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giovedì 11 dicembre 2014

ILVA, una strage di Stato di lunga durata, rea confessa a norma di legge

ILVA, una strage di Stato di lunga durata, rea confessa a norma di legge

di Roberto Nistri
Articolo apparso in "www.ilcorrieredelgiorno.net" il 6 dicembre 2014

     Il sociologo Franco Cassano ha sigillato l’ultima pagina del 2012 con un titolo impegnativo: L’Ilva chiude un’epoca, così la Puglia diventa il crocevia del futuro. Ancora una volta, Taranto città importante, come tante altre volte è stata considerata: prima grande città industriale nel Sud già alla fine dell’Ottocento, protagonista nella navalmeccanica fra la prima e la seconda guerra mondiale, città proletaria e antifascista, con l’orgoglio di arsenalotti, cantierini e siderurgici; tante piume identitarie strappate una ad una da una Storia vendicativa, che ha consegnato ai media e all’immaginario europeo la superstite e triste icona di “città criminale”. Ricorrente è stato il ritornello di una Taranto “osservatorio privilegiato”. Nel 2007 lo scrittore Christian Raimo considerava di grande interesse la città ebalica (con le parabole di Cito e dell’ ILVA, il suo buco di bilancio comunale mostruoso, i suoi record di diossina, il suo mare guasto) “perché dell’Italia è forse l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola”.
     Tutto giusto, ma comprensibilmente l’homo jonicus farebbe volentieri a meno di siffatti riconoscimenti: ormai tutti sanno che nei paraggi degli “osservatori privilegiati” si mena vita assai grama, e qualche volta si muore. Lo sanno anche i grandi protagonisti della politica che, durante la campagna elettorale del 2013, hanno schivato con cura la palla avvelenata della città che chiude un’epoca: sembra che, come in un vecchio film di fantascienza, non la “collina delle polveri venefiche”, ma la città stessa sia stata coperchiata e impermeabilizzata. La storia, come nella canzone di Guccini, ci ha raccontato come finì la corsa. La siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, sindacalisti e giornalisti collusi, faccendieri e amministratori su libro paga e una moltitudine di poveri cristi: doppiamente colpevoli – direbbe Brecht – perché vittime e perché innocenti.
     Anche Pasolini, grande innamorato della città dei due mari, avrebbe detto la sua sui “malvagi dormienti” che seguono la corrente, sulla colpevolezza dell’innocenza, sulla volontà di non sapere. “Meno si sa, meglio si sta”. Ma già nel 1985 il giornalista Sandro Viola parlava di una “città vinta”. Dopo gli ultimi bagliori di cittadinanza attiva negli anni ’70, la Taranto “capitale dell’acciaio”, incredula di fronte al declino dell’Italsider, perdeva la vigilanza sugli effetti perversi della crisi, smarriva gli indici valoriali di una cultura del lavoro che avrebbe dovuto ormai misurarsi col turbocapitalismo della globalizzazione in atto.
     Una comunità da sempre in appalto, ben assuefatta alla “servitù volontaria” , rispetto alla grande monocultura -“ Zitto e mangia” – si trovava ormai sguarnita di fronte a un crescente deficit di democrazia e al dilagare di una economia criminale emergente dalla giungla degli appalti selvaggi. Nella guerra per bande, si coniugavano buone entrature negli ambulacri del potere politico-economico e un feroce controllo del territorio, che doveva lasciare una scia di 160 morti ammazzati. Era l’ora siderale dei cavalieri di sventura e degli stregoni: da Cito, il mazziere nero tangentista e carcerato, “trombone in fiera e Gran Tamburone del Nulla” (Gadda) , alla sindachessa berlusconiana che amministrava il saccheggio del Municipio. Pensiamo ad una poesia del cittadino onorario di Taranto, Giuseppe Ungaretti: Allegria di naufragi.
     A trovarsi a proprio agio era patròn Riva, che nel 1995 aveva acquistato a prezzi stracciati l’acciaieria ribattezzata ILVA. Ormai per la città ebalica si stava perfezionando l’ultima icona identitaria: la città più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa. “E’ arrivato il dissesto e non abbiamo nulla da metterci”.
