lunedì 6 maggio 2013

La fatica di Sisifo: la costruzione della pace


"La fatica di Sisifo: la costruzione della pace"
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati.

Intervento tenuto a Palazzo Pantaleo, il 7 luglio 1994, in occasione dell'incontro - organizzato dal Comitato "Non c'è pace senza giustizia" - con il sindaco di Sarajevo, Muhamed Kresevljakovic

Il sogno jugoslavo di uno stato multietnico, capace di federare e far convivere in un comune progetto popoli tormentati da conflitti e rancori storici, sembra essersi definitivamente infranto. Sorprende la rapidità con  cui, nel giro di 2-3 anni, è cresciuta la diffusa persuasione dell'incompatibìlità tra popoli sino a poco fa ancora fortemente intrecciati ed assai mescolati in molte regioni del paese (oltre che nell' emigrazione). Ma ii demone nazionalista è così: si diffonde con grande rapidità, al pari del razzismo o del fanatisrno religioso distingue con nettezza tra "noi" (amici) e "loro" (nemici), fa rapidamente proseliti, emargina (e magari punisce) come traditore chi non è d'accordo e non canta nel coro, e si assiste così alla veloce distruzione del "fondo comune" che teneva insieme genti diverse.
Molto tempo fa avvertiva lo scrittore croato Krleza: la Jugoslavia è come una bettola, piena di avventori pronti a spegnere le luci per dare mano ai coltelli. Ora hanno spento la luce. E non ci sono miracoli o scorciatoie. Non c'è altra strada che la soluzione pacifica, negoziata, rispettosa delle esigenze di parti che oggi sembrano votate alla convinzione "mors tua, vita mea" e che invece dovranno re-imparare a convivere in una regione europea,in una Europa che non può convivere né con uno scenario Beirut né con uno scenario Belfast. Una Europa che non tuttavia non può pensarsi senza il Mediterraneo, perché è nata nel Mediterraneo, che non è e non può essere solo un "mare del passato".
Il nome greco del Mediterraneo era "mesogaios" ("tra le terre"), una sepa razione che era anche coniugazione, visto che un altro nome era "pontos", ponte che esprime distacco e congiunzione con l'Altro. Oggi purtroppo il Mediterraneo non sembra più ii mare della scoperta, dell'attraversamento,
non è più un grande spazio di comunicazione ma una barriera che tiene
distanti gli "intrusi", che isola e divide. Una storia sciagurata lo ha trasformato, da straordinaria opportunità di conoscenza e di scambio, in luogo chiuso fatto di ostilità e di impenetrabilità. Il mare ha mutato la sua natura, trasformandosi in muro, frontiera.
Come ha detto l'autore "Mediterraneo", Pedrag Matvejevitch, l'Europa
pretende di assumere una forma senza riferimenti al "suo" mare, il "mare primo", la "patria dei miti". Il Mediterraneo rimane come un dato di fatto residuale, non è un progetto né per la ricca sponda nord né per la povera sponda sud. E così quel sud che è stato l'inconscio del mondo, il ventre da cui sono uscite le civiltà, sembra destinato a diventare un mondo di "ex". La Jugoslavia è la tragica metafora di un fallimento: il sogno della realizzazione di una convivenza all'interno dei territorio multietnici o plurinazionali, dove s'incrociano e si mescolano culture variegate e religioni differenti, sembra rovesciarsi nell'apocalisse.
"Da Oriente a Occidente, in ogni punto è divisione". Questa citazione di Leonardo, che sembra una centuria di Nostradamus, bene si applica alla ex Jugoslavia: frontiera tra Oriente e Occidente, falla tra la cattolicità latina e l'ortodossia bizantina, tra la cristianità e l'Islam. Primo paese del Terzo mondo in Europa o primo paese europeo nel Terzo mondo, è difficile dire a quale categoria questo paese possa appartenere, fra la tradizione asburgica e quella ottomana. Mentre i giovani abitanti della sponda sud sono lacerati da un'alternativa insolubile: modernizzare l'Islam o islamizzare la modernità? In questo grande anfiteatro sembra che si reciti sempre lo stesso repertorio, con gli stessi gesti e le stesse parole, e l'incapacità della parola nuova, della liberazione verso il futuro, ha alimentato ormai una orribile corsa verso il passato.
Una parte di questa Taranto ha sempre cercato di contribuire al dialogo interetnico e rafforzare tutti gli impegni che in questo senso vengono esercitati da coraggiose minoranze controcorrente che esistono in tutti i territori della ex Jugoslavia. Un gruppo di tarantini partecipò, nel Natale del '92, alla marcia su Sarajevo organizzata da "Beati i costruttori di pace", con alla testa il non dimenticato Mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Alcuni tarantini collaborano con i campi profughi insediati fra Bari e Foggia, con il sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini. Collaborano al progetto per la ricostruzione della Biblioteca di Sarajevo. Sarebbe ora che nel Centro storico di Taranto, che è un "testo" essenziale di questa nostra storia mediterranea, si promuovesse un centro studi sul Sud Europa. E che si promuovano strutture di accoglienza per evitare il moltiplicarsi di sempre nuove divisioni e conflittualità.
Non si tratta di arginare l'esplosione di una follia localizzata e anomala.
Con la fine dell'ordine bipolare stiamo assistendo all'esplosione di una miriade di guerre civili. Sempre più crudeli, sempre più incontrollabili: quella che, nel suo ultimo libro, Hans Magnus Enzensberger chiama la metastasi della "guerra civile molecolare". Una nuova peste, dalla quale l'Italia è tutt' altro che immune. Sarajevo può essere ovunque. Per questo dobbiamo sempre di nuovo ripartire alla ricerca della "nuova spiaggia". Sempre di nuovo, come Sisifo, dobbiamo riprendere a spingere fino alla sommità del monte un macigno, il macigno della pace, che purtroppo riprende sempre a  rotolare.

