sabato 7 settembre 2013

Didattica della Shoah all’ “Archita”


Didattica della Shoah all’ “Archita”

di Roberto Nistri

in "Galaesus", n. XXXV 

     Alla realizzazione del Memoriale che ricorda gli italiani morti ad Auschwitz, voluto dall’associazione degli ex deportati, parteciparono negli anni Settanta grandi nomi della cultura. Due di loro, Primo Levi e l’architetto Lodovico di Belgiojoso, nei lager nazisti erano stati prigionieri. Il memoriale era stato pensato per parlare al cuore più che alla testa: il visitatore camminava nella claustrofobica spirale di Belgiojoso, leggeva il testo di Primo Levi, ascoltava Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono e guardava le tele simboliste di Pupino Samonà. Purtroppo l’installazione, già chiusa dall’estate 2011, ora rischia anche lo smantellamento, grazie al disinteresse del governo Berlusconi e all’ottusa ostilità di Piotr Cywinski, direttore del museo sorto nel campo (1). Forse per alcuni politici Auschwitz è qualcosa che riguardi solo la Polonia. Invece di celebrare il Giorno della Memoria nella data simbolo del 27 gennaio, quando le avanguardie sovietiche liberarono il primo campo di sterminio dove erano stati uccisi un milione e mezzo di ebrei (una data del calendario civile europeo trasferita nel calendario nazionale) sarebbe stato più istruttivo per gli italiani ricordare il 16 ottobre 1943, il giorno della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma con la complicità dei fascisti, una data nazionale. Così hanno fatto i francesi, dedicando  la giornata alla memoria di quel 16 luglio 1942, quando da Parigi vennero deportati 13.000  ebrei e ne tornarono solo 25 (basterebbe la durezza di  questi numeri, rigorosamente censiti, per mandare a ramengo le ciarle dei negazionisti). Senza ipotizzare omissioni malintenzionate, si conferma la perdurante superficialità e trascuratezza italica nei riguardi della “topografia sacra” della Shoah, considerando bastevole la rituale maratona televisiva del marketing memoriale .

     Siamo sempre più convinti che, in barba alla retorica delle mille “agenzie di formazione”, la scuola pubblica rimanga l’istituzione principe della protezione della Memoria e della riflessione filologica sulla realtà della Storia, che non è un supermarket dove si possa pescare a caso. A questo proposito è bene evitare l’indebita confusione fra la Memoria, insostituibile serbatoio del pathos e del racconto, ma sempre liquida e selettiva (“la memoria è una formidabile falsaria”, ha scritto Antonio Tabucchi) e la certificazione della Storia, senza la quale i ricordi si sfaldano e diventano pasto per le jene della falsificazione. La memoria motiva l’attività storica, la storia corregge la memoria. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti. Si continua a giocare con il pop razzismo e la caccia all’untore è sempre aperta.

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     Da parte dei governi democristiani degli anni ’50 la preoccupazione prioritaria era quella di occultare piuttosto che svelare. Alla Germania di Adenauer si chiese di fare di tutto per insabbiare le indagini sul massacro delle Fosse Ardeatine: “Non appena il primo criminale di guerra tedesco verrà consegnato”, avvertì in una missiva un diplomatico italiano, “arriverà una valanga di protesta da ogni paese che richiede l’estradizione di criminali di guerra italiani”, per i misfatti perpetrati in Jugoslavia, in Albania, in Grecia. La complicità tedesca venne garantita e anche per questo i sopravvissuti alle stragi naziste ancora oggi attendono invano dalla Germania giustizia e risarcimento (2).

     Negli anni del dopoguerra, nelle aule del Liceo “Archita” di Taranto, vigeva un motto residuale dell’ Ancient regime: “Qui non si parla di politica”. Un ingenuo lettore dei nostri giorni potrebbe pensare che, dopo la caduta di un governo dispotico e la conquistata libertà di parola e di pensiero, si sprigionasse una fame democratica di conoscenza e discussione. Naturalmente non accadeva nulla di tutto ciò: la scuola e anche la famiglia non erano disponibili a trasmettere alla generazione postfascista adeguati strumenti di comprensione riguardo l’ultimo tratto di strada, dalla sconfitta di una guerra scellerata alla occupazione degli Alleati. Per quanta riguarda la questione ebraica, su scala internazionale, fino ai primi anni Sessanta (il processo ad Eichmann è del 1962) quel passato prossimo che si chiamava Shoah abitava dentro silenzi e sguardi muti, volti che si giravano dall’altra parte. Una certa consapevolezza poteva maturare a Taranto solo nelle famiglie degli antifascisti e dei perseguitati politici, quasi tutti operai dell’Arsenale e dei Cantieri Tosi, data l’inesistenza di significative presenze antifasciste di estrazione borghese. Ma negli istituti superiori anche il termine “operaio” risultava sospetto. Professori e genitori condividevano un tacito agnosticismo, temendo che certi argomenti potessero turbare la normalità scolastica o costituissero addirittura un pericolo per l’ordine costituito (3). Quel corpo docente non era “cattivo”, era stato così costruito da una Storia: la storia di una Taranto “perla del Regime” e città “tre volte fascista”, la storia di una Liberazione e di un “altro dopoguerra” non comparabile con la tragica epopea della Resistenza armata al Nord, dove nel fuoco della battaglia si formava una nuova classe dirigente.

      Le differenze politiche non furono solo quelle derivanti dal diverso carattere dell’occupazione angloamericana rispetto all’occupazione tedesca, anche quelle tra una parte d’Italia dilaniata dalla guerra interna tra fascisti e partigiani e l’altra , nel Sud, dove il sistema dei partiti si costituì con l’adesione in larga parte sospetta di Comitati di Liberazione che non avevano liberato nessuno: da una parte il cielo pulito di un nuovo Risorgimento, dall’altra una transizione alquanto vischiosa e gattopardesca, con il qualunquismo come stato d’animo endemico. Emblematica rimane la figura del Reduce, icona immortale di Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria, con la sua smania di raccontare ma ridotto al silenzio dalla generale volontà di rimozione: nun penzammo a guaie. Tutte le scuole faticavano ad uscire dal cono d’ombra del Ventennio: quello era il personale, il sistema burocratico, il modo di pensare.

     Nel liceo “Archita”, in particolare, aveva avuto modo di spadroneggiare una dirigenza “fascistissima” che fu autentico baluardo del Regime, nell’ora propizia per opportunisti zelanti, carrieristi nella scuola e nel giornalismo, acchiappamedaglie con poca fatica e a scapito dei perseguitati. Ma si può comprendere, sine ira et studio, come la vicenda postbellica, esaurito il vento del Nord, dovesse spingere il paese verso una democrazia fragile e paurosa, ancora inquinata dalla permanenza  dell’autoritarismo dentro le istituzioni, dentro lo Stato, dentro le persone, sempre nella puerile attesa di “uomini della provvidenza”. Bisognerà attendere don Milani e il ’68, perché un giovane potesse di nuovo sentirsi “cittadino sovrano”. Gli anni ’50 e ’60 trascorsero onorevolmente, fra studi certamente severi e ampi spazi per la goliardia. Non mancavano spunti di “maccartismo” nei confronti di due docenti di storia e filosofia, i fratelli Luigi e Raffaele Trento, tenuti d’occhio per i loro trascorsi antifascisti: due schietti liberalsocialisti ma etichettati tout court  come comunisti, perché erano gli unici a far studiare in classe la Costituzione, introdotta ufficialmente nelle scuole solo negli anni Sessanta e largamente ignorata per “mancanza di tempo”.

