giovedì 24 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Vito Forleo


Vito Forleo

Biblioteca tarantina


Schede a cura di Roberto Nistri


VITO FORLEO, Poemetti municipali (a cura di Aldo Perrone), Ed. del "Gruppo Taranto",  1984.
(Due mari in un bicchiere, in "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 7 maggio 1984)


      "Uno di questi splendidi pomeriggi di febbraio, mi è accaduto di sostare alla ringhiera del Canale, dalla parte che domina in pieno la città vecchia. Nella controluce dell'imminente tramonto, il grigio paesaggio di pietra prendeva non so quale stupore di sogno. Me la sentivo, la città vecchia, farsi tutta mia, quasi ricevessi un premio a cui fossi predestinato": sostando sull'angolo destro del Corso ai Due Mari, Vito Forleo si sentiva nell'ombelico dell'universo. S'immergeva nella sua Taranto, percependo tutte le vibrazioni più antiche e più sotterranee di una città impastata di storia e di acqua salata.
Da quell'angolino, a distanza di ottanta anni dalla sua opera prima I giorni di Diogene Saturnino, cinquantacinque dopo il suo capolavoro Taranto dove la trovo, a venti anni dalla morte, continua ancora a giungerci la voce ironica e garbata di "don" Vito con la pubblicazione dei Poemetti municipali, una raccolta di scritti pubblicati durante gli ultimi anni del fascismo, un piccolo gioiello editoriale (arricchito da una preziosa litografia di Nicola Carrino) dovuto alla competenza e all' amorosa cura di Aldo Perrone e del "Gruppo Taranto".
      Il timido e solitario Forleo, borgesiana figura di erudito bibliotecario della "Acclavio" e punto di riferimento per la cultura tarantina durante tutta la prima metà del secolo, torna in punta di piedi a raccontare le sue "storie" con il garbo e la tenerezza del grande dotto foderato da artista. Lui, che distillava parsimoniosamente la sua scrittura, con pause addirittura ventennali, incurante dei frenetici ritmi produttivi della grafomania locale e del maniacale culto del rumore e del chiacchiericcio, tipici della retorica basso provinciale.
      Questi Poemetti mostrano che Forleo è riuscito a non farsi catturare anche negli anni più duri, quando Taranto "autentica città fascista" era e si sentiva una perla del regime, e l'intellettuale di prestigio (a parte il sottobosco dei plaudenti per vocazione) era sottoposto a mil1e pressioni purché tirasse fuori qualche ditirambo in onore del Fascio. E Forleo niente. Schivo e sorridente, concluse il suo lungo viaggio attraverso il fascismo, dribblando tutti i ricatti e tutte le lusinghe, senza partorire neanche il più piccolo degli inni al duce, combattendo la sua personale "resistenza" trincerato in quella Biblioteca che era la sua roccaforte, inattaccabile da gerarchi e gerarchetti.
      E mentre il piccone fascista si abbatteva con becera prepotenza su Taranto vecchia, mentre le trombe annunciavano i destini imperiali di una Taranto "più bella che pria", Forleo scriveva di quando "per i dedalei quartieri, avevo perduto ore e ore a festeggiare un terrazzino, a ritrovare un arco, a incantarmi di un cortile, quando m'ero fatto una tragedia a temere che il piccone frettoloso non avesse dato tempo all'ultimo rudere del muro civico di morire con l'onore di una fotografia". E' questa la sua testimonianza, la passione per il tempo, l'amore per una terra della quale si conoscono tutti i profumi e tutte le rughe, un sentimento cantato con voce lieve, una voce che continua però a farsi ascoltare anche quando dal campo di battaglia sono scomparsi cavalieri e re, gerarchi e trombettieri del duce.
      Con mano felice Aldo Perrone ha ricostruito un itinerario culturale e ha fornito una proposta di lettura seria e provocatoria, che potrebbe sollecitare un dibattito non da poco sulla cultura meridionale.
Proprio per questo dichiariamo le nostre perplessità su quelle che ci sembrano alcune forzature esegetiche, certo dovute ad eccesso d'amore. Per quanto si rivolti un pezzo come Nobiltà nell'urna, non ci sembra di scorgere nessuna nostalgia per la democrazia, una democrazia che Vito Forleo non amò particolarmente (come certamente non amò il fascismo), né agli inizi del secolo, quando Diogene Saturnino ridicolizzava un apprendistato elettorale fatto di "lazzi, bestemmie, fumo di pipe, rutti di vino acido, pugni levati", né negli anni del post-fascismo, quando la sola idea di un mini impegno politico lo faceva ritrarre inorridito. Forleo volle essere una "anima bella",  un dandy, un flaneur le cui tentazioni superomistiche si scioglievano in una pigrizia tutta jonica (senza troppo contorno ideologico). Uno spirito aristocratico, nel senso migliore del termine.
      Siamo ormai in grado di apprezzare una scrittura, senza una aprioristica etichettatura di destra o di sinistra. Rinviando ad altra sede la discussione sulla sterilità politica del "grande intellettuale" meridionale, ricordiamo ancora Vito Forleo per quello che è stato: un uomo integerrimo che, dopo 50 anni di attività al servizio della cultura, è stato liquidato dal Comune senza un rigo di ringraziamento, ricompensato solo con i funerali a spese pubbliche (perché altrimenti non si sapeva chi li avrebbe pagati), un posto nella colombaia del cimitero e dieci amici sì e no a rendere l'estremo saluto.

