martedì 7 maggio 2013

Note sull'antifascismo di terra jonica

"Note sull' antifascismo di terra jonica"
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati.

Il testo riproduce parte delle relazioni tenute dall'autore in una serie di dibattiti organizzati dallo SPI-CGIL, il 26-27-28 aprile 1983  negli incontri tenuti presso il Circolo Ilva con studenti degli istituti superiori, il 29 aprile nell'Assemblea dei lavoratori dell'Arsenale della Marina Militare.

Una comprensione scientifica del passato non può comportare una amnistia generalizzata, anzi se amnistie possono essere legittime da un punto di vista politico e giuridico, non lo sono affatto dal punto di vista della storia, che deve inchiodarc individui e gruppi alle loro responsabilità.
Crediamo che lo storico debba studiare gli eventi con la massima scrupolosità, comprendendo le ragioni degl uni e le ragioni degli altri, ma non per questo ci sentiamo di porre sullo stesso piano la vittima e il torturatore, la violenza dello schiavista e la violenza che lo schiavo esercita per liberarsi. Possiamo ben comprendere le ragioni del potere romano e quelle delle autorità giudaiche  ma, diciamolo francamente, una delle immagini - cardine della nostra civiltà è quella di un uomo in croce, quella croce che era la condanna degli schiavi, dei poveracci, degli ultimi. Comprendere sì, oggettivamente, la storia. Ma cosa comprendiamo, se dimentichiamo che la storia è lo sforzo dell'uomo per liberarsi dalla croce dell'oppressione, dell'intolleranza, dello sfruttamento?
Non possiamo accettare una storiografia alla Ponzio Pilato che, auspicando il superamento dell'antifascismo e l'avvento di una società deideologizzata, favorisce solo l'asservimento dell'uomo alla rivoluzione tecnologica e il culto feticistico del mercato e del più squallido consumismo. Lo studio della storia non deve pacificarci qualunquisticamente dicendo che siamo tutti della stessa pasta, ma deve anzi servire a tener fermo un criterio di giudizio, che nasce dalla storia stessa: un criterio forte scritto col sangue di 50 milioni di vite umane. Non abbiamo le idee chiare su cosa sia il bene, ma quei 50 milioni di morti nell' Apocalisse scatenata dal nazifascismo ci indicano con chiarezza cosa è il male.
Ci premeva svolgere queste considerazioni, proprio per chiarire il forte impegno civile, che ha caratterizzato la recente ricerca storiografica sulla città di Taranto, una città che particolarmente ha sofferto di amnesie, cbe ha devastato la propria memoria storica, illudendosi che si possa conquistare il nuovo soltanto perdendo l'antico. Una città che è stata attraversata dai miti del più acritico e vorace consumismo, oggi comprende che per conquistarsi un futuro sensatamente progettato, deve recuperare
e valorizzare la propria memoria e i segni del passato. Una memoria che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni è senz'altro quella di una robusta tradizione antifascista, della quale dobbiamo essere orgogliosi. Dovremmo riscoprire tutto l'antifascismo meridionale, che è stato appannato dalla più vistosa presenza del fenomeno resistenziale e poi marginalizzato da una storiografia ruotante sull'asse Roma-Milano. Resistenza ed antifascismo finirono per coincidere ma non sono la stessa cosa: il secondo contiene il primo. L'antifascismo è un movimento più vasto politicamente e anche territorialmente più esteso. La Repubblica è nata dalla Resistenza ma è stata preparata dall' Antifascismo che, minoritario e diversificato, ha comunque avuto una presenza in tutta la penisola. 
