giovedì 28 marzo 2013

Eroici furori, fra trulli e ciminiere


Eroici furori, fra trulli e ciminiere
di Roberto Nistri

Un gran bel romanzo d’inizio millennio, questo Paese delle spose infelici di Mario Desiati: una storia di amori matti e disperati, una rabbia giovane che in motorino insegue una chimera, una corsa del criceto che non porta da nessuna parte, un andirvieni fra Taranto e Martina lungo i tornanti di Lorimini, un dolente on the road fra Infondoalmondo e Inculoallaluna, come direbbe Ascanio Celestini. Giovane e agguerrito caporedattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, Desiati travolge tutti gli stereotipi della “ridente” Martina, della Taranto dei due mari “ molle e imbelle” (dolce e pacifica, secondo Orazio), della Puglia ebbra dei pizzicomani e dei tarantellofili. Il suo romanzo è profondamente sudista e “sudicio” (un tempo, dalle nostre parti, si vantava l’antinomia fra Nordici e Sudici) e al contempo capace di catturare l’universale lettore grazie ad un parlato costruito come una successione di echi che incalza come un passaggio di sequenze filmiche, capace di far vedere per iscritto l’effetto di una smorfia di Stanlio o di De Niro.
 La capacità di fabbricare “visione” si coglie già nel folgorante incipit: nel “magico” torrente sottile che si attorciglia al Siderurgico, un’altera donna vestita da sposa s’immerge nell’acqua rosata di bauxite, la sua gonna si apre come un ventaglio, le ardenti spalle nude fanno arrossare le secche facce di altoforno di una dozzina di operai miseramente pasteggianti, la Fata Morgana attira verso di sé “lo sciame disperato di muscoli bruniti, petti ispidi, braccia ingiallite, occhi stregati”. Si avvia così la favola nera di Annalisa, la Regina delle martinesi Spose Infelici, la Madonna dei randagi, la masciara che corre nella notte, quella che “ se la fa con i cavalli”, che ha il respiro affannoso di un animale ferito, come “il guaito dei cani investiti sulla provinciale”.
Annalisa sarà il primo e ultimo amore di Veleno, un giovaneholden murgese che narrerà, con vulcanica e limacciosa struttura linguistica, di una fetente e verminosa provincia, ingorda di piaceri vietati e di riti persecutori, ai limiti del maleficio morboso e della negromantica jettatura . Come Jackfruscianteuscitodalgruppo (ma molto più loser , “inadeguato” e scorticato) sul suo cavallo d’acciaio Veleno corre dietro il fantasma del desiderio, l’amore fou, la possessione erotica che nutre la sempre aperta “ferita nel cervello”. Ma, nella caccia eroica di un senso in infinita fuga, un altro cavaliere sembra precederlo sempre di un passo: il grande amico Zazà, legrandmeaulnes che sovrasta la nigra brigata di Pezza Mammarella  (il non-campetto della non-squadra Esperia) e tuttavia viene rifiutato come professionista perché “è senza cattiveria”. Veleno e Zazà, triangolando con Annalisa, sono meglio dei truffautiani Jules e Jim: malinconici cercatori d’oro, odorano di camini e di limoni in terrazza, ma si portano appiccicati i miasmi dell’Ilva, il Grande Ragno mangiauomini. Il romanzo di formazione nasce da un “caleidoscopio biancheggiante di trulli e di lamie… nei caffè del Ringo tra una pasta alla crema e una granita alla mandorla” e tocca la massima coniunctio quando il terzetto, approdato sulla costa di uno dei colli delle Pianelle, viene accolto da uno spettacolo sontuoso come l’orrore dantesco: “il fungo metallico del Siderurgico, piovra capovolta, fumante come un caldano, sorgeva e si rannuvolava di vapori come acqua su un incendio crepitante”. La gola di Annalisa è “attraversata da due comete di Negroamaro” e viene in mente la bottiglia-feticcio di Fandango e la dolcezza del ballo finale.
Il potere simbolico di evocare altre suggestioni filmiche o di lettura è una prerogativa di quella Macchina della Memoria che è il buon romanzo. Annalisa che avanza sull’orlo del muretto, sempre in sospensione fra il pieno e il vuoto, ricorda la fanciullina di Pollack che cammina sui binari nella
Grande Depressione, raccontando la corruzione dell’innocenza e il destino di morte. Questi fragili ed estremi cacciatori di vita meriterebbero anche il titolo The Misfits (Gli spostati) dell’unico film di Huston con un personaggio femminile come motore del racconto. Per questi tras-andati guerrieri, con la loro comica corte di tangheri e debosciati (Mazzacane, Charleston, Capodiferro, Natuccio il Tossico, allevati dal mister Cenzoum) calza proprio bene il termine greco àtopoi, i fuori-posto, feriti dentro e fuori, in preda alla demartiniana “crisi della presenza”, capaci solo di correre verso la bagarre, quando si va in vacca nella mischia dell’impazzimento generale. L’autore sembra aver costruito un linguaggio su misura per loro, per questi mostri promettenti, adolescenti peticellosi che si raccontano fiabe scurrili in non-luoghi sordidi e goffi, dalla zona popolare 167 a Lido Zanzara, dal distributore di benzina all’innesto della Circumarpiccolo a Paolo VI, dove in una notte “l’eroina sterminò i metallari pugliesi”, mentre il diavolo danzava in calzamaglia.
Giocando con le trappole della memoria e della ritualità, la regìa di Desiati arma sapientemente questa sacra rappresentazione con aspre intricazioni di linguaggi che, nella musica sincopata dei discorsi, incorporano con naturalezza anche il vernacolo, con il gusto della parola rotonda, accentata, della desinenza insolita e delle illuminanti storpiature. E così attraversiamo a passo di corsa l’album dei fallimenti, i matrimoni che sanno di lutto nella loro resa ad una abbrutita sopravvivenza, il vicolo dei suicidi e il Ringo dei vivi che si sentono già morti . Una nigredo   che la scrittura trasmuta alchemicamente in poesia, anche i padri e i mariti smangiucchiati dalla fabbrica, anche il destino segnato di Annalisa, sempre avvinta da un cerchio stringente di maschi carnivori, di lemuri usciti da un’incisione di Goya o da una caricatura di Daumier. La Sposa Infelice sarà fuori posto anche nella tomba, salma assente per una Spoon River di sole pietre. “Vi mostrerò il viaggio e di tutto vi darò i segni”, aveva detto Circe a Ulisse.

Il 18 ottobre Mario Desiati ha presentato a Taranto il suo ultimo romanzo, “Il paese delle spose infelici”. L’incontro, organizzato dal Presidio del libro di Taranto, costituito dall’associazione Il Granaio e dalla libreria Dickens, è stato introdotto dalla professoressa Vittoria Tommassetti.



Up patriots to arms....