     L’ Italsider era nata senza regole, fra licenze in bianco e licenze in precario. Per il nuovo padrone della ferriera valeva una sola regola: nessuna regola. Spremere il profitto ed esternalizzare il veleno sulla città ridotta a contenitore di rifiuti: un cronico mix di cadmio, berillio, arsenico, mercurio, nichel, diossina, benzo(a)pirene e via cantando: “da’ padroni di molta buona limosina e chiodi novi da crucifigger la Città” (Gadda). Chi era disubbidiente finiva nella camera della tortura, la famigerata Palazzina Laf, per la quale Riva veniva condannato per mobbing a due anni e otto mesi: una grande vittoria giudiziaria, ma una non bella figura sindacale per la mancata mobilitazione operaia sul fronte della dignità del lavoro. Il gioco di Riva era quello di “confinare i lavoratori più rispettati per dimostrare che la proprietà era nelle condizioni di liberarsi di chiunque” , come ha scritto uno degli “indesiderabili”, Claudio Virtù.
    I sindacalisti tarantini avevano dimenticato il classico motto degli IWW statunitensi: “ An injury to one is an injury to all”. Un torto fatto a uno di noi è un torto per tutti. I comandamenti della dignità costituiscono l’essenza dell’individuo e del suo lavoro. Dignità è non piegare strumentalmente l’altro ai propri obiettivi. La dignità non è monetizzabile, non ha prezzo, non è negoziabile. E’ self respect, onore verso se stessi.
     La storia ha fatto il suo corso. Riva ha tirato troppo la corda ed è finito agli arresti, con gli impianti sotto sequestro. When the shit hit the fan, dicono gli inglesi: quando gli escrementi finiscono nel ventilatore… Per i tarantini continua l’eterna corsa del criceto, in una sorta di “presente remoto”. La proposta di Riva è sempre stata chiara: “inquino o chiudo”. Il tesoretto è stato messo al riparo in terre lontane mentre a Taranto la polluzione continua. Ai tempi della vecchia Italsider si usava la metafora della grande mammella da cui succhiare un perpetuo benessere, oggi risuona il tormentone: “Non si può costringere i lavoratori a scegliere se morire di fame o di inquinamento” (l’esito più probabile è quello di morire affamati e avvelenati).
     Nel 1967 Egisto Corradi proponeva l’immagine di una gigantesca meteorite piombata nella piana degli ulivi. Oggi risulta più attuale l’astronave di Alien: la metafora della grande mammella da cui suggere prosperità ha ceduto il passo ad un biomeccanico parassita che cresce nel corpo della vittima fino a che gli esplode dal petto. Il cancro si è attaccato alle budella, alle viscere della città, ad un corpo vivente che lo ospiti, che gli faccia da madre. Per il finale potremmo rievocare la scena di un cucciolo di Alien che esce dalla pancia di John Hurt: rutta, sputa e se ne va. Questo sembra essere per Riva il ciclo della family: abbandonare l’equipaggio dissanguato, non pagare dazio e ripartire con un’altra astronave.
     I tarantini rimangono custodi di un Pil transnazionale dai contorni ineffabili e ostaggi di una politica industriale che lo Stato rivendica in proprio, in nome dei potenti finanziamenti erogati in un cinquantennio, pur versando lacrime di coccodrillo sulla vergognosa trascuratezza della salute dei tarantini rimasti al palo: da una parte uno sgangherato piano “salva Ilva” e dall’altra nessun piano “salva Taranto”, bensì fumosi progetti di bonifica di suoli, sottosuoli, falde acquifere, fondali marini, gallerie sotterranee che, sotto le scuole del quartiere Tamburi, portano all’ ILVA le acque di raffreddamento. Allo stato dell’arte “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire” (Marx) partorisce solo volatili chimere che sbattono agli angoli dei Ministeri, come smarriti uccelli notturni. Le abbiamo provate tutte e “ci chiediamo/ se quel posto dove andiamo / non ci inghiotta e non torniamo più” (Paolo Conte).
     Diciamola tutta: un crimine industriale ha fatto esplodere una catastrofe ambientale che storicamente si presenta come una catastrofe cronica, risalente addirittura all’era preitalsiderina. In fondo sappiamo l’avvenire a memoria. “Catastrofe” è parola greca che indica un “rivolgimento”, per conseguenza del quale tutto radicalmente muta solo per fare ritorno ad un punto di partenza, in uno spazio immarcescibilmente immutabile, che consente il perpetuo ripetersi dei mutamenti marcescibili. Il futuro prossimo della città jonica è affidato alla Magistratura e alla Corte costituzionale. Vale sempre l’ammonizione di Brecht: “E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare”. Ma tocca pur sempre alla testa la prima mossa. Per il momento a Taranto è ancora in atto una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare…