Dopo 40 anni abbiamo potuto ricostruire una prima storia dell' antifascismo tarantino: in una città promossa dal fascismo capoluogo di provincia e che godeva economicamente, attraverso l'Arsenale, di tutta una strategia di rilancio della produzione bellica, in questa "Taranto città tre volte fascista" , "perla del regime", l'antifascismo non ha mai smobilitato un momento, profondamente radicato nel cuore della classe operaia. E parliamo di classe operaia, perché gli elenchi dei perseguitati dal Tribunale Speciale forniscono quasi tutti nomi di umili lavoratori: a Taranto, e questo è un elemento storico di grande importanza per comprendere le evoluzioni successive. Non c'è stato un antifascismo borghcse e intellettuale, ma solo un antifascismo proletario, caratterizzato da una tensione più sociale che non ideologica, attaccato a quella solida tradizione di organizzazioni operaie che era stata violentcmente smantellata dal fascismo (un fascismo che, è bene ricordare la sua peculiarità nel quadro meridionale, è nato prima in città per poi svilupparsi nelle campagne).
Dall'assassinio dell'operaio del Tosi Raffaele Favia, nel luglio del ' 21, si snocciola tutta una sequenza di attentati e di persccuzioni da parte di uno squadrismo protetto dal prefetto, armato dalle autorità militari, foraggiato dai galantuomini locali. Le camere del lavoro vengono incendiate, le avanguardie sindacali dei cantieri Tosi vengono licenziate, il 28 aprile del '22 gli squadristi uccidono il comunista Giuseppe Migliaresi, poche settimane prima della marcia su Roma viene assaltata a colpi di pistola e di bombe a mano la casa del leader Odoardo Voccoli. Il fascismo trionfante esalta il ruolo di Taranto come piazzaforte militare, lega a sé i ceti medi, ma non riesce a trovare consenso negli ambienti operai che, pur condizionati dalla struttura statal-militare della produzione, non prenderanno mai la tessera del PNF. Con gli arresti del ' 26, l'organizzazione operaia viene decapitata, ma le radici rimangono profonde e vigorose.
Il comportamento rigoroso e intransigente tenuto dagli antifascisti in carcere, trova una testimonianza esemplare nella figura del dirigente comunista Odoardo Voccoli, condannato a 12 anni di carcere, che mai conosce un momento di cedimento, malgrado lo sfascio economico della sua famiglia e la persecuzione nei confronti dei suoi figlioli uno dei quali, Todol, morirà in carcere (come in carcere muoiono i fratelli Alessandro e Federico Mellone). Dopo il verdetto, scrive alla compagna Assunta: "I deboli si accasciano, chi viene colpito per la sua fede non deve impallidire dinanzi alle conseguenze che gli derivano dall'aver troppo amata la sua idea". I diari scritti in carcere indicano come la categoria dell' antifascismo assuma veramente valenze universali: il "non mollare" come capacità di resistenza dell'indignazione, della solidarietà e della speranza, di fronte
 a tutti i tentativi dell' oppressore di spezzarti la coscienza, di ridurti a cosa fra le cose. Di fronte alle pressioni dei questurini perché venga firmata la domanda di grazia, rimane sempre la libertà di dire no, di non "dimettersi da uomini", come scrive Odoardo. La "scuola del carcere" è la grande università alla quale si sono iscritti questi organizzatori della classe operaia, temprando quelle capacità e quelle conoscenze che daranno linfa vitale alla nostra Repubblica.
Nel '32 l'amnistia libera Odoardo e gli altri carcerati, che riprendono subito il loro dovere di oppositori al regime, di nuovo arrestati nel '34. Nel '36, mentre la guerra in Etiopia è in pieno svolgimento, Taranto è pervasa dal mal d'Africa e si canta a voce spiegata " Faccetta nera", la morte del figlio di Odoardo, Todol, è occasione per una vera manifestazione antifascista, a via D'Aquino. Da un rapporto dello stesso anno dell' ispettore Calabrese - Aversini, apprendiamo che a Taranto, "dove maggiormente alligna il comunismo tra i centri pugliesi per la numerosa classe operaia ivi residente", nonostante le pene inflitte dal tribunale speciale, "coloro che hanno radicato nell'animo la fede comunista non si sono intimiditi". Anzi: "essi riescono a malapena a trattenere l'entusiasmo col quale seguono i sanguinosi rivoluzionari avvenimenti spagnoli".