E continuiamo ad ascoltare la sua voce, in quell'angolino della ringhiera dove "don" Vito continua ancora ad amoreggiare con la sua città, rinnovando il miracolo di far entrare il mare, anzi i due mari, nel piccolo bicchiere della poesia.

mercoledì 14 maggio 2014

L'eguaglianza è ciò che fa la differenza


L'eguaglianza è ciò che fa la differenza

di ROBERTO NISTRI

Recensione a "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio, pubblicata in: Quotidiano di martedì 22 marzo 1994





Il Gran Bazar del “nuovismo” continua freneticamente a spacciare luccicanti patacche, nel rumoroso talk-show affollato da tutti i magliari e gli imbonitori della peggiore politica-spettacolo. L'orchestrina degli ideologi della “morte di tutte le ideologie” ha suonato a ripetizione il motivo della “obsolescenza delle vecchie categorie della Destra e della Sinistra”, ed ecco che la nuova legge elettorale ci restituisce pari pari, con il suo implacabile “o di qua o di là”, la buona vecchia coppia antitetica: appunto, la Destra e la Sinistra. E che la cosa non sia per niente sorprendente ce lo spiega, con l'impagabile chiarezza che è propria della grande onestà intellettuale, Norberto Bobbio con il suo ultimo pamphlet:  Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica (1994).  
      La maggior parte delle persone ritiene che questa distinzione abbia ancora un valore, ma i criteri per giustificarla sono i più vari, ed è merito di Bobbio l'aver delucidato con metodo rigoroso tali criteri ed aver affrontato la questione a partire dal suo più profondo nucleo teorico. E facile constatare l’esistenza di molte “destre” e molte “sinistre”, ma questa constatazione di fatto induce non all'elusione ma alla ridefinizione dell’essenza più intima della distinzione, del criterio per distinguere la destra dalla sinistra. Perché di questo si parla quando s'invoca la tanto sospirata alternanza, fra che cosa? Ma si capisce, fra una sinistra e una destra, al di là delle cortine fumogene.
       La differenza consiste nel diverso atteggiamento che le due parti - il popolo di destra e il popolo di sinistra - sistematicamente mostrano nei confronti dell'idea di eguaglianza: la “contrapposizione fra visione orizzontale ed egualitaria della società e visione verticale o inegualitaria”.   Naturalmente, eguaglianza e diseguaglianza sono concetti relativi: né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto eguali, né la destra pensa che essi siano in tutto diseguali. Ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica, a ciò che rende gli uomini eguali, o ai modi di attenuare e ridurre i fattori della diseguaglianza: mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le diseguaglianze siano un dato ineliminabile, e che in fin dei conti non se ne debba neanche auspicare la soppressione.  
      Questa idea è ampiamente condivisa, anche da parte di persone che appartengono a schieramenti opposti. Così un intellettuale di sinistra come Cacciari: “L'esistenza di condizioni di base d'uguaglianza, e dunque di politiche di difesa dei ceti meno protetti, più deboli, vale per me come componente essenziale della qualità della vita”. Bobbio cita anche il parere dell'ideologo di Alleanza Nazionale, Fisichella: “Mentre la sinistra è fondata sull'idea di eguaglianza, la destra su quella di non egualitarismo”. La rivista di destra “l'Italia” pubblica articoli intitolati Abbasso l'eguaglianza, così come la rivista politica ufficiale del fascismo era intitolata “Gerarchia”.
      Bobbio tratta le “ragioni” di entrambi i campi, ma gli sembra evidente che la spinta verso una sempre maggiore eguaglianza sia irresistibile. Ogni superamento di questa o quella discriminazione “rappresenta una tappa, se pure non necessaria ma soltanto possibile, del processo di incivilimento”. Nel suo saggio Bobbio ha analizzato l'uso delle due parole all’interno della tradizione politica che risale alla Rivoluzione francese, ma se è vero che “essere di sinistra significa mettersi dalla parte dei più deboli”,  questa qualificazione si deve misurare  con una simbologia che da millenni accompagna tutta la storia della cultura (ad eccezione dell'Estremo Oriente).
      Secondo Silvio Curletto, in La forma e il suo rovescio (1990) “destra e sinistra rappresentano due poli opposti che nella loro reciproca azione di attrazione/repulsione caratterizzano la vita dell'uomo e dell'universo”.  Nella cultura arcaica la destra è la parte della “forza” e quindi del “bene”: tutto quello che è bello, piacevole, conveniente e prospero rientra nel dominio della destra, mentre il cattivo, l'infausto e il dannoso domina nella sinistra. La destra incarna il principio dell'ordine e della normalità in opposizione all'anomalo, identificato con il mancino, diverso e  pericoloso. La sinistra pertiene alla potenza passiva femminile, la destra a  quella attiva maschile. Presso i greci, a sinistra e a destra si collocavano le coppie materia-spirito, notte-giorno, luna-sole, pari-dispari, madre-padre. I presagi favorevoli apparivano sulla destra, come segno del successo. Si pensava che le bambine provenissero dal testicolo sinistro e i maschietti da quello destro.