lunedì 10 marzo 2014

L'llva, l'ambiente, la sinistra



L'llva, l'ambiente, la sinistra

di Alessandro Leogrande

in Corriere del Mezzogiorno, 08/03/2014, pag. 4

Rispetto alla parabola della primavera pugliese, Taranto è sempre stata un caso a sé. Non solo per la vicenda Ilva e per il disastro ambientale, ma anche per i disastri della politica locale, maturati nell'arco della Seconda repubblica. La sinistra jonica sembrò avere la sua primavera nel 2007, quando Ippazio Stefàno (con Nichi Vendola già alla presidenza della Regione) vinse le elezioni a sindaco successive al crack del comune non solo contro il ritorno di Cito, ma anche contro l'allora candidato del Pd Gianni Florido. Sembra passata un'era geologica. Nel mezzo, oltre all'impasse della giunta comunale, è esploso il ciclone Ilva. Così, il rapporto tra la città lacerata, i movimenti ambientalisti e il governo regionale si è fatto via via più problematico. Da una parte Vendola sostiene di aver sempre agito nell'interesse degli operai e della trasformazione della fabbrica. Dall'altra i settori più accesi della protesta hanno visto in lui (molto più che nelle giunte cittadine tra il 1993 e il 2007 o nei governi nazionali che si sono succeduti) il volto della politica compiacente.
Taranto è una città difficile, in cui il consenso politico è un'alchimia molto complessa da mettere insieme, e soprattutto da mantenere per più di un lustro; in cui a lunghe fasi di apatia si alternano jaquerie improvvise, come quelle del 2012. Pertanto, la notizia della richiesta dei rinvii a giudizio per il caso Ilva sembra prolungare uno strano limbo. Chi crede che la trasformazione della fabbrica sia possibile continua a pensarla così, magari con un po' di pessimismo in più. Chi sostiene che l'unica soluzione sia chiudere lo stabilimento, e che l'unico potere sano sia quello della magistratura inquirente, avrà modo di radicalizzare la sua posizione. Ma cosa pensa del rapporto tra Vendola e la città di Taranto chi in questi anni ha continuato a raccontare la città dell'acciaio?
Per Roberto Nistri, autore di una decina di libri sulla città jonica, l'ultimo dei quali è “La ballata degli affumicati”, “il rapporto tra Vendola e Taranto si è incrinato da tempo”. Da una parte, sostiene, “Vendola ha evitato negli ultimi anni incontri pubblici con la cittadinanza, dall'altra va anche detto che non gli sarebbe stato possibile farne qualcuno senza subire pesanti contestazioni dall'area più accesa del fronte no-fabbrica”.
Taranto è una città in cui molti dibattiti ultimamente si sono svolti in una sorta di “zona rossa”, per evitare che saltassero. Il paradosso è che molti incontri con il leader nazionale di Sel, nella città epicentro del disastro ambientale e di tanti crocevia della sinistra, si siano dovuti svolgere a porte chiuse. “La richiesta di rinvio a giudizio non cambia di molto le cose”, prosegue Nistri, “ma indebolisce ulteriormente la coppia Vendola-Stefàno”.
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Salvatore Romeo, tra gli animatori del blog “Siderlandia”, uno dei pochi luoghi di riflessione giovanile. “Ci sono state molte attese nei confronti di Vendola, e molte sono rimaste disilluse. Forse non era giusto attendersi questo solo dalla Regione, ma è quanto è successo. Già dal rilascio della prima Aia, c'è  chi ha pensato che non era più possibile dialogare con chi aveva firmato quel testo, e quindi anche con Vendola.”
Al di là della vicenda giudiziaria, e di come si pronuncerà il gup, la sinistra “a sinistra del Pd” che ha governato Taranto in questi anni appare in crisi. Intorno alla giunta Stefàno non si è radicata una nuova area politica, mentre il vendolismo è parso un fenomeno distante. Così, quando la protesta è montata, il piatto è stato diviso tra il successo dei grillini e la furia anti-politica di alcuni comitati di protesta. “La sinistra”, dice ancora Romeo, “non è riuscita a creare una saldatura tra l'ambientalismo e l'operaismo... Ma di questo la colpa è di Stefàno e di Vendola, o più in generale della storia politica di questa città?”
Mario Desiati, che ha scritto spesso di Taranto negli ultimi anni, non solo nel romanzo “Il paese delle spose infelici”, allarga ulteriormente lo sguardo. “Ho sempre pensato che fosse molto complicato interpretare la fabbrica e il suo mondo fatto di metalmezzadri, e che ciò fosse ancora più complicato dopo la privatizzazione.” La difficoltà del rapporto con la città nasce da qui. “Ricordo ancora”, dice Desiati, “quando nel 2009, presentammo a Taranto il libro sull'Ilva di Giuliano Foschini, 'Quindici passi'. C'era molta tensione in sala. Lì ho capito che una parte di città, già esasperata, non voleva più avere rapporti con la politica, anche se prometteva un cambiamento.”

