venerdì 25 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Antonio Fino




Biblioteca tarantina

Schede a cura di Roberto Nistri



ANTONIO FINO, Società civile e "riconquista" cattolica di una diocesi del sud tra otto e novecento, Milella, Lecce, 1983. 
(ampliamento de La riconquista di una diocesi un secolo fa,  in "La Gazzetta del Mezzogiorno",  21 giugno 1984).

      La ricerca storiografica sulla città di Taranto sta godendo di una buona stagione se è vero che in questi Anni Ottanta, accanto ai residui di una produzione ingenua e approssimativa, è possibile segnalare studi dalla struttura scientifica che hanno riqualificato sul piano nazionale l'attenzione degl i storici soprattutto "contemporaneisti": valga come esempio l' interesse attorno alla realtà tarantina che si è evidenziato nel convegno tenutosi ai primi dì giugno a cura dell'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza. Se alcuni lavori hanno giù determinato cospicui passi avanti nella comprensione dei lineamenti socio-economici e dell'evoluzione del movimento operaio tarantino, possiamo ora segnalare con soddisfazione la pubblicazione di uno studio sul movimento cattolico che provoca anche in questo campo una decisa transizione dalla pre-o- parastoriografia alla storiografia vera e propria. Si tratta di Società civile e "riconquista" cattolica in una diocesi del sud tra otto e novecento, una ricerca che Antonio Fino, assistente di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Lecce, ha dedicato alle vicende politiche e pastorali dell' episcopato tarantino di mons. P.A. Jorio (1885-1908), vicende che vengono scandagliate con grande scrupolosità metodologica e con un sguardo attento al più ampio contesto nazionale del confronto - scontro fra Chiesa cattolica, Stato liberale e nascente movimento operaio e contadino.
      Negli anni del decollo del Regio Arsenale, Taranto si presentava come una città abbastanza incerta nella fisionomia socio-economica, impossibilitata a mediare e ad evolvere consapevolmente nel confronto aperto con la grande industria. In questa città acefala giunse un personaggio che mostrò poi di possedere tutte le credenziali per candidarsi al comando del processo di mutazione cui la società civile, sprovvedutamente ma ineluttabilmente, stava andando incontro: monsignor Pietro Alfonso Jorio venne trasferito a Taranto il 27 marzo 1885 e prese possesso della sede arcivescovile il 1° o ottobre dello stesso anno. Così Antonio Fino descrive il personaggio: "cresciuto nel pieno fervore del processo di unificazione del Paese, a differenza di altri suoi conterranei Iorio non rifiutava il nuovo ordine di cose né aspettava fideisticamente la crisi e la disintegrazione del giovane Stato italiano. Libero da ogni legame col vecchio regime considerava ormai stabile la realtà politica nata dalla rivoluzione risorgimentale e perciò riteneva che i cattolici, accettando il dato di fatto, dovessero intervenire con tutte le loro forze e capacità, nelle forme che la legge consentiva, per modificare in senso cristiano la realtà. Uomo d'azione, Jorio non rimpiangeva il passato, né indugiava, come altri vescovi del tempo, in geremiadi sull'apostasia del mondo moderno e sulla crisi del religioso nella società contemporanea".
      Con questa prospettiva, Pietro Jorio si integrava pienamente nel lavoro dell'Opera dei congressi, l'organismo cattolico articolato in varie sezioni, una delle quali - la seconda - si occupava specificamente di opere sociali, soprattutto casse rurali e società di mutuo soccorso. Probabilmente Jorio fu solo infastidito dalla sempre più accentuata differenziazione, all'interno dell'Opera, fra la tendenza degli "intransigenti" (i cattolici non disposti ad alcuna transazione con lo Stato italiano e, nel contempo, chiusi ad ogni progetto di riforma sociale) e quella dei "democratici cristiani" (ostili allo Stato "padronale" e propugnatori dell' autorganizzazione delle classi lavoratrici). Agli occhi di Jorio l'Opera dei congressi si presentava come una ben congegnata macchina di potere, idonea a fornire una spina dorsale a quella schiera di cattolici che, seguendo rigidamente le direttive del clero, si apprestava ad "aggredire" il nuovo secolo con una articolata strategia di riappropriazione del politico e del sociale.