      Presso i latini la parola sinister aveva un senso negativo, conservato nella nostra lingua: si pensi al valore di termini come “sinistro”, “sinistrato”, “destro”, “maldestro”. Nella Bibbia, guardare a destra (Salmi, 142, 5) significa guardare dal lato del difensore, verso la salvezza. Alcuni commentatori rabbinici precisano che il primo uomo Adamo, prima della scissione, era maschio dal lato destro e femmina dal lato sinistro.
       Il Medioevo cristiano non è sfuggito a questa tradizione, opponendo la sinistra femminile, notturna e satanica, alla destra maschile, diurna e luminosa. Così le messe nere comportano il segno della croce fatto con la mano sinistra e il diavolo marchia i suoi adepti sotto la palpebra sinistra. I mancini sono maghi e stregoni temibili perché capaci di alterare il corso regolare dell'esistenza. Nelle raffigurazioni del Giudizio Universale gli eletti sono posti a destra e i dannati a sinistra. Scrive Guglielmo di S. Thierry: “L'umiltà è il segno certo della pecora del Signore che va messa a destra; così la domanda orgogliosa del non credente è segno del caprone, da mettere a sinistra”.
      Nella Commedia la regola impone a Dante e Virgilio di procedere sempre a sinistra nell’Inferno e sempre a destra nel Purgatorio.
Nessuna  speranza dunque per i deboli, le donne e i “dannati”? La storia del mondo è la storia di questa speranza, quella dei vinti che non vogliono sognare il sogno dei vincitori. Giustamente Bobbio mette in guardia contro la sovrapposizione del linguaggio religioso univoco (assoluta positività della destra) sul linguaggio politico relativistico (i buoni e i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra).
       Ma è proprio così univoco il linguaggio religioso? Chi è alla destra di chi? Da dove vengono Gioacchino da Fiore e Thomas Muntzer, i Lollardi e i Livellatori, e la Teologia della Liberazione? Non vengono forse dal più grande capovolgimento dei valori, dalla inversione della regola che qualifica la tradizione evangelica? “Beati i poveri di spirito ... beati i miti ... beati quelli che piangono ... beati i pacifici ... “ (Matteo, V), beati in sostanza tutti coloro che il mondo ha sempre giudicato infelici od inetti. Non vogliamo intervenire nella eterna “querelle” (Gesù è di destra o di sinistra?) riaperta da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, con una dichiarazione di tipo “progressista”. Ci limitiamo a ricordare la figura  del sindacalista americano Powers Hapgood, organizzatore dei minatori e indomabile agitatore negli anni '30. Nel corso di uno dei tanti processi da lui subiti, il giudice Claycomb gli chiese: “Come mai una persona di buona famiglia e istruita, come lei, ha scelto di vivere come lei vive?”. “Perché?”, gli rispose Hapgood. “Mah, per via del Sermone della Montagna, signore”.
                                             ***
      In tanti hanno ceduto spesso alla dolce tentazione del né né (di destra o di sinistra) che Zagrebelski considera un luogo politico inesistente: quando si affronta il piano delle decisioni, la scelta è inevitabile. Non c’è “terzismo che tenga”. Ne è convinta anche una politologa non di sinistra come Sofia Ventura: “Se non ci fossero disposizioni nello spazio politico, non ci sarebbe neppure la politica”. Chi si muove è tenuto a dire dove va, senza cincischiare sprezzantemente sulla geografia dell’agorà. Nel 2014 Matteo Renzi ha proposto una revisione della dicotomia bobbiana,  utilizzando la parola magica della Innovazione. Il mito del Nuovo sembrerebbe la chiave interpretativa per orientarsi nella grande arena della creatività, dal marketing all’industria, dalle arti alla didattica, inseguendo una iperbolica Rivoluzione di fuochi d’artificio lessicali.
      Ancora una volta, niente fatti ma giochi di parole , nel repertorio vintage buono per Grillo e Berlusconi e compagnia cantando. Intanto la diseguaglianza sembra ancora figlia della natura e di Dio. La forbice si è sempre più allargata, diritti sociali e welfare sembrano antiquariato, il neoliberismo spadroneggia ovunque secondo la logica del ciascuno per sé e Gratta e vinci per tutti. Alla fin fine, ritorna alla ribalta una coppia che di nuovo offre ben poco: energia personale darwiniana più la “lingua della solidarietà di papa Francesco”. Herbert Spencer e il Vangelo tornano a fare coppia come nell’Ottocento.
       Malgrado gli sconvolgimenti sociali di portata eccezionale, determinatisi nell’ultimo ventennio, anche per Daniel Cohn-Bendit il testo di Bobbio rimane un punto di riferimento fondamentale. La battaglia democratica è lungi dall’essere conclusa, anche per la stanchezza europea e una certa assuefazione all’intolleranza e all’ingiustizia dentro e al di fuori delle  frontiere dell’Unione.  Nell’età della diffidenza generalizzata, una crisi di legittimità  e una crisi identitaria che richiedono una superiore qualità della performance dei gruppi dirigenti. Aggiungiamo da parte nostra che urge disseppellire la più importante arma della sinistra: l’universalismo democratico contro le ossessioni particolaristiche.

