sabato 26 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Narciso Bino



Biblioteca tarantina


Schede a cura di Roberto Nistri



NARCISO BINO, Lire funeste, a cura del Cspcr-Crsec , Taranto 1987.
(L'altra Taranto, in "Quotidiano",  27 gennaio 1988)

      Niente vale quanto un lottatore che rinuncia e niente è comparabile alla grandezza della capitolazione, scrive il filosofo rumeno Cioran. Ne deve essere convinto anche Narciso Bino che, per scrivere alcune bellissime pagine sulla Taranto ottocentesca, ha stabilito un autentico rapporto d'amore, se non di possessione, con l'inquietante figura di Domenico Sebastio, barone di Santa Croce, il bancarottiere suicida nel 1882 dopo il tracollo della Cassa Tarantina di Industria e Commercio, un emblematico personaggio che Bino ci presenta come "un perdente, un demone, un eroe negativo".    Stiamo parlando di Lirefuneste, una preziosa ricerca sulla storia dell'economia e del credito in Terra ionica, un volume fuori commercio magistralmente illustrato da Andrea Indellicati, a cura del Cspcr-Crsec di via Lisippo, diretto ad Giuseppe Orlando.
      Pur spaziando dalla storia della comunità ebraica all'impresa dei garibaldini, il fulcro della ricerca si raccoglie in un momento ben preciso: gli anni che precedettero il decollo de Il' Arsenale Militare, quando il Borgo era ancora giovane, quando tutti i giochi erano possibili e il futuro di Taranto non era ancora il suo destino. Prima che la città si definisse come piazzaforte militare, rompendo con il suo hinterland e con ogni autonoma progettualità, prima che la rivoluzione industriale imponesse al territorio un logica strategica ed eterodiretta, prima che il credito venisse stretto in una morsa fra la Banca di Sconto e Pegni (all' ombra del potere massonico) e la Banca di Credito Agricolo e Commerciale (all'ombra della struttura clericale), in questa fase decisiva l'iniziativa di Santa Croce ci viene presentata da Bino come una possibile alternativa per una borghesia che volesse essere autonoma nella sua progettualità e imprenditorialità.
      Domenico Sebastio, corretto operatore economico in un mondo profondamente inquinato dall'usura, cattolico che non si lasciava prevaricare dall’ arroganza arcivescovile, proponeva un linea di sviluppo passante per la difesa e la valorizzazione del Mar Piccolo, favorendo nel concreto quei pilastri dell'economia tradizionale che erano l'ostricoltura, la mitilicoltura, la piscicoltura. II porto mercantile si poteva sviluppare solo in alternativa alla monocoltura navalmilitare, di fronte alla quale il Barone era il solo fiero oppositore. Nel mentre Domenico Sebastio sanciva tragicamente la propria sconfitta con un colpo di pistola nella stazione di Napoli, il fato si era compiuto: tre giorni prima era stata istituita la legge per]' avvio dei lavori per il Regio Arsenale, iniziava l'inarrestabile esodo dalla Città Vecchia alla Città Nuova, un fiume di soldi pioveva sulle teste degli imprenditori filomarittimisti, i "signori del piccone" promuovevano una speculazione edilizia che doveva comportare sul lungo periodo un vero e proprio genocidio culturale.
      Bisogna subito dire che, malgrado la sua ritrosìa, Bino rivela il talento dello storico di razza. Non è lo storico che ama confrontarsi con la totalità, con i lunghi periodi e i grandi numeri, addivenendo a sintesi complessive attraverso lo studio sincronico e diacronico delle strutture. E' lo storico cacciatore che insegue la preda spiando orme nel fango, rami spezzati, pallottole di sterco, ciuffi di peli, odori stagnanti. È lo storico investigatore che cerca il colpevole seguendo gli indizi, annusando un profumo, raccogliendo un' impronta digitale: ciò che gli sta particolarmente a cuore è l'individuum, non la globalità, gli interessa più cogliere l'albero che non la foresta.
      Rimane il problema del rapportare l'albero con la foresta. E se la ricerca di Bino incrementa notevolmente la nostra conoscenza sul periodo, non ci sembra che quella del Sebastio possa essere considerata una reale alternativa: e non per lo stantio argomento che chi perde ha sempre torto, ma perché non è possibile individuare attorno al Barone un blocco di forze, magari minoritario, ma dotato di una visibile consistenza. La stessa vicenda del fallimento (malgrado la tesi della congiura che viene adombrata, ci convince  che il buon Sebastio sia stato purtroppo un operatore abbastanza pasticcione e velleitario) e il rapido e completo oblio della sua figura, attestano l'isolamento della sua "via tarantina allo sviluppo" in una città bramosa di industrial-militarizzazione.
       Ringraziamo Narciso Bino per averci presentato in Lirefuneste questo Barone di Santacroce così smargiasso, così utopista e così perdente: lo riconosciamo come uno dei nostri, cioè quei pochi che si ostinano a sognare un'altra Taranto, che sarebbe stata più bella se il "mar picciolo" non fosse stato mutato "in militar cantiere".