lunedì 22 aprile 2013

Vuoti a perdere


VUOTI A PERDERE

© Roberto Nistri 2013-04-21. Tutti i diritti sono riservati


MARINETTI: NEOCARNE NOVECENTO

Così il regista Carlo Ludovico Bragaglia ricordava il Futurista che avrebbe fatto  “innervosire” il ‘900: “Marinetti? Un ometto piccolo piccolo, dimesso, sempre con la sua bombetta dura in testa, quasi la caricatura del borghesuccio. Una pecora che, però, riuscì a ruggire come un leone”. Con
alterne fortune, fra ostracismi e rivalutazioni, la vecchia pecora continua a ruggire anche in questo inizio di millennio, così povero di avanguardie. Particolarmente felice l’omaggio riservatogli dal
pittore Pablo Echaurren: un fumetto intitolato Caffeina d’Europa, con Marinetti che si racconta in prima persona attraverso le sue parole e i suoi scritti. “Marinetti è stato il più grande tra gli intellettuali del Novecento, un ‘pre-punk” che ha tolto l’arte alla casta degli artisti e dei critici, e l’ha messa a disposizione di tutti”,  spiega Echaurren. E’ fuori di dubbio che quello Sturm und Drang abbia promosso la “libera uscita” dell’arte come uso di massa (ancora oggi quanti abiti e
t-shirt derivano dall’estro di Giacomo Balla?) promuovendo l’estetizzazione del quotidiano e un nuovo tipo di sovversione, l’insurrezione tramite i segni. Pablo, l’illustratore del ’77 bolognese e delle tribù metropolitane, assisteva al trionfi del paroliberismo: potere dromedario, più sacrifici meno dentifrici, più chiese meno case, siamo belli siamo tanti siamo covi saltellanti… Per inciso, non risulta un solo esempio di questa eredità futurista/dadaista nell’attrezzatura comunicativa
della Destra, giovanile o senile che sia.
     I fascisti amavano poco o niente Marinetti, soprattutto quando si incaponiva nel  voler integrare