lunedì 10 marzo 2014

L'llva, l'ambiente, la sinistra



L'llva, l'ambiente, la sinistra

di Alessandro Leogrande

in Corriere del Mezzogiorno, 08/03/2014, pag. 4

Rispetto alla parabola della primavera pugliese, Taranto è sempre stata un caso a sé. Non solo per la vicenda Ilva e per il disastro ambientale, ma anche per i disastri della politica locale, maturati nell'arco della Seconda repubblica. La sinistra jonica sembrò avere la sua primavera nel 2007, quando Ippazio Stefàno (con Nichi Vendola già alla presidenza della Regione) vinse le elezioni a sindaco successive al crack del comune non solo contro il ritorno di Cito, ma anche contro l'allora candidato del Pd Gianni Florido. Sembra passata un'era geologica. Nel mezzo, oltre all'impasse della giunta comunale, è esploso il ciclone Ilva. Così, il rapporto tra la città lacerata, i movimenti ambientalisti e il governo regionale si è fatto via via più problematico. Da una parte Vendola sostiene di aver sempre agito nell'interesse degli operai e della trasformazione della fabbrica. Dall'altra i settori più accesi della protesta hanno visto in lui (molto più che nelle giunte cittadine tra il 1993 e il 2007 o nei governi nazionali che si sono succeduti) il volto della politica compiacente.
Taranto è una città difficile, in cui il consenso politico è un'alchimia molto complessa da mettere insieme, e soprattutto da mantenere per più di un lustro; in cui a lunghe fasi di apatia si alternano jaquerie improvvise, come quelle del 2012. Pertanto, la notizia della richiesta dei rinvii a giudizio per il caso Ilva sembra prolungare uno strano limbo. Chi crede che la trasformazione della fabbrica sia possibile continua a pensarla così, magari con un po' di pessimismo in più. Chi sostiene che l'unica soluzione sia chiudere lo stabilimento, e che l'unico potere sano sia quello della magistratura inquirente, avrà modo di radicalizzare la sua posizione. Ma cosa pensa del rapporto tra Vendola e la città di Taranto chi in questi anni ha continuato a raccontare la città dell'acciaio?
Per Roberto Nistri, autore di una decina di libri sulla città jonica, l'ultimo dei quali è “La ballata degli affumicati”, “il rapporto tra Vendola e Taranto si è incrinato da tempo”. Da una parte, sostiene, “Vendola ha evitato negli ultimi anni incontri pubblici con la cittadinanza, dall'altra va anche detto che non gli sarebbe stato possibile farne qualcuno senza subire pesanti contestazioni dall'area più accesa del fronte no-fabbrica”.
Taranto è una città in cui molti dibattiti ultimamente si sono svolti in una sorta di “zona rossa”, per evitare che saltassero. Il paradosso è che molti incontri con il leader nazionale di Sel, nella città epicentro del disastro ambientale e di tanti crocevia della sinistra, si siano dovuti svolgere a porte chiuse. “La richiesta di rinvio a giudizio non cambia di molto le cose”, prosegue Nistri, “ma indebolisce ulteriormente la coppia Vendola-Stefàno”.
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Salvatore Romeo, tra gli animatori del blog “Siderlandia”, uno dei pochi luoghi di riflessione giovanile. “Ci sono state molte attese nei confronti di Vendola, e molte sono rimaste disilluse. Forse non era giusto attendersi questo solo dalla Regione, ma è quanto è successo. Già dal rilascio della prima Aia, c'è  chi ha pensato che non era più possibile dialogare con chi aveva firmato quel testo, e quindi anche con Vendola.”
Al di là della vicenda giudiziaria, e di come si pronuncerà il gup, la sinistra “a sinistra del Pd” che ha governato Taranto in questi anni appare in crisi. Intorno alla giunta Stefàno non si è radicata una nuova area politica, mentre il vendolismo è parso un fenomeno distante. Così, quando la protesta è montata, il piatto è stato diviso tra il successo dei grillini e la furia anti-politica di alcuni comitati di protesta. “La sinistra”, dice ancora Romeo, “non è riuscita a creare una saldatura tra l'ambientalismo e l'operaismo... Ma di questo la colpa è di Stefàno e di Vendola, o più in generale della storia politica di questa città?”
Mario Desiati, che ha scritto spesso di Taranto negli ultimi anni, non solo nel romanzo “Il paese delle spose infelici”, allarga ulteriormente lo sguardo. “Ho sempre pensato che fosse molto complicato interpretare la fabbrica e il suo mondo fatto di metalmezzadri, e che ciò fosse ancora più complicato dopo la privatizzazione.” La difficoltà del rapporto con la città nasce da qui. “Ricordo ancora”, dice Desiati, “quando nel 2009, presentammo a Taranto il libro sull'Ilva di Giuliano Foschini, 'Quindici passi'. C'era molta tensione in sala. Lì ho capito che una parte di città, già esasperata, non voleva più avere rapporti con la politica, anche se prometteva un cambiamento.”