A differenza della vicina Bari, a Taranto gli uomini di cultura non offrono il minimo segnale di maturazione di una sensibilità antifascista: abbiamo intellettuali di regime, come Alessandro Criscuolo, che partorisce reboanti e sconclusionate epigrafi basso-dannunziane oppure, nel migliore dei casi, l'afascismo tutto cerebrale del bibliotecario Vito Forleo. Gli antifascisti tarantini, tutti semplici operai, artigiani, pescatori, privi di qualunque supporto della "intellighenzia" locale (un caso a sé, politicamente poco rilevante, è dato dal poeta Michele Pierri), si stringono attorno ai vecchi dirigenti proletari (Voccoli, Latorre, Candelli, De Falco) che si presenteranno come gli autentici punti di riferimcnto dopo la caduta del fascismo.
La persecuzione contro gli antifascisti continua fino alle condanne del febbraio '43. Al momento dell'armistizio, i 250 soldati tedeeschi si allontanano da Taranto senza alcuno scontro, mentre le prime resistenze si incontrano a Castellaneta. Le forze anti fasciste si trovano a guidare un processo di transizione la cui complessità è ancora da chiarire.
Se al Nord il dopoguerra inizierà il 25 aprile '45, il Sud vive un particolare dopoguerra fra il'43 e il '45, ed è ancora tutto da studiare quanto accadde in quattro province pugliesi (Brindisi, Lecce, Taranto e Bari) che costituirono inizialmente l'area territoriale entro la quale lo Stato italiano, nella persona del re, poteva esercitare la sua sovranità. E nelle "province del re" si sintetizza un vischioso processo di continuità e di trasformazione, una inscindibile mescolanza di vecchio e di nuovo. La Puglia diviene il ponte di passaggio tra l'Italia monarchica e fascista e l'Italia che si apre alla nuova democrazia. La disgregazione del blocco dominante trova un elemento di forte ricomposizione nella monarchia.
La separazione tra corona e littorio che in altre regioni si effettua drammaticamente perché i simboli dei Savoia restano come emblema della. continuità dell'Italia contro le armate tedesche e la Repubblica Sociale, nel Sud - in larga parte risparmiato dalla guerra civile - avviene in maniera indolore. Le conseguenze sono importanti per quanto riguarda i meccanismi di ricambio fra vecchia e nuova classc dirigente: al Nord la selezione e la legittimazione sono state determinate dal basso, sul terreno della lotta partigiana, nel fuoco dello scontro armato, mentre al Sud la transizione è nel contempo più brusca e più vischiosa, riciclando la vecchia classe dirigente all'ombra di Comitati di Li berazione che non hanno liberato niente.
Quella diversa modalità di separazione fra corona e littorio permise nel Mezzogiorno una mimetizzazione maggiore delle forze e degli uomini che avevano avuto un ruolo importante durante il fascismo, e le conseguenze si sono fatte sentire sino a tutti gli anni Cinquanta. Ma, per quello che riguarda il nostro territorio, dovremmo aggiungere altri elementi interessanti: 1) in Puglia la continuità delle istituzioni statuali ha inceppato un autentico processo di ricambio politico, ma anche ha contenuto i guasti operati altrove dall'amministrazionc alleata, come il recupero di posizioni di comando della mafia in Sicilia; 2) la Puglia ha espresso una significativa tensione sociale (a Taranto, scioperi ai cantieri navali, l' assalto alla Prefettura...) attraverso la quale ha avuto modo di