      Come abbiamo indicato in un nostro saggio (pubblicato nel volume collettivo La città al borgo) riuscì a far passare la sua idea, che un' organizzazione di massa e nello stesso tempo fortemente centralizzata dalla direzione  ecclesiastica era la precondizione per un positivo intervento nella Società dei "grandi numeri", un intervento che doveva penetrare in tutte le pieghe e i risvolti di una dimensione industriale che in maniera sempre nuova andava differenziandosi e articolandosi: sin dal I0 febbraio 1896 veniva costituito a Taranto il Comitato Cattolico, sostenuto da figure non secondarie del ceto benestante tarantino e anche da un numero non piccolo di operai dei cantieri. È vero che, in queste operazioni, Jorio non era un pioniere in assoluto: su scala nazionale c'era tutto un fermento motivato dalla Rerum novarum emanata cinque anni prima da Leone XIII. Eppure una certa primogenitura bisogna riconoscergliela: il Comitato cattolico di Taranto fu uno dei primi del Mezzogiorno e anche in questo la industrializzata città jonica presentava interessanti aspetti eccentrici e anticipatori differenziandosi nettamente, per esempio, dalla situazione leccese o brindisina, dove per anni non doveva segnalarsi l'esistenza né di Comitati parrocchiali o diocesani, né di Associazioni cattoliche di alcun genere).
      Ma c'è di più: sembra che monsignor Jorio, più che ottemperare con zelo alle direttive pontificie, abbia in esse riscontrato la conferma di un progetto e di uno stile di lavoro già da un pezzo inserito nella sua prospettiva. Per cui, considerando la sicurezza con cui il presule innestava il suo Comitato cattolico al centro di una sequenza d'iniziative sociali che andavano dalla "Società Cattolica del Preziosissimo Sangue" con annessa la "Cassa di Sconto e Pegni" (25 marzo 1888) ai Circoli di operai, studenti, pescatori, spazzini, degli ultimi anni dell’800, alla fondazione della Banca di Credito Agricolo e Commerciale (1899), alla Società Cattolica di M. S. "Regina Pacis" (12 febbraio 1908), certo non sembra esagerato parlare di Jorio come di un vero e proprio precursore dell' Azione Cattolica, tanto nella metodologia quanto nelle finalità.
      Si trattava di un uomo di polso, di notevoli capacità organizzative e di fiuto politico non indifferente, che perseguiva con tenacia lo scopo di costruire una direzione cattolica ( e clericale) per una comunità che tendeva a dissolversi in un pigro e aproblematico consumismo. Rispetto alle due fazioni politiche (Pietro D' Ayala Valva contra Nicola Lo Re) che si contendevano il potere con stile elettorale e con programmi veramente di piccolo cabotaggio, la figura di Jorio si stagliava con nettezza per audacia progettuale, comprendendo egli con lungimiranza la necessità, per una strategia di potere, di adeguarsi al passaggio da una realtà proto-borghese, in cui i piccoli numeri erano controllabili da un comando personale, ad una società industriale di massa, in cui i grandi numeri erano governabili solo attraverso una struttura organizzativa, ramificata e capillare nell'intervento sociale. L'ottimo libro di            Fino sviscera fino in fondo la dimensione ecclesiastica dell'intervento di Jorio , lasciando ancora aperta la questione: in che misura questa anomala figura di vescovo (fondatore di circoli cattolici, organizzazioni operaie, banche) ha inciso nell'evolversi della struttura socio-economica della città di Taranto, già agli inizi del '900 un 'anomalia iperindustriale nel Mezzogiorno d'Italia?  Bisognerebbe anche aggiungere che Jorio veniva allontanato dalla sede di Taranto senza grande rimpianto, anzi  con diffuso malanimo e ostilità nei suoi confronti. Il vescovo di Gallipoli, in una lettera del 3 maggio 1901, aveva qualificato Jorio come “cammorrista”, aggiungendo che lui e il suo alleato Pasquale Berardi erano “due menti spostate, che stanno così ai confini della follia da passarli spesso per sola distrazione”.