lunedì 6 gennaio 2014

Gli ultimi fuochi

Gli ultimi fuochi

di Roberto Nistri

già edito in: Taranto Oggi - 31 dicembre 2013

Nei primi anni Ottanta Taranto viveva la sua ultima stagione felice. Era una città con una forte e riconosciuta identità: godeva ancora di un benessere più o meno diffuso e risultava plausibile una prospettiva di innovazione culturale , un non- solo- acciaio volto ad arginare lo strapotere della monocultura. Con la conclusione della Vertenza Taranto, bene o male era stata riassorbita la disoccupazione di ritorno e la base operaia rimaneva ancora la spina dorsale della città , mentre alla Fiat la composizione metalmeccanica subiva una pesantissima contrazione. Certo la felicità non disdegnava la compagnia dell’ottusità. Il mucchio selvaggio delle ditte appaltatrici rimaneva il brodo di cultura di una rampante economia criminale, mentre sul mercato dell’acciaio i paesi emergenti diventavano sempre più competitivi. Nel futuro di Taranto erano sempre appostati i mille errori del suo passato.
“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”, aveva scritto Dickens nel Racconto delle due città, e anche quel titolo calzava a pennello per l’eterna Taranto duale. Il giocattolo doveva essere frantumato da un articolo del grande Sandro Viola, Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa, in “la Repubblica” del 29 settembre 1985. Era il de profundis della città-azienda, destinato a suscitare polemiche e proteste fra gli operatori culturali, che proprio in quegli anni si erano impegnati nel risanamento della Città vecchia e in una strategia di reconquista di un primato culturale antagonista rispetto al tardo municipalismo “cataldiano”. In verità Viola non aveva mancato di apprezzare una “buona sorpresa”:  una piccola scuola di storici della Taranto industriale, che aveva già prodotto validi approfondimenti scientifici, “a partire dal fortunato esordio di un libro di Roberto Nistri, Cafoni, arsenalotti e galantuomini”. In effetti, per la prima volta e in pochi anni,  la cultura cittadina poteva esibire un corredo di pubblicazioni molto apprezzate nella storiografia nazionale, che dovevano funzionare da volano per la nascita di riviste e di case editrici ancora oggi operative, anche con un ruolo propositivo da parte delle Istituzioni. Veniva a determinarsi una sinergia miracolosa fra Giuliana Ermacora, dirigente del CRSEC Regione Puglia, Giuseppe Francobandiera dirigente del circolo aziendale dell’Italsider e massimo operatore culturale del Mezzogiorno, nonché Tommaso Anzoino, illuminato assessore alla cultura del Municipio di Taranto.
Si trattava dunque di un passaggio realmente cruciale e ricco di chiaroscuri. E’stato piacevolmente rievocato il 18 dicembre 2013 nella splendida location  di via Duomo, con una godibile “chiamata alle arti” di molti operatori musicali e artistici di quegli anni, in occasione della presentazione del libro di Sergio Natale Maglio: Taranto new Wave, una meritoria pubblicazione dell’editore Scorpione che, nell’immane pubblicistica jonica inzuppata di diossina e benzoapirene,  ha offerto la storia inedita di una  musica giovane prodotta da ragazzi  che inseguivano  una utopia fra due mari: “Dedicato a chi l’ha visto e a chi non c’era /  e a chi quel giorno lì / inseguiva una chimera” (Ivano Fossati).
Si racconta la  romantica vicenda di una generazione nata in piazza della Vittoria che, fra gli ultimi anni ’70 e i primi anni ’80,  ha voluto puntare su Taranto, ha cercato di essere protagonista di una svolta al contempo politica e musicale, al di fuori e contro il recinto siderurgico, costruendo gemellaggi sonori con altre dimensioni musicali come Pordenone, avendo anche come sponda eccentrici intellettuali “adulti” che  frequentavano il mitico Caffè  di via D’Aquino; una esperienza  anche quella  proficua e irripetibile.  L’onda lunga della contestazione giovanile doveva frangersi sulla Nuova Frontiera della droga e della malavita organizzata. Ma della storia dispersa di quella  meglio gioventù si continuerà ancora a raccontare. Utopia, utopia, per piccina che tu sia…

