martedì 29 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Giuseppe Francobandiera




Biblioteca tarantina

Schede a cura di Roberto Nistri


GIUSEPPE FRANCOBANDIERA, Dieci storie ordinarie, Nuova Editrice Apulia,  1992.

(La festa del vecchio ragazzo lucano, in "Quotidiano" del 3 giugno 1993)

      L'esistenza, scriveva Musil, è una corsa di piccoli puntini che s'inseguono e s'incalzano sulla sottile striscia della vita per svanire, alla fine, in un'improvvisa e imprevista buca .. E il tempo inghiotte avidamente interi pacchetti della nostra esperienza, cancellando dalla lavagna della memoria volti e situazioni, progetti mai realizzati ed eterne passioni. Ma non tutto svanisce. Purtroppo rimane, arrogante e maleodorante, la scia fetida di tante malefatte e violenze. Per fortuna rimane, più sottile ma più tenace, la parola dell'uomo buono. Rimane l'opera di chi ha saputo, con cuore e intelligenza, amare gli uomini e le cose. Rimane il sorriso di chi è riuscito ad arginare la marea montante della volgarità e della barbarie con il culto della affabilità e delle buone maniere. Giuseppe Francobandiera, il più amabile organizzatore culturale e "maestro di cerimonie" della Taranto industriale, se n'è andato. Un grande cantastorie del Sud è scomparso, ma, come il gatto di Alice nel paese delle meraviglie, nell'aria ci ha lasciato il suo sorriso.
      Negli anni cinquanta Francobandiera aveva lasciato la sua Lucania dando inizio alI' odissea di un picaro di vocazione, di un argonauta che non ha mai potuto recidere quel misterioso cordone ombelicale che lo legava al suo mondo e alla sua gente. Il suo diario di viaggio è quello di un canzonettista - fantasista - giornalista e poi dirigente aziendale - operatore culturale - storico – romanziere, che da Potenza a Roma, da Genova a Napoli, fino a Taranto, è tornato al Sud sui passi della sua fuga. Questo viaggiatore "sudista e vagomarxista per ragioni biologiche e di fede", quest'anima distesa fra le montagne lucane e il mare greco, questo intellettuale laico che conservava tutti gli umori e la pietas della religiosità popolare e contadina, sapeva al meglio essere provinciale e cosmopolita. Dilettante fra i dilettanti, paladino delle cose belle e delle cose giuste, senza battersi il petto e senza vestire le penne del pavone, Francobandiera è stato erede del migliore illuminismo meridionale, libertino e libertario, ironico e pensoso, devoto alla memoria e alla speranza, fiero combattente contro l'  “altro Sud", quello rapace e gaglioffo, lagnoso e bacchettone, rissoso e inconcludente.
      Lo stile è l'uomo. E inconfondibile era lo stile degli articoletti di Peppino, arguto polemista che colpiva di fioretto il pressappochismo dei politici e le stramberie dei pseudo-intellettuali. Mai contro qualcuno, sempre in difesa di qualcosa, del decoro e della dignità di una terra dove lui non era nato, ma che pure amava più di tanti tarantini: le battaglie in difesa della Città Vecchia, del Mar Piccolo, dei beni culturali ... Attento cultore delle voci del territorio e delI 'anima delle pietre, ha collaborato a due splendidi cataloghi: 12 masserie del tarentino (1979) e I segni nascosti di Taranto vecchia (1981). Esperto del linguaggio televisivo, ha curato un documentario sul centro storico di Taranto che ha vinto, a Barcellona, il primo premio nell’ambito di un festival delle emittenti private organizzato dal Consiglio d'Europa.
      Ma l'immagine di Francobandiera non era quella del ricercatore e dello studioso solitario. Per vent'anni, in una vecchia masseria guadagnata alle ragioni del tempo libero/ liberato, è stato il direttore artistico del Centro culturale dell'Ilva, coinvolgendo la città in tanti programmi che è impossibile anche enumerare: stagioni teatrali e rassegne cinematografiche di alto livello nazionale e internazionale, mostre pittoriche di illustri maestri e di giovani scoperte, con cataloghi cui non mancava mai la nota critica, sobria ma sempre puntuale, di Peppino, e la grande invenzione dei "concerti sull'erba", degli spettacoli in piazza Fontana e negli antichi palazzi della vecchia Taranto e delle serate musicali sul battello in Mar Piccolo ... Grazie a lui, da Taranto sono passati tutti: Gilbert Becaud e Juliette Greco, Gassman e Bene, De Simone e Lindsay Kernp ...
      E in quelle serate Peppino accendeva le torce, riempiva i calici e accoglieva uno per uno i suoi ospiti al grande Simposio. Come la "maschera" cinematografica di uno dei suoi racconti più belli, il grande sacerdote  assisteva allo spettacolo e assisteva gli spettatori. Li scortava ai loro posti come guidandoli all'iniziazione di un Mistero, viveva all'unisono le loro emozioni fino alla catarsi finale. Poi con quell'aria da Sik Sik, l'artefice magico, guidava al dopo spettacolo e una parola di commiato - "Peppino, che bella serata!" - bastava a renderlo felice, a fargli realizzare il suo sogno da bambino della grande Festa, l'antico sogno comunista di una riconciliazio ne con noi stessi e con gli altri, con la natura e con la memoria, la conquista dello stare bene insieme, quelli di oggi e quelli di ieri. Oggi è finita. E qualcuno ha detto che la fine di Peppino è stata istantanea come la fine di uno spettacolo. Come un faro che si spegne. E nel buio scrosciano gli applausi. Grazie, Peppino.
