1995, nel Salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, curata dal prof. Francesco D’Elia: La Resistenza narrataattraverso i canti.
1995-1996 La scuola promuoveva il progetto Educazione alla mondialità (coordinatrice prof.
Loredana Flore. Sotto la presidenza di Tommaso Anzoino, nel 1996-97 la prof. Adalgisa Villani curava un importante corso di aggiornamento su Cultura, alterità e linguaggio con docenti dell’Università di Bari: Francesco Fistetti, Augusto Ponzio, Patrizia Calefato, Susan Petrilli (atti in “Galaesus” XXI). Il 18 dicembre 1997 la scuola ospitava Elisa Springer, scrittrice sopravvissuta ai campi di sterminio. In “Galaesus”XXII, sulla scorta del romanzo La storia di Elsa Morante, si ragionava sul fascismo commentando un diario di vita scolastica, compilato dal piccolo Antonio Amatulli quando frequentava la quarta elementare nel 1931/32 a Mottola. Nel fascicolo XXIII (1998-99) gli allievi, coordinati dai docenti Mario Bosco, Maria Pia Intelligente e Roberto Nistri, presentavano una robusta trattazione dell’Olocausto: Le persecuzioni razziali e i campi diconcentramento. Nel maggio del 2000 la scuola organizzava un incontro con il partigiano Angiolo Gracci, comandante della brigata “Vittorio Sinigaglia”.
La riflessione su fascismo e razzismo si arricchiva nel 2000-2001 con un cineforum sul ventennio mussoliniano, con l’incontro con l’ufficiale tarantino Alfredo De Stefano, uno dei pochi superstiti della tragedia di Cefalonia (4 aprile 2001) e con Leone Fiorentino, deportato ad Auschwitz (26 aprile 2001) con un vasto corredo di scritti sul Giorno della Memoria. Nell’anno seguente veniva proposto un altro cineforum sull’Italia in guerra, con un cospicuo progetto interdisciplinare guidato da Loredana Flore: Educare alla pace, alla memoria, alla legalità. Nel 2002 allestimento di mostre fotografiche, incontri con Amos Luzzatto, presidente delle comunità Ebraiche Italiane e con il regista tarantino Emidio Greco. Dicembre 2002: nel Giorno della Memoria incontro con Vitantonio Leuzzi e Francesco Terzulli, rispettivamente presidente ed esponente della Società Italiana degli studi sull’Antifascismo e l’Italia contemporanea. 17 marzo 2003: dibattito organizzato nel Salone della Provincia su La memoria della Shoa, con Clotilde Pontecorvo, esponente della  Comunità ebraica di Roma. Perché ricordare? Con contributi di docenti interni ed esterni.
Il fascicolo XXVIII rende conto del lavoro coordinato da Roberto Nistri e Francesco Terzulli sull’internamento fascista in Puglia, e le polemiche su antisemitismo e antisionismo. Il 27 gennaio 2005 viene proiettato il film Rosenstrasse di M. Von Trotta. Il Giorno della Memoria 2006 venne dedicato a Elisa Springer, con la conferenza di Francesco Terzulli: Una memoria femminile dellaShoa. Da segnalare anche l’incontro con la deportata Mirella Stanzione. Terzulli collabora anche al fascicolo XXXI di “Galaesus” (2006-2007) con un corposo saggio su Primo Levi, mentre l’anno successivo don Franco Mazza commemora la figura di Etty Hillesum. Nel 2010 la giornata della memoria venne dedicata da Roberto Nistri al Porrajmos: lo sterminio degli zingari nella notte più buia del Novecento. Il 26 gennaio 2011 Francesco Terzulli e Giuseppina Cacudi hanno relazionato ampiamente su Ebrei in Puglia negli anni ‘40. Come provvisoria conclusione segnaliamo il progetto “Cultura della Memoria” curato dalle professoresse Loredana Flore e Adalgisa Villani, con la collaborazione della docente Francesca Poretti: il 27 gennaio 2012 Daniele De Luca, Docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento, ha relazionato nel Salone di Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale sul tema Alle radici della Shoah. Dall’antigiudaismo all’antisemitismo.