UP PATRIOTS TO ARMS…
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

1. Viva l’Italia!

       Poteva andar peggio. Il centocinquantenario dell’unità nazionale sembrava dovesse malinconicamente spegnersi sotto i malefici influssi di una stella “ pseudopadana”. I morti ancora una volta hanno indicato la buona strada e l’Inno a Garibaldi ha risuonato gioiosamente lungo tutta la penisola, fino ad accendere la felicità civile di migliaia e migliaia di giovani nel concertone del Primo Maggio, a piazza San Giovanni. Dall’apertura dell’Inno di Mameli  con la chitarra di Eugenio Finardi alla composizione di Ennio Morricone, la meglio gioventù ha ballato ascoltando il battito cardiaco della sempre viva Repubblica Romana. E’ andata bene: la grande cultura della canzone popolare ha fugato le nubi del maligno sabotaggio, del velenoso spirito di scissione, dei negazionismi rancorosi e delle piccinerie localistiche.
      Onore a tutte le scuole grandi e piccole del Paese, sempre più vilipese e martoriate, che generosamente si sono prodigate confermando di essere la vera spina dorsale della nostra civiltà. Rievocazioni, articoli di giornale, qualche libro ci hanno aiutato a capire come siamo venuti al mondo. Talvolta con amarezza , ma un po’ di realismo fa sempre bene. Se ci siamo lasciati alle spalle le “aleate orditure agiografiche” , il pensiero unico e la stucchevole retorica dei tromboni di Stato, tanto di guadagnato. Come disse una volta Cesare Garboli: abbiamo avuto troppe storie diverse in questa penisola per poterle tutte riassumere  in una. Le rievocazioni sono servite a farci capire che i movimenti tendenti all’indipendenza furono più di uno, in contrasto l’uno con l’altro. L’unificazione ebbe un alto tasso di improvvisazione e di casualità: i suoi stessi artefici ne furono sorpresi, spesso furono guidati dagli eventi piuttosto che dominarli. Rimane la storia irriducibilmente plurale di un popolo che, ogni volta che si è trovato a toccare il fondo, nel Risorgimento come nella Resistenza, ha trovato la forza per rinascere.
      Naturalmente l’uso pubblico della storia o, detto più chiaramente, la disinvoltura con cui la politica maneggia la storiografia secondo opportunità o finalità di parte, produce inevitabilmente qualche patacca ideologica , come il sistematico oscuramento di alcuni valori fondativi della battaglia risorgimentale, come la laicità e l’anticlericalismo, e questo per non dare dispiacere ai “chercuti”, come li chiamava Garibaldi (la cui immagine è da  sempre la più taroccata e falsificata) (1). Possiamo consolarci con la “buona novella” di una fertile esplorazione locale, territorio per territorio, capace di recuperare le tracce di antiche passioni e generosi sacrifici, senza ciondolare nella sterile mitologia della Identità. Proprio la città di Taranto doveva essere particolarmente interessata a questo raffronto fra storia locale e storia nazionale, considerando una congiuntura davvero singolare: i 150 anni dell’Italia unita sono i 150 anni della moderna Taranto, la “terza Taranto” che andava a costituirsi “al di là del fosso”. Ci sembra che non da molti sia stata avvertita la grande opportunità di riflessione critica offerta da tale coincidenza e comunque le celebrazioni sono state di gran lunga superiori rispetto a quelle registrate in occasione del centenario (2).

2. Taranto e la “rivoluzione”

      In occasione delle celebrazioni del 1960 Antonio Rizzo ebbe a censurare l’assenteismo delle civiche amministrazioni di Puglia dalle celebrazioni del centenario dell’ingresso della regione nell’Unità d’Italia: “Se ci è stato risparmiato qualche sproloquio sulle fucilate del Caffè Moro, con condimento di epigrafi e risciacquatura di istorie locali, poco male, anzi meglio. Ma come si spiega il silenzio dei partiti popolari, che dall’occasione avrebbero potuto trarre incitamento a meglio studiare le condizioni delle nostre province sotto il Borbone, anche per rendersi conto degli applausi di quei poveri diavoli massafresi ai quali bastava aver visto il Borbone per essere felici?” (3).
       Nel mese di luglio venivano rinvenute scritte antigovernative a Castellaneta, Ginosa e Laterza, mentre a Palagiano venivano arrestati 19 cittadini per minaccia a pubblici funzionari. A Taranto furono arrestati venticinque individui per aver provocato una sedizione popolare (4). Le fucilate del Caffè Moro riguardano il più eclatante episodio della “rivoluzione tarantina”: la sera del 17 luglio 1860 il Sotto-Intendente De Monaco ordinò il fuoco contro alcuni “signori” seduti ai tavolini, ferendo tale Stefano Berardi. Lo stolto De Monaco, sequestrato da animosi cittadini, si diede alla fuga e venne sostituito da Salvatore  Stampacchia, patriota e letterato più volte processato sotto il Borbone. La “rivoluzione” proseguiva il suo corso. In agosto venivano rinvenuti cartelli antiborbonici, a Martina furono esposte alcune bandiere tricolori.
       L’8 settembre 1860, il giorno dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, la Giunta Municipale di Taranto, “assembratosi… nella casa del Signor Sotto-Intendente” accoglieva la proposta del sindaco Pietro Acclavio di “provvedere alla cosa pubblica in modo conforme alle mutate condizioni politiche de’ tempi”. (5)  Il 9 settembre veniva ufficialmente proclamata l’adesione di Taranto al governo provvisorio: il solito conformarsi ad uno stato di fatto irrevocabile. Lo spirto guerrier trovò modo di sfogarsi, come al solito, abbattendo i segni del passato e infuriando particolarmente contro la Fontana della omonima piazza. Alla proclamazione dei risultati del plebiscito, festa grande con luminarie, banda e fuochi (6).
      Da allora  la pubblicistica locale ha continuato a rimaneggiare un’aneddotica di origine largamente “criscuoliana”, dai contorni assai vaghi e aliena da ogni disciplina storiografica.  Una summa quasi conclusiva di questa tradizione è offerta da uno degli ultimi scritti di Giovanni Acquaviva in cui la tarantina “rivoluzione” viene narrata come una sorta di assemblea permanente in Vico Nasuti al n.11, con un lume a petrolio e un lettino per la bisogna; faceva da sentinella tale Cilluzzo, il salumiere Mimino Buontempo forniva i panini e, in caso di bisogno, il barbiere Ernesto praticava i salassi. Come si dice, c’erano proprio tutti: Vincenzo Carbonelli, Vincenzo Pupino, Giuseppe Fanelli, Pietro Acclavio, Cataldo Nitti, Demetrio Sassi, Luigi Ayr, Carlo Sorrenti, Nicola Galeota, Orazio Carducci, Giuseppe De Cesare, il frate Aurelio Perrone, Gaetano Piccione, Egidio Pignatelli e anche Nicola Mignogna che si era allontanato da Taranto in giovane età per non farvi più ritorno (7).
      Sulla situazione di Taranto durante la battaglia unitaria e sui maggiori protagonisti politici non si può dire che siano mancate volenterose ricostruzioni, ormai troppo datate - in particolare quelle di autori locali - anche per l’abuso di retorica e il carattere fantasioso di certe testimonianze (8). Una ripresa di qualità sulla storiografia della Taranto risorgimentale si è registrata solo con le robuste pubblicazioni di Lucia D’Ippolito: Cataldo Nitti e il suo tempo (2002) e Le carte di Cataldo Nitti (2005).

