giovedì 21 febbraio 2013

La Tarentinità: quell’identità residuale raccontata da Roberto Nistri


La Tarentinità: quell’identità residuale raccontata da Roberto Nistri

Recensione di
Gaetano De Monte

Si chiama “Tarentinità: quell’identità residuale”, e sarà presentato il 22 febbraio presso l’archeotower occupata, in via Venezia, a Taranto, il saggio con cui Roberto Nistri, storico, prende in considerazione gli eventi storici che hanno segnato, nel tempo, la città di Taranto e che hanno contribuito a formarne l’identità collettiva.  La città dei due mari, la cui storia, non è mai “stata monocentrica, è sempre transitata da bipolarità orgogliosamente enfatizzata a una dualità malvissuta”, scrive Nistri nel libro, dove assumono, in grande rilievo, l’analisi dei due momenti storici considerati fortemente rilevanti nella formazione dell’identità socio-culturale tarantina: l’installazione dell’arsenale della marina militare ai primi del Novecento e del quarto siderurgico, a metà del secolo, eventi che hanno segnato Taranto, trasformandola da piccola provincia in sede militare di importanza strategica,  e poi addirittura in quella di capitale industriale del mezzogiorno. Quando divenne il caso più eclatante di rimodellamento del tessuto sociale e delle funzioni urbane alle esigenze dell’insediamento produttivo, e allo stesso tempo, la città proletaria, una città operaia che dal mutualismo all’organizzazione camerale, costituì l’anima forte di un ambiente e di un popolo che era sempre stato, e sempre sarà, poi, da allora, invece, incline all’indifferenza. Che promosse forti momenti di cittadinanza attiva, quella cultura operaia, infine, che pose le prime basi di una sensibilità democratica. In una città governata allora da una aristocrazia militare, dalle gerarchie ecclesiastiche e da una borghesia parassitaria, trafficanti di ori e tesori, e ben presenti soprattutto nei settori della speculazione: degli appalti, dell’edilizia, del credito, la peggiore borghesia dell’Italia meridionale; nonostante tutto dunque, nei primi anni ’50, la città operaia manteneva una sua forte, precisa identità, eleggendo anche sindaci  e parlamentari. Scrive Roberto Nistri: ” Più o meno attorno a momenti storici precisi, come la fine dell’età d’oro dell’acciaio e la conseguente svendita del siderurgico, dalla fine degli anni ’80 - inizio anni ’90 più o meno, quindi, tante saranno le identità tarantine sbiadite: come quella antifascista, baluardo della democrazia meridionale, che con Cito, invece, aveva scelto di essere governata da uno squadrista. Agli albori del 2000, in cerca di nuove spericolate identità la città sperimentava l’ebbrezza della sindachessa che a passo di danza la guidò verso uno strabiliante dissesto. Da allora poi l’identità cominciava a riuscire spontanea, la più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa”. E da allora per Giancarlo De Cataldo sarà Poisonville, metafora della provincia italiana, per una copertina del settimanale il Sabato, sarà la Beirut del Sud, mentre il volto urbanistico della città cambiava, assumendo quell’aria devastata tipica dei posti senza identità, dove si è fatto piovere a casaccio cemento nel più totale disprezzo del territorio ma con grande attenzione al valore delle aree e alle conseguenti lottizzazioni. Al primo, parziale, epilogo di una storia di crimini, debiti e veleni, Cristian Raimo, nel 2007, la definirà una capitale immorale, con un buco di bilancio mostruoso, i suoi record di diossina, il suo mare guasto, perché dell’Italia è forse l’osservatorio più privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola. Taranto, lo specchio d’Italia sarà, nell’estate 2012, per Gad Lerner. E da allora per Taranto la qualificazione criminale non sarà solo una metafora letteraria o il titolo di una docufiction di successo. Perché in trent’anni di storia, dal boss che passava la vigilia di Natale con il futuro sindaco, al boss Riva accusato di disastro ambientale, vi è il filo nero di corruzione che ha avvolto la città, distruggendo ogni regola e norma. Nel solco di un grande sociologo come Franco Cassano, quindi, che aveva considerato il primo passo di ogni autonomia di un popolo, quello che conduce a ritrovare “l’orgoglio di ciò che si è , il significato di valore di una storia e di una tradizione”, Nistri, dunque, scrive di identità, nell’era della globalizzazione trionfante, per spingere i tarentini a rivendicare la propria autonomia, la differenza, che sia lontana anni luce, però, dal localismo o dal gretto municipalismo. “Mentre la Taranto degli ori e della cultura magno greca”, racconta Roberto Nistri, “continua a vivere solo in un turismo colto e sognatore. La città delle navi, dei pescatori, della classe operaia siderurgica, e di quella degli arsenalotti, per la nazione ora è più un problema che una risorsa. A ridosso dell’ultima Rocca, dove si ergono le ciminiere ziggurat, i tarantini cercano di capire che cosa sono diventati e cosa vogliono. Sono orfani di identità”.
Probabilmente perché della loro storia non sta rimanendo più nulla. 

sabato 12 gennaio 2013

Taranto e il sistema Ilva. intervista a Roberto Nistri

ACCIAIERIA

Taranto e il sistema Ilva

Lo storico Nistri spiega come la città è stata ridotta a un orinale.

di Antonietta Demurtas

Articolo tratto da: Lettera43

giovedì 10 gennaio 2013

Sovversivi di Taranto. Colophon

Colophone del libro "Sovversivi di Taranto" di Roberto Nistri e Francesco Voccoli