manifestarsi il protagonismo cIelle classi subalterne e la sua volontà di trasformazione sociale; 3) quella vigorosa tradizione antifascista ha avuto un ruolo nel processo di transizione esprimendo una cultura meridionale che da tempo aveva fatto del Mezzogiorno un problema nazionale, indicando delle soluzioni avanzate, che non hanno trovato le gambe per concretizzarsi adeguatamente, ma hanno posto le basi per una possibile rinascita.
Concludiamo dicendo che un discorso storico su quegli anni cruciali deve fare i conti con una realtà fortemente contraddittoria. Basti pensare alla stridente diversità con cui, al di qua e al di là della linea gotica, viene vissuto l'autunno-inverno del '44-'45. Mentre al Nord le formazioni partigiane affrontano l'ultima sanguinosissima fase della Resistenza, a Sud l'unità antifascista è già sfilacciata e incomincia a funzionare la seduzione dell"'Uomo Qualunque", la rivista che dice "Abbasso tutti!" riaggregando nostalgici e malcontenti. Il risultato è che il 25 aprile, quando secondo le generose illusioni dell'Italia partigiana dovrebbe cominciare a soffiare il "vento del nord", nell'Italia già liberata si è fatto in tempo a consumare tre crisi di governo, la rottura di fatto della unità ciellenistica, il fallimento dell' epurazione, gli effetti devastanti di una massiccia inflazione, la riorganizzazione delle forze moderate filofasciste, la repressione nelle campagne dei primi moti contadini. Parri, Longo, Pertini e gli altri capi partigiani che sfilano in testa ai cortei nelle città appena liberate, non possono rendersene pienamente conto, ma il futuro che loro immaginano di poter costruire ex novo è già in gran parte ipotecato da tutto ciò che è avvenuto nell' altra Italia, e si tratta di un futuro dove gli elementi della "continuità" saranno, se non proprio più numerosi, almeno pari a quelli della "innovazione" e della "rottura".
Ma proprio per questo è da rivalutare il ruolo di quei vecchi antifascisti meridionali che hanno continuato a funzionare come ideale baluardo democratico nei difficili anni della ricostruzione, e il cui insegnamento, già negli anni della Resistenza, ha  fruttificato sui più diversi terreni, fornendo un luminoso esempio di fermezza e rigore morale. Quella fermezza che troviamo in tanti soldati meridionali che, trovandosi al nord, si sono dati alla macchia organizzandosi nelle formazioni partigiane. Quell' esempio "di rigore, di pulizia, di modestia" che Enzo Biagi ricorda della figura di Pietro Pandiani, il tarantino "Capitan Pietro", un comandante partigiano che non volle fare carriera, che rimase sempre un uomo schivo e riservato, che non cercò onorificenze e buoni posti.
La città di Taranto ha voluto ricordare questo valoroso combattente, indicando alle giovani generazioni la virtù del suo silenzioso eroismo, del
suo disincantato ma infrangibile rigorismo morale, che può valere come sano correttivo dei guasti della società dello spettacolo e del rumore, che deve valere come esempio della parte più nobile dell' anima meridionale e tarantina.
Nel maggio del 1988, per iniziativa del sindaco Mario Guadagnalo, con la partecipazione delle Associazioni Partigiane A.N.P.I. - F.I.V.L. - F.I.A.P. ELA.P. e della 1° Brigata "Giustizia e Libertà" della Divisione Bologna,
dopo gli interventi del Professor Roberto Nistri, dell'avvocato Francesco Berti Arnoaldi Veli (Presidente Istituto Regionale Storia della Resistenza in Emilia Romagna) e di Aldo Aniasi (Presidente Nazionale F.I.A.P.), i giardini antistanti la sede dell'ex Enpas sono stati dedicati a Pietro Pandiani, capitano medaglia d'argento al valore militare. I tarantini hanno voluto onorare questo loro concittadino dedicandogli un cippo marmoreo in ricordo della lotta partigiana e dei valori a cui essa rimanda: libertà, democrazia, tolleranza, giustizia sociale.