venerdì 25 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Antonio Fino




Biblioteca tarantina

Schede a cura di Roberto Nistri



ANTONIO FINO, Società civile e "riconquista" cattolica di una diocesi del sud tra otto e novecento, Milella, Lecce, 1983. 
(ampliamento de La riconquista di una diocesi un secolo fa,  in "La Gazzetta del Mezzogiorno",  21 giugno 1984).

      La ricerca storiografica sulla città di Taranto sta godendo di una buona stagione se è vero che in questi Anni Ottanta, accanto ai residui di una produzione ingenua e approssimativa, è possibile segnalare studi dalla struttura scientifica che hanno riqualificato sul piano nazionale l'attenzione degl i storici soprattutto "contemporaneisti": valga come esempio l' interesse attorno alla realtà tarantina che si è evidenziato nel convegno tenutosi ai primi dì giugno a cura dell'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza. Se alcuni lavori hanno giù determinato cospicui passi avanti nella comprensione dei lineamenti socio-economici e dell'evoluzione del movimento operaio tarantino, possiamo ora segnalare con soddisfazione la pubblicazione di uno studio sul movimento cattolico che provoca anche in questo campo una decisa transizione dalla pre-o- parastoriografia alla storiografia vera e propria. Si tratta di Società civile e "riconquista" cattolica in una diocesi del sud tra otto e novecento, una ricerca che Antonio Fino, assistente di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Lecce, ha dedicato alle vicende politiche e pastorali dell' episcopato tarantino di mons. P.A. Jorio (1885-1908), vicende che vengono scandagliate con grande scrupolosità metodologica e con un sguardo attento al più ampio contesto nazionale del confronto - scontro fra Chiesa cattolica, Stato liberale e nascente movimento operaio e contadino.
      Negli anni del decollo del Regio Arsenale, Taranto si presentava come una città abbastanza incerta nella fisionomia socio-economica, impossibilitata a mediare e ad evolvere consapevolmente nel confronto aperto con la grande industria. In questa città acefala giunse un personaggio che mostrò poi di possedere tutte le credenziali per candidarsi al comando del processo di mutazione cui la società civile, sprovvedutamente ma ineluttabilmente, stava andando incontro: monsignor Pietro Alfonso Jorio venne trasferito a Taranto il 27 marzo 1885 e prese possesso della sede arcivescovile il 1° o ottobre dello stesso anno. Così Antonio Fino descrive il personaggio: "cresciuto nel pieno fervore del processo di unificazione del Paese, a differenza di altri suoi conterranei Iorio non rifiutava il nuovo ordine di cose né aspettava fideisticamente la crisi e la disintegrazione del giovane Stato italiano. Libero da ogni legame col vecchio regime considerava ormai stabile la realtà politica nata dalla rivoluzione risorgimentale e perciò riteneva che i cattolici, accettando il dato di fatto, dovessero intervenire con tutte le loro forze e capacità, nelle forme che la legge consentiva, per modificare in senso cristiano la realtà. Uomo d'azione, Jorio non rimpiangeva il passato, né indugiava, come altri vescovi del tempo, in geremiadi sull'apostasia del mondo moderno e sulla crisi del religioso nella società contemporanea".
      Con questa prospettiva, Pietro Jorio si integrava pienamente nel lavoro dell'Opera dei congressi, l'organismo cattolico articolato in varie sezioni, una delle quali - la seconda - si occupava specificamente di opere sociali, soprattutto casse rurali e società di mutuo soccorso. Probabilmente Jorio fu solo infastidito dalla sempre più accentuata differenziazione, all'interno dell'Opera, fra la tendenza degli "intransigenti" (i cattolici non disposti ad alcuna transazione con lo Stato italiano e, nel contempo, chiusi ad ogni progetto di riforma sociale) e quella dei "democratici cristiani" (ostili allo Stato "padronale" e propugnatori dell' autorganizzazione delle classi lavoratrici). Agli occhi di Jorio l'Opera dei congressi si presentava come una ben congegnata macchina di potere, idonea a fornire una spina dorsale a quella schiera di cattolici che, seguendo rigidamente le direttive del clero, si apprestava ad "aggredire" il nuovo secolo con una articolata strategia di riappropriazione del politico e del sociale.