3. Mignogna, il più matto di tutti (F. De Sanctis)

      Il piccolo dio che sovrintende al tempo perduto ha permesso che venisse alla luce proprio a ridosso del fatidico 17 marzo (grazie anche al sostegno del Comune di Taranto) il volume di Valerio Lisi: L’Unità e il Meridione. Nicola Mignogna (1808-1870). Chi ha avuto modo, come lo scrivente, di seguire l’epica impresa di questo biografo appassionato che ha esplorato per anni gli  Archivi di Napoli, Torino, Genova, Parigi, Vienna, inseguendo le tracce del Patriota anche nei Musei del Risorgimento di Roma e di Napoli, ha talvolta temuto che il furor lisiano facesse naufragare l’impresa nell’insana caccia all’ultimo documento perduto. In un momento difficile, forse anche preoccupato per le difficoltà editoriali, Lisi aveva deciso di affidare il suo dattiloscritto (ne conserviamo ancora quattro o cinque diverse bozze) all’amorevole custodia della Biblioteca “Acclavio”. Ma l’ora più buia è quella che precede l’alba: il libro è uscito con una edizione curatissima, un piccolo monumento al valoroso “sovversivo”, sicuramente “più duraturo di quello che la città di Taranto, il ‘natio loco’, non volle o non potè dedicargli per ricordarlo alle nuove generazioni. Una sorta di risarcimento a fronte di quella pubblica commemorazione che arrivò con 19 anni di ritardo nel 1889 e dei due mancati appuntamenti in coincidenza con il centenario della morte (1970) e il bicentenario della nascita (2008)”, come si legge nella prefazione di Alessandro Laporta.
      Il testo di Lisi è sconsigliabile al lettore frettoloso, amante dei “fattarielli”, degli scoop sensazionalistici e della fantastoria. L’autore produce storiografia scientifica, consapevole che senza la filologia la historia si riduce a chiacchiera. Non si limita certo a mettere in fila i documenti, vizio tipico degli storici locali: produce giudizio storico, spiegazione degli eventi, comprensione di quel travagliato percorso che trasformò un tarentino in italiano. Lisi ha seguito passo passo la vicenda umana di Nicola Mignogna, seminarista di Taranto e compagno di classe di Cataldo Nitti, in rotta con il padre reazionario,  negli anni Trenta aderente al mazzinianesimo , partecipante a  Napoli ai moti del ’48, arrestato assieme all’intimo amico Luigi Settembrini (9). Mignogna diventò un eroe popolare grazie al grande processo del 1855-56 che ebbe eco profonda in tutta Europa: in un folto stuolo di inquisiti fu protagonista principale assieme alla rivoluzionaria gallipolina Antonietta De Pace (ambedue vennero sottoposti a pesanti torture che furono pubblicamente denunciate) (10). Il tarantino Mignogna e il martinese  Fanelli ebbero entrambi a che fare con la spedizione di Sapri e poi con l’impresa dei Mille: Mignogna venne incaricato da Bertani di raggiungere Garibaldi a Caprera per spingerlo all’azione. Il tarantino partecipò alla spedizione con il compito di decifratore della corrispondenza e tesoriere. La sua amministrazione fu oculatissima, anche quando si trovò a esercitare il ruolo  di pro-dittatore della Lucania. Emanò efficaci decreti per l’ordine pubblico, pur dovendosi misurare con il già vistoso fenomeno del brigantaggio - in particolare la vischiosa vicenda di Carmine Crocco - e in seguito nello scabroso rapporto con la camorra napoletana, che  si trovò a gestire occupando il dicastero di Polizia.
      Rimanendo a vivere a Napoli (poi a Giugliano) Mignogna continuò a cospirare con l’obiettivo di Roma capitale, venne eletto consigliere comunale e costituì la loggia “Figli dell’Etna” affiliata al “Grande Oriente”. Partecipò alla garibaldina impresa di Aspromonte e scese in campo per l’ultima volta approntando un nascondiglio di armi per la sfortunata battaglia di Mentana del 1867. Valerio Lisi ha accompagnato “l’antico ed imperturbabile cospiratore”, come ebbe a definirlo Mazzini, fino alla sua povera tomba napoletana. Ma ha anche rappresentato una grande storia corale che ci ricorda, come scrisse Antonio Rizzo durante le celebrazioni del 1960, che “l’unità, comunque raggiunta, fu per il Mezzogiorno il fatto positivo di maggior peso dopo lo sfasciamento dell’Impero Romano”.