martedì 24 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Alessandro Leogrande


La ballata degli affumicati

Taranto /Ilva Nel libro di Nistri le radici del disastro di oggi

di Alessandro Leogrande

tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 17 dicembre 2013, p. 13

L'ultimo libro di Roberto Nistri, “La ballata degli affumicati” (appena pubblicato dalle baresi Edizioni dal Sud) è una carrellata nella storia recente della città di Taranto. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che Taranto è uno di quei posti che producono più storia di quanta ne possano digerire; ed è questo, forse, uno dei motivi che spiega la copiosa produzione libraria, recente e meno recente, intorno al racconto delle sue vicende. Ci sono stati libri riusciti e libri meno riusciti, libri scritti a distanza (spesso eccessiva) e libri che nascono dalle sue viscere. Nistri è uno dei maggiori interpreti dei fatti accaduti in riva allo Jonio nel Novecento: la gran parte dei suoi libri nasce da un corpo a corpo costante, complesso con la sua città. “La ballata degli affumicati” si colloca quindi su una lunga scia: appena un anno fa, ad esempio, era uscito per Scorpione “Tarentinità. Un'identità residua”. Nella “Ballata” si parla molto degli ultimi due anni di vita cittadina, dell'esplosione del caso Ilva e del nodo irrisolto salute-lavoro, del sistema Riva creatosi dentro e fuori la fabbrica. È una cronaca ragionata degli eventi che aiuta a raccogliere quanto, nella velocità del loro susseguirsi, rischia di andare smarrito. Ma la parte più interessante del libro è forse la prima, quella in cui viene ripercorsa la nascita del siderurgico, la costruzione di quella che il sociologo Domenico De Masi ha chiamato la “fabbrica più moderna del mondo più arretrato”. Molti dei mali tarantini si annidano nel cuore del Novecento, e per capire perché la vicenda appare oggi tanto intricata bisogna (anche) puntare gli occhi nel passato: non è vero, lascia intendere, Nistri che le uniche responsabilità del disastro ambientale siano quelle di “colonizzatori” venuti da fuori. Una parte di città non ha solo voluto la fabbrica: ha tratto vantaggi proprio da “quella” fabbrica, costruita in quel modo, ai bordi della città. “A distanza di mezzo secolo”, scrive Nistri, “ancora ci si chiede secondo quale logica volpina sia stato possibile posizionare un monstruum di tal fatta bocca a bocca con lo spazio abitato. Una costruzione all’incontrario: con l’area a freddo, meno inquinante, posizionata lontana dall’abitato, mentre l’area a caldo, la più tossica, veniva installata a ridosso delle case, tutte preesistenti all’insediamento, come il vecchio cimitero.” Intorno alla vendita dei suoli si scatenò una lotta feroce tra due cordate di imprenditori edili che attraversò il potere democristiano dell'epoca e le classi dirigenti della città. Nistri fa tutti i nomi, oggi in parte dimenticati, di quella storia decisiva. Altro dettaglio ben sottolineato nel libro: la percezione dell'inquinamento non è un fatto recente. Già nell'aprile del 1971 si tenne un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”, in cui l’assessore regionale Giovanni Di Lonardo proclamava: “Non accettiamo questa industrializzazione in maniera indiscriminata, senza salvaguardare la vita e la salute dei nostri concittadini”, mentre venivano presentate relazioni sulle emissioni notturne e sullo stato, già allora compromesso, del Mar Piccolo. Sempre nel 1971, Antonio Cederna scriveva un articolo, “Taranto strangolata dal Boom”, in cui stigmatizzava la cementificazione selvaggia e definiva quello tarantino “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Era possibile costruire un siderurgico diverso, e soprattutto una città diversa, intorno a quel medesimo siderurgico. Ma le cose sono andate diversamente, anche perché Taranto è stata spesso laboratorio della peggior politica del Meridione. Nell’aprile del ’77 veniva diffuso sul settimanale “Dialogo” un allarmante dossier sulla nocività, curato dal dottor Luigi Colapietro dell’Ospedale SS. Annunziata. Nel 1978 Marcello Cometti pubblicava un'inchiesta sull’inquinamento su “Produttività jonica”, mentre su “Rinascita” usciva un reportage di Paolo Forcellini, il quale, recatosi al rione Tamburi, annotava: “Il fetore del gas si sente già a distanza anche in una automobile con i finestrini chiusi”. A esplodere trent'anni dopo è un viluppo sociale-economico incancrenitosi decennio dopo decennio. Nel passaggio dal pubblico al privato, poi, molti fattori del quadro complessivo si sono ulteriormente aggravati, e per certi versi la fabbrica è divenuto un luogo ancora più impenetrabile. Oggi che può aprirsi una nuova fase, qualsiasi cosa voglia farsi di Taranto e della sua fabbrica, bisognerà ricordare la storia che ha generato una delle più gravi crisi ambientali che l'Italia ricordi. Quella storia è specchio dell'Italia e del suo funzionamento, e di come molte analisi lucidamente espresse nei decenni passati siano rimaste inascoltate.