      Come abbiamo indicato in un nostro saggio (pubblicato nel volume collettivo La città al borgo) riuscì a far passare la sua idea, che un' organizzazione di massa e nello stesso tempo fortemente centralizzata dalla direzione  ecclesiastica era la precondizione per un positivo intervento nella Società dei "grandi numeri", un intervento che doveva penetrare in tutte le pieghe e i risvolti di una dimensione industriale che in maniera sempre nuova andava differenziandosi e articolandosi: sin dal I0 febbraio 1896 veniva costituito a Taranto il Comitato Cattolico, sostenuto da figure non secondarie del ceto benestante tarantino e anche da un numero non piccolo di operai dei cantieri. È vero che, in queste operazioni, Jorio non era un pioniere in assoluto: su scala nazionale c'era tutto un fermento motivato dalla Rerum novarum emanata cinque anni prima da Leone XIII. Eppure una certa primogenitura bisogna riconoscergliela: il Comitato cattolico di Taranto fu uno dei primi del Mezzogiorno e anche in questo la industrializzata città jonica presentava interessanti aspetti eccentrici e anticipatori differenziandosi nettamente, per esempio, dalla situazione leccese o brindisina, dove per anni non doveva segnalarsi l'esistenza né di Comitati parrocchiali o diocesani, né di Associazioni cattoliche di alcun genere).
      Ma c'è di più: sembra che monsignor Jorio, più che ottemperare con zelo alle direttive pontificie, abbia in esse riscontrato la conferma di un progetto e di uno stile di lavoro già da un pezzo inserito nella sua prospettiva. Per cui, considerando la sicurezza con cui il presule innestava il suo Comitato cattolico al centro di una sequenza d'iniziative sociali che andavano dalla "Società Cattolica del Preziosissimo Sangue" con annessa la "Cassa di Sconto e Pegni" (25 marzo 1888) ai Circoli di operai, studenti, pescatori, spazzini, degli ultimi anni dell’800, alla fondazione della Banca di Credito Agricolo e Commerciale (1899), alla Società Cattolica di M. S. "Regina Pacis" (12 febbraio 1908), certo non sembra esagerato parlare di Jorio come di un vero e proprio precursore dell' Azione Cattolica, tanto nella metodologia quanto nelle finalità.
      Si trattava di un uomo di polso, di notevoli capacità organizzative e di fiuto politico non indifferente, che perseguiva con tenacia lo scopo di costruire una direzione cattolica ( e clericale) per una comunità che tendeva a dissolversi in un pigro e aproblematico consumismo. Rispetto alle due fazioni politiche (Pietro D' Ayala Valva contra Nicola Lo Re) che si contendevano il potere con stile elettorale e con programmi veramente di piccolo cabotaggio, la figura di Jorio si stagliava con nettezza per audacia progettuale, comprendendo egli con lungimiranza la necessità, per una strategia di potere, di adeguarsi al passaggio da una realtà proto-borghese, in cui i piccoli numeri erano controllabili da un comando personale, ad una società industriale di massa, in cui i grandi numeri erano governabili solo attraverso una struttura organizzativa, ramificata e capillare nell'intervento sociale. L'ottimo libro di            Fino sviscera fino in fondo la dimensione ecclesiastica dell'intervento di Jorio , lasciando ancora aperta la questione: in che misura questa anomala figura di vescovo (fondatore di circoli cattolici, organizzazioni operaie, banche) ha inciso nell'evolversi della struttura socio-economica della città di Taranto, già agli inizi del '900 un 'anomalia iperindustriale nel Mezzogiorno d'Italia?  Bisognerebbe anche aggiungere che Jorio veniva allontanato dalla sede di Taranto senza grande rimpianto, anzi  con diffuso malanimo e ostilità nei suoi confronti. Il vescovo di Gallipoli, in una lettera del 3 maggio 1901, aveva qualificato Jorio come “cammorrista”, aggiungendo che lui e il suo alleato Pasquale Berardi erano “due menti spostate, che stanno così ai confini della follia da passarli spesso per sola distrazione”.