Taranto e le leggi razziali. Un saggio di Francesco Terzulli


TARANTO E LE LEGGI RAZZIALI. UN SAGGIO DI FRANCESCO TERZULLI
Roberto Nistri

1. “Storia Patria”: lo stato dell’arte

           Il giornalista Sandro Viola , su “la Repubblica” del 29 settembre 1985, scrisse un articolo di rilevanza storica per tutto il dibattito culturale in terra jonica sul finire del ‘900: Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa. L’industrializzazione sbagliata della più sporca città italiana. “L’assedio del brutto ha vinto, non ci sono teatri né biblioteche, i legami con il passato sono perduti. E’ come se fossimo passati direttamente dalla Magna Grecia al Siderurgico… In mezzo non è rimasto niente”: giudizi che scatenarono una discussione più che vivace su questioni di dettaglio e forzature polemiche dello scrittore di origini tarantine, senza tematizzare la questione di fondo: per primo Viola aveva intonato il de profundis per il Grande Sogno siderurgico e gli eventi successivi hanno di gran lunga superato le sue più fosche previsioni. Viola aveva indicato anche alcuni motivi di ottimismo, fra i quali l’affermarsi di un lavoro storiografico attento alle problematiche dell’industrializzazione, considerato con una certa attenzione anche dalle istituzioni locali e addirittura dall’Italsider, nel quadro della perdurante assenza di un polo universitario (1). In effetti, due grandi opere pubblicate nei primi anni ’80 - La città al borgo e Taranto da una guerra all’altra - furono occasione per un (sia pure superficiale) risanamento della Galleria degli Uffici, con l’allestimento di grandi mostre fotografiche e pregevoli concerti-spettacoli rievocativi della storia municipale.
            A seguito del lavoro storico sugli antifascisti tarantini e, in particolare, sulla figura di Pietro Pandiani, comandante partigiano della brigata “Giustizia e libertà”, si giunse ad una delibera municipale del 31 ottobre 1988 (sindaco Mario Guadagnolo) che affidava “formale incarico - privo di ogni compenso - ai Proff. Matteo Pizzigallo, Roberto Nistri, Piero Massafra nostri concittadini, perché affrontino in dettaglio tutti gli aspetti connessi alla costituzione di un Istituto della Ricerca Storica sulla Resistenza e la Costituzione, riservando a successivi atti di questa Amministrazione la concreta attuazione dell’iniziativa” (2). Il progetto presentato venne approvato all’unanimità, ma la “concreta attuazione” non prese mai il via. Tamquam non fuisset… Intanto progrediva il depauperamento del patrimonio archivistico e documentario cittadino: prima la smobilitazione della prestigiosa Scuola Quadri della Cisl, poi la chiusura della Biblioteca dell’Italsider, a seguire la lenta ma implacabile morìa dei Centri Servizi Culturali della Regione Puglia (3).
           Naturalmente gli storici locali hanno continuato a livello individuale il loro lavoro: ancora non si deve chiedere il permesso a nessuno per scrivere di storia moderna e contemporanea ed egregie opere hanno visto la luce grazie all’interessamento di case editrici tarantine e pugliesi: Mandese, Scorpione, Schena, Archita, Filo… Un ruolo meritorio va riconosciuto, in questo campo, ad alcune importanti riviste scolastiche, in particolare “Galaesus” del liceo Archita e “l’arengo” del liceo Quinto Ennio. Per quanto riguarda il gioco di squadra, positivamente va considerata, grazie alla collaborazione dei fratelli Mandese con la Sezione tarantina della Società di Storia Patria, la ripresa nel 1990 della pubblicazione di “Cenacolo”, prestigiosa rivista fondata nel 1971 ma entrata in sonno nel 1982 (4).
            A livello istituzionale, si deve ricordare l’exploit del 1999: in occasione del bicentenario della Repubblica partenopea fiorirono mostre e pubblicazioni: un eccellente catalogo curato dall’Archivio di Stato, un Quaderno del Centro Studi Piero Calamandrei e un qualificatissimo convegno di studiosi locali e nazionali i cui atti vennero pubblicati a cura del Provveditorato agli Studi di Taranto. Si può considerare un evento eccezionale nella storia del Provveditorato e, considerato l’ampio coinvolgimento delle scuole, rimane la più importante operazione culturale degli ultimi tre decenni. Promotore e impeccabile organizzatore dell’iniziativa fu il preside Franco Terzulli (5). Di formazione filosofica (ha pubblicato una ricerca bibliografica relativa al Nietzsche di Heidegger in collaborazione con il prof. Gianni Vattimo e il Goethe Institut di Torino) in seguito si è sempre più appassionato alle questioni di storiografia pugliese.

2. Francesco Terzulli e la questione ebraica

            Collaborando con Terzulli nelle celebrazioni della “repubblica della memoria”, mi sono ritrovato a condividere con lui un paradigma forte della storiografia contemporanea e un criterio di valutazione delle tormentate vicende della vita civile italiana e meridionale: nella Storia del regno di Napoli Croce ha scritto che, nel ripensare all’opera dei patrioti del ’99, egli si sentiva spinto a dirsi “ecco la nascita dell’Italia moderna, della nuova Italia, dell’Italia nostra”. L’origine dell’Italia unitaria è nell’Illuminismo (6). Sullo sfondo di quel tumultuoso processo è ben presente una questione che costituisce il filo rosso di larga parte della riflessione storiografica di Terzulli: gli ebrei e i diritti di cittadinanza, gli ebrei e l’illuminismo. Con l’arrivo dei francesi a Roma, nel febbraio del 1798, vennero spalancate le porte del ghetto in nome della libertà giacobina. Nel mese di novembre l’esercito borbonico di Ferdinando IV invase Roma e richiuse il Ghetto. Un mese dopo tornarono i giacobini e con la Repubblica il Ghetto venne riaperto, ma richiuso con il ritorno dei Borbone il 3 ottobre 1799. Durante il quinquennio “imperiale” vi fu nuova libertà per il Ghetto, con un fiorire dei mestieri e dei commerci. Passati i “cento giorni” di Napoleone, la clausura per gli 8000 ebrei che vivevano nel Ghetto romano  fu definitiva. Tale altalena fra persecuzione e liberazione ebbe naturalmente a riprodursi in tutta Italia, cristallizzando la coniugazione fra antisemitismo e anti-illuminismo (7).
           Franco Terzulli, punta di diamante della resistente pattuglia di storiografi tarantini, ha continuato nei decenni a lavorare su queste ed altre tematiche senza mai cedere alla tentazione dello scoop e della pubblicistica usa e getta: troppo grande, quasi religioso, è il suo rispetto per la materia da lui indagata con l’autorità dei fatti e la moralità del lavoro accurato. Nei riguardi di questo storico di razza, ubbidiente all’aurea regola di Vico che vuole la storiografia come congiunzione fra filologia e filosofia (i fatti senza l’interpretazione sono ciechi, l’interpretazione senza la ricognizione fattuale è solo retorica), attento nello scrivere e nel comunicare con chiarezza e distinzione, secondo lo stile sobrio e “scientifico” appreso dal maestro Primo Levi, ci sembra a lui calzante una citazione del vecchio Marx: “La critica non è una passione del cervello, bensì il cervello della passione”. Avverso alla storia romanzata, ben pubblicizzata e ben venduta, Terzulli teme la intollerabile “scomparsa dei fatti” e, con Vittorio Foa, è convinto che l’oblio si possa vincere solo se la memoria dell’evento è riportata alla ragione che lo ha determinato. Questa divisa critica è la cifra di ogni sua indagine, si tratti della scuola  o di vicende militari (8).