     Non mancavano iniziative extracurriculari come giornali studenteschi e “Cenacoli” interni e anche esterni all’Istituto (4). Il biglietto da visita del liceo era l’annuario “Galaesus”, dalla periodicità non sempre costante, ma fedele ad un format abbastanza paludato nei contributi dei docenti come degli allievi: una sorta di bollettino della vita d’Istituto che non doveva travalicare certi confini. Ancora nel fascicolo VI  del 1975, il preside Tommaso Pignatelli avvertiva che “non è intendimento della presidenza, né è istituzionalmente possibile, trasformare la presente pubblicazione in autentica rivista culturale”. Tali preoccupazioni dovevano condannare Galaesus ad una grigia sopravvivenza, considerando la condizione particolarmente surriscaldata della Scuola in quegli anni (5). Nel decennio ‘75- ‘85 si avvertivano alcuni segnali di apertura al “mondo esterno” (memorabile la battaglia in difesa del fiume Galeso) pur dovendo attendere la fine del secolo per far circolare nella scuola alcuni segnali di presenza sul territorio della Grande Industria.

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     Negli anni Ottanta, sotto la presidenza di Franca Schembari,  l’istituto si aprì decisamente alle istanze del territorio (in quegli anni “territorio” era la parola magica per rendere la scuola centro propulsore delle dinamiche civili, magari collaborando con “Italia nostra”, con la Sovrintendenza ai beni culturali, con gli “Amici dei musei”. La rivista “Galaesus” ampliò di molto il ventaglio delle collaborazioni, con il concorso di ex alunni. Nel fascicolo XI  un gruppo di studenti della III D si impegnarono in un lavoro collettivo, Educazione civica, storia locale, metodologia della ricerca, focalizzando le questioni concernenti la vicenda del fascismo a Taranto, imparando a scrivere su ciò che non è già conosciuto, senza rimasticare cibi precotti. Per la prima volta venne affrontata la storia municipale usando il metodo della ricerca scientifica (senza la quale la storia si riduce a retorica) consultando i documenti presenti negli Archivi di Stato di Lecce e di Taranto , dove forse si conserva ancora tale ricerca).

     In “Galaesus” XVI (1991-1992) si presentava un corposo dossier, Il sonno della ragione genera mostri. Riflessioni sul razzismo. Si trattava di una lettura ragionata del materiale documentario, fornito dalla stampa, sulla tragica escalation delle manifestazioni di razzismo in Europa e in Italia (dall’austriaco Haider alla Lega Nord) durante tutto il corso del 1992, annus horribilis. Gli studenti avevano anche partecipato ad una manifestazione promossa dall’Arci di Taranto, in occasione della presentazione del libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, I razzismi possibili. Nell’anno successivo “Galaesus” rendeva conto della relazione  Il razzismo: dalle definizioni alle forme individuali e di gruppo, tenuta dal sociologo Nino Aurora all’assemblea studentesca del 30 gennaio 1993, coordinata dal prof. Roberto Nistri. In “Galaesus” XVIII (1993-1994) la prof. Adalgisa Villani presentava un saggio sull’Etnocentrismo mentre la prof. Loredana Flore inaugurava un progetto sulla Cultura della non-violenza.

     In occasione del 50° anniversario della Liberazione, “Galaesus” XIX rendeva conto di un intervento sulla Resistenza di Roberto Nistri,  una ricerca sulla memoria orale, La guerra e il ricordo, a cura della prof. Giovanna Percaccio, una relazione dell’alunna Giovanna Carofiglio su Razzismo e antisemitismo. Di rilievo la manifestazione del 15 maggio 1995, nel Salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, curata dal prof. Francesco D’Elia: La Resistenza narrata attraverso i canti.

     1995-1996 La scuola promuoveva il progetto Educazione alla mondialità (coordinatrice prof.
Loredana Flore. Sotto la presidenza di Tommaso Anzoino, nel 1996-97 la prof. Adalgisa Villani curava un importante corso di aggiornamento su Cultura, alterità e linguaggio con docenti dell’Università di Bari: Francesco Fistetti, Augusto Ponzio, Patrizia Calefato, Susan Petrilli (atti in “Galaesus” XXI). Il 18 dicembre 1997 la scuola ospitava Elisa Springer, scrittrice sopravvissuta ai campi di sterminio. In “Galaesus”XXII, sulla scorta del romanzo La storia di Elsa Morante, si ragionava sul fascismo commentando un diario di vita scolastica, compilato dal piccolo Antonio Amatulli quando frequentava la quarta elementare nel 1931/32 a Mottola. Nel fascicolo XXIII (1998-99) gli allievi, coordinati dai docenti Mario Bosco, Maria Pia Intelligente e Roberto Nistri, presentavano una robusta trattazione dell’Olocausto: Le persecuzioni razziali e i campi di concentramento. Nel maggio del 2000 la scuola organizzava un incontro con il partigiano Angiolo Gracci, comandante della brigata “Vittorio Sinigaglia”.

     La riflessione su fascismo e razzismo si arricchiva nel 2000-2001 con un cineforum sul ventennio mussoliniano, con l’incontro con l’ufficiale tarantino Alfredo De Stefano, uno dei pochi superstiti della tragedia di Cefalonia (4 aprile 2001) e con Leone Fiorentino, deportato ad Auschwitz (26 aprile 2001) con un vasto corredo di scritti sul Giorno della Memoria. Nell’anno seguente veniva proposto un altro cineforum sull’Italia in guerra, con un cospicuo progetto interdisciplinare guidato da Loredana Flore: Educare alla pace, alla memoria, alla legalità. Nel 2002 allestimento di mostre fotografiche, incontri con Amos Luzzatto, presidente delle comunità Ebraiche Italiane e con il regista tarantino Emidio Greco. Dicembre 2002: nel Giorno della Memoria incontro con Vitantonio Leuzzi e Francesco Terzulli, rispettivamente presidente ed esponente della Società Italiana degli studi sull’Antifascismo e l’Italia contemporanea. 17 marzo 2003: dibattito organizzato nel Salone della Provincia su La memoria della Shoa, con Clotilde Pontecorvo, esponente della  Comunità ebraica di Roma. Perché ricordare? Con contributi di docenti interni ed esterni.

     Il fascicolo XXVIII rende conto del lavoro coordinato da Roberto Nistri e Francesco Terzulli sull’internamento fascista in Puglia, e le polemiche su antisemitismo e antisionismo. Il 27 gennaio 2005 viene proiettato il film Rosenstrasse di M. Von Trotta. Il Giorno della Memoria 2006 venne dedicato a Elisa Springer, con la conferenza di Francesco Terzulli: Una memoria femminile della Shoa. Da segnalare anche l’incontro con la deportata Mirella Stanzione. Terzulli collabora anche al fascicolo XXXI di “Galaesus” (2006-2007) con un corposo saggio su Primo Levi, mentre l’anno successivo don Franco Mazza commemora la figura di Etty Hillesum. Nel 2010 la giornata della memoria venne dedicata da Roberto Nistri al Porrajmos: lo sterminio degli zingari nella notte più buia del Novecento. Il 26 gennaio 2011 Francesco Terzulli e Giuseppina Cacudi hanno relazionato ampiamente su Ebrei in Puglia negli anni ‘40. Come provvisoria conclusione segnaliamo il progetto “Cultura della Memoria” curato dalle professoresse Loredana Flore e Adalgisa Villani, con la collaborazione della docente Francesca Poretti: il 27 gennaio 2012 Daniele De Luca, Docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento, ha relazionato nel Salone di Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale sul tema Alle radici della Shoah. Dall’antigiudaismo all’antisemitismo.