      Ma se lo spettacolo vive e muore come un fuoco d'artificio nella notte, la magia di Francobandiera farà sognare anche le generazioni future, quanti non hanno avuto il privilegio di godere della sua amicizia. Finché esisterà Taranto, si continueranno a leggere i saggi del nostro amico sulla storia del costume agli inizi del secolo - La città al borgo (1983) - e durante il fascismo - Taranto da una guerra all' altra (1986). La belle epoque, Mario Costa, Rodolfo Valentino, Anna Fougez e mille microstorie in cui pure abita la Storia maiuscola, hanno permesso a Francobandiera di proporci l'affresco di un' epoca con la forza non dell'indagine sociologica ma della pietas poetica che accoglie e abbraccia i vivi e i morti, il presente e il passato, e più il tempo passa e più passato abbiamo a cui fare posto.
      Ma questa scienza-amore, che ci fa "sentire" chi siamo e il senso della nostra vicenda, è la letteratura. E questa doveva essere la meta conclusiva della vicenda umana, per altro verso così in/conchiusa per vocazione e per destino, di Peppe Francobandiera. L'ultima stella del carro (1983) si presentava come il non-romanzo di "quelli che arrivarono in anticipo o in ritardo sulla Storia, perdendo molte coincidenze", un generazione troppo giovane per la Resistenza e troppo vecchia per il Sessantotto. La scrittura riempiva le pagine di una quasi sceneggiatura di un film animato da soldati americani e metalmeccanici, sciantose e pescatori: una festa mobile che trasformava i fantasmi evocati dalle intermittenze del cuore in un "mondo comune", realizzando il desiderio del "vorrei avervi tutti qui". Il viaggio di un "vecchio ragazzo lucano che si fabbricava gli zufoli con le canne, come i pastori", il viaggio che proseguiva fra battaglie proletarie e amori arrangiati verso una Taranto "sfarinata dallo scirocco", con i suoi tramonti "sperperati da Creso" e il suo paradossale mixage di supersviluppo e sottosviluppo. Il viaggio è consumo, la clessidra non si può capovolgere, ma la "divinità misteriosa che lavora sul tempo perduto" aiuta il cantastorie ad acciuffare per un lembo del vestito quel qualcuno o qualcosa che tende a scivolare fuori dalla memoria, e rimetterlo nella diligenza, per farlo galoppare ancora nella prateria.
      E la fatale carretta di Ombre rosse attraversa anche le ultime Dieci storie ordinarie (1992), una serie di "giornate particolari" alla Ettore Scola, che ci fanno rivivere la nostra storia di questi cento anni di solitudine e di comunanza, di molte amarezze e di non poche dolcezze. Mentre l'uomo del pianino fa girare la manovella e, come bolle di sapone, escono le note di una vecchia canzone, e mentre tre consumatori di caffè e di tempo, posizionati ad un tavolino, ben piazzato sulla via grande, vegliano sui giorni del mondo e interpretano i sospiri dei passanti, Francobandiera ci guida al piccolo trotto lungo le strade dell'anima, fino al tramonto dell'Italsider. E ci racconta di un campionario di 15.000 desaparecidos metalmeccanici, cinquantenni prepensionati superflui per la fabbrica e per la Storia, che si aggirano con il carrello della spesa nel nuovo Paradiso della Classe operaia, fra le fascinose inutilità dell' Ipermercato.
      Ma l'uomo dell'utopia non si arrende, come nel racconto di quel tale che, nel giardino della sua casa in collina, si era costruito una nave destinata ad approdare all'isola di Nausica e a sfidare il canto delle sirene. Ma l'aspirante navigatore falliva l'esame di patente e il vascello, che intanto aveva messo radici ed era divenuto troppo ingombrante, finiva bruciato. Eppure dopo un poco di tempo il mai rassegnato marinaio si poneva di nuovo a costruire la sua Chimera.
       L'ultimo racconto, L'impalcatura, rimane il vero testamento spirituale di Francobandiera. E' la storia di un ex comunista-per-sempre, della sua fuga e del suo ritorno, seguendo l'eterna stella cometa della speranza. Un esame di coscienza che si conclude con una laica auto-assoluzione: "Non doveva mai scendere dall'impalcatura, qualunque scenario prospettasse il futuro. Una impalcatura: era necessaria perché permetteva una visione particolare delle cose ... L'uomo che si era autoassolto davanti all'altare centrale spinse la porta della chiesa che cigolò lungamente e si prese in faccia il sole che stava calando".
Sul fare della sera, il "vecchio ragazzo lucano" ha scritto questa ultima pagina, si è autoassolto ed è andato ad abitare la sua scrittura, per sempre. In quella diligenza che accoglie tutti coloro che hanno fede in un mondo comune, ora l'amico Peppino ci indica la strada e corre davanti a noi, verso una di quelle belle feste che si possono sognare a Sud del mondo.