domenica 30 giugno 2013

Una sudditanza condivisa

Articolo tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 2013

di Michele Pennetti

TARANTO - Una sudditanza condivisa per decenni, un invischiamento deliberato, una rivoluzione passiva che si è tradotta fuori tempo massimo in una sintesi di cittadinanza attiva. Se il presente e il futuro di Taranto restano legati al suo passato, all'Ilva o ex Italsider che dir si voglia, è per l'incapacità di emendarsi dal peccato originale dell'etero-direzione e per le troppe battute perse    anche quando c'erano carta (i soldi) e penna (gli strumenti normativi) per schizzare un progetto differente dalla company town. Dicendola con Roberto Nistri, professore di storia e filosofia in pensione, studioso forsennato dei processi d'industrializzazione in terra jonica, scrittore prolifico che nel libro "Tarentinità un'identità residuale" del 2011 aveva previsto lo sbaraccamento dei Riva e il facsimile dell'esproprio, "domani, nonostante l'azione della magistratura e il commissariamento del governo, non si riesce a immaginare Taranto senza un'Ilva, nè a individuare una proposta di risarcimento, una corsia d'uscita dal tunnel della monocultura dell'acciaio. In egual modo, senza l'adattamento di Taranto al potente di turno e la bassezza della sua borghesia, senza una classe politica che negli ultimi 40 anni è salita alla ribalta nazionale solo grazie a Giancarlo Cito, senza il piegamento al padrone pubblico o privato, non ci sarebbe stata questa Ilva inquinante e giganteggiante. Il Riva premiato in Germania è il medesimo di Taranto. La differenza è che in Germania le regole le fanno rispettare, a Taranto l'unica regola era che non esistevano regole. Fossero esistite, non si sarebbe sprecato un patrimonio di credibilità riassunto da un film del 1967, "Promesse di marinaio", che raccontava la vicenda di ragazza milanese scesa a Taranto per cercare lavoro".
Ma il difetto di fabbricazione viene da lontano se già nel 1913, un secolo fa, Luigi Ferrajolo su "La voce del popolo" invocava la calata degli imprenditori del Nord per dare impulso al turismo e divincolarsi dalla morsa naval-militare sopravvenuta a fine '800 con l'innesto dell'Arsenale. "Un passaggio - ricorda Nistri - che portò la città fuori da una rocca, dall'isola in cui era rimasta inscatolata per 1300 anni, determinando la nascita dell'attuale borgo. Una trasmutazione piovuta dall'alto così come le successive commesse belliche, fonte di ricchezza, espansione e persino accettazione di condizioni lavorative al limite. La Spangler tratteneva agli operai il 25% dei salari. Ma il contesto assistenziale e distributivo, intrecciato all'opera di contenimento del municipio, garantiva la pace sociale". La stessa che nel secondo dopoguerra Taranto sembrò smarrire.
Tra il 1948 e il 1960 - anno della posa della prima pietra all'Italsider - si susseguirono cortei, manifestazioni di piazza, proteste collettive. La gente rivendicava una città diversa, che uscisse dalla nuova rocca: quella innalzata dalla Marina. "Il problema è che quando è stata costruita la terza - continua il prof - la comunità ad ogni livello si è accucciata là dentro, nel suo habitat naturale. Chi è abituato a forgiare tondini, mediamente può essere un eccellente esecutore però non un creativo, un inventore, un produttore di idee e soluzioni". Piuttosto, un collezionista di occasioni sciupate. Triennio 1959-1961: il consorzio Asi ottiene in affidamento il piano urbanistico connesso all'area industriale e lo delega, per inabilità di competenze, all'Italsider. Anno 1972: Muschio Schiavone, presidente della Provincia, inizia a combattere la presenza di elevati tassi di inquinamento e impianta le prime centraline di rilevamento, rimosse dal suo successore Tarantino. Anno 1989: una legge "di sostegno e deindustrializzazione", a margine di uno studio di Gregotti Associati e con un meccanismo di dismissione compensato da 3119 nuovi posti di lavoro, viene stracciata da un saccheggio di risorse che ha la sua sublimazione nel caso della Sural. E poi lo schiacciamento perpetuo sull'acciaieria. "Favorito - spiega Nistri - da un approccio discorde. Con l'Italsider non si registrarono grandi eventi corruttivi. Si agì di pastetta, come nell'affidamento della formazione alla Fim-Cisl controllata da monsignor Motolese. Si largheggiò con gli straordinari. E si fece leva sul circolo Ilva per creare un feeling con la città inondandola di tessere gratis e biglietti omaggio. Con l'Ilva tutto questo è diventato subcultura, degradando dal familismo al paternalismo autoritario, dai concerti sull'erba ai tornei aziendali di calcetto, dal distacco oggettivo con la vita della città alle relazioni untuose con l'arcivescovado". Per non parlare dei buoni da 100 euro da spendere presso Auchan, incassati dagli operai nei reparti dove si verificano ufficialmente meno incidenti e, sostengono le malelingue, si nascondono per convenienza non pochi sinistri. "E in mezzo tra le due epoche c'è stata la regressione etica dell'indotto, con "Il Messicano" Antonio Modeo che riciclò il denaro sporco della criminalità organizzata". Una storia di fronte alla quale, nel bene e nel male, a dispetto di inchieste e commissariamenti, la città appaltata non è ancora in grado di calcolare una via di fuga.