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     Questa quasi completa rassegna della produzione culturale del liceo “Archita” sulla tematica della Shoah  dal 1992 al 2012 (un impegno storico che supera nel tempo il ventennio fascista) può essere intesa come una sorta di riscatto, un impegno onorato nella volontà di cancellare le pagine nere delle leggi razziali che appestarono tutte le scuole dell’epoca, ma è soprattutto il riconoscimento di una elaborazione culturale, in chiave rigorosamente costituzionale e repubblicana, che ha coinvolto senza soste generazioni di studenti, gruppi di docenti, artisti e operatori culturali, con spirito di generosa collaborazione. Consideriamo di altissima qualità il materiale documentario accumulato, che dovrebbe essere immesso in rete anche con il patrocinio delle pubbliche amministrazioni. C’interessa sottolineare il peculiare esprit che ha caratterizzato questa operazione cognitiva che, quasi istituzionalmente, a pieno titolo si può considerare una solida tradizione nella vita d’Istituto : il principio che la vera cultura è sempre battaglia culturale, contro l’indifferentismo, la mistificazione, l’assassinio della memoria. Vale l’imperativo categorico del Non mollare, la costruzione di Materiali Resistenti contro l’industria della dimenticanza organizzata, quella che George Steiner definisce la civiltà ad amnesia programmata. La lotta per la verità è la passione di Sisifo, la fatica di ricominciare sempre da capo. Il nemico è sempre all’attacco, soprattutto da quando si è sdoganata la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria (equivalente dell’universale mercato del lavoro). La cultura del cosiddetto Postmodernismo, sostenendo che non contano i fatti  e che tutto è interpretazione ( ermeneutica si dice nel linguaggio culto) ha  funzionato come alibi per le cause più strampalate e malintenzionate: tutto fa brodo per tenere in piedi una volgare politica-spettacolo televisiva, facendo audience a spese di una Storia imprigionata in una corrida di lazzi e pernacchie (6).

     Per fortuna questa filosofia è in fase di deperimento pressocchè ovunque, dall’Europa agli Stati Uniti, grazie al ritorno di un sano Realismo che restituisce alla storiografia le sue buone ragioni. Senza l’accertamento dei fatti, senza la filologia, la storia sarebbe solo retorica, bassa cucina della menzogna per i negazionisti dell’Olocausto, i maldicenti del Risorgimento, gli spregiatori della Resistenza e della Costituzione. Dai tempi di Lorenzo Valla, che denunciò il grande falso che giustificava il potere temporale della Chiesa, la filologia primeggia come imbattibile arma della verità e smascheramento dell’impostura. Concedere una patente di buona fede ai negazionisti dell’Olocausto sarebbe come permettere ai teorici della della Terra Piatta di condizionare il corso degli studi di astronomia. Dovremmo seriamente discutere l’ipotesi che nei campi di concentramento nazisti non venne mai ucciso alcun ebreo, e che i pochissimi che vi morirono spirarono per infarto del miocardio, dato che - come celia Umberto Eco - le SS li nutrivano con cibi ad alto contenuto di colesterolo? (7).

     La riflessione sulla Shoah, sui massacratori e i loro epigoni, offre ai giovani una straordinaria occasione per misurarsi con il problema massimo, quello del Male: a nulla vale ripetere l’esorcismo  del Mai più se questa “aiuola che ci rende tanto feroci” è sempre l’universale bellum omnium contra omnes,  dalla prepotenza del bulletto alla sopraffazione del despota: homo homini lupus. L’Olocausto è una incancellabile lezione dove vittime, carnefici e testimoni entrano in scena illustrando il peggio, e il meglio, di cui gli esseri umani sono capaci. La “banalità del male” è il tema suggerito da Hannah Arendt  a proposito del processo ad Eichmann: una formula accattivante, ma anche fuorviante, considerando che il tema di gran lunga più intrigante è quello della “seduzione del male”, dal  Faust al Grande Inquisitore (8).

     La dimensione smisurata dell’Olocausto conferisce al massacro degli ebrei il carattere della straordinarietà e della esemplarità: un paradigma imperituro. Ma proprio il vortice dei numeri può essere un rischio per la didattica della Shoah; si ha bisogno di recuperare un punto di vista sulla singolarità: un corpo, un viso, un nome che non si perda nel delirio nazista della quantità. In Schindler’s List Spielberg si è cimentato con la doppia distanza della persecuzione di massa e del dettaglio singolare. In un film girato in un gelido bianco e nero, ha adottato l’ espediente di orientare il nostro sguardo su una bambina dal cappotto rosso, tirata fuori dal mucchio per due volte, come deportata e come buttata nella carretta degli ammazzati, una figura adottata come rappresentante della totalità sofferente. Adriano Sofri ha colto un’analogia con l’episodio di Cecilia nel capitolo XXXIV dei Promessi sposi. Nel “tristo brulichio” dei corpi abbandonati fra cortei di monatti e carri colmi di sacchi funebri, lo sguardo di Renzo si fissa su un oggetto singolare di pietà: la piccola Cecilia con un vestito bianco, portata dalla madre al carro dei monatti e accomodata su un panno bianco. Nel film e nel romanzo l’intento di individuazione pone quasi una coincidenza fra il cappottino rosso e il vestitino bianco. In una pagina de I sommersi e i salvati di Primo Levi  si racconta che fra i cadaveri di una camera a gas si trovò una ragazza ancora viva e di fronte all’immagine di questa persona quegli uomini abbruttiti rimasero attoniti e rispettosi come i “turpi monatti” manzoniani. Secondo Sofri la fugace citazione di Primo Levi è stata forse la cerniera fra il nostro Manzoni e Steven Spielberg, improbabile lettore dei Promessi sposi ma certamente lettore de I sommersi e i salvati. Piace pensare che le cose siano andate così (9).


    
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1) P. FANTAUZZI, Ad Auschwitz un’Italia senza memoria, in “Venerdì di Repubblica”, 6 aprile 2012. Forse anche la Giornata della Memoria è in affanno, anche se ha esteso enormemente la sensibilità sulla Shoah. Indiscusso appare il successo dell’iniziativa sul piano delle celebrazioni e della produzione editoriale, ci si comincia a interrogare sull’efficacia di un anniversario sempre più schiacciato sul “marketing memoriale”. Un consumo veloce e rassicurante. “Una storia usa-e-getta, piegata a un utilizzo autoassolutorio piuttosto che un’indagine perturbante dentro l’orrore che ancora ci appartiene. Un martirologio che rischia di rimanere muto sulle inquietudini del presente” Una data riferita a qualcosa che è accaduto altrove rischia di diventare una non-data, un’occasione di riflessione metafisica, togliendole storia (D. BIDUSSA in S. FIORI, Ricordare stanca, in “la Repubblica”, 26 gennaio 2011).

2) Secondo lo storico tedesco Felix Bohr i governi democristiani sostennero tale linea per non ravvivare la memoria della Resistenza, guidata soprattutto dal Pci, loro avversario politico; cfr. Roma chiese ai tedeschi di insabbiare le indagini sulle Fosse Ardeatine, in “la Repubblica”, 16 gennaio 2012 e Da Marzabotto a Stazzema massacri ancora senza giustizia in “la Repubblica”, 4 febbraio 2012. Sulle colpe dei fascisti italiani, cfr. S. FIORI,  Il volto feroce dei nostri soldati, in “la Repubblica”, 14 aprile 2005 e Misfatti d’Italia,in “la Repubblica”, 3 maggio 2005; cfr. anche  il documentario La guerra sporca di Mussolini su History Channel.