giovedì 24 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Vito Forleo


Vito Forleo

Biblioteca tarantina


Schede a cura di Roberto Nistri


VITO FORLEO, Poemetti municipali (a cura di Aldo Perrone), Ed. del "Gruppo Taranto",  1984.
(Due mari in un bicchiere, in "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 7 maggio 1984)


      "Uno di questi splendidi pomeriggi di febbraio, mi è accaduto di sostare alla ringhiera del Canale, dalla parte che domina in pieno la città vecchia. Nella controluce dell'imminente tramonto, il grigio paesaggio di pietra prendeva non so quale stupore di sogno. Me la sentivo, la città vecchia, farsi tutta mia, quasi ricevessi un premio a cui fossi predestinato": sostando sull'angolo destro del Corso ai Due Mari, Vito Forleo si sentiva nell'ombelico dell'universo. S'immergeva nella sua Taranto, percependo tutte le vibrazioni più antiche e più sotterranee di una città impastata di storia e di acqua salata.
Da quell'angolino, a distanza di ottanta anni dalla sua opera prima I giorni di Diogene Saturnino, cinquantacinque dopo il suo capolavoro Taranto dove la trovo, a venti anni dalla morte, continua ancora a giungerci la voce ironica e garbata di "don" Vito con la pubblicazione dei Poemetti municipali, una raccolta di scritti pubblicati durante gli ultimi anni del fascismo, un piccolo gioiello editoriale (arricchito da una preziosa litografia di Nicola Carrino) dovuto alla competenza e all' amorosa cura di Aldo Perrone e del "Gruppo Taranto".
      Il timido e solitario Forleo, borgesiana figura di erudito bibliotecario della "Acclavio" e punto di riferimento per la cultura tarantina durante tutta la prima metà del secolo, torna in punta di piedi a raccontare le sue "storie" con il garbo e la tenerezza del grande dotto foderato da artista. Lui, che distillava parsimoniosamente la sua scrittura, con pause addirittura ventennali, incurante dei frenetici ritmi produttivi della grafomania locale e del maniacale culto del rumore e del chiacchiericcio, tipici della retorica basso provinciale.
      Questi Poemetti mostrano che Forleo è riuscito a non farsi catturare anche negli anni più duri, quando Taranto "autentica città fascista" era e si sentiva una perla del regime, e l'intellettuale di prestigio (a parte il sottobosco dei plaudenti per vocazione) era sottoposto a mil1e pressioni purché tirasse fuori qualche ditirambo in onore del Fascio. E Forleo niente. Schivo e sorridente, concluse il suo lungo viaggio attraverso il fascismo, dribblando tutti i ricatti e tutte le lusinghe, senza partorire neanche il più piccolo degli inni al duce, combattendo la sua personale "resistenza" trincerato in quella Biblioteca che era la sua roccaforte, inattaccabile da gerarchi e gerarchetti.
      E mentre il piccone fascista si abbatteva con becera prepotenza su Taranto vecchia, mentre le trombe annunciavano i destini imperiali di una Taranto "più bella che pria", Forleo scriveva di quando "per i dedalei quartieri, avevo perduto ore e ore a festeggiare un terrazzino, a ritrovare un arco, a incantarmi di un cortile, quando m'ero fatto una tragedia a temere che il piccone frettoloso non avesse dato tempo all'ultimo rudere del muro civico di morire con l'onore di una fotografia". E' questa la sua testimonianza, la passione per il tempo, l'amore per una terra della quale si conoscono tutti i profumi e tutte le rughe, un sentimento cantato con voce lieve, una voce che continua però a farsi ascoltare anche quando dal campo di battaglia sono scomparsi cavalieri e re, gerarchi e trombettieri del duce.
      Con mano felice Aldo Perrone ha ricostruito un itinerario culturale e ha fornito una proposta di lettura seria e provocatoria, che potrebbe sollecitare un dibattito non da poco sulla cultura meridionale.
Proprio per questo dichiariamo le nostre perplessità su quelle che ci sembrano alcune forzature esegetiche, certo dovute ad eccesso d'amore. Per quanto si rivolti un pezzo come Nobiltà nell'urna, non ci sembra di scorgere nessuna nostalgia per la democrazia, una democrazia che Vito Forleo non amò particolarmente (come certamente non amò il fascismo), né agli inizi del secolo, quando Diogene Saturnino ridicolizzava un apprendistato elettorale fatto di "lazzi, bestemmie, fumo di pipe, rutti di vino acido, pugni levati", né negli anni del post-fascismo, quando la sola idea di un mini impegno politico lo faceva ritrarre inorridito. Forleo volle essere una "anima bella",  un dandy, un flaneur le cui tentazioni superomistiche si scioglievano in una pigrizia tutta jonica (senza troppo contorno ideologico). Uno spirito aristocratico, nel senso migliore del termine.
      Siamo ormai in grado di apprezzare una scrittura, senza una aprioristica etichettatura di destra o di sinistra. Rinviando ad altra sede la discussione sulla sterilità politica del "grande intellettuale" meridionale, ricordiamo ancora Vito Forleo per quello che è stato: un uomo integerrimo che, dopo 50 anni di attività al servizio della cultura, è stato liquidato dal Comune senza un rigo di ringraziamento, ricompensato solo con i funerali a spese pubbliche (perché altrimenti non si sapeva chi li avrebbe pagati), un posto nella colombaia del cimitero e dieci amici sì e no a rendere l'estremo saluto.