lunedì 28 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Giancarlo De Cataldo



Biblioteca tarantina


Schede a cura di Roberto Nistri


GIANCARLO DE CATALDO, Terroni, Theoria, Milano 1995.

      Conosciamo Giancarlo De Cataldo dai primi anni Settanta: giovanissimo studente, era frequentatore di tutti i cineforum e di tutte le assemblee che animavano la Taranto di allora, la città operaia e democratica che guardava con fiducia al futuro e che ancora non aveva smarrito il bene dell' intelletto. Ce lo ricordiamo quando volle impegnarsi, nella primavera del' 75, nella grande battaglia civile per il referendum abrogativo delle leggi che impedivano l'interruzione della gravidanza: in occasione di una manifesta¬zione di solidarietà con la radicale Adele Faccio, reduce dalle patrie galere per aver difeso l'autodeterminazione della donna, s'intristì perché la sua offerta di aiuto per i manifesti e la propaganda era stata ricusata dalle femministe più intransigenti. Poi se ne andò a Roma per gli studi universitari e venne il movimento del '77 e seguirono tante altre cose: le battute che ci siamo scambiati nei nostri incontri posso pensarle come un commento, abbastanza puntuale, agli ultimi venti anni di storia italiana. Nei suoi ultimi ritorni a Taranto, nel prendere atto del tragico urbicidio perpetrato fra i due mari, mi sembrava echeggiare le parole di Alberto Savinio dopo la prima guerra mondiale: "Ho vinto la guerra: sono rimasto vivo". E anche nel suo ultimo libro, Terroni, sembra circolare una frase non scritta: "lo l'ho scapolata. Ne sono venuto fuori".
      Certamente il nostro Giancarlo se l'è cavata al meglio. Facendo leva solo sulla sua intelligenza, senza intrupparsi in nessuna cordata della mala politica, girando alla larga dal sottobosco dei portaborse levantini che affollano i ministeri romani. Senza mai deflettere dai suoi principi morali e politici, ha onorato la sua città e il suo geniaccio meridionale esercitando valorosamente il ruolo di magistrato e facendosi un nome nel mondo delle lettere, condensando la sua esperienza di giudice in Minima criminalia (Manifestolibri 1992) e pubblicando due fortunati romanzi gialli, Nero come il Cuore (Interno Giallo 1989; ne è stato tratto anche un film) e Contessa (Liber 1994). 
      Questo Terroni (Theoria 1995) è forse il suo libro più bello e più suo, probabilmente quello che più gli sta a cuore, sicuramente quello destinato a suscitare le reazioni più contrastanti negli interlocutori più diretti: i tarantini residenti e, soprattutto, resistenti. In effetti, sono abbastanza prevedibili le risposte alle domande che l'autore si pone: "È anche colpa del nostro abbandono se la città va alla deriva? Siamo andati a studiare ali 'università e non siamo più tornati. Per quelli che sono rimasti proviamo
 un po' di rammarico e un po' di sollievo: per lo scampato pericolo, se non altro. E loro, loro che cosa provano per noi, per i giovani borghesi emigrati che spendono il proprio soldo di vita con metà coscienza in laguna e metà nel mare aperto?". Elementare, Watson! "Loro" vogliono un bene dell'anima ai tanti figli dello Jonio sparsi per l'Italia, eppure non potranno mai perdonare le giustificatissime fughe.
Per questo è stata affollata e calorosa la presentazione cittadina del libro.