Michele Pennetti

sabato 12 gennaio 2013

Taranto e il sistema Ilva. intervista a Roberto Nistri

ACCIAIERIA

Taranto e il sistema Ilva

Lo storico Nistri spiega come la città è stata ridotta a un orinale.

di Antonietta Demurtas

Articolo tratto da: Lettera43

martedì 13 novembre 2012

I misteriosi abitanti del pianeta Ilva


I misteriosi abitanti del pianeta Ilva
di Roberto Nistri


© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa in "Galaesus", XXXIV, 2011.
I misteriosi abitanti del pianeta Ilva

Nell’ormai affollato panorama della nuova letteratura di terra jonica, spicca un volumetto di un centinaio di pagine che ha già suscitato, meritoriamente, diverse occasioni di pubblica discussione. Si tratta non di un romanzo o saggio storico-sociologico, bensì una sorta di esplorazione di un mondo ai più sconosciuto: la Ferropolis abitata dalla razza dell’homo metallicus, quell’Ilva una e molteplice all’interno della quale i “siderurgici” si giocano il loro soldo di vita. Per la prima volta dopo anni o decenni, si torna a parlare della condizione operaia, del lavoro in fabbrica. Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto (Lecce 2011) è il titolo azzeccato di questa sorta di reportage proposto dal giornalista Fulvio Colucci e dall’operaio scrittore Giuse Alemanno. Problematico e drammatico è questo paradigma della “invisibilità” in una città , la più industrializzata del Mezzogiorno, che in oltre un secolo di industrializzazione navalmilitare e statalsiderurgica ha ostentato la vistosa presenza di una classe operaia riconosciuta come nerbo insostituibile delle condizioni materiali di vita del territorio. La ben nota foto dell’uscita degli operai dall’Arsenale è una straordinaria icona del lavoro che rinvia direttamente a L’uscita dalle fabbriche, il protofilm dei fratelli Auguste e Louis Lumière, e suggerisce la diffusione nel sociale di una cultura del lavoro come “bene comune” da tutelare come l’acqua, l’aria e il paesaggio.