E continuiamo ad ascoltare la sua voce, in quell'angolino della ringhiera dove "don" Vito continua ancora ad amoreggiare con la sua città, rinnovando il miracolo di far entrare il mare, anzi i due mari, nel piccolo bicchiere della poesia.

mercoledì 14 maggio 2014

L'eguaglianza è ciò che fa la differenza


L'eguaglianza è ciò che fa la differenza

di ROBERTO NISTRI

Recensione a "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio, pubblicata in: Quotidiano di martedì 22 marzo 1994





Il Gran Bazar del “nuovismo” continua freneticamente a spacciare luccicanti patacche, nel rumoroso talk-show affollato da tutti i magliari e gli imbonitori della peggiore politica-spettacolo. L'orchestrina degli ideologi della “morte di tutte le ideologie” ha suonato a ripetizione il motivo della “obsolescenza delle vecchie categorie della Destra e della Sinistra”, ed ecco che la nuova legge elettorale ci restituisce pari pari, con il suo implacabile “o di qua o di là”, la buona vecchia coppia antitetica: appunto, la Destra e la Sinistra. E che la cosa non sia per niente sorprendente ce lo spiega, con l'impagabile chiarezza che è propria della grande onestà intellettuale, Norberto Bobbio con il suo ultimo pamphlet:  Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica (1994).  
      La maggior parte delle persone ritiene che questa distinzione abbia ancora un valore, ma i criteri per giustificarla sono i più vari, ed è merito di Bobbio l'aver delucidato con metodo rigoroso tali criteri ed aver affrontato la questione a partire dal suo più profondo nucleo teorico. E facile constatare l’esistenza di molte “destre” e molte “sinistre”, ma questa constatazione di fatto induce non all'elusione ma alla ridefinizione dell’essenza più intima della distinzione, del criterio per distinguere la destra dalla sinistra. Perché di questo si parla quando s'invoca la tanto sospirata alternanza, fra che cosa? Ma si capisce, fra una sinistra e una destra, al di là delle cortine fumogene.
       La differenza consiste nel diverso atteggiamento che le due parti - il popolo di destra e il popolo di sinistra - sistematicamente mostrano nei confronti dell'idea di eguaglianza: la “contrapposizione fra visione orizzontale ed egualitaria della società e visione verticale o inegualitaria”.   Naturalmente, eguaglianza e diseguaglianza sono concetti relativi: né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto eguali, né la destra pensa che essi siano in tutto diseguali. Ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica, a ciò che rende gli uomini eguali, o ai modi di attenuare e ridurre i fattori della diseguaglianza: mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le diseguaglianze siano un dato ineliminabile, e che in fin dei conti non se ne debba neanche auspicare la soppressione.  
      Questa idea è ampiamente condivisa, anche da parte di persone che appartengono a schieramenti opposti. Così un intellettuale di sinistra come Cacciari: “L'esistenza di condizioni di base d'uguaglianza, e dunque di politiche di difesa dei ceti meno protetti, più deboli, vale per me come componente essenziale della qualità della vita”. Bobbio cita anche il parere dell'ideologo di Alleanza Nazionale, Fisichella: “Mentre la sinistra è fondata sull'idea di eguaglianza, la destra su quella di non egualitarismo”. La rivista di destra “l'Italia” pubblica articoli intitolati Abbasso l'eguaglianza, così come la rivista politica ufficiale del fascismo era intitolata “Gerarchia”.