     Per questo non sono mancate le pizzicate: "Giancarlo gioca a fare il terrone fra i terroni ... Scrive sui terroni. Accidenti, il terrone si è fatto giudice!". Giancarlo conosce bene i suoi vecchi amici: non si tratta (salvo eccezioni) di invidia, ma di orgoglio, rifiuto di farsi oggettivare nella scrittura del fuggiasco. Che ha fatto bene a fuggire. ma non può chiedere comprensione per la sua lacerazione fra "laguna" e "mare aperto": questo è lo stigma di ogni tarantino, da sempre e per sempre diviso fra un mar piccolo e un mar grande. Sulle nostre sponde due volte il mare e la terra si toccano nella costa e nel confine: enfatizzazione della duplicità propria del Mediterraneo, luogo sorgivo di un pensiero capace di contenere la tragicità degli opposti, i dissoi logoi, le contraddizioni più acute, senza mai giungere (per fortuna) ad una quietistica e cimiteriale reductio ad unum. Andare e venire, come le onde: questa è la sorte di tutti noi, caro Giancarlo. Noi che ogni giorno vorremmo ritornare a casa, alla Taranto del cuore, e sappiamo che è impossibile. Per questo possiamo comprendere il ritorno a casa dello scrittore (in fondo la scrittura è sempre un tornare a casa).
      Il ritorno al padre professore che un giorno gli suggerì: "Vattene via, che ci stai a fare qui?". Quel padre introvabile, che non ha fatto a tempo a leggere il libro a lui dedicato. Un libro che è un ritorno alla vecchia "isola", dalla quale si è fuggiti come da una prigione ma il cui fantasma non può abbandonare Robinson: "Ne sognavo tutta la notte, e la mia fantasia vi correva tutto il giorno; sovrastava tutti i miei pensieri ... niente poteva togliermela dalla testa". Si ritorna sempre ai primi amori, diceva il signor Freud. Lo scrittore scrive cartoline agli assenti. Chiama tutti all'appello perché di tutti sente la mancanza. E tutti vuoI mettere nel sacco del suo libro.
      Nel sacco ci troviamo Carunchio Domenico, epitome dei terruncielli curti e niri, "magrissimo e stortignaccolo, la testina coperta da una stopposa lanugine sporchetta, i denti precocemente guasti": nella vecchia scuola elementare XXV luglio, siede "sul fondo della classe, a rimarcare, anche sul piano della divisione del territorio, la sua diversità". Puzza di acido fenico e parla "un gergaccio di vicolo in cui si affastellano fonemi incomprensibili, scanditi dalla greve intonazione gutturale del tarentino". Carunchio, The dark side della terra del sole: il buon ragazzo Giancarlo gli offre i doppioni delle sue figurine di calciatori e un inappetibile panino con l'uvetta e l'ombra lo ricambia mostrandogli il suo coltellino a scatto. Dopo che una squadraccia di pasdaran in pelliccia (ovvero Dame di Carità del Patronato) mortifica pubblicamente il "povero" sotto un chilo di pasta, un maglione e un paio di scarpe troppo larghe, questo essere (peggiore del quale nulla si può pensare) esce di scena, lasciando dietro di sé una scia di tristezza che è il filo nero di questo ciclo dei vinti.
      È come se quest' ombra si distendesse sui comprimari "positivi" della storia: il fine politico-intellettuale che si gode la pensione in volontario esilio fra i trulli, il generoso "olivettiano'' partito per il lungo viaggio senza ritorno dopo aver per decenni inseguito l'utopia di un' impossibile coagulo di cervelli intorno alla "cultura dell'impresa", e poi l'indomito sindacalista, l'artista talentoso e misconosciuto ... Giovani o anziani, tutti i guerrieri solitari sembrano votati alla dissolvenza. Sospettando l'implacabile giudizio della Storia, mentre combattono sembrano chiedersi: "E se fossimo tutti fantasmi, già ora?". E' destinato a durare solo colui che non si ribella alla tirannia della necessità: solo Carunchio, il grado zero della speranza, sembra eterno.