martedì 2 aprile 2013

Glorie di Terronia


Glorie di Terronia
di Roberto Nistri



© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

Ci sembra di cogliere, nella nuova o nuovissima  “Voce del Popolo”, alcuni smarcatori culturali
rispetto alla linea del giornale dei Rizzo di cui si è voluto riprendere l’onorata testata: facciamo
riferimento alle due pagine curate da Raffaele Conte, C’era una volta a Taranto l’Università
dei Terroni, arricchite da una foto - abbastanza fuori tema - di Mussolini con le stampelle.
Si tratta di un’intervista a Maria Carmela Bonelli, ricercatrice di storia ginosina, che ricorda con affetto la figura dello zio Francesco Paolo Buonsanti, “noto fascista” nonché “chirurgo in ortopedia e stimatissimo intellettuale”, che si trovò a dirigere, con sovrano sprezzo del ridicolo e del buon senso, l’Accademia dei Terroni nella sua fase terminale, dopo la paranoica gestione Di Napoli.
Antonio Rizzo che, sulla vecchia “Voce”, ebbe a ridicolizzare ferocemente il miserabilismo culturale  della detta Accademia, non avrebbe mai potuto immaginare che oltre cinquanta anni dopo,sotto la stessa testata, la storica Bonelli potesse elogiare “una Istituzione che investiva in pieno la Questione meridionale imperniata sull’applicazione di un criterio di giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti” (un criterio quanto mai oscuro e scriteriato,  avrebbe chiosato Rizzo). E’ l’aria che tira: la marcia del gambero, indietro tutta!

Nel periodo in cui un grande meridionale come Elio Vittorini dirigeva a Milano “Il Politecnico”, la più innovativa rivista del dopoguerra, a Taranto toccava in sorte l’Accademia dei Terroni: “il termine acquisiva un significato di nobiltà, quasi un valore onorifico per tutti coloro che – per stessa affermazione dei soci – fossero al di sotto di quella linea gotica, voluta e potenziata da politici ed industriali del Nord, che aveva diviso gli Italiani in Terroni e Polentoni” (storica Bonelli dixit). Rivista del sodalizio era “Valigia del Sud”, trasformatasi nel 1952 in “Il Carroccio del Sud”.   L’Ente è stato  istituito per difendere “tutti i valori dello spirito dei Terroni” e propugnare, come si legge nell’art.1 dello Statuto, la “giustizia distributiva” di cui sopra. L’Associazione si propone di far sorgere filiali anche al Nord e persino “a New York, Parigi, Londra, ecc.” (art. 3). Ma nessuno può farne parte se non attesta di essere “Terrone per nascita, per sangue o di adozione da almeno 10 anni” (art. 4). Si farà opera di promozione presso riviste e case editrici per pubblicazioni degli Accademici e “ le persone che si saranno distinte per comprensione e vero spirito di fratellanza e di giustizia verso i nostri Terroni, saranno additati agli italiani quali Cavalieri dello Spirito” (art.6). Naturalmente “la religione ufficiale dell’Accademia è la Cattolica” (art.13).

Il servizio di Conte offre anche una bella foto del pool di cervelli dell’Accademia, tutti giustamente
innominati, considerando che il comando assoluto dell’organizzazione è nelle mani dello scrittore Franco Di Napoli, un grafomane autore dell’antologia Taranto che scrive, giudicata da Piero Mandrillo “un agglomerato impossibile ed indigesto”. In un delirio di onnipotenza, nel nuovo statuto del 1950, il Di Napoli si arroga il diritto di trasferire la Sede in qualunque altra città, di sciogliere e di ricomporre qualsiasi organo dell’Università, sostituire qualsiasi carica, deliberare l’ammissione e la radiazione dei soci, con giudizio inappellabile (art.11). Nello stesso articolo si legge che il Di Napoli “è nominato a vita e designa il suo successore”. I suoi poteri, commentava Antonio Rizzo, “eccedono di gran lunga quelli di tutti i capi di stato viventi, nonché quelli di tutti i tiranni passati e presenti, da Caligola a Stalin” (“Voce del Popolo”, 25 novembre 1950). Mentre il Presidente della Repubblica può nominare 5 senatori a vita, il Fondatore-Direttore autorizza se stesso a nominare 25 senatori accademici a vita, e per anni rilascia e revoca titoli di Libero Docente, Cavaliere dello Spirito et similia, convalidati da un timbro tondo: Università dei Terroni – Taranto – Magna Grecia – Trinacria. Produzione culturale? Zero assoluto.