giovedì 24 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Vito Forleo


Vito Forleo

Biblioteca tarantina


Schede a cura di Roberto Nistri


VITO FORLEO, Poemetti municipali (a cura di Aldo Perrone), Ed. del "Gruppo Taranto",  1984.
(Due mari in un bicchiere, in "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 7 maggio 1984)


      "Uno di questi splendidi pomeriggi di febbraio, mi è accaduto di sostare alla ringhiera del Canale, dalla parte che domina in pieno la città vecchia. Nella controluce dell'imminente tramonto, il grigio paesaggio di pietra prendeva non so quale stupore di sogno. Me la sentivo, la città vecchia, farsi tutta mia, quasi ricevessi un premio a cui fossi predestinato": sostando sull'angolo destro del Corso ai Due Mari, Vito Forleo si sentiva nell'ombelico dell'universo. S'immergeva nella sua Taranto, percependo tutte le vibrazioni più antiche e più sotterranee di una città impastata di storia e di acqua salata.
Da quell'angolino, a distanza di ottanta anni dalla sua opera prima I giorni di Diogene Saturnino, cinquantacinque dopo il suo capolavoro Taranto dove la trovo, a venti anni dalla morte, continua ancora a giungerci la voce ironica e garbata di "don" Vito con la pubblicazione dei Poemetti municipali, una raccolta di scritti pubblicati durante gli ultimi anni del fascismo, un piccolo gioiello editoriale (arricchito da una preziosa litografia di Nicola Carrino) dovuto alla competenza e all' amorosa cura di Aldo Perrone e del "Gruppo Taranto".
      Il timido e solitario Forleo, borgesiana figura di erudito bibliotecario della "Acclavio" e punto di riferimento per la cultura tarantina durante tutta la prima metà del secolo, torna in punta di piedi a raccontare le sue "storie" con il garbo e la tenerezza del grande dotto foderato da artista. Lui, che distillava parsimoniosamente la sua scrittura, con pause addirittura ventennali, incurante dei frenetici ritmi produttivi della grafomania locale e del maniacale culto del rumore e del chiacchiericcio, tipici della retorica basso provinciale.
      Questi Poemetti mostrano che Forleo è riuscito a non farsi catturare anche negli anni più duri, quando Taranto "autentica città fascista" era e si sentiva una perla del regime, e l'intellettuale di prestigio (a parte il sottobosco dei plaudenti per vocazione) era sottoposto a mil1e pressioni purché tirasse fuori qualche ditirambo in onore del Fascio. E Forleo niente. Schivo e sorridente, concluse il suo lungo viaggio attraverso il fascismo, dribblando tutti i ricatti e tutte le lusinghe, senza partorire neanche il più piccolo degli inni al duce, combattendo la sua personale "resistenza" trincerato in quella Biblioteca che era la sua roccaforte, inattaccabile da gerarchi e gerarchetti.
      E mentre il piccone fascista si abbatteva con becera prepotenza su Taranto vecchia, mentre le trombe annunciavano i destini imperiali di una Taranto "più bella che pria", Forleo scriveva di quando "per i dedalei quartieri, avevo perduto ore e ore a festeggiare un terrazzino, a ritrovare un arco, a incantarmi di un cortile, quando m'ero fatto una tragedia a temere che il piccone frettoloso non avesse dato tempo all'ultimo rudere del muro civico di morire con l'onore di una fotografia". E' questa la sua testimonianza, la passione per il tempo, l'amore per una terra della quale si conoscono tutti i profumi e tutte le rughe, un sentimento cantato con voce lieve, una voce che continua però a farsi ascoltare anche quando dal campo di battaglia sono scomparsi cavalieri e re, gerarchi e trombettieri del duce.
      Con mano felice Aldo Perrone ha ricostruito un itinerario culturale e ha fornito una proposta di lettura seria e provocatoria, che potrebbe sollecitare un dibattito non da poco sulla cultura meridionale.
Proprio per questo dichiariamo le nostre perplessità su quelle che ci sembrano alcune forzature esegetiche, certo dovute ad eccesso d'amore. Per quanto si rivolti un pezzo come Nobiltà nell'urna, non ci sembra di scorgere nessuna nostalgia per la democrazia, una democrazia che Vito Forleo non amò particolarmente (come certamente non amò il fascismo), né agli inizi del secolo, quando Diogene Saturnino ridicolizzava un apprendistato elettorale fatto di "lazzi, bestemmie, fumo di pipe, rutti di vino acido, pugni levati", né negli anni del post-fascismo, quando la sola idea di un mini impegno politico lo faceva ritrarre inorridito. Forleo volle essere una "anima bella",  un dandy, un flaneur le cui tentazioni superomistiche si scioglievano in una pigrizia tutta jonica (senza troppo contorno ideologico). Uno spirito aristocratico, nel senso migliore del termine.
      Siamo ormai in grado di apprezzare una scrittura, senza una aprioristica etichettatura di destra o di sinistra. Rinviando ad altra sede la discussione sulla sterilità politica del "grande intellettuale" meridionale, ricordiamo ancora Vito Forleo per quello che è stato: un uomo integerrimo che, dopo 50 anni di attività al servizio della cultura, è stato liquidato dal Comune senza un rigo di ringraziamento, ricompensato solo con i funerali a spese pubbliche (perché altrimenti non si sapeva chi li avrebbe pagati), un posto nella colombaia del cimitero e dieci amici sì e no a rendere l'estremo saluto.