      Fisiologicamente vocazionati alla catastrofe sono anche i grandi "eroi" negativi, i campioni del Male, come Antonio Modeo detto "il messicano": l'uomo del destino per la mafia tarantina, formatosi "politicamente" nei vicoli della città vecchia, in quella strabiliante organizzazione che fu Lotta Continua.  Dopo il "riflusso" prese ad arruolare il sottoproletariato come truppa della delinquenza organizzata, costruendo con notevole intelligenza imprenditoriale una joint-venture criminale. E' finito impallinato, dopo aver scatenato una guerra di sterminio tra clan contrapposti, "una mattanza degna della Chicago di AI Capone". E un'ombra fosca aleggia attorno all'ultimo (in ordine di tempo) trionfatore di questa Taranto "Poisonville, provincia e metafora d'Italia, Poisoncountry": il geometra telepredicatore, nello sconcerto universale divenuto sindaco "leghista del sud" di una città ormai spappolata. Il capitolo su questo inaudito personaggio, che sembra uscito dritto dritto da un noir di Dashiell Hammett, funge da cerniera nel racconto di una città tutt'altro che marginale e sottosviluppata: il "Siderurgico" è stato l'emblema della più industrializzata provincia del Sud, con un' area seconda per grandezza alla sola Mirafiori di Torino. Ma tutto tramonta.
       Rimane solo il patetico "italiano" lombardeggiante delle signore-bene tarantine, il cui snobismo tormenta le orecchie dello scrittore durante il ritorno a casa  sull' autobus della "Marozzi": la sudditanza culturale è incorreggibile, "il riconoscimento della superiorità dell'altro è la fase terminale del classico masochismo meridionale". A questi sudisti impallati rimane solo l'improbabile speranza di essere ancora una volta conquistati. Questa "attesa invocata dell'invasione" diventa sublime superiorità meridiana, nel personale teatro della memoria di De Cataldo, solo in quel grande eroe assente che è il Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi, "nelle cui fattezze si sublimano i tratti più nobili delle razze predatrici e di quelle predate, intessuti di astuta concretezza e melanconica dissipazione, inclini all'azione guerriera come alla meditazione e al fatalismo".
      Questo è il meglio, questo è tutto: un'assenza. Così si conclude questo bello e tragico ritorno a una casa che non c'è: "II Sud, se esiste è un' isola. Il Sud bisogna estremizzarlo, isolarlo dal tempo e dallo spazio, condannarlo all'eternità, espellerlo per sempre dalla maledetta Storia: il Sud, per stanarlo, bisogna fare macchina indietro. Indietro tutta, verso il progresso. Che strano paradosso! Per giustificare la sua fuga da casa, lo scrittore finisce con l'espellere la casa dalla Storia, involontariamente arrendendosi all'esistente, al vincitore. Niente equivale un lottatore che rinuncia e niente è comparabile all'estasi della capitolazione, diceva Cioran, E se il terrone non volesse ancora arrendersi?
       Se questa Apulia ("senza porte") riuscisse a non farsi chiudere da quelli che partono, quelli che restano, quelli che vanno da qualche parte, quelli che vanno da nessuna parte? Se il Sud messo in croce per la sua "mancanza" dal visitatore e del conquistatore, dallo stanziale e dal nomade, riuscisse con un gesto a testimoniare il suo "di più", il suo venir "prima" dello scrittore, prima di tutto il resto? Costringendo lo scrittore e tutti gli altri a fare loro un passo indietro, e ritornare alle strade non percorse, alle biforcazioni che sono state eluse, alle storie possibili che non sono state esplorate? Se provassimo audacemente a ribaltare il punto di vista? Non si tratta più di "pensare il sud alla luce della modernità, ma al contrario la modernità alla luce del sud", suggerisce Franco Cassano . Questa è la scommessa enorme: tornare a sollevare il problema dei sud del mondo, ancorando le derive violente della modernità a quel "segreto della Misura" che nei suoi mobili confini il Mediterraneo racchiude. E' solo una suggestione per riprendere il filo di una discussione interminabile, fra noi terroni. Per poter ritornare sulle sponde dello Jonio e dire: "E' come un tempo, s'est le rive gauche, abbiamo finalmente trovato un luogo nel quale c'è tutto".