martedì 24 dicembre 2013

Il mago e la politica

Il mago e la politica

Disponibile in lettura in formato pdf il mio saggio: Il mago e la politica in P. ARESTA (a cura di), Giordano Bruno, nolano e cittadino europeo, Atti della giornata di studi nel IV centenario del rogo - Grottaglie gennaio 2002, Scorpione ed., Taranto 2004.
ISBN: 9788880991236
E' possibile acquistare il volume anche on line, cliccando qui sotto:

Scorpione editrice

La ballata degli affumicati. Recensione di Alessandro Leogrande


La ballata degli affumicati

Taranto /Ilva Nel libro di Nistri le radici del disastro di oggi

di Alessandro Leogrande

tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 17 dicembre 2013, p. 13

L'ultimo libro di Roberto Nistri, “La ballata degli affumicati” (appena pubblicato dalle baresi Edizioni dal Sud) è una carrellata nella storia recente della città di Taranto. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che Taranto è uno di quei posti che producono più storia di quanta ne possano digerire; ed è questo, forse, uno dei motivi che spiega la copiosa produzione libraria, recente e meno recente, intorno al racconto delle sue vicende. Ci sono stati libri riusciti e libri meno riusciti, libri scritti a distanza (spesso eccessiva) e libri che nascono dalle sue viscere. Nistri è uno dei maggiori interpreti dei fatti accaduti in riva allo Jonio nel Novecento: la gran parte dei suoi libri nasce da un corpo a corpo costante, complesso con la sua città. “La ballata degli affumicati” si colloca quindi su una lunga scia: appena un anno fa, ad esempio, era uscito per Scorpione “Tarentinità. Un'identità residua”. Nella “Ballata” si parla molto degli ultimi due anni di vita cittadina, dell'esplosione del caso Ilva e del nodo irrisolto salute-lavoro, del sistema Riva creatosi dentro e fuori la fabbrica. È una cronaca ragionata degli eventi che aiuta a raccogliere quanto, nella velocità del loro susseguirsi, rischia di andare smarrito. Ma la parte più interessante del libro è forse la prima, quella in cui viene ripercorsa la nascita del siderurgico, la costruzione di quella che il sociologo Domenico De Masi ha chiamato la “fabbrica più moderna del mondo più arretrato”. Molti dei mali tarantini si annidano nel cuore del Novecento, e per capire perché la vicenda appare oggi tanto intricata bisogna (anche) puntare gli occhi nel passato: non è vero, lascia intendere, Nistri che le uniche responsabilità del disastro ambientale siano quelle di “colonizzatori” venuti da fuori. Una parte di città non ha solo voluto la fabbrica: ha tratto vantaggi proprio da “quella” fabbrica, costruita in quel modo, ai bordi della città. “A distanza di mezzo secolo”, scrive Nistri, “ancora ci si chiede secondo quale logica volpina sia stato possibile posizionare un monstruum di tal fatta bocca a bocca con lo spazio abitato. Una costruzione all’incontrario: con l’area a freddo, meno inquinante, posizionata lontana dall’abitato, mentre l’area a caldo, la più tossica, veniva installata a ridosso delle case, tutte preesistenti all’insediamento, come il vecchio cimitero.” Intorno alla vendita dei suoli si scatenò una lotta feroce tra due cordate di imprenditori edili che attraversò il potere democristiano dell'epoca e le classi dirigenti della città. Nistri fa tutti i nomi, oggi in parte dimenticati, di quella storia decisiva. Altro dettaglio ben sottolineato nel libro: la percezione dell'inquinamento non è un fatto recente. Già nell'aprile del 1971 si tenne un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”, in cui l’assessore regionale Giovanni Di Lonardo proclamava: “Non accettiamo questa industrializzazione in maniera indiscriminata, senza salvaguardare la vita e la salute dei nostri concittadini”, mentre venivano presentate relazioni sulle emissioni notturne e sullo stato, già allora compromesso, del Mar Piccolo. Sempre nel 1971, Antonio Cederna scriveva un articolo, “Taranto strangolata dal Boom”, in cui stigmatizzava la cementificazione selvaggia e definiva quello tarantino “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Era possibile costruire un siderurgico diverso, e soprattutto una città diversa, intorno a quel medesimo siderurgico. Ma le cose sono andate diversamente, anche perché Taranto è stata spesso laboratorio della peggior politica del Meridione. Nell’aprile del ’77 veniva diffuso sul settimanale “Dialogo” un allarmante dossier sulla nocività, curato dal dottor Luigi Colapietro dell’Ospedale SS. Annunziata. Nel 1978 Marcello Cometti pubblicava un'inchiesta sull’inquinamento su “Produttività jonica”, mentre su “Rinascita” usciva un reportage di Paolo Forcellini, il quale, recatosi al rione Tamburi, annotava: “Il fetore del gas si sente già a distanza anche in una automobile con i finestrini chiusi”. A esplodere trent'anni dopo è un viluppo sociale-economico incancrenitosi decennio dopo decennio. Nel passaggio dal pubblico al privato, poi, molti fattori del quadro complessivo si sono ulteriormente aggravati, e per certi versi la fabbrica è divenuto un luogo ancora più impenetrabile. Oggi che può aprirsi una nuova fase, qualsiasi cosa voglia farsi di Taranto e della sua fabbrica, bisognerà ricordare la storia che ha generato una delle più gravi crisi ambientali che l'Italia ricordi. Quella storia è specchio dell'Italia e del suo funzionamento, e di come molte analisi lucidamente espresse nei decenni passati siano rimaste inascoltate.