E continuiamo ad ascoltare la sua voce, in quell'angolino della ringhiera dove "don" Vito continua ancora ad amoreggiare con la sua città, rinnovando il miracolo di far entrare il mare, anzi i due mari, nel piccolo bicchiere della poesia.

mercoledì 14 maggio 2014

L'eguaglianza è ciò che fa la differenza


L'eguaglianza è ciò che fa la differenza

di ROBERTO NISTRI

Recensione a "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio, pubblicata in: Quotidiano di martedì 22 marzo 1994





Il Gran Bazar del “nuovismo” continua freneticamente a spacciare luccicanti patacche, nel rumoroso talk-show affollato da tutti i magliari e gli imbonitori della peggiore politica-spettacolo. L'orchestrina degli ideologi della “morte di tutte le ideologie” ha suonato a ripetizione il motivo della “obsolescenza delle vecchie categorie della Destra e della Sinistra”, ed ecco che la nuova legge elettorale ci restituisce pari pari, con il suo implacabile “o di qua o di là”, la buona vecchia coppia antitetica: appunto, la Destra e la Sinistra. E che la cosa non sia per niente sorprendente ce lo spiega, con l'impagabile chiarezza che è propria della grande onestà intellettuale, Norberto Bobbio con il suo ultimo pamphlet:  Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica (1994).  
      La maggior parte delle persone ritiene che questa distinzione abbia ancora un valore, ma i criteri per giustificarla sono i più vari, ed è merito di Bobbio l'aver delucidato con metodo rigoroso tali criteri ed aver affrontato la questione a partire dal suo più profondo nucleo teorico. E facile constatare l’esistenza di molte “destre” e molte “sinistre”, ma questa constatazione di fatto induce non all'elusione ma alla ridefinizione dell’essenza più intima della distinzione, del criterio per distinguere la destra dalla sinistra. Perché di questo si parla quando s'invoca la tanto sospirata alternanza, fra che cosa? Ma si capisce, fra una sinistra e una destra, al di là delle cortine fumogene.
       La differenza consiste nel diverso atteggiamento che le due parti - il popolo di destra e il popolo di sinistra - sistematicamente mostrano nei confronti dell'idea di eguaglianza: la “contrapposizione fra visione orizzontale ed egualitaria della società e visione verticale o inegualitaria”.   Naturalmente, eguaglianza e diseguaglianza sono concetti relativi: né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto eguali, né la destra pensa che essi siano in tutto diseguali. Ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica, a ciò che rende gli uomini eguali, o ai modi di attenuare e ridurre i fattori della diseguaglianza: mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le diseguaglianze siano un dato ineliminabile, e che in fin dei conti non se ne debba neanche auspicare la soppressione.  
      Questa idea è ampiamente condivisa, anche da parte di persone che appartengono a schieramenti opposti. Così un intellettuale di sinistra come Cacciari: “L'esistenza di condizioni di base d'uguaglianza, e dunque di politiche di difesa dei ceti meno protetti, più deboli, vale per me come componente essenziale della qualità della vita”. Bobbio cita anche il parere dell'ideologo di Alleanza Nazionale, Fisichella: “Mentre la sinistra è fondata sull'idea di eguaglianza, la destra su quella di non egualitarismo”. La rivista di destra “l'Italia” pubblica articoli intitolati Abbasso l'eguaglianza, così come la rivista politica ufficiale del fascismo era intitolata “Gerarchia”.