3) Si consideri che ancora il 27 maggio 2010, presso l’Istituto “Belli” di Roma, gli studenti improvvisarono, alla fine di un concerto, le note di Bella ciao davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione, pensando di fare cosa gradita e invece scatenando la reazione indignata della preside per tale “atto deplorevole”, uno “sconcertante episodio” che ha gettato “un’ombra di discredito difficile da dissipare, che ha messo in difficoltà la scuola nel suo complesso”, “assumendo iniziative che travalicano i limiti dell’opportunità, della correttezza e del buon gusto”, con conseguente invito ai genitori di scusarsi (cfr. “la Repubblica”, 2 e 7 giugno 2010). Forse la preside si è ricordata che già nel 2002 Marco Tedde, sindaco di Alghero del centrodestra, aveva vietato di suonare Bella ciao alle manifestazioni del 25 aprile (cfr. “Il Giornale”, 22 aprile 2008). Se una canzone quasi istituzionale, un canto di partigiani senza colore politico, in cui si possono riconoscere i democratici di ogni colore politico e le istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione, ha potuto suscitare una tale buriana, questo dipende da un clima generale di misconoscimento e snaturamento della storia d’Italia, con ricadute polemiche volte a sviare il senso degli eventi. Riemerge periodicamente una pedagogia tartufesca, ostile al libero dibattito e impossibilitata a formare giovani “cittadini sovrani”.

4) Cfr. F. TERZULLI, La  scuola a Taranto tra ricostruzione e accesso di massa (1944-1965), in AA.VV., Taranto dagli ulivi agli altiforni, II tomo,  Taranto, 2007, in particolare pp.125-147.

5)  Cfr. F. TERZULLI, La Scuola negli anni Settanta: un fortino assediato, in AA. VV., L’età dell’acciaio, Taranto, 2011.

6) Sul nuovo Realismo, vedi U. ECO, I limiti dell’interpretazione, Milano, 1990; Kant e l’ornitorinco, Milano, 1997, M. FERRARIS, Manifesto del nuovo realismo, Bari, 2012. Articoli: M. FERRARIS, L’epistemologia è viva, in “Repubblica”, 6.1.2011, Postmoderni o neorealisti? In “Rep”, 19.8.2011. Anche E. DOCX, Così tramonta il postmoderno, in “Rep”, 3.9.2011; G. DESANTIS, Eco e Putnam, in “Rep”, 22.11.2011; D. MARCONI, Il postmoderno ucciso dalle sue caricature, in “Rep”, 3.12.2011; V. SCHIAVAZZI, Su Verità e realismo, in “Rep”, 6. 12. 2011; F. D’AGOSTINI, Realista e impegnato, in “Rep”, 7.12.2011; U. ECO, Il realismo minimo, in “Rep”,11. 3.2012; M. GOTOR, Che cos’è la verità storica, in “Rep”, 5.1.2012.

7)  U. ECO, “ Ma come sono morti allora quei sei milioni? Di Aids? Di influenza cinese? Per aver riso troppo come Margutte?” in  La Bustina di Minerva, Milano, 2001, p. 45. Cfr. V. PISANTY, L’irritante questione delle camere a gas, Milano, 1998. La malatelevisione ci ha abituato al professore showman, per il quale la storia è performance, spettacolo: bisogna sorprendere il pubblico con la battuta eccitante, il contenuto è secondario e la verità ha uno statuto negoziabile. La malapolitica insegna che bisogna presentarsi sempre con un tono bellicoso e inutilmente aggressivo, improntato al più grande disprezzo verso quanti la pensano diversamente. La battaglia per la verità rimane quella degli umanisti rinascimentali: “furono i primi a impiegare le proprie conoscenze per denunciare la falsità di alcuni documenti, artatamente costruiti e utilizzati per assicurare la stabilità del potere” (A. ASSMANN, Così la Storia ha ritrovato la sua Memoria, in “La Stampa”, 27 gennaio 2010).

8) Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e spontaneamente ci pensiamo “buoni”, escludendo di poterci trasformare in carnefici, cosa invece possibilissima, come leggiamo nel libro di Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero, Milano, 2008. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione innata ma per il “sistema di appartenenza” e la “situazione” in cui ci si viene a trovare: c’entra non l’indole, ma il “ruolo” e la “circostanza”. Non basta osservare l’orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la macchina: quegli uomini non erano nati crudeli, lo sono diventati. La vera resistenza è quella che si esercita nei confronti del proprio sistema di appartenenza che ci chiede, in ultima istanza, se stare o non stare al gioco. Il pilota americano che sganciò la bomba su Hiroshima ebbe solo a dire: “quello era il mio lavoro”; cfr. U. GALIMBERTI, Siamo tutti figli di Eichmann?,  e S. NIRENSTEIN,  Non esiste la banalità del male in “la Repubblica”, 12 marzo 2008 e 14 gennaio 2010.

9) Cfr. A. SOFRI, Spielberg, Manzoni…,  in “la Repubblica”, 20 febbraio 1999. Gli storici hanno una grande responsabilità. Forse non sono riusciti a costruire una storia problematica e al contempo popolare, senza cedere al modello televisivo con le sue rivisitazioni fantasiose. Il vero rischio è quello della memoria rassicurante: consiste nell’osservare con raccapriccio ciò che accadde allora, rallegrandoci in fondo che oggi quella tragedia non stia capitando a noi. Quello che dobbiamo ricordare è che, mentre qualcuno attraversava l’orrore, c’erano milioni di persone che voltavano altrove lo sguardo. Anche oggi “non ci accorgiamo della crudeltà che accompagna le espulsioni o le vite violente nelle periferie: c’è un lato brutale della nostra quotidianità che abbiamo deciso di espellere dallo sguardo”; D. BITUSSA, cit.


giovedì 5 settembre 2013

Enzo Iacovino. Un poeta a Porta Napoli


Enzo Iacovino. Un poeta a Porta Napoli

di Roberto Nistri

Enzo Jacovino, tecnico dell’Enea, autore di un Manuale per la preparazione e l’indagine metallografica, è un poeta del secolo scorso. Come lo scrivente, proviene dall’era presiderurgica,
quando gli ulivi secolari erano i giganti della terra e il cielo non era ancora tagliato dalle ziggurat di Ferropoli. La sua è stata l’ultima generazione che si è formata nelle strade, povere di auto e ricche di biciclette: una razza di terramaricoli ignudi che, appena messo il piede fuori di casa, già godevano del privilegio di potersi tuffare  fra le barche di Mar Piccolo o dai pontili di Mar Grande. Chi  frequentava gli stabilimenti su palafitte  disposti alla Ringhiera poteva immergersi, come un tigrotto della Malesia, attraverso strane botole lignee. Ci si rinfrescava con il ghiaccio tritato, ‘u gratta-gratte, e i racconti del barcaiolo mest’Ubalde nutrivano malsane fantasie erotiche. Capitato a Taranto in occasione del Premio del Mare, il giovane Pasolini ebbe a godere della brezza dello Jonio e, pur rimettendoci il portafoglio, avrebbe serbatoper la città di Ebalo parole di dolcezza.

     Ma quale scrittore non è stato benevolo nei confronti di “quella” Taranto? Poco prima dell’avvento della Grande Ferriera, Guido Piovene così scriveva nel suo Viaggio in Italia: “Taranto è vivace e mossa; la sua vita stradale è euforica; vi spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile… Nonostante i grandi edifici di gusto discutibile del tempo fascista e la loro falsa grandezza, Taranto nuova è amabile, e la sua grazia naturale è più profonda e più forte della retorica. Pulita, ben illuminata ed ariosa, è un esempio di come una città possa essere bella anche se non contiene monumenti famosi… Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e di molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani, e così nell’insieme il ricordo di Taranto, città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica”.

     Questa musicalità della città bimare trova riscontro nell’ultimo documento filmico della Taranto
pre-siderurgica: si tratta di Promesse di marinaio, un “musicarello” del 1958. Si canta nei titoli di testa su un danzante lungomare di piazza Ebalia, si canta nei titoli di coda sulla ringhiera della Città vecchia. E’ tutto un cantare dai dancing di un decoroso Borgo a quelli di una litoranea incontaminata: una immagine di Taranto certo cartolinesca, ma non era  fasulla quella linea del cielo totalmente sgombra di ciminiere, con i suoi tramonti sperperati da Creso.