domenica 27 luglio 2014

Biblioteca tarantina: Lino De Matteis




Biblioteca tarantina

Schede a cura di Roberto Nistri

LINO DE MATTEIS (a cura di), Fianco Sud. Puglia, Mezzogiorno, Terzo Mondo: rapporto sui processi di militarizzazione. Piero Manni ed, Lecce 1969.

(Terra di frontiera, in "Quotidiano" del 17 novembre 1989)

      II Regio Arsenale di Taranto venne inaugurato ufficialmente il 21 agosto 1889 con la visita di Umberto I, accompagnato dal principe di Napoli Vittorio Emanuele e da Francesco Crispi. Come si usa quando si attendono ospiti illustri, il comitato organizzatore della festa fece del suo meglio per garantire una buona accoglienza: come hanno ricordato in un loro saggio Vuozzo e Della Ricca. Vennero cosparse di sabbia le zone più luride, i muretti pericolanti venero spalmati di sapone onde evitare che qualcuno vi si potesse arrampicare, gruppi di prestanti cittadini vennero pagati perché applaudissero al re.
La celebrazione risultò solenne ma anche sinceramente festosa, in una gara di tricolori e di fiori, di fiaccole e fuochi d'artificio. Mentre il sovrano ringraziava dei fiori e accarezzava le fanciulle dello Istituto VerginelIe, come ricorda il cronista de "La Voce del Popolo", alcuni personaggi di buon appetito "presero d'assalto il buffet e lo divorarono tutto. Ci furono certi amicissimi del Municipio che empirono i fazzoletti di quel ben di Dio ch' era al buffet, portandoli a casa!".
      Mentre gli amici del Municipio erano intenti ad abbuffarsi, un amabile conversare veniva registrato da Roberto Bracco, che collaborava al "Corriere di Napoli" con il curioso pseudonimo di Baby: "II Re era di buonissimo umore. Presso al bacino disse a Brin: Fatemene una diecina di questi bacini per accogliere una diecina di queste Italie. Crispi soggiunse: Quanto a me, non desidero che cento milioni di lire per comperare un altro milione di fucili a cento lire ognuno. Altri discorsi simpatici si fecero durante la
visita. lo domandavo all' elegante generale Guidotti quando sarebbe divenuto generale d'armata ed egli, rivolgendosi a Crispi, disse: Sarò generale d'armata, quando Crispi mi farà una guerra".
      Cento anni sono trascorsi da quei bei giorni, una lunga storia che certo non può essere liquidata con le facili battute su una Taranto progressivamente divorata da quelle eterne gole profonde degli Amici del Municipio e dei Signori della Guerra. Intervenendo al convegno conclusivo delle manifestazioni celebrative per il centenario del grande cantiere navale, Giovanni Spadolini ha giustamente sottolineato come la storia dell'Arsenale sia la storia di tutta una città e anche un pezzo, tutt' altro che insignificante, della storia d'Italia. Una storia dalla quale molte lezioni possiamo trarre, perché venga interrogata e compresa nella sua globalità.  Non è un buffet, dove poter scegliere le pietanze di proprio gradimento.
Le mortificazioni di un territorio strategicamente asservito alla industria bellica; le oscillazioni di un'economia in espansione quando particolarmente aggressiva è stata la politica estera (dalla conquista della Libia alla prima guerra mondiale, dalla crisi etiopica al secondo conflitto) e pesantemente recessiva quando si è esaurita la spinta bellica (il "biennio rosso" nel primo dopoguerra, la paralisi dei cantieri dopo il '45); il clientelismo elettorale di guerrafondai come Federico Di Palma e le spietate discriminazioni e i licenziamenti di arsenalotti per motivi politici; la nuclearizzazione del territorio che sottende la costruzione della Base navale a Mar Grande; siamo convinti che anche di questi argomenti si sia discusso nel convegno dal titolo allettante, L'Arsenale militare marittimo di Taranto tra politica, strategia di difesa e sviluppo industriale.