      Bobbio tratta le “ragioni” di entrambi i campi, ma gli sembra evidente che la spinta verso una sempre maggiore eguaglianza sia irresistibile. Ogni superamento di questa o quella discriminazione “rappresenta una tappa, se pure non necessaria ma soltanto possibile, del processo di incivilimento”. Nel suo saggio Bobbio ha analizzato l'uso delle due parole all’interno della tradizione politica che risale alla Rivoluzione francese, ma se è vero che “essere di sinistra significa mettersi dalla parte dei più deboli”,  questa qualificazione si deve misurare  con una simbologia che da millenni accompagna tutta la storia della cultura (ad eccezione dell'Estremo Oriente).
      Secondo Silvio Curletto, in La forma e il suo rovescio (1990) “destra e sinistra rappresentano due poli opposti che nella loro reciproca azione di attrazione/repulsione caratterizzano la vita dell'uomo e dell'universo”.  Nella cultura arcaica la destra è la parte della “forza” e quindi del “bene”: tutto quello che è bello, piacevole, conveniente e prospero rientra nel dominio della destra, mentre il cattivo, l'infausto e il dannoso domina nella sinistra. La destra incarna il principio dell'ordine e della normalità in opposizione all'anomalo, identificato con il mancino, diverso e  pericoloso. La sinistra pertiene alla potenza passiva femminile, la destra a  quella attiva maschile. Presso i greci, a sinistra e a destra si collocavano le coppie materia-spirito, notte-giorno, luna-sole, pari-dispari, madre-padre. I presagi favorevoli apparivano sulla destra, come segno del successo. Si pensava che le bambine provenissero dal testicolo sinistro e i maschietti da quello destro.
      Presso i latini la parola sinister aveva un senso negativo, conservato nella nostra lingua: si pensi al valore di termini come “sinistro”, “sinistrato”, “destro”, “maldestro”. Nella Bibbia, guardare a destra (Salmi, 142, 5) significa guardare dal lato del difensore, verso la salvezza. Alcuni commentatori rabbinici precisano che il primo uomo Adamo, prima della scissione, era maschio dal lato destro e femmina dal lato sinistro.
       Il Medioevo cristiano non è sfuggito a questa tradizione, opponendo la sinistra femminile, notturna e satanica, alla destra maschile, diurna e luminosa. Così le messe nere comportano il segno della croce fatto con la mano sinistra e il diavolo marchia i suoi adepti sotto la palpebra sinistra. I mancini sono maghi e stregoni temibili perché capaci di alterare il corso regolare dell'esistenza. Nelle raffigurazioni del Giudizio Universale gli eletti sono posti a destra e i dannati a sinistra. Scrive Guglielmo di S. Thierry: “L'umiltà è il segno certo della pecora del Signore che va messa a destra; così la domanda orgogliosa del non credente è segno del caprone, da mettere a sinistra”.
      Nella Commedia la regola impone a Dante e Virgilio di procedere sempre a sinistra nell’Inferno e sempre a destra nel Purgatorio.
Nessuna  speranza dunque per i deboli, le donne e i “dannati”? La storia del mondo è la storia di questa speranza, quella dei vinti che non vogliono sognare il sogno dei vincitori. Giustamente Bobbio mette in guardia contro la sovrapposizione del linguaggio religioso univoco (assoluta positività della destra) sul linguaggio politico relativistico (i buoni e i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra).