     Nella Taranto di Jacovino non v’è esuberanza di canti e balli. La città della sua memoria è il luogo della comunanza ma soprattutto del raccoglimento, il suono privilegiato è quello che si percepisce accostando all’orecchio quelle grandi conchiglie che c’erano una volta: il silenzio del mare che avvolge il limitato spazio di un piccolo quartiere, quelle “quattro pietre” che la speculazione edilizia ha sempre tenuto in gran dispetto.  Jacovino è il cantore del caseggiato e delle “quattro pietre”: “C’era stato in principio il caseggiato / e piazzale Democrito aperto sul mare / e a ogni arrivo dal mare: venti, / spiriti erranti, / rifugio di amanti clandestini / di strambi gitanti”. Enzo appartiene alla generazione del libro, nessuno mai come quei ragazzi che avrebbero fatto il ’68, ha creduto nel libro: “ la pelle, kaput / tamburo di latta, il falò / il giovane Holden / Fenoglio, Hemingway e altri nunzi di quel sapere / che tentava di saziare la fame di utopie”.

     I libri e le creature del mare, questo bastava per ascoltare il vento delle terre lontane:
“C’erano compagni fedeli: il mare / stormi di gabbiani / e salsi pescatori / che il mattino snidava dalle nebbie dell’alba”. Sul fare della sera, la piccola città si raccoglieva sul piazzale: “ Le luminarie del ponte Sant’Egidio / adescavano in quegli scorci estivi / zanzare, falene e riflessi marini / mentre il cielo, punteggiato di lumi / mosso dall’afa scivolava sui tetti / e sul grigio asfalto. Sul piazzale / il tempo appariva immobile”. Poi avvenne la grande mutazione: “Un giorno implacabili dinosauri di ferro / macchine del progresso / sradicarono dal suolo muri e radici / e gli uomini fuggirono altrove…/ Ora cani randagi / e sporadiche macchine occupano / la chiazza dì asfalto rosicchiando / manciate di vissuto / di parole trafugate da antichi libri / e dei primi furtivi amori”.

     Scrittore della memoria è Vincenzo, ma in fondo ogni scrittura presuppone l’assenza: Platone incominciò a scrivere a partire dalla morte di Socrate, l’invio di messaggi rimpiazza il soliloquio dell’anima con se stessa. Ma si fa presto a dire “memoria”! Le cose scompaiono anche se sono sempre allo stesso posto: “Il ponte Sant’Egidio è sempre lì / che ancor si protende, sui diafani / spicchi di luna sorgenti sul mare, / con il suo carico di passi e il peso / di volventi e sfibrati pneumatici. / Di notte la musica stridula del vento / suona fra le arcate di pietra / e la ringhiera di ferro e cemento / alonato dalla luce gialla dei lampioni. / Tutto è uguale e tutto è nuovo…” La memoria è un altrove che avvolge il presente, ricordare è un’attività senza fissa dimora, la scrittura si rivolge ad un luogo che non c’è e dove pure c’illudiamo di tornare: “Più non ci appartiene questo luogo / ancor meno di quello dove si è andati / o si vuol andare / errabondi”.

     Jacovino fa parte a sé. Non appartiene alla mala genìa dei poeti municipal-popolari, devoti cantori di pettole e settimanesante. E’ distante anni-luce dalla folta e brillante schiera dei “nuovissimi” specialisti dell’hard boiled , che giustamente se ne fottono della Taranto che fu e si fanno largo nel mercato culturale offrendo un’appetitosa Taranto-Gomorra o Poisonville (la città dei veleni, così ribattezzata da Giancarlo De Cataldo) “l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola” (C. Raimo).
 Enzo Jacovino , autarchico impenitente, è solo il portiere solitario di un caseggiato dove non abita più nessuno, a tratti visitato da un gabbiano antropomorfo e psicopompo. Continua a raccontare di Porta Napoli e del Natale di ieri “con l’odore di ruggine dei cantieri / di muschio di salsedine / e il freddo sole che imbiancava / le fradice tavole dei pescherecci / resistenti ai marosi e ai malanni. / Quanto più fascino aveva / quella luce avara e ragionevole / che suadente s’insinuava nelle case / espandendosi dentro blocchi di luce / per rampe e pianerottoli”. A modo suo Jacovino persegue uno scopo non difforme da quello che animava la pittura di di Edward Hopper, che ebbe a dichiarare: “Tutto quello che ho sempre voluto fare è dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.

Roberto Nistri

mercoledì 4 settembre 2013

Andrea Summa, il compagno saggio e gentile


Andrea Summa, il compagno saggio e gentile


di Roberto Nistri

Capitò un anno interessante, che divenne anche un sostantivo: il Sessantotto. Gli studentelli universitari che facevano notte a via D’Aquino, masticando i primi bocconi della “contestazione” fra l’Università Popolare Jonica e l’edicola del vecchio Luigi Fucci, volevano crescere rapidamente e conoscere persone interessanti. Furono fortunati: dopo una certa ora in quell’edicola si potevano leggere a scrocco tutte le riviste d’avanguardia, da “Quindici” a “Linus”, e si conversava animatamente con il giornalista Antonio Rizzo, il sociologo Enzo Persichella, l’operatrice culturale Giuliana Ermacora, lo psicologo Andrea Summa. Sono stati buoni maestri e compagni, ci hanno aiutato a non deragliare nei difficili ed entusiasmanti anni Settanta e li ricordiamo presenti e partecipi in tutte le più qualificate iniziative culturali dell’ultimo Novecento tarantino.  Ricordiamo soltanto la grande esperienza de “il Caffè” nei primi anni Ottanta, l’associazione  che ospitò personaggi come Dacia Maraini e Dario Bellezza.
       Abbiamo imparato la scienza degli addii, salutando prima Rizzo, poi Francobandiera, poi l’Ermacora, e ora salutiamo quel savio gentile che è stato Andrea Summa. L’ultima volta che sono andato a trovarlo,  nella casa libreria di via Acclavio, era gravemente infermo, ma le condizioni di salute non erano all’ordine del giorno.  Ci teneva a darmi l’ultimo libro al quale aveva collaborato: una raccolta di testimonianze operaie di quella che era stata la Cellula del Pci nell’Italsider. Parlammo di libri e di politica, come sempre.
        La passione politica e l’amore per i libri, lo stupendo rapporto con la compagna Grazia e il figlio Giancarlo, il culto dell’amicizia. Nessuno ha mai litigato con Andrea Summa, campione di mite intransigenza. Eppure ha attraversato, come Vittorio Foa a cui tanto era affine, tutte le difficili terre della Sinistra: socialista, psiuppino, del Pdup e poi di Democrazia proletaria, militante del Pci e infine “cane sciolto”, come sempre libero esploratore dei sentieri della giustizia e della libertà. Nei tragici giorni di Piazza Fontana come del sequestro Moro, nelle assemblee era sempre quello che esprimeva l’indicazione più sensata.
        Da tutti benvoluto, non ha mai chiesto (e probabilmente non gli hanno mai offerto) una sia pur piccola postazione di potere. Sulla sua intelligenza si poteva sempre fare affidamento: la diffondeva gratuitamente. Nell’ultimo dei  mille impegni della sua vita si è dedicato a “Libera”, l’associazione antimafia di don Ciotti. Uomini “politici” così, non se ne trovano più in giro. Andrea Summa, il pronipote del brigante lucano Ninco Nanco, l’amico negli anni giovanili del grande Beniamino Placido, il compagno Andrea se ne è andato con laica compostezza, con il suo fascio di giornali sotto il braccio, con le lenti spesse che non nascondevano il suo sguardo sempre sorridente. Rimane ancora con noi, diversamente vivente. Ciao Andrea.
                                                                                      Roberto Nistri
                                                                         