giovedì 19 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati

Ovvero il racconto della città mutante, nell’ultimo libro di Roberto Nistri

di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati, è il titolo dell’ultimo pamphlet di Roberto Nistri, - storico,
filosofo, giornalista - da pochi giorni nelle librerie, Edizioni Dal Sud. Un diario di bordo, riconosce
lo stesso autore, scritto all’ombra della grande mammella siderurgica. Ma non solo. Perché nelle
centinaia di pagine scarse che compongono il libro, gonfio di citazioni filosofiche, letterarie, di film
e di canzoni, oltre la cinquantennale storia della fabbrica di morte che la fa da sfondo, c’è, in
massima parte, il racconto antropologico del cittadino di Taranto e della sua Provincia. Certo anche
e soprattutto nel rapporto con l’Ilva, la grande madre velenosa, ora. La grande balia statale, in un
tempo che sembra non sia mai stato vissuto, ma che in realtà ancora perdura.
Più che un libretto di storia, o un saggio di filosofia, è un’opera di antropologia, dunque, l’ultima
fatica dell’ex professore dell’Archita. Almeno a voler dare a quella parola, il senso proprio datole
dai sostantivi greci dalla quale deriva. Ovvero, άνθρωπος, ànthropos = "uomo" e λόγος, lògos = nel
senso di "studio". Quindi come discorso attorno all’uomo, visto da una molteplicità di angolature:
dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società, quella tarantina in
generale, la siderurgica, nel particolare. Due, che fino a qualche anno fa erano legate da un
matrimonio che sembrava dovesse essere indissolubile, quello tra la fabbrica e la Città di Taranto,
appunto. Un sodalizio entrato in una fase di profonda frattura, forse irreversibile; anche se, non si sa
bene se per qualche prodigio di natura materiale o deficit culturale, la storia d’amore tra i veleni e
Taranto, - ne siamo certi - continuerà.
Almeno fino a quando non si conteranno su di un palmo una mano gli autori tarantini dal pensiero
lungo come lo storico Roberto Nistri, che nella Ballata degli Affumicati non si limita, e non si
arroga, il diritto di fare il punto, ma traccia delle linee: di fortuna, di movimento, di fuga. Teorizza
una cartografia dell’esodo per cercare di venire fuori da quella che definisce, “ la città mutante”.
Perché, scrive Nistri, citando Alessandro Baricco, “non si cambia nulla se non si acquisisce la
capacità di uccidere qualcosa. Non si costruisce quello che noi sogniamo come futuro se non
riusciamo, eterni mammoni, a staccarci da qualcosa che pure è stata parte di noi”. Dalla grande
mammella a cui Taranto doveva le ragioni del suo benessere, ed ora, i motivi di un disastro.
Bisogna saper osare, lascia intendere il Nistri degli ultimi anni, seduto rigorosamente dalla parte del
torto. Ed è per questo, forse, che il Professore ama ripetere, spesso, una citazione dal film francese
“L’odio”, diretto dal regista Mathieu Kassovitz: “questa è la storia di un uomo che cade da un
palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio
si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio,