3. Quando l’Italia diventò razzista per legge: l’antisemitismo in una città senza ebrei

           Nel settantesimo compleanno delle leggi razziali, Francesco Terzulli ha voluto indagare nel microcosmo della vita quotidiana di Taranto, nel tempo intercorso tra la proclamazione dell’Impero Fascista e l’armistizio che ne decretò la fine, sempre onorando la storia come “guerra illustre” contro la menzogna (“Taranto razzista? Quando mai…”) e sempre usando le armi della filologia senza le quali la storiografia si riduce a chiacchiera. Sette anni di ricerche ci son voluti per “blindare” doverosamente la sua indagine su L’impossibile emulsione. Una città al tempo delle leggi razziali , un testo di storia municipale potentemente attraversata da tutta la tragicità della storia maior, non imbrigliato dal provinciale “effetto tunnel” che tende a focalizzare l’attenzione su alcuni elementi precostituiti dalla “tradizione” (9). Nel testo del Manifesto sulla purezza della razza si leggeva: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana… E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Dichiarazioni che oggi ci appaiono infami e oltraggiose nell’Italia fascista vennero accolte con entusiasmo, in particolare dal mondo accademico e dalla cultura: ad esempio, nelle Università, l’espulsione dei docenti ebrei fu salutata con giubilo dai colleghi, felici che alcune cattedre si rendessero disponibili. Anche a Taranto i Giovani Universitari Fascisti, molti presidi, intellettuali e uomini di fede, ovvero le migliori intelligenze del territorio, si misero al servizio dell’ideologia e della politica razzista attuata dal governo centrale.
           Giustamente Terzulli considera la politica razziale non come un bizzarro accidente o concessione di Realpolitik al più potente alleato (10), ma come essenza stessa del fascismo, ideologia di Stato e  principale collante della cultura nuova. Dopo la conquista dell’Etiopia nel ’36, il regime entrava nella nuova fase del Fascismo Imperiale che richiedeva una vera e propria rivoluzione antropologica. Proprio in Africa veniva elaborata una teoria razzista molto forte, a partire dall’idea che le unioni miste fra soldati italiani e donne indigene potessero inquinare il ceppo italiota. Di fatto venne introdotto l’apartheid  con molto anticipo  rispetto al Sudafrica e la discriminazione si esercitò prima nei confronti dei “negri”, poi dei meticci e infine degli ebrei. Il paradigma era quello della “emulsione impossibile”, da cui il titolo del saggio di Terzulli: l’olio delle altre razze non può miscelarsi con l’acqua pura della stirpe italica e, derivandone un composto torbido, è necessario un processo elettrolitico per attuare una separazione definitiva. Si avviava così un processo di “disebraizzazione” volto a cancellare qualunque traccia degli ebrei dal territorio italiano. In Puglia i provvedimenti potevano colpire una donna ebrea di nazionalità greca, licenziata da una banca di Bari come un ufficiale dell’esercito di Lecce, fascista e decorato al valor militare, espulso dalle forze armate in quanto ebreo.
           Anche nella provincia jonica zelo antiebraico e ortodossia fascista finirono per coincidere, avvolgendo in un’unica nuvola ideologica l’intellighenzia cittadina. A discapito della ridottissima presenza ebraica e con eventuale risparmio di senso di colpa (secondo il censimento del ’38 gli ebrei di Taranto erano solo 26) la campagna persecutoria, facile e redditizia, fu sviluppata a tutti i livelli, a partire dal più importante periodico locale, “La Voce del Popolo”: “Gli Ebrei non possono appartenere alla razza italiana” (Antonio Trotta, 20 agosto 1938); “L’Italia, più di ogni altra, sente la necessità essenziale di sradicare questa funesta piaga” (Gennaro Capano, 10 settembre). La “guerra santa” - un tonico a poco prezzo per il bolso fascismo locale e un allettante viatico per l’autopromozione delle nuove leve - fu condotta anche dal celebre liceo classico “Archita” sotto la guida del fascistissimo preside Luca Claudio: fra i “Quaderni” di propaganda fascista spiccava anche un opuscolo antisemita, Concetto scientifico di razza, stampato nel 1940 dalla Tipografia Arcivescovile di Taranto, all’interno del quale si può leggere:”La razza va difesa. Noi non vogliamo bastardi”. Come scrive Terzulli, Taranto rappresentò una “cartolina del Regime” con l’integrale sviluppo di quei temi in agenda: qui, infatti, fu avvertito l’ “orgoglio imperiale” di una città militarizzata, statale per antonomasia, “porosa” e permeabile a ogni modello di sviluppo eterodiretto, divenuta avamposto sui mari e vetrina della flotta, a partire dalla proclamazione dell’Impero. La propaganda antisemita,  un’alchimia tossica di vaghi pregiudizi e reiterate istigazioni all’odio, con una facile mobilitazione di improvvisati specialisti in razzismo ( storici, archeologi e folkloristi pontificanti nella Lega Navale o nella Società “Dante Alighieri”) era anche una occasione insperata per restituire credibilità a un Fascio locale sempre rissoso e spesso commissariato. L’antisemitismo si rivelò subito “un mito aggregatore di tutto quello che il fascismo condannava” con conseguente razzizzazione del nemico politico (antifascista).
            Allontanati dalla città i pochi ebrei e scomparso, grazie al piccone del Duce nel ’34, l’ultimo toponimo del vicoletto Giuda, non rimaneva che dichiarare guerra alla storia, disebreizzando anche il passato con una rivisitazione retroattiva e malevola dell’antica presenza dei giudei in terra jonica (11). Del resto la “bonifica” doveva esercitarsi in particolare contro l’ebreo “invisibile”,  il “circonciso dentro”, quella ebraicità nascosta che alligna come parassita nel corpo sano della Nazione. Non si trattava comunque di un’adesione artificiosa: nello zelo scolastico “c’era qualcosa di volontario, di spontaneo, un’adesione intima e non indotta dall’esterno di alcuni dirigenti e docenti” e una sorta di invasamento era riscontrabile anche fra gli universitari in camicia nera, quei “gufini” che a Taranto potevano coniugare il loro antiebraismo con la doppia appartenenza alla Fuci, la federazione degli universitari cattolici, anche per una certa ambiguità caratterizzante le posizioni della Chiesa locale. I giovani intellettuali jonici mostravano di conoscere le diverse teorie razziste in circolazione, privilegiando come nuova antropologia di regime la “scuola” di Nicola Pende, clinico medico di Noicattaro, nominato nel 1937 presidente della sezione di eugenica del Comitato medico del Cnr e firmatario del Manifesto della razza (12).
           Il 2 dicembre 1938 il federale di Taranto chiamò a rapporto tutti i gerarchi per parlare della lotta contro gli ebrei “confermando che dovrà essere combattuta ogni forma di pietismo”. Si diffondeva intanto il pamphlet di Telesio Interlandi Contra Judaeos e il volume curato da Paolo Orano, Inchiesta sulla razza che “divenne il testo di riferimento per tutti i razzisti antiebraici nostrani”. Faceva la sua parte anche l’antigiudaismo di matrice cattolica con il canonico grottagliese don Giuseppe Petraroli, che denunciava la pericolosità di un sionismo messianico di “carattere massonico-ebraico-bolscevico”. Secondo Terzulli è nel saggio  di padre Primaldo Coco, Gli ebrei: popolo errante, che si attua la saldatura tra l’antisemitismo fascista e il tradizionale antigiudaismo cattolico (13). L’ultimo capitolo del libro, dedicato all’istituzione scolastica, è quello in cui maggiormente si dispiega il volume di fuoco della macchina propagandistica, un dispositivo reticolare del coinvolgimento con agenti iperattivi come il dirigente della scuola elementare “Virgilio”, Angelo Iurlaro, e l’ispettrice scolastica Maria Luigia Quintieri. Alla caduta del fascismo nessun operatore scolastico incappò in pesanti sanzioni epurative. Docenti dell’ “Archita” hanno ricordato come, all’indomani dell’Armistizio, ci volle qualche giorno per strappare materialmente le pubblicazioni compromettenti prima che arrivasseo gli inglesi (14).
           Con un libro come questo Franco Terzulli ha piantato il piccolo paletto di cui lo storico dispone per sabotare la fabbrica della dimenticanza organizzata, per arginare la nostra facilità nel rimuovere, glissare, evitare di fare i conti: cinquantamila italiani ebrei consegnati a Hitler, centinaia di migliaia di soldati italiani mandati a morire per i campi di Europa, decine di migliaia di sloveni, etiopi, greci ammazzati in casa loro. Una spia dell’Ovra in ogni caseggiato e oppositori in galera, oppure braccati e uccisi, certamente non mandati “in vacanza” come qualcuno ha dichiarato incautamente. Lo stesso orrore per le foibe, tombe di migliaia di italiani innocenti, produce falsa coscienza se si omette di ricordare che senza il fascismo, l’invasione della Slovenia, le atrocità contro i civili, quella orribile rappresaglia non ci sarebbe mai stata. Gli “italiani brava gente”, invasori con obiettivi dichiarati di supremazia etnica, hanno sempre evitato accuratamente di guardarsi nel fondo dello specchio nero. Per questo il “rimosso” ritorna,  si risveglia quel razzismo che “giace in fondo agli animi come un’infezione latente” (Primo Levi) e tocca allo storico riprendere l’eterno lavoro di Sisifo.