Che dire di queste storie di ordinaria follia in terra jonica ? Parce sepulto. Se poi l’ondata trash del delirio leghista-federalista dovesse riportare in auge simili pappolate, si spera che almeno non venga coinvolta l’onorata testata della “Voce del Popolo”.

lunedì 1 aprile 2013

Terra del grano, terra della vigna


TERRA DEL GRANO, TERRA DELLA VIGNA
Il circondario di Taranto dalla crisi protezionistica all’inchiesta di Errico Presutti (1887-1909)
di Roberto Nistri



© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

1. Le zone dei granai

            Nella sua relazione del 1909 (1) il delegato tecnico Errico Presutti articolava opportunamente la sua analisi del circondario di Taranto distinguendo due zone: il Mezzogiorno del grano e il Mezzogiorno degli alberi (nei borghi rurali era presente anche una protoindustria casalinga che lavorava la materia prima del territorio: lino, canapa, lana, cotone). La prima zona, a nord-ovest di Taranto, si presentava come “granifera” ed era la continuazione di quella lunga striscia di territorio che cominciava sull’Adriatico, in Abruzzo, estendendosi su tutta la parte centrale della provincia di Foggia, sulla parte occidentale della provincia di Bari, per finire sulla costa settentrionale dello Jonio. Tale zona del circondario (la Provincia di Taranto doveva essere costituita solo nel 1923) comprendeva i comuni di Mottola, Castellaneta, Laterza, Massafra, Palagiano, Ginosa e Taranto. Ricorrevano tutti i caratteri propri della grande azienda granifera esistente nelle province di Foggia e di Bari:  centri abitati scarsi di numero ma popolosi, malaria diffusa, coltivazione prevalente di cereali.  Su un pulviscolo di piccolissime aziende provenienti dalla quotizzazione di antichi demani incombevano gigantesche concentrazioni terriere: “In questa plaga domina la grande proprietà, un solo proprietario possiede 9.500 ettari, un grande oliveto a Palagianello conta 13.000 piante, quello di proprietà della Casa Reale di Spagna a Ginosa si dice conti 35.000 alberi” (2). Era in genere modesta la coltura della vite, più ampia quella dell’ulivo.
            Per maggiore dinamicità si segnalava la produzione granaria, che già nel corso degli anni Settanta doveva misurarsi con la concorrenza dei grani americani: l’introduzione nella grande coltura delle prime macchine e di sistemi più razionali portava la conseguente crisi dei massari e dei piccoli affittuari, determinando un lento ma costante cambiamento nel sistema di gestione delle grandi aziende da una parte e dall’altra a una sensibile corrente di emigrazione transoceanica, indice della rovina progressiva e irreversibile dei piccoli fittuari e proprietari colpiti dalla concorrenza e troppo poveri per ammodernare i sistemi di coltivazione dei loro fondi: “Quelli che non hanno adottato sistemi più razionali di coltivazioni sono stati colpiti dalla crisi determinata dall’azione combinata di due fattori; la diminuita fertilità della terra spossata dalla antica rotazione; la concorrenza della grande coltura che, con l’uso delle macchine e di meno irrazionali sistemi di coltivazione, produce il grano con un costo di produzione minore”(3).
            Secondo le statistiche del Presutti, in tutti i comuni della zona in questione il prodotto lordo

domenica 31 marzo 2013

Contro le empie e scellerate bande...