       Ma è proprio così univoco il linguaggio religioso? Chi è alla destra di chi? Da dove vengono Gioacchino da Fiore e Thomas Muntzer, i Lollardi e i Livellatori, e la Teologia della Liberazione? Non vengono forse dal più grande capovolgimento dei valori, dalla inversione della regola che qualifica la tradizione evangelica? “Beati i poveri di spirito ... beati i miti ... beati quelli che piangono ... beati i pacifici ... “ (Matteo, V), beati in sostanza tutti coloro che il mondo ha sempre giudicato infelici od inetti. Non vogliamo intervenire nella eterna “querelle” (Gesù è di destra o di sinistra?) riaperta da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, con una dichiarazione di tipo “progressista”. Ci limitiamo a ricordare la figura  del sindacalista americano Powers Hapgood, organizzatore dei minatori e indomabile agitatore negli anni '30. Nel corso di uno dei tanti processi da lui subiti, il giudice Claycomb gli chiese: “Come mai una persona di buona famiglia e istruita, come lei, ha scelto di vivere come lei vive?”. “Perché?”, gli rispose Hapgood. “Mah, per via del Sermone della Montagna, signore”.
                                             ***
      In tanti hanno ceduto spesso alla dolce tentazione del né né (di destra o di sinistra) che Zagrebelski considera un luogo politico inesistente: quando si affronta il piano delle decisioni, la scelta è inevitabile. Non c’è “terzismo che tenga”. Ne è convinta anche una politologa non di sinistra come Sofia Ventura: “Se non ci fossero disposizioni nello spazio politico, non ci sarebbe neppure la politica”. Chi si muove è tenuto a dire dove va, senza cincischiare sprezzantemente sulla geografia dell’agorà. Nel 2014 Matteo Renzi ha proposto una revisione della dicotomia bobbiana,  utilizzando la parola magica della Innovazione. Il mito del Nuovo sembrerebbe la chiave interpretativa per orientarsi nella grande arena della creatività, dal marketing all’industria, dalle arti alla didattica, inseguendo una iperbolica Rivoluzione di fuochi d’artificio lessicali.
      Ancora una volta, niente fatti ma giochi di parole , nel repertorio vintage buono per Grillo e Berlusconi e compagnia cantando. Intanto la diseguaglianza sembra ancora figlia della natura e di Dio. La forbice si è sempre più allargata, diritti sociali e welfare sembrano antiquariato, il neoliberismo spadroneggia ovunque secondo la logica del ciascuno per sé e Gratta e vinci per tutti. Alla fin fine, ritorna alla ribalta una coppia che di nuovo offre ben poco: energia personale darwiniana più la “lingua della solidarietà di papa Francesco”. Herbert Spencer e il Vangelo tornano a fare coppia come nell’Ottocento.
       Malgrado gli sconvolgimenti sociali di portata eccezionale, determinatisi nell’ultimo ventennio, anche per Daniel Cohn-Bendit il testo di Bobbio rimane un punto di riferimento fondamentale. La battaglia democratica è lungi dall’essere conclusa, anche per la stanchezza europea e una certa assuefazione all’intolleranza e all’ingiustizia dentro e al di fuori delle  frontiere dell’Unione.  Nell’età della diffidenza generalizzata, una crisi di legittimità  e una crisi identitaria che richiedono una superiore qualità della performance dei gruppi dirigenti. Aggiungiamo da parte nostra che urge disseppellire la più importante arma della sinistra: l’universalismo democratico contro le ossessioni particolaristiche.