lunedì 6 maggio 2013

Presentazione del libro “Taranto democratica"



 
ANPI TARANTO
SCORPIONE EDITRICE

Lunedì 6 maggio 2013
Ore 18,00

CENTRO SPORTIVO MAGNA GRECIA
Via Zara, 121 - Taranto

Presentazione del libro

“TARANTO DEMOCRATICA
dalla dittatura alla Repubblica (1943-1946)”

Introduce

GIOVANNI BATTAFARANO, Presidente ANPI Taranto

Interventi degli Autori

ALFREDO ANZOINO
ROBERTO NISTRI
PINO STEA

dell’Editore

PIERO MASSAFRA  

Conclusioni

CORRADO PETROCELLI Magnifico Rettore Università di Bari


Gli studenti e i cittadini sono invitati
ANPI Taranto – Via De Cesare 4 – Taranto
anpitaranto45@gmail.com

Taras: 3001 Odissea nel Mar Piccolo

Per la prima volta on line, un fumetto disegnato dall'ottimo Vito Messi, e sceneggiato da Roberto Nistri. Edito nel 1981 sulle pagine della rivista "Città".

La fatica di Sisifo: la costruzione della pace


"La fatica di Sisifo: la costruzione della pace"
di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati.

Intervento tenuto a Palazzo Pantaleo, il 7 luglio 1994, in occasione dell'incontro - organizzato dal Comitato "Non c'è pace senza giustizia" - con il sindaco di Sarajevo, Muhamed Kresevljakovic

Il sogno jugoslavo di uno stato multietnico, capace di federare e far convivere in un comune progetto popoli tormentati da conflitti e rancori storici, sembra essersi definitivamente infranto. Sorprende la rapidità con  cui, nel giro di 2-3 anni, è cresciuta la diffusa persuasione dell'incompatibìlità tra popoli sino a poco fa ancora fortemente intrecciati ed assai mescolati in molte regioni del paese (oltre che nell' emigrazione). Ma ii demone nazionalista è così: si diffonde con grande rapidità, al pari del razzismo o del fanatisrno religioso distingue con nettezza tra "noi" (amici) e "loro" (nemici), fa rapidamente proseliti, emargina (e magari punisce) come traditore chi non è d'accordo e non canta nel coro, e si assiste così alla veloce distruzione del "fondo comune" che teneva insieme genti diverse.
Molto tempo fa avvertiva lo scrittore croato Krleza: la Jugoslavia è come una bettola, piena di avventori pronti a spegnere le luci per dare mano ai coltelli. Ora hanno spento la luce. E non ci sono miracoli o scorciatoie. Non c'è altra strada che la soluzione pacifica, negoziata, rispettosa delle esigenze di parti che oggi sembrano votate alla convinzione "mors tua, vita mea" e che invece dovranno re-imparare a convivere in una regione europea,in una Europa che non può convivere né con uno scenario Beirut né con uno scenario Belfast. Una Europa che non tuttavia non può pensarsi senza il Mediterraneo, perché è nata nel Mediterraneo, che non è e non può essere solo un "mare del passato".
Il nome greco del Mediterraneo era "mesogaios" ("tra le terre"), una sepa razione che era anche coniugazione, visto che un altro nome era "pontos", ponte che esprime distacco e congiunzione con l'Altro. Oggi purtroppo il Mediterraneo non sembra più ii mare della scoperta, dell'attraversamento,
non è più un grande spazio di comunicazione ma una barriera che tiene
distanti gli "intrusi", che isola e divide. Una storia sciagurata lo ha trasformato, da straordinaria opportunità di conoscenza e di scambio, in luogo chiuso fatto di ostilità e di impenetrabilità. Il mare ha mutato la sua natura, trasformandosi in muro, frontiera.
Come ha detto l'autore "Mediterraneo", Pedrag Matvejevitch, l'Europa
pretende di assumere una forma senza riferimenti al "suo" mare, il "mare primo", la "patria dei miti". Il Mediterraneo rimane come un dato di fatto residuale, non è un progetto né per la ricca sponda nord né per la povera sponda sud. E così quel sud che è stato l'inconscio del mondo, il ventre da cui sono uscite le civiltà, sembra destinato a diventare un mondo di "ex". La Jugoslavia è la tragica metafora di un fallimento: il sogno della realizzazione di una convivenza all'interno dei territorio multietnici o plurinazionali, dove s'incrociano e si mescolano culture variegate e religioni differenti, sembra rovesciarsi nell'apocalisse.
"Da Oriente a Occidente, in ogni punto è divisione". Questa citazione di Leonardo, che sembra una centuria di Nostradamus, bene si applica alla ex Jugoslavia: frontiera tra Oriente e Occidente, falla tra la cattolicità latina e l'ortodossia bizantina, tra la cristianità e l'Islam. Primo paese del Terzo mondo in Europa o primo paese europeo nel Terzo mondo, è difficile dire a quale categoria questo paese possa appartenere, fra la tradizione asburgica e quella ottomana. Mentre i giovani abitanti della sponda sud sono lacerati da un'alternativa insolubile: modernizzare l'Islam o islamizzare la modernità? In questo grande anfiteatro sembra che si reciti sempre lo stesso repertorio, con gli stessi gesti e le stesse parole, e l'incapacità della parola nuova, della liberazione verso il futuro, ha alimentato ormai una orribile corsa verso il passato.
Una parte di questa Taranto ha sempre cercato di contribuire al dialogo interetnico e rafforzare tutti gli impegni che in questo senso vengono esercitati da coraggiose minoranze controcorrente che esistono in tutti i territori della ex Jugoslavia. Un gruppo di tarantini partecipò, nel Natale del '92, alla marcia su Sarajevo organizzata da "Beati i costruttori di pace", con alla testa il non dimenticato Mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Alcuni tarantini collaborano con i campi profughi insediati fra Bari e Foggia, con il sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini. Collaborano al progetto per la ricostruzione della Biblioteca di Sarajevo. Sarebbe ora che nel Centro storico di Taranto, che è un "testo" essenziale di questa nostra storia mediterranea, si promuovesse un centro studi sul Sud Europa. E che si promuovano strutture di accoglienza per evitare il moltiplicarsi di sempre nuove divisioni e conflittualità.
Non si tratta di arginare l'esplosione di una follia localizzata e anomala.
Con la fine dell'ordine bipolare stiamo assistendo all'esplosione di una miriade di guerre civili. Sempre più crudeli, sempre più incontrollabili: quella che, nel suo ultimo libro, Hans Magnus Enzensberger chiama la metastasi della "guerra civile molecolare". Una nuova peste, dalla quale l'Italia è tutt' altro che immune. Sarajevo può essere ovunque. Per questo dobbiamo sempre di nuovo ripartire alla ricerca della "nuova spiaggia". Sempre di nuovo, come Sisifo, dobbiamo riprendere a spingere fino alla sommità del monte un macigno, il macigno della pace, che purtroppo riprende sempre a  rotolare.