si concludeva così, la scena iniziale di quel film; metafora perfetta per la parabola di Taranto e della
sua industrializzazione malata. Che lo storico usa per ribadire che occorre una rivolta del pensiero,
capace di riaprire il tempo. Per farla finita con lo stato di eccezione permanente. Con aziende dal
governo caporalesco. Con fabbriche di morte dall’identità preistorica, senza precedenti nella storia
delle relazioni industriali, in Italia.
Quasi un grido di dolorosa colpevolezza è quello che lancia l’autore verso la fine del pamphlet: il
pessimismo del presente, qui, lascia il posto all’analisi della bellezza perduta: “perchè apparteniamo
all’ultima generazione che ha vissuto, combattuto e amato sotto un cielo di Taranto non trafitto
dalle ciminiere. Perché abbiamo visto scomparire lidi e paesaggi omerici”. E ancora, “perché
abbiamo visto, ingoiato dall’Iri, dissolversi un patrimonio di 80 anni di cantieristica, l’unica
fabbrica che realmente poteva essere convertita dal navalmilitare alla nautica da diporto”. Parole
dure come pietre quelle che usa Nistri, per raccontare le biografie di alcuni uomini che hanno
condizionato, speculando, il nostro recente passato; uno di loro, viene raccontato, attraverso la
figura, dai più poco conosciuta, di immobiliarista, anche se in realtà faceva un altro mestiere. Di lui
è stato scritto che allo stesso tempo “poteva essere il Prefetto, il Sindaco, il Presidente della Camera
di Commercio, il Presidente dell’Associazione Industriali”. Peccato che avrebbe dovuto essere un
prete, innanzitutto. L’arcivescovo Guglielmo Motolese, che certo Nistri non considera il tarantino
del secolo, come invece, anni fa, lo incoronò, al termine di un sondaggio, un giornale locale. Con
buona pace della storia e della verità, evidentemente. Di un non tarantino, precisamente un toscano,
ma decisivo nelle vicende dell’industrializzazione, lo storico ne disegna nel libro il profilo di un
personaggio positivo: Alessandro Fantoli, dirigente Iri, poco più che trentenne che aveva militato
nella Resistenza in Toscana, descritto come un funzionario con la schiena dritta, illuminato,
cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti, che si era trovato a giocare una scabrosa partita con vari
affaristi locali, prima di lasciare la città, richiamato dai democristiani romani, a loro volta sollecitati
da quelli martinesi, capeggiati dal fratello dell’arcivescovo, deputato Dc. Sarà pur vero che la storia
non si nutre di ipotesi, ma, forse se avessimo avuto più Fantoli e meno Motolese, avremmo avuto
una cittadinanza meno affumicata, chissà, sembra essere questo, il morale della favola. Per il resto
rimane l’antico, atavico dilemma, andare o restare. Di una cosa però Nistri, appare convinto, che “la
storia sarà raccontata da quelli che ritornano e da quelli che non ritornano”. Come dire che sarà la
fuga a dominare il prossimo secolo dei tarantini, “abbronzati e salati abitanti di un posto pieno di
tutto quello che manca”. E, comunque, “anche se non rimane nulla, è sempre bello scialare fra i due
mari”, ballando la danza degli affumicati.