      Bobbio tratta le “ragioni” di entrambi i campi, ma gli sembra evidente che la spinta verso una sempre maggiore eguaglianza sia irresistibile. Ogni superamento di questa o quella discriminazione “rappresenta una tappa, se pure non necessaria ma soltanto possibile, del processo di incivilimento”. Nel suo saggio Bobbio ha analizzato l'uso delle due parole all’interno della tradizione politica che risale alla Rivoluzione francese, ma se è vero che “essere di sinistra significa mettersi dalla parte dei più deboli”,  questa qualificazione si deve misurare  con una simbologia che da millenni accompagna tutta la storia della cultura (ad eccezione dell'Estremo Oriente).
      Secondo Silvio Curletto, in La forma e il suo rovescio (1990) “destra e sinistra rappresentano due poli opposti che nella loro reciproca azione di attrazione/repulsione caratterizzano la vita dell'uomo e dell'universo”.  Nella cultura arcaica la destra è la parte della “forza” e quindi del “bene”: tutto quello che è bello, piacevole, conveniente e prospero rientra nel dominio della destra, mentre il cattivo, l'infausto e il dannoso domina nella sinistra. La destra incarna il principio dell'ordine e della normalità in opposizione all'anomalo, identificato con il mancino, diverso e  pericoloso. La sinistra pertiene alla potenza passiva femminile, la destra a  quella attiva maschile. Presso i greci, a sinistra e a destra si collocavano le coppie materia-spirito, notte-giorno, luna-sole, pari-dispari, madre-padre. I presagi favorevoli apparivano sulla destra, come segno del successo. Si pensava che le bambine provenissero dal testicolo sinistro e i maschietti da quello destro.
      Presso i latini la parola sinister aveva un senso negativo, conservato nella nostra lingua: si pensi al valore di termini come “sinistro”, “sinistrato”, “destro”, “maldestro”. Nella Bibbia, guardare a destra (Salmi, 142, 5) significa guardare dal lato del difensore, verso la salvezza. Alcuni commentatori rabbinici precisano che il primo uomo Adamo, prima della scissione, era maschio dal lato destro e femmina dal lato sinistro.
       Il Medioevo cristiano non è sfuggito a questa tradizione, opponendo la sinistra femminile, notturna e satanica, alla destra maschile, diurna e luminosa. Così le messe nere comportano il segno della croce fatto con la mano sinistra e il diavolo marchia i suoi adepti sotto la palpebra sinistra. I mancini sono maghi e stregoni temibili perché capaci di alterare il corso regolare dell'esistenza. Nelle raffigurazioni del Giudizio Universale gli eletti sono posti a destra e i dannati a sinistra. Scrive Guglielmo di S. Thierry: “L'umiltà è il segno certo della pecora del Signore che va messa a destra; così la domanda orgogliosa del non credente è segno del caprone, da mettere a sinistra”.
      Nella Commedia la regola impone a Dante e Virgilio di procedere sempre a sinistra nell’Inferno e sempre a destra nel Purgatorio.
Nessuna  speranza dunque per i deboli, le donne e i “dannati”? La storia del mondo è la storia di questa speranza, quella dei vinti che non vogliono sognare il sogno dei vincitori. Giustamente Bobbio mette in guardia contro la sovrapposizione del linguaggio religioso univoco (assoluta positività della destra) sul linguaggio politico relativistico (i buoni e i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra).