martedì 3 settembre 2013

Alla corte di Rodolfo


Alla corte di Rodolfo


di Roberto Nistri

Il 5 ottobre 2008 è stata inaugurata la mostra I sogni, i segni e la terra del mito con un convegno su
“Rodolfo Valentino: un museo da riaprire a Castellaneta”.  Un pubblico attento ha affollato il Salone della Provincia per tutta una matinée domenicale e questo va ad onore ovviamente del pubblico ma anche delle esperte associazioni promotrici - Amici dei Musei e Centro Studi Rodolfo Valentino - che hanno offerto la visione di un eccellente filmato, preceduto da interventi storico-culturali di notevole spessore: dalla ricostruzione filologica della formazione scolastica del “piccolo Rudy” presentata dalla dottoressa Chirico alla appassionata affabulazione del regista Pantaleo, già nel 1995 curatore di una mostra con pregevole catalogo sul “principe dei sex symbol”.
La soddisfazione per il buon successo dell’iniziativa  per un certo verso accresce anche l’amarezza
per la modestia degli sforzi, negli ultimi decenni, volti a supportare in maniera non provinciale e rozzamente turistica una “bene culturale” di tale portata, nel mentre tutta la Puglia  andava dotandosi progressivamente di centri di produzione e diffusione cinematografica. Bisogna dire che anche il depliant dell’ultima mostra reca i sintomi di una persistente inferiorizzazione comunicativa: a parte il risparmio sugli accenti , le virgolette che si aprono e non si chiudono, il titolo di un film in minuscolo, in un solo rettangolino si sbaglia la data di nascita (addirittura 1985, ripetuto con convinzione pochi righi appresso) e si manda il bravo ragazzo Rudy a studiare a Perugina (!) per  poi concludere la paginetta con uno spot turistico reso ancora più infelice dalla scomparsa dell’inizio frase.
Purtroppo già l’avvio del “memoriale” valentiniano con l’inaugurazione nel ’61 di un monumento (che brutto era e brutto è rimasto) non soddisfece le grandi aspettative pubblicitarie e turistiche,
raccogliendo invece l’unanime sarcasmo di tutta la stampa nazionale, da destra a sinistra (cfr. “Voce del Popolo”, 7 e 28 ottobre 1961). Maligna fu la ripresa cinematografica dell’evento, girata dal subdolo Gualtiero Jacopetti, con un’implacabile carrellata sulla folla di maschi impomatati e basettonati, con espressioni rese ancora più ottuse da furbeschi giochi di luce, con commenti francamente razzisti della voce fuori campo. La soirée castellanetana divenne parte integrante del documentario Mondo cane, il primo repertorio trash sulle schifezze del pianeta con 800 milioni incassati soltanto in Italia.
Negli ultimi cinquant’anni, altre sedi, certo meno titolate di Castellaneta, hanno saputo onorare con munificenza l’immortale “figlio dello sceicco”. Per esempio, presso l’istituto agrario “Marsano” di Genova ove Rodolfo Guglielmi, allievo modello e galante, seguì dal 1910 al 1912 un corso da giardiniere, per le celebrazioni del ’95 venne raccolto tutto ciò che si poteva raccogliere per onorare il Mito, a partire dalle testimonianze dei vecchi Bartolomeo Vaccaro, giardiniere, e Luigi Marsano, inserviente. Il vice-preside Vittorio Mecacci raccolse  tutti i temi e i componimenti lasciati dall’allievo Guglielmi, che in bella calligrafia spiegava come aiutare una vacca a partorire e come potare le piante. Si lasciava anche andare a considerazioni personali rivolgendosi a un ex compagno di corso e ricordando i tempi in cui si erano “conosciuti intimamente”. Sempre un eroe, comunque: narra il registro di classe di quando  Rudy saltò dalla finestra del primo piano per salvare una professoressa inseguita da una mucca. Le celebrazioni si conclusero con un seminario curato da Edoardo Sanguineti, con la consacrazione di una sala permanente e l’omaggio al Divo di un’orchidea battezzata Sangue e arena dal titolo di un suo famoso film.
In quell’occasione ebbe a chiarirsi anche un’altra bella storia riguardante il giovane protettore di professoresse inseguite. Rudy tornò a Genova per l’ultima volta nel 1920. Su un’auto hollywoodiana il mito del cinema risaliva la strada tortuosa della collina di Sant’Ilario per rivedere l’amica Felicita Sassarego. Era il suo grande rimpianto, lo strascico che si era lasciato alle spalle, il ricordo che non passava, neanche all’apice del trionfo. Quella era l’unica donna che aveva detto no al grande Rudy Valentino.
Come racconta Marco Ferrari in Rudy Valentino, il genovese, la loro relazione adolescenziale era durata lo spazio di un’estate, quella del 1911, passeggiando tra i sentieri fioriti di Sant’Ilario. Felicita, la figlia della cuoca della scuola, aveva sedici anni, esattamente come Rodolfo. Troppo giovani per stringere un vero amore, ma le prime lettere passionali della futura star del cinema furono proprio per lei, come testimoniano le carte custodite nell’archivio dell’istituto “Marsano”. Una ventata di sentimenti tra due adolescenti che si tenevano per mano. Dopo fu solo rimpianto: per l’amore vero, da parte di Rudy, per l’amore mancato, da parte di Felicita, rimasta legata per tutta la
vita al ricordo di quella breve estate d’inizio secolo. 

venerdì 9 agosto 2013

Intervista di Anita Preti a Roberto Nistri sulla chiusura estiva del Museo Archeologico

Intervista di Anita Preti a Roberto Nistri sulla chiusura estiva del Museo Archeologico

di Anita Preti.
Già edita in: Quotidiano 30 giugno 2013

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati.

...La notizia aveva suscitato scalpore, se ne parlava nelle edicole che sono le tribune del popolo. "Taranto capitale della cultura? E chiude il Museo? D'estate!", sì, l'ha proprio ascoltata Roberto Nistri, scrittore, storico, a lungo docente nel prestigioso liceo Archita.

"Io mi sento fasullo nel fare qualsiasi commento. Facciamo sempre la figura di quello che va controcorrente. Da noi vince invece la "Prozac leadership", quella che infonde calore, sicurezza, ti eccita:  "Basta rimboccarsi le maniche!". Ed invece siamo di fronte ad una catastrofe cronica, di lunga durata, che va ben oltre le origini dell'Italsider-Ilva. Da noi si fa tutto quello che non si fa nel resto del mondo".

Così Nistri non può essere tenero con l'ignavia dei più:

"Questa città sembra come se fosse vuota, occupata abusivamente dagli abitanti. E' un contenitore di ricchezza di cui può disporre in minima parte. Noi siamo custodi di un Pil dai confini ineffabili e siamo ostaggi di forze autorevoli che ci mettono in riga".

Come nel caso del Museo.

"Quel pizzico di salvezza che abbiamo è legato a tutto ciò che non ha niente a che fare con la grande industria, che è a latere della monocultura industriale. Queste isole residuali, queste zone franche sono poche. E l'unico tratto identitario, conosciuto e riconosciuto su scala planetaria da tempi remoti e fino ai giorni che arriveranno, è il Museo. L' unico patrimonio che possa restituire ed anche innescare una sorta di riconquista di titoli onorifici che una storia cattiva ci ha dissipato. Allora aspettiamo".

Non c'è scelta.