NOTE

1)    Si veda il libro di Marco Pizzo Lo stivale di Garibaldi e la scheda di Daniele Castellani Perelli in “Venerdì di Repubblica” del 18 marzo 2011. Non consideriamo scandaloso il pamphlet antirisorgimentale del cardinale Giacomo Biffi, dall’anodino titolo L’Unità d’Italia. Centocinquantanni: è una schietta rivendicazione del portabandiera del neoguelfismo e dei resistenti del non expedit, nel contempo sempre ben disposti a patteggiare con il diavolo, altrimenti detto “uomo della provvidenza”. Segue la libera discussione. Quello che non è sopportabile è l’appalto romano del 17 marzo al segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone,  che già in occasione del XX Settembre aveva confiscato la Breccia di Porta Pia, impedendo  a qualunque associazione solo vagamente laica l’accesso al monumento, presidiato dall’antidivorzista e omofobo Movimento Politico Cattolico Militia Christi. Le associazioni laiche hanno protestato durante la sessione plenaria su “Libertà di pensiero, coscienza, religione e credenza” tenutasi il 1 ottobre 2010 a Varsavia presso l’OSCE.
2)    Fra le varie iniziative di pregio, la correlazione locale-nazionale ci sembra sia stata particolarmente curata dall’Istituto “Pitagora” (una manifestazione con l’ARCI il 23 marzo sulle origini della Taranto post-risorgimentale, L’unità in canti il 30 marzo e una celebrazione il 4 maggio, con la Fanfara della Marina, di alcuni concittadini emigrati nelle Americhe che hanno conseguito grande fama nelle arti e nelle scienze. Ricordiamo anche un corso d’aggiornamento per docenti sulla Memoria storica del Lavoro, organizzato dalla Regione Puglia presso l’Istituto “Maria Pia” il 13 aprile, nonché una ricca Mostra documentaria - E’ per sorgere un’era novella… - allestita dall’Archivio di Stato di Taranto il 9 aprile. Per altre iniziative, cfr. R. BONGERMINO, Il Sud e Taranto nell’Unità d’Italia, in “Corriere del giorno”, 21 dicembre 2010; M. GUAGNANO, L’insorgenza postunitaria, in “Corriere”, 18 marzo 2011; A. BASILE, Giuseppe Nocera a Palazzo Galeota, in “Corriere”, 23 marzo 2011.
3)    Cfr. Taranto da cento anni nell’Unità, in “Voce del Popolo”, 3 settembre 1960. Rizzo faceva riferimento al viaggio di Ferdinando II descritto da Raffaele De Cesare in La fine d’un Regno; nel gennaio del 1859 il Borbone giunse in Puglia, ricevendo ovunque un’accoglienza trionfale: “i Massafresi si abbandonarono alle più sfrenate esultanze e gridavano in coro: ‘Grazie, grazie Maestà’. Al che il re, equivocando, domandò: ‘E che grazia volete?’. E quelli con più alte grida: Basta che t’avimmo visto” . A Taranto Ferdinando venne accolto da “acclamazioni ed applausi di tutti i Tarantini, usciti fuori dalla Città incontro ai Sovrani”. Il Borbone domandò se ci fossero a Taranto fratielli, cioè framassoni, liberali. Il comandante del Castello “lo assicurò, dicendogli essere Taranto città tranquilla e fedele”.
4)    “Qualche confusione si era verificata in città a partire dalla metà di luglio, quando la popolazione (affamata e malandata) tentò di saccheggiare alcune navi cariche di frumento, per tentare di dare una risposta, sia pure momentanea e non definitiva, ai richiami del ventre. E lo strano fu che le autorità sembrarono, quasi quasi, favorire la bella impresa, nel tentativo di dimostrare ai più quale anarchia si crei al solo sopraggiungere delle idee nuove”; P. MASSAFRA, Facce di sempre, Taranto, 1988, p.175.
5)    Le delibere del Decurionato sono state pubblicate integralmente per la prima volta da Orazio Santoro: Come fu vissuto lo sbarco dei Mille nella provincia jonica, in “Città”, 1 giugno 1982. Nello stesso saggio Santoro ricorda i patrioti di terra jonica che presero parte alla spedizione dei Mille: i tarantini Nicola Mignogna e Vincenzo Carbonelli (Nicola Gigante aggiunge Perrone, Piccioni, Valente, Petruzzi, Jurlaro, Catapano, Agostinelli e i fratelli De Gennaro; cfr. A. PRETI, A noi restano le briciole, in “Quotidiano”, 17 maggio 1982) i martinesi Giuseppe Fanelli e Giovanni Guglielmi, Nicola Perrone di Laterza,  Gioacchino Lemarangi di Mottola. Durante l’avanzata garibaldina partirono da Martina Franca: Vitantonio Grassi, il Sac. Pasquale Guglielmi, Innocenzo Elefante, Giuseppe Miccoli, Donato Semeraro, Francesco P. Bellopede e Girolamo Casavola. Da Laterza: Candeloro e Cosimo Iavernaro, Vitantonio ed Edoardo Pollicoro, Nunzio e Nicola Bonamassa, Gaetano Minilascino e Giustiniano. Tra i comuni del Distretto di Taranto è da Massafra che partirono il maggior numero di garibaldini: Alessandro Izzinosa, Giovanni ed Antonio De Carlo, Giovanni Casulli, Vito Blasi, Domenico Franchino, Francesco Losavio detto Cicciarudde, Sabino Gallo, Nicola Fanelli, Vitantonio D’Eri, Vitantonio Zanframundo, Tommaso Mairo, Giuseppe Maria, Cosimo Misciagna, Paolo Notaristefano, Luigi Quero, Pietro Scalzo, Domenico Presta, Pietro Scialpi, Ignazio Scarcia, Leonardo Mazzarone, Francesco Maraglino, Lorenzo Galante, Giovanni Basile, Michelangelo D’Errico e Saverio Fanelli, protagonista di una rocambolesca evasione dal Castello di Taranto (cfr. O. SANTORO, Saverio Fanelli, patriota di Massafra, in “Voce Nostra”, n.1, gennaio 1961; A. FOSCARINI, I circoli di Massafra, in “Corriere meridionale”, Lecce, 16 e 23 marzo 1911; E. JACOVELLI, Saverio Fanelli patriota di Massafra, in “Corriere del giorno”, 13 giugno 1982; anche S. LA SORSA, La partecipazione della Puglia alla spedizione dei Mille, in “Voce del Popolo”, 21 maggio 1960). Va ricordata anche la figura avventurosa di frate Geremia Tinella di Castellaneta, sottotenente garibaldino ferito e spretato; cfr. G. LATORRE, Quando Garibaldi vendeva candele a Castellaneta…, in “Corriere del giorno”, 18 maggio 1982.
6)    Esemplare la relazione del prof. Ruggiero Rizzelli sul plebiscito a Maglie: “La mattina di domenica 21 ottobre 1861, Maglie entusiasta accorse alle urne… La votazione fatta con il mezzo delle fave per esprimere il ‘sì’ e dei fagioli per esprimere il ‘no’ dette 975 voti favorevoli all’Unità d’Italia e 6 soltanto contrari. Questi pochi voti contrari irritarono la popolazione che avrebbe voluto l’unanimità… Con un vecchio barbiere, che si ostinava a rimaner fedele al Borbone, corsero minacce e busse” (C. S. ROCHIRA, Il plebiscito del 1861 e il nostro popolo, in “Voce del Popolo, 7 dicembre 1935).