lunedì 10 marzo 2014

L'llva, l'ambiente, la sinistra



L'llva, l'ambiente, la sinistra

di Alessandro Leogrande

in Corriere del Mezzogiorno, 08/03/2014, pag. 4

Rispetto alla parabola della primavera pugliese, Taranto è sempre stata un caso a sé. Non solo per la vicenda Ilva e per il disastro ambientale, ma anche per i disastri della politica locale, maturati nell'arco della Seconda repubblica. La sinistra jonica sembrò avere la sua primavera nel 2007, quando Ippazio Stefàno (con Nichi Vendola già alla presidenza della Regione) vinse le elezioni a sindaco successive al crack del comune non solo contro il ritorno di Cito, ma anche contro l'allora candidato del Pd Gianni Florido. Sembra passata un'era geologica. Nel mezzo, oltre all'impasse della giunta comunale, è esploso il ciclone Ilva. Così, il rapporto tra la città lacerata, i movimenti ambientalisti e il governo regionale si è fatto via via più problematico. Da una parte Vendola sostiene di aver sempre agito nell'interesse degli operai e della trasformazione della fabbrica. Dall'altra i settori più accesi della protesta hanno visto in lui (molto più che nelle giunte cittadine tra il 1993 e il 2007 o nei governi nazionali che si sono succeduti) il volto della politica compiacente.
Taranto è una città difficile, in cui il consenso politico è un'alchimia molto complessa da mettere insieme, e soprattutto da mantenere per più di un lustro; in cui a lunghe fasi di apatia si alternano jaquerie improvvise, come quelle del 2012. Pertanto, la notizia della richiesta dei rinvii a giudizio per il caso Ilva sembra prolungare uno strano limbo. Chi crede che la trasformazione della fabbrica sia possibile continua a pensarla così, magari con un po' di pessimismo in più. Chi sostiene che l'unica soluzione sia chiudere lo stabilimento, e che l'unico potere sano sia quello della magistratura inquirente, avrà modo di radicalizzare la sua posizione. Ma cosa pensa del rapporto tra Vendola e la città di Taranto chi in questi anni ha continuato a raccontare la città dell'acciaio?
Per Roberto Nistri, autore di una decina di libri sulla città jonica, l'ultimo dei quali è “La ballata degli affumicati”, “il rapporto tra Vendola e Taranto si è incrinato da tempo”. Da una parte, sostiene, “Vendola ha evitato negli ultimi anni incontri pubblici con la cittadinanza, dall'altra va anche detto che non gli sarebbe stato possibile farne qualcuno senza subire pesanti contestazioni dall'area più accesa del fronte no-fabbrica”.
Taranto è una città in cui molti dibattiti ultimamente si sono svolti in una sorta di “zona rossa”, per evitare che saltassero. Il paradosso è che molti incontri con il leader nazionale di Sel, nella città epicentro del disastro ambientale e di tanti crocevia della sinistra, si siano dovuti svolgere a porte chiuse. “La richiesta di rinvio a giudizio non cambia di molto le cose”, prosegue Nistri, “ma indebolisce ulteriormente la coppia Vendola-Stefàno”.
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Salvatore Romeo, tra gli animatori del blog “Siderlandia”, uno dei pochi luoghi di riflessione giovanile. “Ci sono state molte attese nei confronti di Vendola, e molte sono rimaste disilluse. Forse non era giusto attendersi questo solo dalla Regione, ma è quanto è successo. Già dal rilascio della prima Aia, c'è  chi ha pensato che non era più possibile dialogare con chi aveva firmato quel testo, e quindi anche con Vendola.”
Al di là della vicenda giudiziaria, e di come si pronuncerà il gup, la sinistra “a sinistra del Pd” che ha governato Taranto in questi anni appare in crisi. Intorno alla giunta Stefàno non si è radicata una nuova area politica, mentre il vendolismo è parso un fenomeno distante. Così, quando la protesta è montata, il piatto è stato diviso tra il successo dei grillini e la furia anti-politica di alcuni comitati di protesta. “La sinistra”, dice ancora Romeo, “non è riuscita a creare una saldatura tra l'ambientalismo e l'operaismo... Ma di questo la colpa è di Stefàno e di Vendola, o più in generale della storia politica di questa città?”
Mario Desiati, che ha scritto spesso di Taranto negli ultimi anni, non solo nel romanzo “Il paese delle spose infelici”, allarga ulteriormente lo sguardo. “Ho sempre pensato che fosse molto complicato interpretare la fabbrica e il suo mondo fatto di metalmezzadri, e che ciò fosse ancora più complicato dopo la privatizzazione.” La difficoltà del rapporto con la città nasce da qui. “Ricordo ancora”, dice Desiati, “quando nel 2009, presentammo a Taranto il libro sull'Ilva di Giuliano Foschini, 'Quindici passi'. C'era molta tensione in sala. Lì ho capito che una parte di città, già esasperata, non voleva più avere rapporti con la politica, anche se prometteva un cambiamento.”