lunedì 22 aprile 2013

Vuoti a perdere


VUOTI A PERDERE

© Roberto Nistri 2013-04-21. Tutti i diritti sono riservati


MARINETTI: NEOCARNE NOVECENTO

Così il regista Carlo Ludovico Bragaglia ricordava il Futurista che avrebbe fatto  “innervosire” il ‘900: “Marinetti? Un ometto piccolo piccolo, dimesso, sempre con la sua bombetta dura in testa, quasi la caricatura del borghesuccio. Una pecora che, però, riuscì a ruggire come un leone”. Con
alterne fortune, fra ostracismi e rivalutazioni, la vecchia pecora continua a ruggire anche in questo inizio di millennio, così povero di avanguardie. Particolarmente felice l’omaggio riservatogli dal
pittore Pablo Echaurren: un fumetto intitolato Caffeina d’Europa, con Marinetti che si racconta in prima persona attraverso le sue parole e i suoi scritti. “Marinetti è stato il più grande tra gli intellettuali del Novecento, un ‘pre-punk” che ha tolto l’arte alla casta degli artisti e dei critici, e l’ha messa a disposizione di tutti”,  spiega Echaurren. E’ fuori di dubbio che quello Sturm und Drang abbia promosso la “libera uscita” dell’arte come uso di massa (ancora oggi quanti abiti e
t-shirt derivano dall’estro di Giacomo Balla?) promuovendo l’estetizzazione del quotidiano e un nuovo tipo di sovversione, l’insurrezione tramite i segni. Pablo, l’illustratore del ’77 bolognese e delle tribù metropolitane, assisteva al trionfi del paroliberismo: potere dromedario, più sacrifici meno dentifrici, più chiese meno case, siamo belli siamo tanti siamo covi saltellanti… Per inciso, non risulta un solo esempio di questa eredità futurista/dadaista nell’attrezzatura comunicativa
della Destra, giovanile o senile che sia.
     I fascisti amavano poco o niente Marinetti, soprattutto quando si incaponiva nel  voler integrare