7)    Vico Nasuti, 11: il covo dei patrioti, in “Voce del Popolo”, 1 marzo 2006. L’articolo di Acquaviva offre comunque una gradevole scheda su Nicola Schiavoni, un manduriano che si era già distinto nei moti del ’48. Era stato arrestato e condannato a trent’anni di ferri. In galera perse un occhio e, deportato nel ’59 in America, finì invece in Irlanda. Compagno di Carlo Poerio, Silvio Spaventa e Luigi Settembrini, dopo l’impresa dei Mille tornò a Manduria e venne eletto in Parlamento; cfr. Manduria a Nicola Schiavoni e Giacomo Lacaita. Onoranze rese il giorno 19 dicembre 1909, Trani 1910; di Acquaviva vedi anche Il primo deputato tarantino: Giuseppe Pisanelli, in “Corriere del giorno”, 13 giugno 1948.
8)    Cfr. R. DE CESARE, La fine di un regno, Città di Castello, 1900;  E. DE VINCENTIS, I patrioti salentini, Taranto, 1912; P. IMPERATRICE, Vicende di Taranto dal 1848 al 1870, in “Taranto - Rassegna del Comune”, Anno III, nn. 7-8, luglio-agosto 1934 e Anno IV, maggio-giugno 1935, nn. 5-6; ID, Cataldo Nitti, in “Taras”, 1928, nn.1-4; S. LA SORSA, La città di Taranto sulla fine della dominazione borbonica, in “Voce del Popolo”, 14 e 21 giugno 1942; M. GRECO, La fanfara di Taranto e il Quarantotto, in “VdP”, 12-19-26 giugno 1948; S. PANAREO, Taranto attorno al ’60, in “VdP”, 21 e 28 gennaio, 4 febbraio 1939; G. BELTRANI, L’autorità di Giuseppe Massari, in “Rassegna pugliese”, 1912; R. COTUGNO, La vita e i tempi di Giuseppe Massari, Trani, 1931; C. ACQUAVIVA, Taranto e Giuseppe Massari, in “Taranto-Rassegna del Comune”, Anno IV, maggio-giugno 1935, anno XIII, nn. 5-6; A. ALTAMURA, Massari e l’unità d’Italia, in “VdP”, 1-2 gennaio 1937; G. DE MATTEIS, Liborio Romano e Cataldo Nitti, in “Taranto - Rassegna del Comune”, gennaio-giugno 1938; E. BAFFI, Agostino Baffi, in “VdP”, 12 maggio 1940; D. RIZZO, Luigi Baffi, in “VdP”, 3 agosto 1941; D. GENNARINI, Vincenzo Carbonelli, in “Corriere delle Puglie”, 3 giugno 1911; Vincenzo Carbonelli, in “VdP”, 26 maggio 1940; LISI, Due patrioti tarantini: Tommaso De Vincentiis e Antonio Valentini, in “VdP”, 30 giugno 1928; A. ALTAMURA, Giuseppe De Cesare, un sindaco saggio e illuminato, in <<Ribalta>>, dicembre 2005; P. IMPERATRICE, Gaetano Portacci, in “Taras - Bollettino del Comune di Taranto”, Anno I, maggio 1927, nn. 3-4. Poco citato anche dai suoi contemporanei, Portacci venne probabilmente stimato più come letterato ed insegnante che come rivoluzionario. Era certo un personaggio esuberante ed irrequieto. Giovane prete, dichiarò guerra al governo di Re Bomba e sembra che gli amici lo abbiano trattenuto a stento da un attentato in occasione della visita del Borbone. Scapigliato e compagnone, spese tutto il suo patrimonio in giocondi banchetti sulle alture circondanti il Mar Piccolo. In un fascicolo della “Rassegna Pugliese di scienze, lettere ed arti” del 1913, Francesco Barberio annota che la sua passione dinamitarda non causò alcun danno agli odiati borbonici, ma gli riuscì conveniente per la pesca, in particolare quando sopraggiunsero le ristrettezze. Nel 1878 una piccola bomba gli asportò la mano destra. Agli amici accorsi a visitarlo impedì loro di portar via una cassa di bombe nascosta sotto il suo letto, perché potevano tornare sempre utili.
9)    Mentre il Settembrini venne condannato a morte (pena commutata in ergastolo) Mignogna seppe sfuggire alle accuse “fingendosi ebete”. Lisi prende criticamente le distanze dalle due  biografie classiche (A. CRISCUOLO, Ricordi di Nicola Mignogna, Taranto, 1888 e G. PUPINO-CARBONELLI, Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli, 1889) e conferisce il giusto rilievo anche al martinese Fanelli, uomo di fiducia del Mazzini  (cfr. E. DE VINCENTIIS, Giuseppe Fanelli nel Risorgimento italiano, in “Voce del Popolo”, 8 giugno 1918; C. TEOFILATO, Giuseppe Fanelli dalla “Giovane Italia” alla “Internazionale”, in “Pensiero e volontà”, Roma, A.II, 1925; A. LUCARELLI, Il patriota Giuseppe Fanelli, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 16 luglio 1949; ID, Giuseppe Fanelli nella storia del Risorgimento e del socialismo italiano, Trani, 1953; una recensione in “Voce del Popolo”, 28 febbraio 1953).
10)  Mignogna venne condannato all’esilio mentre la De Pace fu assolta. Antonietta partecipò a tutta l’epopea risorgimentale, dalla preparazione della spedizione di Pisacane all’avventura dei Mille alla conquista di Roma. Nel centocinquantenario RAI-Storia ha prodotto un bel documentario sulla De Pace, con un preciso resoconto del processo (conosciuto a Londra come il Mignogna case) senza purtroppo citare il patriota tarantino. Sull’eroina salentina, cfr. B. MARCIANO, Della vita e dei fatti di Antonietta De Pace, Napoli, 1901; F. BERNARDINI, Antonietta De Pace cospiratrice e garibaldina, in “La Puglia letteraria”, 31 maggio 1932; P. INGUSCI, Antonietta De Pace, in “Voce del Popolo”, 15 gennaio 1966; O. COLANGELI, Antonietta patriota, Galatina, 1967; E. BERNARDINI, Antonietta e i Borbone, Lecce 2000; D. DE LORENTIIS, Antonietta De Pace, in “Quotidiano”, 15 marzo 2011.
 In occasione della presentazione dell’opera di Lisi, abbiamo discusso con l’autore su un messaggio di Settembrini per l’intimo amico Mignogna: “lo saluto di cuore e l’amo”. Probabilmente ha ragione Lisi nel considerare tale frasario come ricorrente nella confraternita patriottica. E’ comunque da ricordare che quel padre della patria ebbe il coraggio di scrivere un romanzo molto esplicito, I neoplatonici, rimasto nella polvere per un secolo perché censurato da Benedetto Croce. Pubblicato per la prima volta nel 1977 con una nota di Giorgio Manganelli, è stato ristampato da Sellerio nel 2001 e attualmente ripubblicato a cura di Vincenzo Palladino che nell’amore neoplatonico vede adombrato il legame tra Settembrini e il patriota Silvio Spaventa, suo compagno di carcere per otto anni. Uno dei benefici effetti collaterali dell’attuale celebrazione può essere considerato lo “sdoganamento del Risorgimento Gay”, con opere come Garibaldi amore mio di Maurizio Micheli e Sangue garibaldino di Giorgio Ansaldo. Sempre per il rispetto della verità storica.