CONTRO LE EMPIE E SCELLERATE BANDE…



di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

1. Il “picchio notturno”

       In altra epoca, “il tempo fra cane e lupo” designava un’ora della sera, fra la scomparsa del sole e l’avvento della notte, quando - come ha scritto Vittorio Sermonti - “i cani avevano riparato nel chiuso e i lupi non erano ancora usciti alla campagna”. Nell’ombra si muovevano i briganti.
Il 23 agosto 1860, il Sotto Intendente di Taranto, Salvatore Stampacchia, scrive al Sindaco di Taranto: “poiché la perniciosa classe di ladruncoli e di sospetti ladri debbasi strettamente vigilare… rimetto a Lei un notamento… ond’Ella si compiaccia di passarlo alla Guardia Nazionale per effettuare anche questa la sua parte di sorveglianza col picchio notturno”. La lettera suscita le ire del Sindaco, che comunque accondiscende alla fastidiosa organizzazione del “picchio notturno”, una sorveglianza dopo il tramonto dei “soliti sospetti”: una prima lista di venti vigilati speciali, ai quali se ne aggiungeranno altri quaranta. Per combattere la criminalità diffusa, i proprietari si tassano per armare alcune squadriglie mentre una commissione municipale organizza “visite domiciliari” nei luoghi sospetti e nei trappeti, arrestando quanti non sono in grado di giustificare i loro carichi di ulivo (1).
      L’8 dicembre del 1860 il Regio Giudice di Sava chiede soccorso al Governatore della Provincia: “ Un’ora tremenda della Nazione è qui scoppiata. Una turba di villani gira il paese, costringendo a gridare: Viva Francesco Secondo. Si gittano pietre alle finestre, per domani si minaccia di peggio; sono stati bruciati tutti gli stemmi reali. La Guardia Nazionale è inerte. Provvedete subito. Vi replico: tremo per domani”. La sommossa viene repressa dalla Guardia Nazionale di Oria e di Manduria: arrestati tre Torricellesi e ventotto Savesi, fra i quali è più duramente castigato il “serviente comunale Francesco Pichierri che fu capomotore del popolo nel subuglio di Sava eccitandolo col tamburo contro i liberali, e lacerando di persona più bandiere italiane ed infrangendo e bruciando gli stemmi sabaudi” (2).

2. “Simo briganti de lo re borbone, armati de coraggio e de ragione…”

      Durante la notte del 17 novembre 1861, fatti criminosi avvennero a Grottaglie: Cosimo Mazzeo detto Pizzichicchio, soldato del disciolto esercito borbonico, ribelle alla chiamata di militare sotto la bandiera sabauda, nei primi mesi del 1861 si era dato alla macchia, dando vita al primo nucleo di resistenza armata nel bosco di S. Marzano. Dopo aver scorazzato con la sua banda nel Leccese, prese ad aggredire le tenute vicine al comune di Grottaglie, dove molti renitenti alla leva ingrossavano le file dei briganti.  Giunta di notte, la banda fece il suo ingresso da Porta S. Angelo,  ricevuta in piazza da un folto gruppo di popolani che, sventolando una bandiera bianca, al grido di “Viva Francesco II, morte ai liberali” e sparando fucilate in aria in segno di giubilo, l’accompagnò nel paese illuminato come in una sera di festa: quindi “l’orda brigantesca coi tumultuanti che con essa facevano causa comune, aggredirono il Corpo di Guardia d’onde erano scappati i pochi militi in servizio, ne abbatterono a colpi di fucile lo stemma reale che era sulla porta d’ingresso, s’impadronirono di 16 fucili dello Stato, e infransero l’effigie di Re Vittorio; indi infransero a colpi di scure la porta della prigione, riuscendo a mettere in libertà i tre detenuti corregionali che vi si trovavano. Infine si diedero al sacco e al fuoco di talune case e botteghe” (3).
      In data 2 ottobre 1862 la Prefettura di terra d’Otranto emise un editto con il quale si comandava la chiusura di tutte le masserie della provincia ed il ritiro nei centri abitati di tutto il bestiame e il foraggio, richiesta che causava vivo malcontento fra i massari e non intralciava il vettovagliamento e il collegamento fra i “guerriglieri” (si ricorda anche la vicenda sentimentale intercorsa fra Pizzichiccio e la bella massara di Mezzacoppola, Addolorata Fumarola) (4).