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Questa quasi completa rassegna della produzione culturale del liceo “Archita” sulla tematica dellaShoah  dal 1992 al 2012 (un impegno storico che supera nel tempo il ventennio fascista) può essere intesa come una sorta di riscatto, un impegno onorato nella volontà di cancellare le pagine nere delle leggi razziali che appestarono tutte le scuole dell’epoca, ma è soprattutto il riconoscimento di una elaborazione culturale, in chiave rigorosamente costituzionale e repubblicana, che ha coinvolto senza soste generazioni di studenti, gruppi di docenti, artisti e operatori culturali, con spirito di generosa collaborazione. Consideriamo di altissima qualità il materiale documentario accumulato, che dovrebbe essere immesso in rete anche con il patrocinio delle pubbliche amministrazioni. C’interessa sottolineare il peculiare esprit che ha caratterizzato questa operazione cognitiva che, quasi istituzionalmente, a pieno titolo si può considerare una solida tradizione nella vita d’Istituto : il principio che la vera cultura è sempre battaglia culturale, contro l’indifferentismo, la mistificazione, l’assassinio della memoria. Vale l’imperativo categorico del Non mollare, la costruzione di Materiali Resistenti contro l’industria della dimenticanza organizzata, quella che George Steiner definisce la civiltà ad amnesia programmata. La lotta per la verità è la passione di Sisifo, la fatica di ricominciare sempre da capo. Il nemico è sempre all’attacco, soprattutto da quando si è sdoganata la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria (equivalente dell’universale mercato del lavoro). La cultura del cosiddetto Postmodernismo, sostenendo che non contano i fatti  e che tutto è interpretazione ( ermeneutica si dice nel linguaggio culto) ha  funzionato come alibi per le cause più strampalate e malintenzionate: tutto fa brodo per tenere in piedi una volgare politica-spettacolo televisiva, facendo audience a spese di una Storia imprigionata in una corrida di lazzi e pernacchie (6).
Per fortuna questa filosofia è in fase di deperimento pressocchè ovunque, dall’Europa agli Stati Uniti, grazie al ritorno di un sano Realismo che restituisce alla storiografia le sue buone ragioni. Senza l’accertamento dei fatti, senza la filologia, la storia sarebbe solo retorica, bassa cucina della menzogna per i negazionisti dell’Olocausto, i maldicenti del Risorgimento, gli spregiatori della Resistenza e della Costituzione. Dai tempi di Lorenzo Valla, che denunciò il grande falso che giustificava il potere temporale della Chiesa, la filologia primeggia come imbattibile arma della verità e smascheramento dell’impostura. Concedere una patente di buona fede ai negazionisti dell’Olocausto sarebbe come permettere ai teorici della della Terra Piatta di condizionare il corso degli studi di astronomia. Dovremmo seriamente discutere l’ipotesi che nei campi di concentramento nazisti non venne mai ucciso alcun ebreo, e che i pochissimi che vi morirono spirarono per infarto del miocardio, dato che – come celia Umberto Eco – le SS li nutrivano con cibi ad alto contenuto di colesterolo? (7).
La riflessione sulla Shoah, sui massacratori e i loro epigoni, offre ai giovani una straordinaria occasione per misurarsi con il problema massimo, quello del Male: a nulla vale ripetere l’esorcismo  del  Mai più se questa “aiuola che ci rende tanto feroci” è sempre l’universale bellum omnium contra omnes,  dalla prepotenza del bulletto alla sopraffazione del despota: homo hominilupus. L’Olocausto è una incancellabile lezione dove vittime, carnefici e testimoni entrano in scena illustrando il peggio, e il meglio, di cui gli esseri umani sono capaci. La “banalità del male” è il tema suggerito da Hannah Arendt  a proposito del processo ad Eichmann: una formula accattivante, ma anche fuorviante, considerando che il tema di gran lunga più intrigante è quello della “seduzione del male”, dal  Faust al Grande Inquisitore (8).
La dimensione smisurata dell’Olocausto conferisce al massacro degli ebrei il carattere della straordinarietà e della esemplarità: un paradigma imperituro. Ma proprio il vortice dei numeri può essere un rischio per la didattica della Shoah; si ha bisogno di recuperare un punto di vista sulla singolarità: un corpo, un viso, un nome che non si perda nel delirio nazista della quantità. InSchindler’s List Spielberg si è cimentato con la doppia distanza della persecuzione di massa e del dettaglio singolare. In un film girato in un gelido bianco e nero, ha adottato l’ espediente di orientare il nostro sguardo su una bambina dal cappotto rosso, tirata fuori dal mucchio per due volte, come deportata e come buttata nella carretta degli ammazzati, una figura adottata come rappresentante della totalità sofferente. Adriano Sofri ha colto un’analogia con l’episodio di Cecilia nel capitolo XXXIV dei Promessi sposi. Nel “tristo brulichio” dei corpi abbandonati fra cortei di monatti e carri colmi di sacchi funebri, lo sguardo di Renzo si fissa su un oggetto singolare di pietà: la piccola Cecilia con un vestito bianco, portata dalla madre al carro dei monatti e accomodata su un panno bianco. Nel film e nel romanzo l’intento di individuazione pone quasi una coincidenza fra il cappottino rosso e il vestitino bianco. In una pagina de I sommersi e i salvati di Primo Levi  si racconta che fra i cadaveri di una camera a gas si trovò una ragazza ancora viva e di fronte all’immagine di questa persona quegli uomini abbruttiti rimasero attoniti e rispettosi come i “turpi monatti” manzoniani. Secondo Sofri la fugace citazione di Primo Levi è stata forse la cerniera fra il nostro Manzoni e Steven Spielberg, improbabile lettore dei Promessi sposi ma certamente lettore de I sommersi e i salvati. Piace pensare che le cose siano andate così (9).
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Il testo è stato pubblicato sulla rivista “Galaesus”, n. 35, Taranto 2013.
Seguono allegati