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto

Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto 

di Roberto Nistri

© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati

Alessandro Leogrande è nato giornalista. Nei corridoi del liceo “Archita” s’impegnava nel giornalino d’Istituto e scriveva ponderosi saggi sulla rivista “Galaesus”. Partecipava ad un confronto fra una ventina di studenti e lo scrittore e critico cinematografico Goffredo Fofi, che lo sollecitava a intervenire ad un convegno a Napoli sulle culture giovanili nel sud. Suggerimento accettato da Alessandro che, marinando alcune giornate scolastiche, pubblicava in seguito puntuali resoconti sul “Quotidiano” di Taranto. A Roma si laureava bene in Filosofia, senza farsi imprigionare nella gabbia dell’esamificio. Collaborando alla rivista “Lo straniero”, incominciava a condurre numerose inchieste per Radio Popolare e, nel novembre 1998, per la tarantina Primavera Radio raccoglieva preziose interviste sulle condizioni di lavoro nel Siderurgico. Una importante esperienza è stata certo quella di giornalista accreditato presso il G8 di Genova. Quasi come congedo dalla piccola patria pubblicava nel 2000 una robusta inchiesta su Taranto, una città “emblematica della storia italiana di fine millennio, modello per lo sviluppo del mezzogiorno degli anni sessanta, divenuta poi l’incubo degli anni novanta”.
I sempre più numerosi titoli di Leogrande evidenziano la ricchezza delle sue esplorazioni: Criminalità: il versante adriatico del 2002; Le male vite, storie di contrabbando e multinazionali del 2003; Nel paese dei vicerè, l’Italia tra pace e guerra del 2006, Ragazzi di mafia del 2008; Uomini e caporali, nuovi schiavi nelle campagne del sud del 2008; Il naufragio della Kater i Rades, morte nel mediterraneo del 2011; Fumo sulla città, del 2013. Come si vede, lo scrittore ha voluto curiosare su terreni poco battuti, frequentati da eterni stranieri, anime danneggiate, figure che abitano sull’orlo, mafiosi, contrabbandieri, migranti in viaggio verso un buco nero, mercati di braccia e corpi, fra prigioni e racket dei caporali. Alessandro è scrittore di corpi in fuga, rappresentati con ricognizione analitica, puntuale, senza imbrigliare la voglia di capire e di raccontare, mettendo in gioco la propria soggettività: ne Le male vite, si veda il racconto di Ciccio Prudentino, il “signore delle sigarette” con il suo socio Quaranta, che giocano a carte con il famigerato comandante Arkan nel casinò di Pogdorica, perdendo assieme tre miliardi e mezzo di lire: una forma di omaggio o prezzo da pagare per stringere affari con il comandante delle Tigri e criminale di guerra. Con lo stesso tono da film di Orson Welles, si svolge la conversazione con un altro giocatore corsaro e perdente, come il pittoresco vice del granguignolesco Giancarlo Cito. Ma qui incappiamo in un detour, un incessante andirvieni fra il primo e l’ultimo libro di Alessandro.
Abbiamo fatto cenno al testo del 2000, Il mare nascosto: un titolo molto incisivo che indicava l’obsolescenza del Paradigma Mare nel vissuto quotidiano di una Taranto infelix, che per secoli si era fregiata del titolo di Città dei due mari. Un libro di congedo che si portava appresso il solito essere-due, il sentirsi sempre a metà della città, ma anche il libro della conquistata maturità, dell’uscita dalla minorità, in una città governata da un guappo che sognava di essere re, mentre un popolo bambino impazzava. Opportunamente il testo in cui recensivamo gli Jonici Graffiti di Leogrande era titolato Esodi e approdi. Il cittadino adulto se ne va, ma non cesserà di misurarsi con il cuore di tenebra, il diabolus ex machina che si è incistato nel carattere sociale della città ebalica, indossando la maschera proterva del sindaco in orbace oppure quella dello spacciatore di rottame e di diossina.
Il primo libro non si scorda mai, se è un libro seminale come il Terroni del tarantino De Cataldo. Così nel testo d’esordio di Alessandro erano già raccolte, come in un primo movimento musicale, le cellule della successiva ricerca: il filo del Mare nascosto si ritrova in Fumo sulla città; una scrittura che, come una conchiglia, sembra silenziosa ma dentro ci puoi ancora sentire il rumore del mare.
Non si può perdere un legame con una città all’interno della quale si è fatto almeno un pezzettino di storia, nel caso specifico lo scontro con Cito, il ras degli zeloti, ll sindaco nero. Lo choc e lo spaesamento segnavano l’autore nella notte di Valpurga, il 21 dicembre del ’95, quando saltava il coperchio e dal pentolone infernale fuorusciva il Pandemonium, la festa di tutti i diavoli: un corteo aperto da uno striscione con la scritta “Siamo tutti mafiosi”, una fiumana livida e arruffata di diecimila citoisti che imprecavano e minacciavano a destra e a manca, ripetendo in mezzo alle ronde degli ultrà neofascisti: “Chi non salta comunista è”.
Il filo nero di questa vicenda continua a svolgersi in molte pagine di Fumo sulla città. Un pezzo di bravura rimane l’intervista a Mimmo De Cosmo, ex delfino di Cito e sindaco di Taranto dal 1995 al 1999, spodestato dal boss e condannato a tre anni. Dopo aver affrontato in solitudine una sequenza di processi, gestiva una improbabile bottega di antiquariato. Con garbo Alessando tirava fuori dal fascistone incallito un intelligente bilancio dell’avventura citiana. Fin dagli anni sessanta i due squadristi avevano avuto di che brigare nella città di Taranto, Cito come capo indiscusso del manipolo, De Cosmo come guardaspalle e uomo ombra. Impagabile nei filmati goliardici della trash television, quando vestito da Papa benediceva il duce truce, con codazzo di ragazzuole vestite da suore. In realtà era l’unico a non subire totalmente l’arroganza del Piccolo Cesare. Mente fina, fra i due aveva più intelligenza politica De Cosmo, non privo di un certo garbo dialogante.
All’intervistatore Mimino rispondeva con spirito brioso, fumando una sigaretta dopo l’altra e tirando continuamente col naso, invecchiato ma abbastanza lucido nelle sue analisi. Cito era stato assolutamente incapace di organizzare una vera lega meridionale quando il momento era propizio e alle Europee a Milano avevano ottenuto migliaia di voti tra gli immigrati. Ma Il Dittatore dello Stato libero dei Caggioni non sapeva schiodarsi dal suo autarchismo jonico. Quanto agli altri politici, non avevano capito che la città per il 70% era fatta di gente che viveva in periferia, che prima o poi avrebbero preso d’assalto il comune e la città sarebbe finita a rotoli.
De Cosmo si spegneva durante le seguenti elezioni del 2007. Veniva svuotato il suo negozio di busti mussoliniani e nostalgiche cianfrusaglie, orologi a cucù, vecchi lampadari, bambole, nonchè una insegna in corsivo: “Un salto indietro nel tempo”.
Sicuramente la vicenda citiana è risultata cruciale nell’esperienza esistenziale, ma anche di studio e di scrittura, del nostro Leogrande, soprattutto considerando la persistente rimozione, da parte di politologi e analisti tarantini, nei riguardi di quel “bubbone” esploso inopinatamente , per usare la metafora crociana sul fascismo e che invece si sarebbe dovuto studiare “gobettianamente” come il più torbido capitolo di una autobiografia della comunità. Nelle sue molte pagine tarantine l’autore ha messo in guardia contro il frastornante “eccezionalismo tarantino”: disoccupazione, malaedilizia, inquinamento, tumori… Nella crisi di lunghissima durata, per Leogrande sempre “andrebbe ricordato che la politica è stata e continua a essere questa”. Eppure ci sembra che la sindrome Cito abbia avvinghiato lo scrittore e non solo lui. Si avverte come l’eco disperato delle ultime parole di Kurtz in Cuore di tenebra: “Quale orrore”! “Quale orrore”! Addirittura il giornalista Lanucara ebbe a paragonare il Duce dei Caggioni al demone del Necronomicon, quel Cthulhu che Lovecraft rappresentava come una enorme testa di polpo. . Giustamente Claudio Fava in Sud ridimensionava Cito nella categoria del “demone meschino” di Sologub: “ Nemmeno Cito rappresenta veramente il potere a Taranto. Recita, improvvisa, scalcia, si diverte”.
Comunque quella sindrome ci sembra abbia parzialmente velato l’acume giornalistico di Alessandro, in occasione della insorgenza dei “non rappresentati” nella piazza del 2 agosto 2012, quando si determinava la spettacolare contestazione dell’Apecar nei confronti di una gestione sindacale non sempre limpida. In quell’occasione lo scrittore ebbe ad usare un lessico secondo noi poco opportuno: “ultrà, fascisti e teppisti” nei riguardi di operai e giovani precari o disoccupati. Molti fra i presenti in quella manifestazione, compreso lo scrivente, accoglievano lo squillo di tromba dello sgangherato trabiccolo come un liberatorio “Arrivano i nostri!” Crediamo di non sbagliare, pensando che Leogrande abbia invece visto, in quella folla casinara, risorgere le truppe cammellate del citoidi, i fantasmi di quel lontano 21 dicembre del 1995. Ci sembra che il seguito degli eventi non gli abbia dato ragione, anche se nel futuro quei maligni “spiriti animali” potrebbero riprendere a sputare fuoco. Di questi accadimenti abbiamo discusso con Leogrande, e si continuerà a discutere a lungo, con quanti dentro e fuori la città continueranno a spingere la pietra lungo una strada tutta in salita, per difendere una città chiamata Taranto, che subisce una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
Nella sezione sezione conclusiva del libro, Zibaldone delle polveri, l’autore riapre la problematica della grande industria su uno scenario globale che vede ancora una volta la città di Taranto come un osservatorio (si fa per dire) privilegiato di questo angustioso presente storico. In Leogrande apprezziamo una dimensione molto minoritaria nel dibattito cittadino. Lo scrittore ha forte il senso della memoria o addirittura della memorialistica : in particolare la memoria del lavoro. Ebbene, mentre la siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, faccendieri e giornalisti su libro paga, Alessandro cerca di misurarsi con una enorme problematica industriale dalla quale è assente il grande motore dello sviluppo storico: il conflitto sociale. In questa incerta vicenda sembra del tutto irreale applicare la tradizionale dialettica hegeliana servo/padrone. Funziona invece il paradigma della Shoa, il rapporto fra vittima e carnefice, con l’inevitabile overdose di memoria, testimonianza , emozione, nonchè l’indesiderabile effetto collaterale del negazionismo. E’ un continuo rivivere la tragedia senza tuttavia superarla, come scrive Miguel Gotor. Lo scrittore sembra fiducioso, l’illuminismo meridionalistico di Leogrande si muove controcorrente, anche se in tutta una serie di scritti evidenzia e lamenta la desertificazione industriale del meridione. Non sappiamo quanto abbia ragione, ma sappiamo che vuol vedere la storia rimettersi un moto.
L’aspetto che tuttavia consideriamo particolarmente importante di Fumo sulla città, non riguarda tanto il lato economico, attorno al quale ormai è fiorita una sterminata pubblicistica, quanto la ripresa della questione urbanistica, sulla quale anche gli ambientalisti dicono poco o niente. Sono puntuali le pagine sulla città vecchia e sul Borgo, ma soprattutto lo scrittore riesce a cogliere la dimensione residuale dell’abitare: una non-città dai margini indistinti che si sperde in un gigantismo edilizio del tutto incongruo, con uno sfinire in irredimibili periferie di Case Bianche che non sono più bianche. Massi squadrati dalla campagna, sulle erbacce si alza direttamente il cemento. La città è diventata sempre più un arcipelago di satelliti, con scarse strutture e infrastrutture. Ma il centro intorno al quale questi satelliti dovrebbero girare collassa. “In queste periferie muore il Sud”, ha scritto Leogrande. Da queste banlieues, dai margini della città, lo scrittore ha alzato lo sguardo per scrutare la sorte di questo mondo di stranieri, dell’emarginato braccato da tutti, come nel film L’odio di Mathieu Kassovitz (1995) con il suo folgorante incipit:
“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete
‘fino a qui tutto bene…’
‘fino a qui tutto bene…’
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.