3. La caccia al lupo

       Il 17 giugno del 1863 ebbe luogo nei pressi della masseria Belmonte lo scontro decisivo fra 37 componenti della banda del “Capitano Pizzichicchio” e un corpo speciale composto da 29 carabinieri a piedi, 19 a cavallo, 31 cavallegeri del Reggimento Saluzzo e 14 guardie nazionali, alla guida di un mastino: il capitano dei carabinieri Francesco Allisio. A combattimento finito si rinvennero sul terreno 17 briganti uccisi ed 11 feriti, fucilati l’indomani a Taranto, assieme a qualcun altro catturato con l’arma in pugno (5). Mazzeo fu tra i pochi a sfuggire alla malasorte e , con un gruppetto di fedelissimi, tentò qualche estorsione. Si associò alla banda di Coppolone, rubacchiando pecore ed oche. Nel dicembre del 1863 era presente con una ventina di armati in agro di Martina e in quella zona, presso la masseria Leggieruddo (poi Ruggerullo) il 16 dicembre 1863, si registrava il finale di partita. Un milite della Guardia Nazionale si avvicinò ad un caminetto sperando di poter accendere la pipa e s’imbattè invece in due piedi che sbucavano dal fumaiolo: appartenevano a Cosimo Mazzeo che venne tirato giù con uno schioppo, due pistole e un abitino della Madonna del Carmine. Un finale che sabbe piaciuto al regista Mino Monicelli.
      La battaglia di Belmonte, con l’annientamento del “mucchio selvaggio”, è stata invece rievocata da Franco Zoppo con grande pathos nel suo Belmonte, da annoverare - secondo Girolamo De Michele – fra i tre-quattro grandi romanzi storici del Novecento italiano. Il protagonista avverte l’impossibilità di schierarsi fra i briganti e i soldati, ma il dolore è per gli inseguiti, per i feroci perdenti: “L’orrore fisico degli uni, infatti, gli era meno invincibile della ripulsa intellettuale degli altri e, tra le due ferocie, quella d’una repressione studiata e razionalmente condotta si faceva detestare senza le attenuanti che le ragioni anzidette fornivano ai ribelli. Il lupo inferocito lo terrorizzava meno del cacciatore feroce, assecondato e preceduto da cagne studiose; gli ispirava anzi qualche senso di pietà, specialmente sul punto di vedergli le agute scane conficcate nei fianchi” (6).