1. Un delitto italiano

La Shoah è (anche) un delitto italiano: il più vergognoso della nostra storia. L’Italia è stato il solo paese d’Europa in cui un re, legato dal giuramento alla protezione dei suoi cittadini, ha firmato le leggi razziali, mettendo gli ebrei nelle mani dei persecutori. Poteva resistere e non firmare? Certo che poteva. Lo ha fatto il presidente fascista del Parlamento bulgaro, Dimitar Pesev, persuadendo il suo re a non firmare, fermando così la persecuzione nazista. Nessun ebreo bulgare si trovava ad Auschwitz quel 27 gennaio. Ma c’erano i superstiti  1017 cittadini ebrei di Roma. Onore a quei militanti fascisti come Giorgio Perlasca in Ungheria e il questore Giovanni Palatucci di Trieste che, timbrando firme e documenti falsi hanno salvato tante vite. Si poteva fare. Bastava avere l’animo. Altrimenti ancora oggi ci si potrebbe imbattere in una insegnante capace di ridere con i ragazzini per una barzelletta,  come è capitato il 18 dicembre 1999 alla figlia della signora Leda Levi: “Come entrano trenta ebrei in un baule? Semplice, in cenere”.


     
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1) P. FANTAUZZI, Ad Auschwitz un’Italia senza memoria, in “Venerdì di Repubblica”, 6 aprile 2012. Forse anche la Giornata della Memoria è in affanno, anche se ha esteso enormemente la sensibilità sulla Shoah. Indiscusso appare il successo dell’iniziativa sul piano delle celebrazioni e della produzione editoriale, ci si comincia a interrogare sull’efficacia di un anniversario sempre più schiacciato sul “marketing memoriale”. Un consumo veloce e rassicurante. “Una storia usa-e-getta, piegata a un utilizzo autoassolutorio piuttosto che un’indagine perturbante dentro l’orrore che ancora ci appartiene. Un martirologio che rischia di rimanere muto sulle inquietudini del presente” Una data riferita a qualcosa che è accaduto altrove rischia di diventare una non-data, un’occasione di riflessione metafisica, togliendole storia (D. BIDUSSA in S. FIORI, Ricordare stanca, in “la Repubblica”, 26 gennaio 2011).

2) Secondo lo storico tedesco Felix Bohr i governi democristiani sostennero tale linea per non ravvivare la memoria della Resistenza, guidata soprattutto dal Pci, loro avversario politico; cfr. Roma chiese ai tedeschi di insabbiare le indagini sulle Fosse Ardeatine, in “la Repubblica”, 16 gennaio 2012 e Da Marzabotto a Stazzema massacri ancora senza giustizia in “la Repubblica”, 4 febbraio 2012. Sulle colpe dei fascisti italiani, cfr. S. FIORI,  Il volto feroce dei nostri soldati, in “la Repubblica”, 14 aprile 2005 e Misfatti d’Italia,in “la Repubblica”, 3 maggio 2005; cfr. anche  il documentario La guerra sporca di Mussolini su History Channel.

3) Si consideri che ancora il 27 maggio 2010, presso l’Istituto “Belli” di Roma, gli studenti improvvisarono, alla fine di un concerto, le note di Bella ciao davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione, pensando di fare cosa gradita e invece scatenando la reazione indignata della preside per tale “atto deplorevole”, uno “sconcertante episodio” che ha gettato “un’ombra di discredito difficile da dissipare, che ha messo in difficoltà la scuola nel suo complesso”, “assumendo iniziative che travalicano i limiti dell’opportunità, della correttezza e del buon gusto”, con conseguente invito ai genitori di scusarsi (cfr. “la Repubblica”, 2 e 7 giugno 2010). Forse la preside si è ricordata che già nel 2002 Marco Tedde, sindaco di Alghero del centrodestra, aveva vietato di suonare Bella ciao alle manifestazioni del 25 aprile (cfr. “Il Giornale”, 22 aprile 2008). Se una canzone quasi istituzionale, un canto di partigiani senza colore politico, in cui si possono riconoscere i democratici di ogni colore politico e le istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione, ha potuto suscitare una tale buriana, questo dipende da un clima generale di misconoscimento e snaturamento della storia d’Italia, con ricadute polemiche volte a sviare il senso degli eventi. Riemerge periodicamente una pedagogia tartufesca, ostile al libero dibattito e impossibilitata a formare giovani “cittadini sovrani”.