giovedì 21 febbraio 2013

La Tarentinità: quell’identità residuale raccontata da Roberto Nistri


La Tarentinità: quell’identità residuale raccontata da Roberto Nistri

Recensione di
Gaetano De Monte

Si chiama “Tarentinità: quell’identità residuale”, e sarà presentato il 22 febbraio presso l’archeotower occupata, in via Venezia, a Taranto, il saggio con cui Roberto Nistri, storico, prende in considerazione gli eventi storici che hanno segnato, nel tempo, la città di Taranto e che hanno contribuito a formarne l’identità collettiva.  La città dei due mari, la cui storia, non è mai “stata monocentrica, è sempre transitata da bipolarità orgogliosamente enfatizzata a una dualità malvissuta”, scrive Nistri nel libro, dove assumono, in grande rilievo, l’analisi dei due momenti storici considerati fortemente rilevanti nella formazione dell’identità socio-culturale tarantina: l’installazione dell’arsenale della marina militare ai primi del Novecento e del quarto siderurgico, a metà del secolo, eventi che hanno segnato Taranto, trasformandola da piccola provincia in sede militare di importanza strategica,  e poi addirittura in quella di capitale industriale del mezzogiorno. Quando divenne il caso più eclatante di rimodellamento del tessuto sociale e delle funzioni urbane alle esigenze dell’insediamento produttivo, e allo stesso tempo, la città proletaria, una città operaia che dal mutualismo all’organizzazione camerale, costituì l’anima forte di un ambiente e di un popolo che era sempre stato, e sempre sarà, poi, da allora, invece, incline all’indifferenza. Che promosse forti momenti di cittadinanza attiva, quella cultura operaia, infine, che pose le prime basi di una sensibilità democratica. In una città governata allora da una aristocrazia militare, dalle gerarchie ecclesiastiche e da una borghesia parassitaria, trafficanti di ori e tesori, e ben presenti soprattutto nei settori della speculazione: degli appalti, dell’edilizia, del credito, la peggiore borghesia dell’Italia meridionale; nonostante tutto dunque, nei primi anni ’50, la città operaia manteneva una sua forte, precisa identità, eleggendo anche sindaci  e parlamentari. Scrive Roberto Nistri: ” Più o meno attorno a momenti storici precisi, come la fine dell’età d’oro dell’acciaio e la conseguente svendita del siderurgico, dalla fine degli anni ’80 - inizio anni ’90 più o meno, quindi, tante saranno le identità tarantine sbiadite: come quella antifascista, baluardo della democrazia meridionale, che con Cito, invece, aveva scelto di essere governata da uno squadrista. Agli albori del 2000, in cerca di nuove spericolate identità la città sperimentava l’ebbrezza della sindachessa che a passo di danza la guidò verso uno strabiliante dissesto. Da allora poi l’identità cominciava a riuscire spontanea, la più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa”. E da allora per Giancarlo De Cataldo sarà Poisonville, metafora della provincia italiana, per una copertina del settimanale il Sabato, sarà la Beirut del Sud, mentre il volto urbanistico della città cambiava, assumendo quell’aria devastata tipica dei posti senza identità, dove si è fatto piovere a casaccio cemento nel più totale disprezzo del territorio ma con grande attenzione al valore delle aree e alle conseguenti lottizzazioni. Al primo, parziale, epilogo di una storia di crimini, debiti e veleni, Cristian Raimo, nel 2007, la definirà una capitale immorale, con un buco di bilancio mostruoso, i suoi record di diossina, il suo mare guasto, perché dell’Italia è forse l’osservatorio più privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola. Taranto, lo specchio d’Italia sarà, nell’estate 2012, per Gad Lerner. E da allora per Taranto la qualificazione criminale non sarà solo una metafora letteraria o il titolo di una docufiction di successo. Perché in trent’anni di storia, dal boss che passava la vigilia di Natale con il futuro sindaco, al boss Riva accusato di disastro ambientale, vi è il filo nero di corruzione che ha avvolto la città, distruggendo ogni regola e norma. Nel solco di un grande sociologo come Franco Cassano, quindi, che aveva considerato il primo passo di ogni autonomia di un popolo, quello che conduce a ritrovare “l’orgoglio di ciò che si è , il significato di valore di una storia e di una tradizione”, Nistri, dunque, scrive di identità, nell’era della globalizzazione trionfante, per spingere i tarentini a rivendicare la propria autonomia, la differenza, che sia lontana anni luce, però, dal localismo o dal gretto municipalismo. “Mentre la Taranto degli ori e della cultura magno greca”, racconta Roberto Nistri, “continua a vivere solo in un turismo colto e sognatore. La città delle navi, dei pescatori, della classe operaia siderurgica, e di quella degli arsenalotti, per la nazione ora è più un problema che una risorsa. A ridosso dell’ultima Rocca, dove si ergono le ciminiere ziggurat, i tarantini cercano di capire che cosa sono diventati e cosa vogliono. Sono orfani di identità”.
Probabilmente perché della loro storia non sta rimanendo più nulla. 

sabato 12 gennaio 2013

Taranto e il sistema Ilva. intervista a Roberto Nistri

ACCIAIERIA

Taranto e il sistema Ilva

Lo storico Nistri spiega come la città è stata ridotta a un orinale.

di Antonietta Demurtas

Articolo tratto da: Lettera43

giovedì 10 gennaio 2013

Sovversivi di Taranto. Colophon

Colophone del libro "Sovversivi di Taranto" di Roberto Nistri e Francesco Voccoli




Taranto e le leggi razziali. Un saggio di Francesco Terzulli


TARANTO E LE LEGGI RAZZIALI. UN SAGGIO DI FRANCESCO TERZULLI
Roberto Nistri

1. “Storia Patria”: lo stato dell’arte

           Il giornalista Sandro Viola , su “la Repubblica” del 29 settembre 1985, scrisse un articolo di rilevanza storica per tutto il dibattito culturale in terra jonica sul finire del ‘900: Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa. L’industrializzazione sbagliata della più sporca città italiana. “L’assedio del brutto ha vinto, non ci sono teatri né biblioteche, i legami con il passato sono perduti. E’ come se fossimo passati direttamente dalla Magna Grecia al Siderurgico… In mezzo non è rimasto niente”: giudizi che scatenarono una discussione più che vivace su questioni di dettaglio e forzature polemiche dello scrittore di origini tarantine, senza tematizzare la questione di fondo: per primo Viola aveva intonato il de profundis per il Grande Sogno siderurgico e gli eventi successivi hanno di gran lunga superato le sue più fosche previsioni. Viola aveva indicato anche alcuni motivi di ottimismo, fra i quali l’affermarsi di un lavoro storiografico attento alle problematiche dell’industrializzazione, considerato con una certa attenzione anche dalle istituzioni locali e addirittura dall’Italsider, nel quadro della perdurante assenza di un polo universitario (1). In effetti, due grandi opere pubblicate nei primi anni ’80 - La città al borgo e Taranto da una guerra all’altra - furono occasione per un (sia pure superficiale) risanamento della Galleria degli Uffici, con l’allestimento di grandi mostre fotografiche e pregevoli concerti-spettacoli rievocativi della storia municipale.
            A seguito del lavoro storico sugli antifascisti tarantini e, in particolare, sulla figura di Pietro Pandiani, comandante partigiano della brigata “Giustizia e libertà”, si giunse ad una delibera municipale del 31 ottobre 1988 (sindaco Mario Guadagnolo) che affidava “formale incarico - privo di ogni compenso - ai Proff. Matteo Pizzigallo, Roberto Nistri, Piero Massafra nostri concittadini, perché affrontino in dettaglio tutti gli aspetti connessi alla costituzione di un Istituto della Ricerca Storica sulla Resistenza e la Costituzione, riservando a successivi atti di questa Amministrazione la concreta attuazione dell’iniziativa” (2). Il progetto presentato venne approvato all’unanimità, ma la “concreta attuazione” non prese mai il via. Tamquam non fuisset… Intanto progrediva il depauperamento del patrimonio archivistico e documentario cittadino: prima la smobilitazione della prestigiosa Scuola Quadri della Cisl, poi la chiusura della Biblioteca dell’Italsider, a seguire la lenta ma implacabile morìa dei Centri Servizi Culturali della Regione Puglia (3).
           Naturalmente gli storici locali hanno continuato a livello individuale il loro lavoro: ancora non si deve chiedere il permesso a nessuno per scrivere di storia moderna e contemporanea ed egregie opere hanno visto la luce grazie all’interessamento di case editrici tarantine e pugliesi: Mandese, Scorpione, Schena, Archita, Filo… Un ruolo meritorio va riconosciuto, in questo campo, ad alcune importanti riviste scolastiche, in particolare “Galaesus” del liceo Archita e “l’arengo” del liceo Quinto Ennio. Per quanto riguarda il gioco di squadra, positivamente va considerata, grazie alla collaborazione dei fratelli Mandese con la Sezione tarantina della Società di Storia Patria, la ripresa nel 1990 della pubblicazione di “Cenacolo”, prestigiosa rivista fondata nel 1971 ma entrata in sonno nel 1982 (4).
            A livello istituzionale, si deve ricordare l’exploit del 1999: in occasione del bicentenario della Repubblica partenopea fiorirono mostre e pubblicazioni: un eccellente catalogo curato dall’Archivio di Stato, un Quaderno del Centro Studi Piero Calamandrei e un qualificatissimo convegno di studiosi locali e nazionali i cui atti vennero pubblicati a cura del Provveditorato agli Studi di Taranto. Si può considerare un evento eccezionale nella storia del Provveditorato e, considerato l’ampio coinvolgimento delle scuole, rimane la più importante operazione culturale degli ultimi tre decenni. Promotore e impeccabile organizzatore dell’iniziativa fu il preside Franco Terzulli (5). Di formazione filosofica (ha pubblicato una ricerca bibliografica relativa al Nietzsche di Heidegger in collaborazione con il prof. Gianni Vattimo e il Goethe Institut di Torino) in seguito si è sempre più appassionato alle questioni di storiografia pugliese.