      Ma, per il prevalere dello spirito di clan e della tradizionale vocazione autarchica, i risultati del convegno rimangono per noi arcana imperii: pur ripetendo continuamente che la storia dell' Arsenale è la storia di Taranto, la manifestazione si è svolta non in un locale pubblico ma nel chiuso del Circolo Ufficiali, tirando fuori gli inviti da una manica molto stretta (le riprese televisive hanno mostrato, fra l'altro, come non pochi posti siano rimasti inutilizzati). Non sono state invitate le segreterie territoriali di Cgil, Cisl e UiI. Non sono stati invitati studiosi tarantini che, sulle vicende dell'industria navalmeccanica, hanno più volte relazionato a convegni nazionali ed hanno pubblicato ricerche ampiamente citate in testi autorevoli, come il volume dedicato alla Puglia della einaudiana Storia d'Italia e quello dedicato a Taranto della collana laterziana Le città nella storia d'Italia.
      Agli esclusi dall'ufficialesco cenacolo consigliamo, come proficua alternativa, la lettura di un eccellente volume: Fianco Sud - Puglia, Mezzogiorno, Terzo Mondo: rapporto sui processi di militarizzazione. Con grande maestria gli autori hanno condensato in 140 leggibilissime pagine una gran mole di informazioni aggiornate su tutti gli insediamenti bellici in Puglia e una meditata riflessione sulla strategia aggressiva che si viene a delineare, con la nuova Base di Taranto come testa di ponte.
Come spiega nel suo saggio Lino De Matteis, l'ampliamento della base navale a Taranto, i Tornado a Gioia del Colle, la 61° Brigata aerea a Galatina, la base americana di San Vito dei Normanni, il battaglione "San Marco" a Brindisi, i poligoni militari sulla Murgia barese, la "Cittadella militare" a Lecce, sono solo alcuni momenti del più generale processo di militarizzazione che, con l'installazione degli F 16 a Crotone e lo spostamento da Londra a Napoli del Comando delle forze navali Usa in Europa, tende a rafforzare il ruolo strategico del Fianco Sud della Nato.
      Una militarizzazione che denuncia la volontà dell'alleanza Atlantica, assecondata dalla politica della Difesa italiana, di trasformare il Mezzogiorno d'Italia in un avamposto non solo contro i paesi dell'Est ma, e soprattutto, contro i paesi africani e mediorientali. Un avamposto militare insomma proteso verso il Terzo Mondo, pronto ad intervenire qualora lo sviluppo di quei paesi dovesse sfuggire al controllo o minacciare gli interessi dell'Occidente industrializzato.
Questo volume vuole essere un contributo alla cultura della pace e questo filo conduttore si svolge con perfetta coerenza anche negli altri saggi, tutti rigorosamente argomentati, di Nicola Occhiofino, Tonino Bello, Manlio Dinucci, Loredana Flore e Mario Proto. Il volume si chiude degnamente con le parole dei vescovi della Metropolia di Bari: "È già pesante il pedaggio che la Puglia sta pagando, in fatto di servitù, ai programmi di riassetto militare. Eppure il nostro popolo ha espresso più volte, in termini civili e democratici, il netto proposito di non lasciarsi spossessare del diritto di decidere sul suo presente. E anche sul suo futuro, ha chiaramente manifestato di volergli imprimere concrete proiezioni di pace ... Oggi più che mai, infatti, la Puglia è chiamata, dalla storia e dalla geografia, a protendersi nel suo mare come 'arca' di pace, e non curvarsi minacciosamente come 'arco' di guerra".