venerdì 7 dicembre 2012

Tarentinità. Un'identità residuale. Presentazione

Il giorno 13 dicembre alle ore 17,00

presso l'Aula Magna dell'Istituto “Pitagora” di Taranto

in via Pupino 10
 

sarà presentato l'ultimo lavoro di Roberto Nistri
 

Tarentinità. Un'identità residuale

Introdurrà la dirigente prof.ssa M. Silvana D'Addario

Interverranno in una tavola rotonda:
l'Autore, l'Editore, il prof. Antonio Basile,
il dirigente scolastico Giovangualberto Carducci
Seguirà una performance di Giovanni Guarino
 

L'opera propone temi di strettissima attualità: cultura, fabbrica,
ambiente, progetto città, ...

 

L'Autore e l'Editore si augurano una presenza partecipe e numerosa

martedì 13 novembre 2012

Taranto,"città criminale"


Taranto, “città criminale”.

          A partire dal 18 ottobre del 2006, quando il Commissario prefettizio Tommaso Blonda ebbe a dichiarare il dissesto del Comune di Taranto, la più impegnata pubblicistica jonica ha ritenuto doverosa una indagine esplicativa sullo sconcertante “urbicidio”: una città accoppata nelle finanze e nell’onore, un dissesto di 500 milioni di euro, la bancarotta come crisi di identità e di speranza (1).
La portata dello sconquasso, in termini di vergogna civile e di penalizzazione finanziaria di lunga durata, non può essere ragionevolmente riducibile a malaugurato incidente o invasione degli “ultracorpi”: alieni che, sotto mentite spoglie, occupano tutti gli spazi di potere e succhiano avidamente le risorse vitali dei buoni cittadini. La portata della crisi è ben più complessa: come è potuto accadere che una città non povera né marginale, di cultura bimillenaria e di perdurante rilevanza strategica, la Taranto siderurgica ed europea, promettente modello di sviluppo per il Mezzogiorno negli anni ’60 e ancora oggi dotata di un grande impianto industriale con 15.000 dipendenti, la nuova Taranto alla quale lo Stato unitario non ha mai fatto mancare pubblici finanziamenti, come ha fatto a diventare la più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa, consegnandosi ad una sequela di sindaci uno dopo l’altro incappati più o meno pesantemente nelle maglie della Giustizia? Calzerebbe a pennello una citazione da Missione Alphaville di Jean-Luc Godard: “gli abitanti di Alphaville non sono normali, sono il prodotto di una mutazione”. La questione rimane comunque aperta.
          Un importante apporto conoscitivo è offerto dalla recente pubblicazione di Taranto, tra pistole e ciminiere. Storia di una saga criminale, di Nicolangelo Ghizzardi e Arturo Guastella (2). Il prezioso testo  affronta un altro intrigante paradosso: come è stato possibile che una città tradizionalmente priva di una consistente presenza di criminalità organizzata  (3) abbia potuto produrre, sul finire degli anni ’80, un’agguerrita e ramificata organizzazione malavitosa, competitiva con le grandi mafie operanti sulla scena nazionale? Certamente Cito e Modeo non possono essere considerati frutti di stagione senza primogeniture “ culturali”. L’accorta indagine  di Ghizzardi e Guastella prende l’avvio da una docu-fiction, Taranto - città criminale, che si è aggiudicata il primo premio nella sezione Miglior Documentario al Roma Fiction Festival. Il titolo è ovviamente uno stereotipo al pari di “città dei due mari”, “piazzaforte militare”, “capitale dell’acciaio”… I cosiddetti marcatori identitari altro non sono che una sequenza storica di finzioni/funzioni idonee al riconoscersi e al farsi riconoscere. Giustamente Calvino invitava a non confondere mai la città col discorso che la descrive: un surplus di senso rimane non riducibile alle pur inevitabili invenzioni/costruzioni, benevole o malevole che siano. Del resto Taranto sembra soffrire non di una carenza ma di un eccesso d’identità (4). E comunque lo stereotipo oraziano della molle e imbelle (gaudente e maldisposta alla guerra) Tarentum ha illuminato tutto il periodo preindustriale, mentre l’icona della Città criminale può solo fare la fortuna della folta schiera di scrittori di noir. La primogenitura tocca allo scrittore criminologo Giancarlo De Cataldo, che ha imbracato la città ebalica nella cifra identitaria di “Poisonville, provincia e metafora d’Italia, Poisoncountry” (5).
          Gli autori di Tra pistole e ciminiere volevano raccontare la storia di una singolare banda criminale, il clan dei Modeo, che ha spadroneggiato a Taranto fra gli anni ’80 e i ’90, e si sono trovati a ragionare su tutti i 150 anni della storia della nuova Taranto, i 150 anni della nuova Italia.
La storia maior e la storia minor si sono intrecciate indissolubilmente almeno in due processi di portata epocale: l’allestimento di un imponente apparato navalmilitare (cento anni fa l’Italia dichiarava guerra alla Libia) e la strategia dei “poli di sviluppo” per il riscatto del Mezzogiorno in virtù dell’acciaio. Due monoculture industriali ben diverse ma, a ben vedere, un continuum di industria di Stato, uno sviluppo “donato” calato dall’alto, indifferente alle esigenze e risorse del territorio circostante, impossibilitato a suscitare un indotto tecnologicamente diversificato e capace di misurarsi con un mercato “normale”. Considerato che una morfogenesi industriale produce non solo una peculiare organizzazione della produzione, ma anche un particolare modo di pensare e quindi un carattere sociale, perché meravigliarsi per il mancato sviluppo - in oltre cento anni di monocrazia statale - di una autentica borghesia imprenditoriale?  Per l’individuo e per il gruppo la legge dell’adattamento spinge a ricercare un beneficio possibilmente superiore a quello dei competitori; a Taranto la concorrenza è stata surdeterminata da un modello di produzione eterodiretta, in una logica subalterna di appalti e subappalti che conferisce autorità al padrinaggio politico. Come notano Ghizzardi e Guastella, è straordinario che in una realtà marinara, “nessun imprenditore ha mai avuto il coraggio di investire capitali nella creazione di un’impresa armatoriale”.