       Ma è proprio così univoco il linguaggio religioso? Chi è alla destra di chi? Da dove vengono Gioacchino da Fiore e Thomas Muntzer, i Lollardi e i Livellatori, e la Teologia della Liberazione? Non vengono forse dal più grande capovolgimento dei valori, dalla inversione della regola che qualifica la tradizione evangelica? “Beati i poveri di spirito ... beati i miti ... beati quelli che piangono ... beati i pacifici ... “ (Matteo, V), beati in sostanza tutti coloro che il mondo ha sempre giudicato infelici od inetti. Non vogliamo intervenire nella eterna “querelle” (Gesù è di destra o di sinistra?) riaperta da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, con una dichiarazione di tipo “progressista”. Ci limitiamo a ricordare la figura  del sindacalista americano Powers Hapgood, organizzatore dei minatori e indomabile agitatore negli anni '30. Nel corso di uno dei tanti processi da lui subiti, il giudice Claycomb gli chiese: “Come mai una persona di buona famiglia e istruita, come lei, ha scelto di vivere come lei vive?”. “Perché?”, gli rispose Hapgood. “Mah, per via del Sermone della Montagna, signore”.
                                             ***
      In tanti hanno ceduto spesso alla dolce tentazione del né né (di destra o di sinistra) che Zagrebelski considera un luogo politico inesistente: quando si affronta il piano delle decisioni, la scelta è inevitabile. Non c’è “terzismo che tenga”. Ne è convinta anche una politologa non di sinistra come Sofia Ventura: “Se non ci fossero disposizioni nello spazio politico, non ci sarebbe neppure la politica”. Chi si muove è tenuto a dire dove va, senza cincischiare sprezzantemente sulla geografia dell’agorà. Nel 2014 Matteo Renzi ha proposto una revisione della dicotomia bobbiana,  utilizzando la parola magica della Innovazione. Il mito del Nuovo sembrerebbe la chiave interpretativa per orientarsi nella grande arena della creatività, dal marketing all’industria, dalle arti alla didattica, inseguendo una iperbolica Rivoluzione di fuochi d’artificio lessicali.
      Ancora una volta, niente fatti ma giochi di parole , nel repertorio vintage buono per Grillo e Berlusconi e compagnia cantando. Intanto la diseguaglianza sembra ancora figlia della natura e di Dio. La forbice si è sempre più allargata, diritti sociali e welfare sembrano antiquariato, il neoliberismo spadroneggia ovunque secondo la logica del ciascuno per sé e Gratta e vinci per tutti. Alla fin fine, ritorna alla ribalta una coppia che di nuovo offre ben poco: energia personale darwiniana più la “lingua della solidarietà di papa Francesco”. Herbert Spencer e il Vangelo tornano a fare coppia come nell’Ottocento.
       Malgrado gli sconvolgimenti sociali di portata eccezionale, determinatisi nell’ultimo ventennio, anche per Daniel Cohn-Bendit il testo di Bobbio rimane un punto di riferimento fondamentale. La battaglia democratica è lungi dall’essere conclusa, anche per la stanchezza europea e una certa assuefazione all’intolleranza e all’ingiustizia dentro e al di fuori delle  frontiere dell’Unione.  Nell’età della diffidenza generalizzata, una crisi di legittimità  e una crisi identitaria che richiedono una superiore qualità della performance dei gruppi dirigenti. Aggiungiamo da parte nostra che urge disseppellire la più importante arma della sinistra: l’universalismo democratico contro le ossessioni particolaristiche.