2. Francesco Terzulli e la questione ebraica

            Collaborando con Terzulli nelle celebrazioni della “repubblica della memoria”, mi sono ritrovato a condividere con lui un paradigma forte della storiografia contemporanea e un criterio di valutazione delle tormentate vicende della vita civile italiana e meridionale: nella Storia del regno di Napoli Croce ha scritto che, nel ripensare all’opera dei patrioti del ’99, egli si sentiva spinto a dirsi “ecco la nascita dell’Italia moderna, della nuova Italia, dell’Italia nostra”. L’origine dell’Italia unitaria è nell’Illuminismo (6). Sullo sfondo di quel tumultuoso processo è ben presente una questione che costituisce il filo rosso di larga parte della riflessione storiografica di Terzulli: gli ebrei e i diritti di cittadinanza, gli ebrei e l’illuminismo. Con l’arrivo dei francesi a Roma, nel febbraio del 1798, vennero spalancate le porte del ghetto in nome della libertà giacobina. Nel mese di novembre l’esercito borbonico di Ferdinando IV invase Roma e richiuse il Ghetto. Un mese dopo tornarono i giacobini e con la Repubblica il Ghetto venne riaperto, ma richiuso con il ritorno dei Borbone il 3 ottobre 1799. Durante il quinquennio “imperiale” vi fu nuova libertà per il Ghetto, con un fiorire dei mestieri e dei commerci. Passati i “cento giorni” di Napoleone, la clausura per gli 8000 ebrei che vivevano nel Ghetto romano  fu definitiva. Tale altalena fra persecuzione e liberazione ebbe naturalmente a riprodursi in tutta Italia, cristallizzando la coniugazione fra antisemitismo e anti-illuminismo (7).
           Franco Terzulli, punta di diamante della resistente pattuglia di storiografi tarantini, ha continuato nei decenni a lavorare su queste ed altre tematiche senza mai cedere alla tentazione dello scoop e della pubblicistica usa e getta: troppo grande, quasi religioso, è il suo rispetto per la materia da lui indagata con l’autorità dei fatti e la moralità del lavoro accurato. Nei riguardi di questo storico di razza, ubbidiente all’aurea regola di Vico che vuole la storiografia come congiunzione fra filologia e filosofia (i fatti senza l’interpretazione sono ciechi, l’interpretazione senza la ricognizione fattuale è solo retorica), attento nello scrivere e nel comunicare con chiarezza e distinzione, secondo lo stile sobrio e “scientifico” appreso dal maestro Primo Levi, ci sembra a lui calzante una citazione del vecchio Marx: “La critica non è una passione del cervello, bensì il cervello della passione”. Avverso alla storia romanzata, ben pubblicizzata e ben venduta, Terzulli teme la intollerabile “scomparsa dei fatti” e, con Vittorio Foa, è convinto che l’oblio si possa vincere solo se la memoria dell’evento è riportata alla ragione che lo ha determinato. Questa divisa critica è la cifra di ogni sua indagine, si tratti della scuola  o di vicende militari (8).