          E’ convinzione comune che la jungla siderurgica degli appalti negli anni Settanta abbia prodotto il brodo di cultura dell’economia criminale degli anni Ottanta. Ma nell’età aurea dell’Arsenale, ai tempi del “padrino” Federico Di Palma, deputato per tre legislature e sottosegretario per la guerra, l’importante cantiere Salerni e Spangher forniva all’Arsenale meno costosa manodopera esterna (avventizi esposti al licenziamento in contrapposizione agli operai stabili) trattenendo, per l’intermediazione, il 25% sui cottimi pagati dall’Arsenale. Il gioco degli specchi, in una storia sempre diversa e sempre eguale, è singolarmente suggestivo. Il grande dissesto del 2006 richiama subito alla memoria la bancarotta municipale del 1872, con la stessa modalità  di estinzione cinquantennale del debito. E ancora: uccidendosi con un colpo di pistola in fronte nel maggio del 1984, l’imprenditore tarantino Gennaro Grandinetti strozzato dall’usura, come si legge nell’acuta sentenza del Pretore Sebastio, incominciava a gettar luce sul cosiddetto “caso Taranto”. Ma anche su questo evento aleggia un’ombra del passato: il fantasma di Domenico Sebastio, il Barone di Santa Croce che, dopo aver fumato un sigaro, si sparò alla tempia nella stazione di Napoli il 2 luglio 1882, per il fallimento della sua Cassa Tarantina. Combattente contro i privatizzatori del Mar Piccolo e i tifosi della militarizzazione del territorio, era stato osteggiato dalle logge massoniche e strangolato dagli usurai. Ma altre ombre compaiono e scompaiono: il Cavaliere Oscuro che volle farsi Re, quel Cito Furioso che minacciava sfracelli a destra e a manca, non poteva non richiamare il fantasma dell’antico Filonide, un ubriacone che pensava di replicare alle richieste degli ambasciatori romani  orinando sulle loro toghe (6). E così il processo Ellesponto del 1993 rinvia alla memoria di quel lontano processo alla “associazione della mala vita tarantina” del 1893: due momenti storici fra loro incommensurabili, tuttavia con una comune aria di famiglia, di “facce di sempre”.
           Le facili assonanze non devono comunque far smarrire il senso della distanza e delle proporzioni. Per esempio, Furti in Arsenale è stato un titolo-tormentone sulla stampa cittadina per tutto il Novecento: quasi sempre ruberia minuta. Nulla di comparabile al colpaccio da 40 milioni eseguito in area siderurgica, non raccolto dalla stampa ma rievocato da Ghizzardi e Guastella: “Il 28 ottobre 1989 Taranto, assediata dalla criminalità, riceve la visita pastorale di papa Wojtyla. Per l’eccezionale occasione viene allestito, nell’area dello stabilimento della Sidermontaggi s.p.a., un palco in tubolari di ferro che, a visita conclusa, previo smantellamento, è destinato ad essere trasportato nei depositi dell’Italsider. Materiale ferroso di ben 270 tonnellate che non arriverà mai nei depositi del IV Centro Siderurgico, in quanto ci penserà un compare del Modeo, tale Nicola Cippone, a farlo smontare in pieno giorno, farlo caricare sui camion e portarlo a destinazione ignota, senza che nessuno avesse qualcosa da ridire”(7).
          Mettendo da parte il gioco delle ombre, la vicenda criminale ricostruita da Ghizzardi e Guastella si distende lungo un decennio. Il 1985 è l’anno nel quale lo spettro della crisi siderurgica si manifesta in tutta la sua drammatica realtà, su “Repubblica” Luigi Viola intona il de profundis per il Mito siderurgico,  il “Sole-24 Ore” classifica Taranto all’ultimo posto per il “benessere sanitario” e al penultimo per il “benessere socioculturale”, mentre si apre il “caso Taranto” e l’ex mazziere Cito avvia le prime trasmissioni di Antenna Taranto 6. Nel 1995 l’Ilva Laminati Piani verrà acquistata dal gruppo Riva, chiudendo l’era dell’acciaio di Stato in una Taranto stordita dal crollo dello statalismo come un Land della DDR. Nel cuore della crisi, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1993, Giancarlo Cito è diventato sindaco sconfiggendo il magistrato Minervini. L’essere stato colto la notte della vigilia di Natale dell’89, a festeggiare con ostriche e champagne in casa del boss Claudio Modeo agli arresti domiciliari, non ha inquietato i suoi elettori. “Il deficit di cultura democratica è  spaventoso”, commentava  il giornalista Raffaele Gorgoni.
         La grande mutazione genetica della malavita tarantina risale ai primi anni ’80, con l’emergere di capi “ambiziosi e spregiudicati” come i capitani dell’appalto nel precedente decennio. La guerra per bande, con la sua scia di 160 morti ammazzati,  nasceva dall’inevitabile competizione per il controllo del territorio, ma la ballata per kalashnikov non deve nascondere il lato occulto dell’Impresa: fare affari con partner “puliti”, condizionare l’elezione del referente politico. Come ha scritto Giancarlo De Cataldo, “Il boss degli anni ’80 deve essere tanto bravo a sparare quanto a stringere alleanze con gli ambienti legali che contano. E’ la capacità di penetrare negli ambulacri del potere che contraddistingue il vero capo… L’uomo del destino per la mafia tarantina si chiama Antonio Modeo, detto il ‘messicano’ per via di una vaga somiglianza con l’attore Charles Bronson” (8).