Nella pubblicistica ricorrente il tema della invisibilità riguarda in genere la polverizzazione di quel “bene comune”, smantellato dalle strategie della parcellizzazione e della precarizzazione, volte a delineare il tempo non libero ma vuoto del non-lavoro. Imprese a rete e telelavoro hanno sradicato il conflitto sociale, con la sottrazione di un luogo pubblico di lavoro. Fra deregolamentazione e volatilità d’impresa, le aziende fanno il massimo per dissolvere i grandi centri produttivi in una pluralità non di agenti ma di “agiti” che non si conoscono tra loro, siedono in provincia a un computer e lavorano a progetto senza garanzie di continuità. La crisi li costringe a farsi la guerra per conquistare brandelli di lavoro nero. Il diritto al lavoro si è trasformato in “colpo di fortuna”. I “post operai” salgono sui tetti e imitano i reality per infilare la loro paura nel circuito dei media. Come chiedere di riconoscersi come classe, con problemi comuni, a chi, se pure ancora lavora, lo fa sempre meno insieme agli altri, per periodi sempre più brevi e vede il lavoro non più onorato ma sopportato come un incidente dalla vita ormai brevissima? Da classe generale gli operai sono diventati semplici comparse del racconto sociale. Per bucare il video i lavoratori sardi hanno trasformato l’Asinara nell’Isola dei cassintegrati,ma anche una storia collettiva appare sempre come un caso isolato. In una girandola di trucchi mediatici e di malevoli effetti speciali, fra colpevolizzazione del sindacato e umiliazione del lavoro manuale, siamo invitati a riconoscere la scomparsa non solo della classe operaia ma addirittura del lavoro (1).

Eppure a Taranto resta e prospera un fabbricone né liquido né volatile, l’ultimo monumento al gigantismo industriale, un’impresa semifordista ben radicata e avvinghiata al territorio, e non puoi non accorgertene. La città e l’Ilva sono un tutt’uno (2). E ancora oggi, come quando scriveva Dino Buzzati, l’acciaio liquido nell’altoforno è “un drago ruggente che ribolle esplode soffia urla” (3). C’era una volta la fabbrica e c’è ancora, a ricoprire gli umani con la sua polvere di stelle, anzi di ferro. Tutto è come prima, niente è come prima. Dismesso il mito delle ciminiere progressive, delle cosiddette industrie di base ridotte a macerie ancora da bonificare, rimane una folla solitaria (4), un ambito posto di lavoro, la cella d’isolamento detta Laf e il primo e unico comandamento: mange e citt’, mangia e taci. Questo in una fabbrica di storie che nessuno racconta.

Colucci e Alemanno ci parlano di “una nuova fabbrica con un nuovo nome e nuove regole, ma soprattutto una nuova generazione. Una generazione che sogna la grossa vincita al Gratta e Vinci o al massimo la divisa da carabiniere. Per i nuovi operai dell’Ilva, divisi in normalisti e turnisti, il sindacato è lontano; al suo posto ci sono i tornei di calcetto aziendali che favoriscono la comunicazione, ma non troppo. Rimangono la paura di non tornare più a casa e i santi a cui affidarsi, una volta custoditi nei portafogli e ora immagini sui cellulari”. Tutto quello che oltrepassa i tornelli è “una città lontana e assente, dai contorni sfumati come fosse di sabbia, la stessa sabbia che si indurisce nel naso e lo fa sanguinare”. E dunque, perché Invisibili questi tredicimila lavoratori normali e rispettabili? Perché non fanno massa critica. Perché quando tornano in famiglia o al BarSport a nessuno viene voglia di parlare o di sentir parlare della fabbrica: l’Ilva deve rimanere al di là della porta di casa. Perché hanno perso il glamour degli anni Settanta, dell’epoca di Mimì metallurgico (5).

Il fatto è che ai mass-media gli operai non interessano: non fanno scena, sono figuranti noiosi che, intervistati, grugniscono o si lamentano (soprattutto gli ultimi degli ultimi, quelli dell’appalto, per non parlare degli extracomunitari mandati allo sbaraglio per smantellare l’amianto). Non fanno neanche una manifestazione dura come quelle di una volta, con caschi scontri e tutto. Chi vuole sobbarcarsi una rognosa inchiesta in fabbrica, quando la TV propina “denaro facile e puttanizio”? A che pro cercare di capire “un giorno come tanti, stretto fra la routine del normalista - ingresso in fabbrica poco prima delle sette, uscita alle sedici - e l’ottovolante dei turnisti che corre, vorticoso, lungo un arco diviso in tre spicchi di otto ore con la notte in mezzo e la paura boia di non tornare a casa?”.