3. Quando l’Italia diventò razzista per legge: l’antisemitismo in una città senza ebrei

           Nel settantesimo compleanno delle leggi razziali, Francesco Terzulli ha voluto indagare nel microcosmo della vita quotidiana di Taranto, nel tempo intercorso tra la proclamazione dell’Impero Fascista e l’armistizio che ne decretò la fine, sempre onorando la storia come “guerra illustre” contro la menzogna (“Taranto razzista? Quando mai…”) e sempre usando le armi della filologia senza le quali la storiografia si riduce a chiacchiera. Sette anni di ricerche ci son voluti per “blindare” doverosamente la sua indagine su L’impossibile emulsione. Una città al tempo delle leggi razziali , un testo di storia municipale potentemente attraversata da tutta la tragicità della storia maior, non imbrigliato dal provinciale “effetto tunnel” che tende a focalizzare l’attenzione su alcuni elementi precostituiti dalla “tradizione” (9). Nel testo del Manifesto sulla purezza della razza si leggeva: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana… E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Dichiarazioni che oggi ci appaiono infami e oltraggiose nell’Italia fascista vennero accolte con entusiasmo, in particolare dal mondo accademico e dalla cultura: ad esempio, nelle Università, l’espulsione dei docenti ebrei fu salutata con giubilo dai colleghi, felici che alcune cattedre si rendessero disponibili. Anche a Taranto i Giovani Universitari Fascisti, molti presidi, intellettuali e uomini di fede, ovvero le migliori intelligenze del territorio, si misero al servizio dell’ideologia e della politica razzista attuata dal governo centrale.
           Giustamente Terzulli considera la politica razziale non come un bizzarro accidente o concessione di Realpolitik al più potente alleato (10), ma come essenza stessa del fascismo, ideologia di Stato e  principale collante della cultura nuova. Dopo la conquista dell’Etiopia nel ’36, il regime entrava nella nuova fase del Fascismo Imperiale che richiedeva una vera e propria rivoluzione antropologica. Proprio in Africa veniva elaborata una teoria razzista molto forte, a partire dall’idea che le unioni miste fra soldati italiani e donne indigene potessero inquinare il ceppo italiota. Di fatto venne introdotto l’apartheid  con molto anticipo  rispetto al Sudafrica e la discriminazione si esercitò prima nei confronti dei “negri”, poi dei meticci e infine degli ebrei. Il paradigma era quello della “emulsione impossibile”, da cui il titolo del saggio di Terzulli: l’olio delle altre razze non può miscelarsi con l’acqua pura della stirpe italica e, derivandone un composto torbido, è necessario un processo elettrolitico per attuare una separazione definitiva. Si avviava così un processo di “disebraizzazione” volto a cancellare qualunque traccia degli ebrei dal territorio italiano. In Puglia i provvedimenti potevano colpire una donna ebrea di nazionalità greca, licenziata da una banca di Bari come un ufficiale dell’esercito di Lecce, fascista e decorato al valor militare, espulso dalle forze armate in quanto ebreo.
           Anche nella provincia jonica zelo antiebraico e ortodossia fascista finirono per coincidere, avvolgendo in un’unica nuvola ideologica l’intellighenzia cittadina. A discapito della ridottissima presenza ebraica e con eventuale risparmio di senso di colpa (secondo il censimento del ’38 gli ebrei di Taranto erano solo 26) la campagna persecutoria, facile e redditizia, fu sviluppata a tutti i livelli, a partire dal più importante periodico locale, “La Voce del Popolo”: “Gli Ebrei non possono appartenere alla razza italiana” (Antonio Trotta, 20 agosto 1938); “L’Italia, più di ogni altra, sente la necessità essenziale di sradicare questa funesta piaga” (Gennaro Capano, 10 settembre). La “guerra santa” - un tonico a poco prezzo per il bolso fascismo locale e un allettante viatico per l’autopromozione delle nuove leve - fu condotta anche dal celebre liceo classico “Archita” sotto la guida del fascistissimo preside Luca Claudio: fra i “Quaderni” di propaganda fascista spiccava anche un opuscolo antisemita, Concetto scientifico di razza, stampato nel 1940 dalla Tipografia Arcivescovile di Taranto, all’interno del quale si può leggere:”La razza va difesa. Noi non vogliamo bastardi”. Come scrive Terzulli, Taranto rappresentò una “cartolina del Regime” con l’integrale sviluppo di quei temi in agenda: qui, infatti, fu avvertito l’ “orgoglio imperiale” di una città militarizzata, statale per antonomasia, “porosa” e permeabile a ogni modello di sviluppo eterodiretto, divenuta avamposto sui mari e vetrina della flotta, a partire dalla proclamazione dell’Impero. La propaganda antisemita,  un’alchimia tossica di vaghi pregiudizi e reiterate istigazioni all’odio, con una facile mobilitazione di improvvisati specialisti in razzismo ( storici, archeologi e folkloristi pontificanti nella Lega Navale o nella Società “Dante Alighieri”) era anche una occasione insperata per restituire credibilità a un Fascio locale sempre rissoso e spesso commissariato. L’antisemitismo si rivelò subito “un mito aggregatore di tutto quello che il fascismo condannava” con conseguente razzizzazione del nemico politico (antifascista).
            Allontanati dalla città i pochi ebrei e scomparso, grazie al piccone del Duce nel ’34, l’ultimo toponimo del vicoletto Giuda, non rimaneva che dichiarare guerra alla storia, disebreizzando anche il passato con una rivisitazione retroattiva e malevola dell’antica presenza dei giudei in terra jonica (11). Del resto la “bonifica” doveva esercitarsi in particolare contro l’ebreo “invisibile”,  il “circonciso dentro”, quella ebraicità nascosta che alligna come parassita nel corpo sano della Nazione. Non si trattava comunque di un’adesione artificiosa: nello zelo scolastico “c’era qualcosa di volontario, di spontaneo, un’adesione intima e non indotta dall’esterno di alcuni dirigenti e docenti” e una sorta di invasamento era riscontrabile anche fra gli universitari in camicia nera, quei “gufini” che a Taranto potevano coniugare il loro antiebraismo con la doppia appartenenza alla Fuci, la federazione degli universitari cattolici, anche per una certa ambiguità caratterizzante le posizioni della Chiesa locale. I giovani intellettuali jonici mostravano di conoscere le diverse teorie razziste in circolazione, privilegiando come nuova antropologia di regime la “scuola” di Nicola Pende, clinico medico di Noicattaro, nominato nel 1937 presidente della sezione di eugenica del Comitato medico del Cnr e firmatario del Manifesto della razza (12).
           Il 2 dicembre 1938 il federale di Taranto chiamò a rapporto tutti i gerarchi per parlare della lotta contro gli ebrei “confermando che dovrà essere combattuta ogni forma di pietismo”. Si diffondeva intanto il pamphlet di Telesio Interlandi Contra Judaeos e il volume curato da Paolo Orano, Inchiesta sulla razza che “divenne il testo di riferimento per tutti i razzisti antiebraici nostrani”. Faceva la sua parte anche l’antigiudaismo di matrice cattolica con il canonico grottagliese don Giuseppe Petraroli, che denunciava la pericolosità di un sionismo messianico di “carattere massonico-ebraico-bolscevico”. Secondo Terzulli è nel saggio  di padre Primaldo Coco, Gli ebrei: popolo errante, che si attua la saldatura tra l’antisemitismo fascista e il tradizionale antigiudaismo cattolico (13). L’ultimo capitolo del libro, dedicato all’istituzione scolastica, è quello in cui maggiormente si dispiega il volume di fuoco della macchina propagandistica, un dispositivo reticolare del coinvolgimento con agenti iperattivi come il dirigente della scuola elementare “Virgilio”, Angelo Iurlaro, e l’ispettrice scolastica Maria Luigia Quintieri. Alla caduta del fascismo nessun operatore scolastico incappò in pesanti sanzioni epurative. Docenti dell’ “Archita” hanno ricordato come, all’indomani dell’Armistizio, ci volle qualche giorno per strappare materialmente le pubblicazioni compromettenti prima che arrivasseo gli inglesi (14).
           Con un libro come questo Franco Terzulli ha piantato il piccolo paletto di cui lo storico dispone per sabotare la fabbrica della dimenticanza organizzata, per arginare la nostra facilità nel rimuovere, glissare, evitare di fare i conti: cinquantamila italiani ebrei consegnati a Hitler, centinaia di migliaia di soldati italiani mandati a morire per i campi di Europa, decine di migliaia di sloveni, etiopi, greci ammazzati in casa loro. Una spia dell’Ovra in ogni caseggiato e oppositori in galera, oppure braccati e uccisi, certamente non mandati “in vacanza” come qualcuno ha dichiarato incautamente. Lo stesso orrore per le foibe, tombe di migliaia di italiani innocenti, produce falsa coscienza se si omette di ricordare che senza il fascismo, l’invasione della Slovenia, le atrocità contro i civili, quella orribile rappresaglia non ci sarebbe mai stata. Gli “italiani brava gente”, invasori con obiettivi dichiarati di supremazia etnica, hanno sempre evitato accuratamente di guardarsi nel fondo dello specchio nero. Per questo il “rimosso” ritorna,  si risveglia quel razzismo che “giace in fondo agli animi come un’infezione latente” (Primo Levi) e tocca allo storico riprendere l’eterno lavoro di Sisifo.