           Nei suoi anni giovani Modeo ha incontrato la politica: l’insediamento nel 1972 nel cuore della Città Vecchia, in Via Di Mezzo, del gruppo di Lotta Continua. Nasce una effervescente banda rebelde, un incredibile amalgama di funzionari calati dal Nord e di panarijdde della Marina: U’gnure, Tonino u’grattine, Pasqualone, il mitico Salvatore detto Mustakì… Nel quartiere Tamburi fanno proseliti e s’impegnano nell’occupazione delle case. Un fratello del “messicano”, Nicola, è un militante di LC e il giovane Tonino subisce il fascino della forte carica antistituzionale del movimento. Vive il clima incandescente delle lotte operaie successive all’autunno caldo, partecipa agli scontri. Davanti ai cancelli dell’Italsider attende l’entrata o l’uscita degli operai con un fascio di copie di “Lotta continua” su un braccio e le sigarette di contrabbando in mano. Qualcuno ricorda ancora il suo strillonaggio: “Lotta continua… tre pacchetti mille lire” (9). In un altro contesto Tonino sarebbe forse diventato un eroico rivoluzionario, reputò invece più conveniente fare il capitalista, come i tanti cavalieri di ventura che - come indicano Ghizzardi e Guastella - avevano trasferito la pratica del “capolarato” dalle campagne alla selva oscura delle quattrocento ditte gravitanti attorno all’acciaieria. Dal corredo ideologico di Lotta Continua Modeo distillò un programmino niente male: “vogliamo tutto”, “riprendiamo la città”, “ lotta dura senza paura”.
          Già il 5 gennaio 1979 a Lucera Antonio Modeo viene affiliato alla Nuova Camorra Pugliese da Raffaele Cutolo in persona. Intanto a Taranto accadono cose inquietanti: mentre operano nella centralissima Corso Umberto ben novanta agenti del Sisde, dalla città parte il 12 agosto 1981 la falsa bomba sul treno Taranto-Milano, utilizzata per depistare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. A dirigere le operazioni è il tarantino Francesco Pazienza, capo del Super Sismi e braccio destro di Gelli nella P2. Nello stesso periodo, in una villa di  lido Gandoli , otto neofascisti di Terza Posizione si preparano per favorire la fuga del terrorista “nero” Concutelli (10)
           Intanto Modeo ha incominciato a trafficare nel Mercato Ortofrutticolo del rione Tamburi, fra i primi dieci mercati italiani per giro d’affari; entra nel giro grosso degli stupefacenti e soprattutto viene  attratto dal più grande affare del capoluogo: l’appalto italsiderino. Con la sua ditta Italferro Sud si aggiudica l’appalto per la rottamazione presso lo stabilimento siderurgico (11).  Nel 1986 il clan governa sul tarantino, in regime di monopolio sulla mitilicultura grazie alla Cooperativa Praia a Mare, ed estende la propria influenza anche fuori della Puglia.  L’attività imprenditoriale s’intreccia con quella militare volta al controllo del territorio: a partire dall’uccisione, il 23 settembre 1988, di Don Ciccio Basile (esponente di rilievo della vecchia mala tarantina, antiquario, ristoratore e usuraio) prende l’avvio una storia lunga 160 morti. Nel conflitto fra i Modeo e i De Vitis e gli Scarci e i Di Bari  e poi fra le due frazioni dei Modeo, non mancheranno le vittime innocenti, ai cui funerali non presenzieranno i pubblici amministratori.
           La Commissione Antimafia comincia a tenere d’occhio amministratori come Alfonso Sansone, ******* **** e Cosimo Monfredi. Il democristiano Amalfitano denuncia nella pubblica amministrazione un muro di gomma trasversale che definisce Interpartito; fra i socialisti si scatena una polemica furibonda ma è ormai evidente la contiguità tra potere politico e potere criminale. Arrestato e condannato nel 1986, “il Messicano” sarà latitante fino alla fine dei suoi giorni grazie ad una falsa certificazione di lombosciatalgia e alla complicità  di una suora. Nel 1987 è diventato presidente dell’Assindustria Donato Carelli che ha costruito la propria fortuna con una impresa di pulizie attiva all’interno dell’Italsider: gestore di un ippodromo e di una emittente televisiva, diventa presidente del Taranto Calcio, ma inciampa nel “caso Taranto”, una storiaccia di corruzione che vede coinvolti anche due funzionari di polizia e tre magistrati. Qualche anno dopo, Carelli inciampa anche in un proiettile, sparatogli alle gambe da un misterioso sicario (12).
           Nel 1989 il rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia fa il punto sulla forte autonomia della criminalità jonica, sulla pericolosità delle neonate 145 finanziarie, sulla disinvoltura tarantina nella trattativa privata e negli appalti non regolari. Nel 1990 viene sparato alle gambe il democristiano Roberto Della Torre. Nel 1991 si registra a Taranto un bilancio di 54 morti. Il 7 di maggio viene ucciso Salvatore De Vitis, capo indiscusso del clan rivale dei Modeo. Il 16 di agosto Salvatore Annacondia (che in seguito rivelerà la complicità fra Cito e Modeo) mentre il “messicano” ritorna dal mare pedalando  su una bicicletta, con un revolver gli esplode un colpo alla testa  e, allontanandosi in Vespa, ancora un altro colpo verso il Boss che si accascia  sotto la pioggia  (13).