sabato 30 marzo 2013

Il sogno della grande vela. L'architetto e l'assessore


IL SOGNO DELLA GRANDE VELA
L’ARCHITETTO E L’ASSESSORE
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa in "architettitaranto" 09, 2012
Nel fascicolo nn. 5/6 di <<Architettitaranto>> Giulio Ponti ha indicato la Concattedrale di Taranto come l’opera più felice e completa della seconda fase del lavoro creativo del padre, il grande artista Giò Ponti. E’ stato ricordato il sodalizio fra l’architetto e l’arcivescovo Motolese, che ha permesso di superare non pochi ostacoli (“forze negative esterne”) a partire dall’iniziale diffidenza delle Autorità Vaticane preposte al controllo delle nuove costruzioni ecclesiastiche, restie ad affidare l’incarico ad un architetto così moderno. Giulio Ponti ha efficacemente ricostruito il processo ideativo e l’evoluzione operativa della Concattedrale sorta “in mezzo a un prato”, in totale isolamento rispetto al contesto, ma vocazionata a divenire il “ nuovo cuore della città”, circondata nel verde da piazze, scuole, attrezzature sociali e culturali. Si sarebbe dovuto partire da un progetto urbanistico organico, parzialmente abbozzato dal Maestro Ponti; invece la Grande Vela è stata subito “aggredita, assediata, soffocata da banali (per non dire di peggio) condomini residenziali”.
Nel suo saggio La Chiesa e la Città (inserito nel volume collettivo Taranto negli anni Settata, in corso di stampa per le edizioni Mandese) Vittorio De Marco racconta il Grande Sogno dell’Architetto: “Proporrò, come mio omaggio alla città di Taranto, il piano che senza perdere neanche un centimetro del verde destinato a questa zona della città, pone la cattedrale al centro di una corona di opere architettoniche (per le quali è da bandire un concorso nazionale) affinchè attorno alla cattedrale, che sarà il fulcro vivente, sorga una zona di esemplare significazione di civiltà, che disponga ai margini del verde nel quale è immerso il Tempio, di alcune esemplari case di abitazione (la vita), di una scuola materna (l’infanzia), di una scuola media (l’adolescenza) ed infine di un complesso culturale civico costituito da una biblioteca-pinacoteca-auditorio. Ed ogni edificio avrà la vista sulla cattedrale”. Ed aggiungeva: “Che non s’abbia a dire: avevate una grande occasione e l’avete perduta”.
Figurarsi! I tarantini sono collezionisti di occasioni perdute. La visione della Grande Vela doveva afflosciarsi in una indecorosa storpiatura del progetto originario, piegato alla gretta cupidigia della speculazione edilizia. Ponti aveva progettato una Grande Vela rispecchiantesi nell’acqua delle vasche, simbolo del mare Jonio, sognando un infinito veleggiare della sua opera nella natura di una Taranto  “liberata”: “L’architettura della Cattedrale sarà compiuta - perché è stata progettata in questa versione - quando sarà aggredita dal verde dei rampicanti, assediata e difesa, selvaticamente, da ulivi, eucalipti, oleandri e piante a cespuglio della terra tarantina: e sarà bosco, fiorirà in primavera, perderà foglie in inverno. Quando sarà espropriata dalla Natura, appropriata da Dio, e navigherà nel cielo, suo territorio, abitata da uccelli”.
Aggredita dal verde? La Vela (la più qualificata  opera d’arte moderna presente sul territorio) è stata aggredita dalla lazzaronaggine, semplice o qualificata, del sottobosco assessorile. Una cattedrale che si voleva “sommersa nell’aria” è stata assediata da termitai in cemento, incagliata in vasche prima trasformate in immondezzai e poi pavimentate: una Vela arenata in un mare pietrificato  come intristita metafora di una Taranto inchiavardata.  Nel 1990 l’architetto Giulio Ponti, nella sacrosanta difesa dell’opera di suo padre, chiese all’assessore ai LL.PP. di tutelare l’integrità dell’opera d’arte, di “provvedere al ripristino di quanto è stato così immotivatamente demolito”, invece di procedere a indebite modifiche del progetto originario. Il bravo assessore Melucci, convinto che la sola Amministrazione cittadina avesse il diritto di mettere le mani sull’opera di un artista, ingiunse al Ponti di farsi gli affari suoi, con la minaccia che “ogni sua azione rivolta ad operare al meglio per questa grande e storica città di Taranto offende la professionalità dei tecnici locali e l’intelligenza dei tarantini e non è escluso un effetto negativo dei suoi desiderata” (!). A sgonfie vele, come sempre.

Note bibliografiche
G. PONTI - L. MORETTI, La concattedrale di Taranto, Taranto, 1983
V. DE MARCO, La vela di Giò Ponti, Taranto, 1989
R. NISTRI, Un monumento, una vela e il palio dei grulli, in <<Astolfo>>, Taranto, aprile 1990
M. TORRICELLA, Giò Ponti 1964-1971, Martina Franca (Ta), 2000