lunedì 6 gennaio 2014

Gli ultimi fuochi

Gli ultimi fuochi

di Roberto Nistri

già edito in: Taranto Oggi - 31 dicembre 2013

Nei primi anni Ottanta Taranto viveva la sua ultima stagione felice. Era una città con una forte e riconosciuta identità: godeva ancora di un benessere più o meno diffuso e risultava plausibile una prospettiva di innovazione culturale , un non- solo- acciaio volto ad arginare lo strapotere della monocultura. Con la conclusione della Vertenza Taranto, bene o male era stata riassorbita la disoccupazione di ritorno e la base operaia rimaneva ancora la spina dorsale della città , mentre alla Fiat la composizione metalmeccanica subiva una pesantissima contrazione. Certo la felicità non disdegnava la compagnia dell’ottusità. Il mucchio selvaggio delle ditte appaltatrici rimaneva il brodo di cultura di una rampante economia criminale, mentre sul mercato dell’acciaio i paesi emergenti diventavano sempre più competitivi. Nel futuro di Taranto erano sempre appostati i mille errori del suo passato.
“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”, aveva scritto Dickens nel Racconto delle due città, e anche quel titolo calzava a pennello per l’eterna Taranto duale. Il giocattolo doveva essere frantumato da un articolo del grande Sandro Viola, Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa, in “la Repubblica” del 29 settembre 1985. Era il de profundis della città-azienda, destinato a suscitare polemiche e proteste fra gli operatori culturali, che proprio in quegli anni si erano impegnati nel risanamento della Città vecchia e in una strategia di reconquista di un primato culturale antagonista rispetto al tardo municipalismo “cataldiano”. In verità Viola non aveva mancato di apprezzare una “buona sorpresa”:  una piccola scuola di storici della Taranto industriale, che aveva già prodotto validi approfondimenti scientifici, “a partire dal fortunato esordio di un libro di Roberto Nistri, Cafoni, arsenalotti e galantuomini”. In effetti, per la prima volta e in pochi anni,  la cultura cittadina poteva esibire un corredo di pubblicazioni molto apprezzate nella storiografia nazionale, che dovevano funzionare da volano per la nascita di riviste e di case editrici ancora oggi operative, anche con un ruolo propositivo da parte delle Istituzioni. Veniva a determinarsi una sinergia miracolosa fra Giuliana Ermacora, dirigente del CRSEC Regione Puglia, Giuseppe Francobandiera dirigente del circolo aziendale dell’Italsider e massimo operatore culturale del Mezzogiorno, nonché Tommaso Anzoino, illuminato assessore alla cultura del Municipio di Taranto.
Si trattava dunque di un passaggio realmente cruciale e ricco di chiaroscuri. E’stato piacevolmente rievocato il 18 dicembre 2013 nella splendida location  di via Duomo, con una godibile “chiamata alle arti” di molti operatori musicali e artistici di quegli anni, in occasione della presentazione del libro di Sergio Natale Maglio: Taranto new Wave, una meritoria pubblicazione dell’editore Scorpione che, nell’immane pubblicistica jonica inzuppata di diossina e benzoapirene,  ha offerto la storia inedita di una  musica giovane prodotta da ragazzi  che inseguivano  una utopia fra due mari: “Dedicato a chi l’ha visto e a chi non c’era /  e a chi quel giorno lì / inseguiva una chimera” (Ivano Fossati).
Si racconta la  romantica vicenda di una generazione nata in piazza della Vittoria che, fra gli ultimi anni ’70 e i primi anni ’80,  ha voluto puntare su Taranto, ha cercato di essere protagonista di una svolta al contempo politica e musicale, al di fuori e contro il recinto siderurgico, costruendo gemellaggi sonori con altre dimensioni musicali come Pordenone, avendo anche come sponda eccentrici intellettuali “adulti” che  frequentavano il mitico Caffè  di via D’Aquino; una esperienza  anche quella  proficua e irripetibile.  L’onda lunga della contestazione giovanile doveva frangersi sulla Nuova Frontiera della droga e della malavita organizzata. Ma della storia dispersa di quella  meglio gioventù si continuerà ancora a raccontare. Utopia, utopia, per piccina che tu sia…