Note
1)    Cfr. P. STEA, Taranto da Cito a Di Bello, ovvero come “gioiosamente” si dissesta un Comune, Taranto, 2007; R. NISTRI, Taranto a vita bassa. Polveri e debiti di fine Novecento, Taranto, 2010.
2)     Nicolangelo Ghizzardi è attualmente magistrato di Cassazione con funzione di Procuratore della Repubblica. Per diversi anni ha svolto le funzioni di sostituto procuratore presso il tribunale di Taranto, sostenendo l’accusa nei più importanti processi alla criminalità tarantina. Arturo Guastella, giornalista dal 1971, ha diretto per 14 anni Videolevante ed è stato corrispondente dall’Italia e dall’estero per varie testate.
3)    “La malavita tarantina, fino ai primi anni ’80, ha avuto connotati assolutamente tradizionali, coerentemente con una economia rurale o proiettata verso la mitilicultura e la pesca” (N. GHIZZARDI-A.GUASTELLA, Tra pistole e ciminiere, Lecce, 2010, p.37). Si può solo ricordare il processo alla mala vita del 1893, riguardante 103 povericristi: il giornalista Antonio Rizzo finì con l’osservare che  quella popolazione di mezze calzette imprigionate nelle navate di S. Giovanni di Dio non meritava sì grandi clamori (R. AQUARO, Camorra a Taranto, Taranto, 1986).
4)    “Taranto non sembra disporre di una fondata immagine di sé che si sia in qualche modo storicamente determinata… assorbe le istanze altrui e non impone le proprie. La formazione storica dell’identità tarantina pare essere di tipo tettonico, dove uno strato si sussegue all’altro…senza mai fondersi in una struttura unitaria”; P. RESTA, Identità a confronto, Taranto, 1990, pag.143 e 145.
5)    G. DE CATALDO, Terroni, Milano, 1995, p.57. Il logo della “città avvelenata” viene dalla prima pagina di Piombo e sangue, un classico dell’hard-boiled-school: “le ciminiere svettavano alte, avevano ricoperto tutto di fumo giallo, conferendo ad ogni cosa un aspetto di uniforme mestizia (I grandi romanzi gialli di Dashiell Hammett, Milano, 1976, p.183). Con Hammett ci troviamo di fronte alla presa d’atto di un sistema sociale in fase pre-agonica, una dissoluzione senza speranza. E’ il passaggio epocala dal “giallo” al “nero” nell’evoluzione del romanzo poliziesco, correlato dello sviluppo, nel “capitalismo maturo”, dalla criminalità organizzata alla criminalità di Stato. La correlazione è massimamente esplicitata nel nuovo noir francese, per cui “l’assassino è il sistema”; cfr. E. MANDEL, Delitti per diletto, Milano, 1997. Per un verso la malamministrazione jonica sembra ulteriormente avvalorare la tesi di Manchette: il noir è la migliore chiave interpretativa di una società a sua volta anneritasi, in cui crimine e potere si sono fusi. Per altro verso, dopo aver imputato ad altri agenti (la Marina militare oppure l’Ilva) le responsabilità per l’irresistibile bruttificazione del territorio, bisogna ancora fare i conti con una patologia tutta tarantina: una classe non-dirigente che in 150 anni ha prodotto un solo leader politico ben noto su scala nazionale: Ciancarlo Cito, l’abominevole uomo dell’etere, populista e carcerato.
6)    Gli autori, a voler sottolineare l’immemore trascuratezza tarantina per la propria storia, hanno raccontato di una gaffe degli amministratori  (invero non una delle peggiori) nei confronti di una delegazione francese, guidata da un funzionario del comune di Parigi, che il 18 novembre 1972 si presentò al sindaco, per chiedere notizie sulla sepoltura del generale napoleonico Pierre Ambroise Chaderlos de Laclos, che risultava essere morto a Taranto. Smarrimento per il sindaco e i funzionari: si sapeva di una via detta dai tarantini Làclos ma nessuno sapeva nulla sul generale Laclòs. Bisogna sapere che nella commissione per la Toponomastica del 1951, alcuni “giacobini” operarono astutamente per onorare non tanto il  generale quanto il massimo romanziere illuminista e libertino del settecento, la cui opera, Les liaisons dangereuses, doveva ispirare i due grandi film di Forman e Frears. Bisognava muoversi con cautela, profittando delle scarse letture dei democristiani e aggirando l’opposizione di monsignor Ruggeri, sospettoso di un certo libro messo all’Indice. La soluzione venne trovata, onorando sulla targa non il sommo scrittore ma il generale inventore della granata. E così venne consacrata via Laclos ( cfr. A. RIZZO, Tastiere tarantine, 1992, p.33 e T. SCALINCI, Come negare a Laclos una tomba e una via?, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17 settembre 1982). Al Sindaco rimaneva il problema della immemore sepoltura: vanamente il cimitero venne perlustrato da cima a fondo . Eravamo in  casa del giornalista Antonio Rizzo quando il disperato Direttore gli telefonò per chiedergli  soccorso : ridacchiando Rizzo esortò a sospendere ogni ricerca a S.Brunone, fra l’altro entrato in funzione un sessantennio dopo la morte del grande Artigliere, avvenuta il 9 agosto 1803. Sepolto non in terra consacrata, nel Forte sull’isola di San Paolo, la sua tomba - come hanno ricordato Speziale e Forleo - venne violata al ritorno dei Borbone e le sue spoglie disperse: “Forse per questo una pietosa leggenda vuole che nelle notti di tempesta il fantasma inquieto di Laclos unisca la propria voce a quella del vento” (M. GIRELLI RENZULLI, Il fantasma di Laclos sull’isola di San Paolo, in “Voce del Popolo”, 15 aprile 2007).