venerdì 29 marzo 2013

Nascita di una città. La terza Taranto: 1865-1882


NASCITA DI UNA CITTA’
La terza Taranto: 1865-1882

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

Roberto Nistri

     Con l’unità d’Italia per la prima volta venne offerta ai 25.000 abitanti della vecchia Taranto l’occasione di costruire “fuori dalle mura”, di dare finalmente vita alla “Taranto nuova”. L’abitato
si trovava costretto nella cerchia delle vecchie mura e fortificazioni bizantine, sveve ed aragonesi che cingevano lo scoglio tra il Mar Piccolo e il Mar Grande, una poderosa fortificazione che, se da un lato costituiva una buona difesa, dall’altro costringeva le case e quindi la popolazione in uno spazio angusto e insufficiente, con  difficile comunicazione verso l’esterno attraverso i due ponti di pietra, obbligati e vigilati, di Porta Lecce e Porta Napoli. Considerando che larga parte della superficie dell’ “Isola” (250.000 mq.) era occupata da edifici religiosi, chiese e conventi che continuavano a fagocitare spazi, risulta comprensibile il senso di soffocamento che doveva angustiare la popolazione stipata nel groviglio dei vicoli e delle sopraelevazioni, in precarie condizioni igieniche e sanitarie. Si comprendono le pulsioni contraddittorie che determineranno il “carattere sociale” del tarantino negli anni a venire: da una parte l’attaccamento alla millenaria loco munita urbs e alla stretta vicinanza interpersonale, dall’altra la smania del vorace divoratore di spazi, del costruttore sempre alla ricerca di una “nuova” Taranto (1).
      Quando nel 1865 un Regio Decreto dichiarò Taranto città “aperta e libera” venne avviata la demolizione delle vestigia del passato con furia iconoclasta: una rinascita vissuta come rimozione (2). Ma troppa incertezza e scarsa disponibilità finanziaria ritardavano l’avventura al di là del “fosso” (3).  Eppure la “terza Taranto” stava per nascere, ritornando sulle proprie orme, laddove un tempo si estendeva la Taranto di Archita.
      Durante le celebrazioni dell’Unità non si è potuto trascurare il singolare parallelismo fra la storia nazionale e quella municipale: i 150 anni dell’Italia unitaria sono i 150 anni della Taranto moderna. Poteva rinascere la molle Tarentum, dolce città mediterranea e Porta dell’Oriente, con due mari brulicanti di barche e un promettente traffico mercantile, secondo i dettami della natura e della tradizione. Ma altra doveva essere la levatrice della “città nova”: la Marina militare, in conformità alle esigenze statuali, ebbe una funzione costituente e dirigente nella edificazione di una Urbs maritima strategicamente finalizzata alle glorie espansionistiche della neonata Potenza (4).
      Con scarsa fiducia nelle proprie risorse imprenditoriali, la borghesia cittadina fu allettata da un imponente investimento “eteronomo”, toccasana di tutti i problemi, convinta che il “Borgo” avrebbe trovato legittimazione e ossigeno in un polmone industrial-militare garantito e protetto dallo Stato: un buon affare, che paradossalmente rafforzava l’atavica sottomissione alla dimensione militare. Dopo la indolore transizione alla nuova forma-Stato, con lo “sviluppo donato” eterodiretto dalla Monocrazia industrial-militare, la “rivoluzione passiva” fra i due mari giungeva a compimento. Il futuro era segnato. (5).
       Anche il piano Conversano, approvato definitivamente nel 1865 con la prospettiva di ampliamento dei due sobborghi, avrebbe dovuto rifare i conti con l’Ufficio del Genio (appena insediato acquisì 216.000 mq. di terreno)  cancellando l’espansione di porta Napoli e allungando le direttrici di sviluppo a porta Lecce, dimenticando la prospettiva di risanamento del Borgo Antico. Con l’inizio dei lavori di scavo e costruzione del canale navigabile - ricorda lo Speziale - la spiaggia di mar Piccolo, “già così ridente pel rigoglioso fiorire di giardini e di grandi chiome di annosi pini a specchio dell’acqua, venne completamente trasformata, abbassata, livellata per migliaia e migliaia di metri quadrati. Là, ove la natura aveva tratto i più pittoreschi partiti dal continuo mutare dei fogliami e dai declivi del terreno, regnò sovrana la geometria” (6).
      L’architetto Frank Lloyd Wright ha scritto nella sua Autobiografia che una casa non deve mai essere su una collina o su qualsiasi altra cosa. Deve essere della collina, appartenerle in modo tale che collina e casa possano vivere insieme in armonia. Invece il testardo accanimento con cui i costruttori dichiararono guerra alla natura doveva essere ben sottolineato da Hector G. Preconi: “Taranto non fu risparmiata dalla spensierata mania di appianare degli ingegneri, che pongono un piano a scacchiera in ogni clima e su ogni suolo. La natura stessa aveva lasciato cadere la penisola a forma di duna verso i due mari, sicchè si poteva costruire una nuova città piena di aria e di luce, disposta a terrazze. Ma col compasso e il livello la Provvidenza fu corretta, e con enormi sacrifici finanziari tutto il terreno fu ridotto ad una superficie uguale ove si stendono, noiose e corrette, le nuove strade” (7). Venne l’ora della grande cementificazione e il Borgo si modellò come “fuori fabbrica” attorno all’imponente facciata dell’Arsenale, mentre un gigantesco muraglione (il primo di un’interminabile serie di muri) sequestrava irrimediabilmente il Mar Piccolo, tagliando il cordone ombelicale con l’habitat naturale (8).