Una sola carta rimane da giocare: l’evento forte, quello che fa sentire il sapore del sangue. Come ha detto Ilvo Diamanti, ci accorgiamo che gli operai ci sono solo quando muoiono sul lavoro (non c’è notizia nel morire in ospedale dopo lunga e penosa malattia). Il grande botto si registra con una telefonata come quella alla ThyssenKrupp, la “fabbrica dei tedeschi”, nella notte fra il 5 e il 6 dicembre del 2007: “Ci sono alcuni colleghi che bruciano, camminano e mi chiedono aiuto”. Ci troviamo nella lunga serie delle “fabbriche infernali”, The Mangler, prodotte dal cinema horror americano (almeno Riva non ci propina uno spot come quello della Thyssen in cui bambini sorridenti si tengono la mano). Chiedono gli autori: “come si fa a spiegare a un bambino che non rivedrà più suo padre solo perché è andato a lavorare”? L’incidente è sempre in agguato: il tubo che ti trancia in due, il martello che dal carroponte viene giù come un proiettile . Rimane l’urlo del silenzio, di fronte al compagno che giace all’obitorio. (6)

Lo scrittore mandurriano Alemanno conduce una guerra illustre contro l’oblio raccontando la sua storia operaia, da fonditore e tornitore a Brescia a siderurgico nella Megamacchina tarantina: “Da fuori è un drago dalle cento gole di fuoco, un vulcano dai cento crateri ruttanti fumi maligni, un deserto dalle cento dune di polvere nera che ovunque si infila. Da dentro l’Ilva è una fabbrica fatta soprattutto di lavoratori”. Ma anche “il Giuse” ha bisogno di un interlocutore, magari un “doppio” fantasmatico: si costruisce un compagnuccio invisibile, “un operaio male in arnese, cifotico, con spessi occhiali da vista tondi”. Si chiama Antonio e viene dalla Sardegna: è uno che pensa e che ha studiato, con lui si può dialogare a lungo, in attesa che finisca la bonaccia (7).

Un buon segnale di giustizia viene dalla sentenza della Corte d’Assise di Torino del 15 aprile 2011, che ha condannato per omicidio volontario l’amministratore delegato della Thyssen. Una sentenza storica che stabilisce con chiarezza che prima viene la vita di chi lavora e poi il profitto: viene individuata una responsabilità precisa, la volontà di risparmiare sulla sicurezza ammettendo il rischio di sacrificare delle vite (8).

… e in aggiunta: Una storia operaia.
 L’operaio Angelo Franco dal ’72 è stato un “siderurgico provetto” negli anni d’oro dell’Italsider, quando la fabbrica era “la speranza e l’orgoglio di tutta la città”. La grande impresa celebrava i suoi trionfi con un “raddoppio” che portava i suoi dipendenti a 25.000, compreso l’indotto: una delle grandi capitali europee dell’acciaio. La dignità del metalmeccanico s’identificava con il “riconoscimento del lavoro ben fatto”, ma anche con l’intransigente tutela delle condizioni di lavoro. Angelo Franco e Salvatore Musetti ricordano una fabbrica abbastanza sicura, con il puntuale intervento dei delegati di reparto che garantivano la manutenzione preventiva: “con un filamento staccato si fermava il carroponte, senza la messa in sicurezza si staccava l’impianto e al primo graffio si faceva sciopero”. Quando giunse la stagione di Riva, furono immessi in fabbrica migliaia di giovani precari, inibiti nella contestazione e nella sindacalizzazione, del tutto impreparati a fronteggiare situazioni di emergenza. Franco cercò di addestrare al meglio il figlio Paolo, assunto nel ’99, ventisette anni dopo l’ingresso del padre, fornendogli anche una mappa completa del reparto. Il 12 giugno 2003 cedette il braccio di una gru causando dodici feriti e due morti, di 24 e 27 anni. Paolo Franco, meccanico ingrassatore, era considerato un “anziano” dopo appena quattro anni di lavoro: morì colpito da due funi spezzate per l’eccessivo contrappeso della gru. Nessuno informò prontamente il padre, che dovette tribolare assai per venire a conoscenza della morte del figlio. Nessun funzionario dell’azienda, ricorda con amarezza Franco, “si premurò di far visita ai parenti, un comportamento impensabile nella vecchia Italsider. Si fecero vedere solo prima del processo, con proposte indecorose”. Al processo tenutosi il 17 ottobre 2008, funzionari e dirigenti subirono una condanna di 1° grado. Nessuna condanna per Riva (da Taranto sotto le ciminiere. Servizio di Ornella Bellucci trasmesso dalla web Radio Cgil dal 12 gennaio al 2 marzo 2009; www Radio Articolo 1.
Com).