7)    N. GHIZZARDI - A. GUASTELLA, op. cit., pp. 160-161.
8)    G. DE CATALDO, op. cit., Roma, 1995, pp.45-46. Il capolavoro di De Cataldo, sconosciuto ai più, è una “operetta criminale” messa in scena nel 2003 dai Cantieri Teatrali Koreja con l’apporto musicale dei Sud Sound System: Acido Fenico. Ballata per Mimmo Carunchio Camorrista. Un’opera da tre soldi che racconta l’irresistibile ascesa e il declino di un “doppio” di Modeo, dalla umiliazione sui banchi di scuola alla “contestazione” nella città vecchia al “tutto e subito” garantito dalla onorata società. I Sud Sound cantano “i pesci grandi si fecero piccoli e i pesci piccoli si fecero grandi” e la grande mattanza e la lussuosa reggia protetta dal muraglione di Statte. E infine le onoranze a colpi di mitraglia per il Boss defunto: “Charles Bronson , non ti dimenticheremo mai !” Segue il disfacimento finale. Sulla saga dei Modeo, cfr. anche R. GORGONI, Periferia infinita. Storie d’altra mafia, Lecce, 1995, pp.160-226; S. M. BIANCHI, Geometra Cito, sindaco di Taranto, pp. 55-58, 75-76.
9)    La politica però dura poco: l’infatuazione frana sulla complessità degli equilibri interni al movimento, è difficile conciliare la propria vocazione di capo con i passaggi ideologici e le elaborazioni più o meno teoriche che segnano la vita interna della sinistra extraparlamentare di quegli anni” (R. GORGONI, op. cit., p.172).
10) Cfr. M. GABANELLI, “Io, Gelli e la strage di Bologna”, in “la Repubblica”, 30 gennaio 2009; Una base di “neri” a Taranto,  in”Quotidiano”, 10 gennaio 1982.
11) Il rapido incremento di potenza del clan Modeo va di pari passo con l’accentuarsi dei conflitti fra Tonino e i tre fratellastri Gianfranco, Riccardo e Claudio (tutti latitanti).  Il ruolo dirigente della madre Cosima Ceci (una sorta di “mamma Barker” famosa nel gangsterismo americano) non riuscirà a lungo ad evitare il tragico finale, finendo essa stessa uccisa, con l’onore dei funerali in diretta televisiva, grazie all’emittente AT6 di Giancarlo Cito; S. M. BIANCHI, op. cit., p. 57.
12) Il “caso Taranto” (già la titolazione brilla per vaghezza)  rimane una situazione di malaffare non molto chiara nella sua evoluzione e conclusione: “Qualcuno è giunto a parlare di una vera e propria organizzazione composta da politici, imprenditori, magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine che, approfittando soprattutto della crisi economica, si prefiggevano di mettere le mani sulla città riuscendo anche ad influenzare la composizione di una giunta comunale (N. GHIZZARDI e A. GUASTELLA, op. cit., p.71). Se la stampa cittadina è alquanto silente, quella nazionale mena gran scandalo a partire da un rapporto del Viminale in data 26 gennaio 1985: “… un agente in carcere per omicidio, un brigatiere arrestato per rapina, un altro agente ricoverato in clinica per aver minacciato alcuni colleghi… Il  responsabile della Sezione volanti sembra essere più alle dipendenze dell’imprenditore tarantino Carelli che del ministero dell’Interno… ha ricevuto in dono da Carelli una potente BMW come titolo di ringraziamento per l’attività di protezione che svolge a tutela dell’imprenditore, con scorte e vigilanza personale attraverso auto e uomini della polizia; ha costruito una villa impiegando anche personale della polizia; ha acquistato materiale da costruzione per alcune decine di milioni senza mai pagare e il commerciante non ha mai protestato per timore di eventuali fastidi da parte della polizia. Anche il capo della Squadra mobile  riceve utili dall’imprenditore Donato Carelli… ha ottenuto attraverso un prestanome la gestione del ristorante dell’ippodromo e ha acquistato un appartamento di 140 milioni, ma ottenuto per 90 grazie all’intervento di Carelli” (in “Panorama”, 2 giugno 1985). La Procura della Repubblica viene privata del suo Capo e di due sostituti procuratori. Le inchieste sui funzionari di Polizia verranno dimostrate prive di fondamento e altre inchieste finirono in prescrizione, eppure tutti considerano il “paradigma del ‘caso Taranto’ come incipit dell’esplosione malavitosa nella città dei due mari” (N. GHIZZARDI e A. GUASTELLA, op. cit., p. 72. Cfr. R. AQUARO, op. cit., pp. 49-50; “la Repubblica”, 29 maggio 1985; “Nuovo Dialogo”, 7 giugno 1985; “Gazzetta del Mezzogiorno”, 26 novembre e 5 dicembre 1985;  “Quotidiano”, 3, 12 e 13 dicembre 1985; “Corriere del Giorno”, 15 maggio 1987.
13) Il necrologio del “Quotidiano” (16 agosto 1990) su un uomo intelligente e spregiudicato, capace di “intessere rapporti anche con settori dell’imprenditoria e della politica” sembra l’agiografia di un imprenditore d’assalto (cfr. G. DE CATALDO, op. cit., p.51.  La morte di Modeo scatena ai massimi livelli la guerra per la successione, nei mercati si moltiplicano i raids armati. Non sostenuti dal sindaco Armentani, i commercianti tarantini prendono coraggio e, spronati da Maria Ruta presidente dell’Associazione, indicono una serrata. Durante l’imponente manifestazione, nel quartiere Paolo VI vengono sparati quaranta colpi di pistola: ormai si fanno avanti “giovani sanguinari guerrieri”.