4) Cfr. F. TERZULLI, La  scuola a Taranto tra ricostruzione e accesso di massa (1944-1965), in AA.VV., Taranto dagli ulivi agli altiforni, II tomo,  Taranto 2007, in particolare pp. 125-147.

5)  Cfr. F. TERZULLI, La Scuola negli anni Settanta: un fortino assediato, in AA. VV., L’età dell’acciaio, Taranto, 2011.

6) Sul nuovo Realismo, vedi U. ECO, I limiti dell’interpretazione, Milano, 1990; Kant e l’ornitorinco, Milano, 1997, M. FERRARIS, Manifesto del nuovo realismo, Bari, 2012. Articoli: M. FERRARIS, L’epistemologia è viva, in “Repubblica”, 06/01/2011, Postmoderni o neorealisti? In “Repubblica”, 19/08/2011. Anche E. DOCX, Così tramonta il postmoderno, in “Repubblica”, 03/09/2011; G. DESANTIS, Eco e Putnam, in “Repubblica”, 22/11/2011; D. MARCONI, Il postmoderno ucciso dalle sue caricature, in “Rep”, 03/12/2011; V. SCHIAVAZZI, Su Verità e realismo, in “Rep”, 06/12/2011; F. D’AGOSTINI, Realista e impegnato, in “Rep”, 01/12/2011; U. ECO, Il realismo minimo, in “Rep”, 11/03/2012; M. GOTOR, Che cos’è la verità storica, in “Rep”, 5.1.2012.

7)  U. ECO, “ Ma come sono morti allora quei sei milioni? Di Aids? Di influenza cinese? Per aver riso troppo come Margutte?” in  La Bustina di Minerva, Milano, 2001, p. 45. Cfr. V. PISANTY, L’irritante questione delle camere a gas, Milano, 1998. La malatelevisione ci ha abituato al professore showman, per il quale la storia è performance, spettacolo: bisogna sorprendere il pubblico con la battuta eccitante, il contenuto è secondario e la verità ha uno statuto negoziabile. La malapolitica insegna che bisogna presentarsi sempre con un tono bellicoso e inutilmente aggressivo, improntato al più grande disprezzo verso quanti la pensano diversamente. La battaglia per la verità rimane quella degli umanisti rinascimentali: “furono i primi a impiegare le proprie conoscenze per denunciare la falsità di alcuni documenti, artatamente costruiti e utilizzati per assicurare la stabilità del potere” (A. ASSMANN, Così la Storia ha ritrovato la sua Memoria, in “La Stampa”, 27 gennaio 2010).

8) Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e spontaneamente ci pensiamo “buoni”, escludendo di poterci trasformare in carnefici, cosa invece possibilissima, come leggiamo nel libro di Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero, Milano, 2008. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione innata ma per il “sistema di appartenenza” e la “situazione” in cui ci si viene a trovare: c’entra non l’indole, ma il “ruolo” e la “circostanza”. Non basta osservare l’orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la macchina: quegli uomini non erano nati crudeli, lo sono diventati. La vera resistenza è quella che si esercita nei confronti del proprio sistema di appartenenza che ci chiede, in ultima istanza, se stare o non stare al gioco. Il pilota americano che sganciò la bomba su Hiroshima ebbe solo a dire: “quello era il mio lavoro”; cfr. U. GALIMBERTI, Siamo tutti figli di Eichmann?,  e S. NIRENSTEIN,  Non esiste la banalità del male in “la Repubblica”, 12 marzo 2008 e 14 gennaio 2010.

9) Cfr. A. SOFRI, Spielberg, Manzoni…,  in “la Repubblica”, 20 febbraio 1999. Gli storici hanno una grande responsabilità. Forse non sono riusciti a costruire una storia problematica e al contempo popolare, senza cedere al modello televisivo con le sue rivisitazioni fantasiose. Il vero rischio è quello della memoria rassicurante: consiste nell’osservare con raccapriccio ciò che accadde allora, rallegrandoci in fondo che oggi quella tragedia non stia capitando a noi. Quello che dobbiamo ricordare è che, mentre qualcuno attraversava l’orrore, c’erano milioni di persone che voltavano altrove lo sguardo. Anche oggi “non ci accorgiamo della crudeltà che accompagna le espulsioni o le vite violente nelle periferie: c’è un lato brutale della nostra quotidianità che abbiamo deciso di espellere dallo sguardo”; D. BITUSSA, cit.