martedì 2 aprile 2013

Glorie di Terronia


Glorie di Terronia
di Roberto Nistri



© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

Ci sembra di cogliere, nella nuova o nuovissima  “Voce del Popolo”, alcuni smarcatori culturali
rispetto alla linea del giornale dei Rizzo di cui si è voluto riprendere l’onorata testata: facciamo
riferimento alle due pagine curate da Raffaele Conte, C’era una volta a Taranto l’Università
dei Terroni, arricchite da una foto - abbastanza fuori tema - di Mussolini con le stampelle.
Si tratta di un’intervista a Maria Carmela Bonelli, ricercatrice di storia ginosina, che ricorda con affetto la figura dello zio Francesco Paolo Buonsanti, “noto fascista” nonché “chirurgo in ortopedia e stimatissimo intellettuale”, che si trovò a dirigere, con sovrano sprezzo del ridicolo e del buon senso, l’Accademia dei Terroni nella sua fase terminale, dopo la paranoica gestione Di Napoli.
Antonio Rizzo che, sulla vecchia “Voce”, ebbe a ridicolizzare ferocemente il miserabilismo culturale  della detta Accademia, non avrebbe mai potuto immaginare che oltre cinquanta anni dopo,sotto la stessa testata, la storica Bonelli potesse elogiare “una Istituzione che investiva in pieno la Questione meridionale imperniata sull’applicazione di un criterio di giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti” (un criterio quanto mai oscuro e scriteriato,  avrebbe chiosato Rizzo). E’ l’aria che tira: la marcia del gambero, indietro tutta!

Nel periodo in cui un grande meridionale come Elio Vittorini dirigeva a Milano “Il Politecnico”, la più innovativa rivista del dopoguerra, a Taranto toccava in sorte l’Accademia dei Terroni: “il termine acquisiva un significato di nobiltà, quasi un valore onorifico per tutti coloro che – per stessa affermazione dei soci – fossero al di sotto di quella linea gotica, voluta e potenziata da politici ed industriali del Nord, che aveva diviso gli Italiani in Terroni e Polentoni” (storica Bonelli dixit). Rivista del sodalizio era “Valigia del Sud”, trasformatasi nel 1952 in “Il Carroccio del Sud”.   L’Ente è stato  istituito per difendere “tutti i valori dello spirito dei Terroni” e propugnare, come si legge nell’art.1 dello Statuto, la “giustizia distributiva” di cui sopra. L’Associazione si propone di far sorgere filiali anche al Nord e persino “a New York, Parigi, Londra, ecc.” (art. 3). Ma nessuno può farne parte se non attesta di essere “Terrone per nascita, per sangue o di adozione da almeno 10 anni” (art. 4). Si farà opera di promozione presso riviste e case editrici per pubblicazioni degli Accademici e “ le persone che si saranno distinte per comprensione e vero spirito di fratellanza e di giustizia verso i nostri Terroni, saranno additati agli italiani quali Cavalieri dello Spirito” (art.6). Naturalmente “la religione ufficiale dell’Accademia è la Cattolica” (art.13).

Il servizio di Conte offre anche una bella foto del pool di cervelli dell’Accademia, tutti giustamente
innominati, considerando che il comando assoluto dell’organizzazione è nelle mani dello scrittore Franco Di Napoli, un grafomane autore dell’antologia Taranto che scrive, giudicata da Piero Mandrillo “un agglomerato impossibile ed indigesto”. In un delirio di onnipotenza, nel nuovo statuto del 1950, il Di Napoli si arroga il diritto di trasferire la Sede in qualunque altra città, di sciogliere e di ricomporre qualsiasi organo dell’Università, sostituire qualsiasi carica, deliberare l’ammissione e la radiazione dei soci, con giudizio inappellabile (art.11). Nello stesso articolo si legge che il Di Napoli “è nominato a vita e designa il suo successore”. I suoi poteri, commentava Antonio Rizzo, “eccedono di gran lunga quelli di tutti i capi di stato viventi, nonché quelli di tutti i tiranni passati e presenti, da Caligola a Stalin” (“Voce del Popolo”, 25 novembre 1950). Mentre il Presidente della Repubblica può nominare 5 senatori a vita, il Fondatore-Direttore autorizza se stesso a nominare 25 senatori accademici a vita, e per anni rilascia e revoca titoli di Libero Docente, Cavaliere dello Spirito et similia, convalidati da un timbro tondo: Università dei Terroni – Taranto – Magna Grecia – Trinacria. Produzione culturale? Zero assoluto.