lunedì 1 luglio 2013

I colori del tarantismo

I colori del Tarantismo

Uno dei fenomeni più dibattuti nell’ambito degli studi antropologici è il tarantismo. Diverse sono le interpretazioni che si sono date del fenomeno. Per i più, sulle orme dei medici Epifanio Ferdinando e Giorgio Baglivi, il tarantismo è una malattia da ricondurre ad una sindrome tossica da morso di aracnide velenoso. Per Tommaso Cornelio, i tarantati non sono altro che dei dolci di sale. Per altri invece, al pari del medico Francesco Serao, il tarantismo è una falsa credenza popolare frutto della superstizione. C’è poi chi collega il fenomeno con la malinconia, e non mancano coloro che, come Ignazio Carrieri e Francesco De Raho lo riconducono ad una alterazione psichica dipendente o indipendente dall’aracnidismo. Ernesto de Martino, invece, grazie ai dati raccolti durante la ricerca sul campo nell’estate del 1959, sostiene l’irriducibilità del fenomeno a disordine psichico, e mette in risalto la sua autonomia simbolica, culturalmente condizionata, cioè un suo orizzonte mitico-rituale di ripresa e di reintegrazione rispetto ai momenti critici dell’esistenza, con particolare riferimento alla crisi della pubertà, e al tema dell’eros precluso e ai conflitti adolescenziali, nel quadro del regime di vita contadino.

Il tarantismo, secondo Ernesto de Martino, offriva l’occasione per evocare e configurare, per far defluire e per risolvere i traumi, le frustrazioni, i conflitti irrisolti nelle singole vicende individuali, e tutta la varia potenza del negativo che, rivissuta nei momenti critici dell’esistenza,veniva simbolicamente riplasmato come morso di taranta che scatena una crisi da controllare ritualmente mediante l’esorcismo della musica, della danza e dei colori.

Lontana dalle dotte disquisizioni, il tarantismo secondo la gente di Puglia, è causato dal morso di un animale, la taranta  che “pizzica” preferibilmente le donne, durante il lavoro nei campi, al piede, alla mano o al pube, nell’ardore dell’estate. Copiosa è la bibliografia sul tarantismo che negli ultimi decenni si è arricchita grazie soprattutto agli studi di Eugenio Imbriani, Roberto Nistri, Carlo Petrone, Rosario Quaranta, Anna Maria De Vittorio, Enza Musardo Talò e Giovanni Fornaro, i quali mercoledì 19 giugno, alle ore 17,30, nel salone di rappresentanza di Palazzo Galeota a Taranto, parteciperanno alla Tavola rotonda “I colori del tarantismo. Il tarantismo a Taranto e dintorni”, coordinata da Antonio Basile.

Con questa iniziativa, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Taranto in collaborazione con la Società di Storia Patria per la Puglia di Bari e la Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Taranto, si intende porre l’attenzione sulla varietà delle forme assunte dal fenomeno, sulla base delle informazioni e delle fonti che possediamo.
Il tarantismo osservato da Ernesto  de Martino è diverso da quello visto dai tre studenti di Emilio Lovarini a Taranto nella seconda metà dell’Ottocento, e quello osservato da Nicola Caputi è diverso da quello raccontato da Vincenzo Bruno, ed ancora, Annabella Rossi, in Campania, racconta altre storie così come le raccontano gli studiosi che saranno ospiti della Tavola rotonda. Particolarmente significativo, infine l’omaggio ad Alfredo Majorano di Luigi Ferrucci e di Giovanna Lamura, che hanno realizzato un video alquanto suggestivo che racconta i veri colori del tarantolismo.