Che dire di queste storie di ordinaria follia in terra jonica ? Parce sepulto. Se poi l’ondata trash del delirio leghista-federalista dovesse riportare in auge simili pappolate, si spera che almeno non venga coinvolta l’onorata testata della “Voce del Popolo”.

lunedì 1 aprile 2013

Terra del grano, terra della vigna


TERRA DEL GRANO, TERRA DELLA VIGNA
Il circondario di Taranto dalla crisi protezionistica all’inchiesta di Errico Presutti (1887-1909)
di Roberto Nistri



© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati. Opera già edita a stampa

1. Le zone dei granai

            Nella sua relazione del 1909 (1) il delegato tecnico Errico Presutti articolava opportunamente la sua analisi del circondario di Taranto distinguendo due zone: il Mezzogiorno del grano e il Mezzogiorno degli alberi (nei borghi rurali era presente anche una protoindustria casalinga che lavorava la materia prima del territorio: lino, canapa, lana, cotone). La prima zona, a nord-ovest di Taranto, si presentava come “granifera” ed era la continuazione di quella lunga striscia di territorio che cominciava sull’Adriatico, in Abruzzo, estendendosi su tutta la parte centrale della provincia di Foggia, sulla parte occidentale della provincia di Bari, per finire sulla costa settentrionale dello Jonio. Tale zona del circondario (la Provincia di Taranto doveva essere costituita solo nel 1923) comprendeva i comuni di Mottola, Castellaneta, Laterza, Massafra, Palagiano, Ginosa e Taranto. Ricorrevano tutti i caratteri propri della grande azienda granifera esistente nelle province di Foggia e di Bari:  centri abitati scarsi di numero ma popolosi, malaria diffusa, coltivazione prevalente di cereali.  Su un pulviscolo di piccolissime aziende provenienti dalla quotizzazione di antichi demani incombevano gigantesche concentrazioni terriere: “In questa plaga domina la grande proprietà, un solo proprietario possiede 9.500 ettari, un grande oliveto a Palagianello conta 13.000 piante, quello di proprietà della Casa Reale di Spagna a Ginosa si dice conti 35.000 alberi” (2). Era in genere modesta la coltura della vite, più ampia quella dell’ulivo.
            Per maggiore dinamicità si segnalava la produzione granaria, che già nel corso degli anni Settanta doveva misurarsi con la concorrenza dei grani americani: l’introduzione nella grande coltura delle prime macchine e di sistemi più razionali portava la conseguente crisi dei massari e dei piccoli affittuari, determinando un lento ma costante cambiamento nel sistema di gestione delle grandi aziende da una parte e dall’altra a una sensibile corrente di emigrazione transoceanica, indice della rovina progressiva e irreversibile dei piccoli fittuari e proprietari colpiti dalla concorrenza e troppo poveri per ammodernare i sistemi di coltivazione dei loro fondi: “Quelli che non hanno adottato sistemi più razionali di coltivazioni sono stati colpiti dalla crisi determinata dall’azione combinata di due fattori; la diminuita fertilità della terra spossata dalla antica rotazione; la concorrenza della grande coltura che, con l’uso delle macchine e di meno irrazionali sistemi di coltivazione, produce il grano con un costo di produzione minore”(3).
            Secondo le statistiche del Presutti, in tutti i comuni della zona in questione il prodotto lordo