lunedì 10 marzo 2014

L'llva, l'ambiente, la sinistra



L'llva, l'ambiente, la sinistra

di Alessandro Leogrande

in Corriere del Mezzogiorno, 08/03/2014, pag. 4

Rispetto alla parabola della primavera pugliese, Taranto è sempre stata un caso a sé. Non solo per la vicenda Ilva e per il disastro ambientale, ma anche per i disastri della politica locale, maturati nell'arco della Seconda repubblica. La sinistra jonica sembrò avere la sua primavera nel 2007, quando Ippazio Stefàno (con Nichi Vendola già alla presidenza della Regione) vinse le elezioni a sindaco successive al crack del comune non solo contro il ritorno di Cito, ma anche contro l'allora candidato del Pd Gianni Florido. Sembra passata un'era geologica. Nel mezzo, oltre all'impasse della giunta comunale, è esploso il ciclone Ilva. Così, il rapporto tra la città lacerata, i movimenti ambientalisti e il governo regionale si è fatto via via più problematico. Da una parte Vendola sostiene di aver sempre agito nell'interesse degli operai e della trasformazione della fabbrica. Dall'altra i settori più accesi della protesta hanno visto in lui (molto più che nelle giunte cittadine tra il 1993 e il 2007 o nei governi nazionali che si sono succeduti) il volto della politica compiacente.
Taranto è una città difficile, in cui il consenso politico è un'alchimia molto complessa da mettere insieme, e soprattutto da mantenere per più di un lustro; in cui a lunghe fasi di apatia si alternano jaquerie improvvise, come quelle del 2012. Pertanto, la notizia della richiesta dei rinvii a giudizio per il caso Ilva sembra prolungare uno strano limbo. Chi crede che la trasformazione della fabbrica sia possibile continua a pensarla così, magari con un po' di pessimismo in più. Chi sostiene che l'unica soluzione sia chiudere lo stabilimento, e che l'unico potere sano sia quello della magistratura inquirente, avrà modo di radicalizzare la sua posizione. Ma cosa pensa del rapporto tra Vendola e la città di Taranto chi in questi anni ha continuato a raccontare la città dell'acciaio?
Per Roberto Nistri, autore di una decina di libri sulla città jonica, l'ultimo dei quali è “La ballata degli affumicati”, “il rapporto tra Vendola e Taranto si è incrinato da tempo”. Da una parte, sostiene, “Vendola ha evitato negli ultimi anni incontri pubblici con la cittadinanza, dall'altra va anche detto che non gli sarebbe stato possibile farne qualcuno senza subire pesanti contestazioni dall'area più accesa del fronte no-fabbrica”.
Taranto è una città in cui molti dibattiti ultimamente si sono svolti in una sorta di “zona rossa”, per evitare che saltassero. Il paradosso è che molti incontri con il leader nazionale di Sel, nella città epicentro del disastro ambientale e di tanti crocevia della sinistra, si siano dovuti svolgere a porte chiuse. “La richiesta di rinvio a giudizio non cambia di molto le cose”, prosegue Nistri, “ma indebolisce ulteriormente la coppia Vendola-Stefàno”.
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Salvatore Romeo, tra gli animatori del blog “Siderlandia”, uno dei pochi luoghi di riflessione giovanile. “Ci sono state molte attese nei confronti di Vendola, e molte sono rimaste disilluse. Forse non era giusto attendersi questo solo dalla Regione, ma è quanto è successo. Già dal rilascio della prima Aia, c'è  chi ha pensato che non era più possibile dialogare con chi aveva firmato quel testo, e quindi anche con Vendola.”
Al di là della vicenda giudiziaria, e di come si pronuncerà il gup, la sinistra “a sinistra del Pd” che ha governato Taranto in questi anni appare in crisi. Intorno alla giunta Stefàno non si è radicata una nuova area politica, mentre il vendolismo è parso un fenomeno distante. Così, quando la protesta è montata, il piatto è stato diviso tra il successo dei grillini e la furia anti-politica di alcuni comitati di protesta. “La sinistra”, dice ancora Romeo, “non è riuscita a creare una saldatura tra l'ambientalismo e l'operaismo... Ma di questo la colpa è di Stefàno e di Vendola, o più in generale della storia politica di questa città?”
Mario Desiati, che ha scritto spesso di Taranto negli ultimi anni, non solo nel romanzo “Il paese delle spose infelici”, allarga ulteriormente lo sguardo. “Ho sempre pensato che fosse molto complicato interpretare la fabbrica e il suo mondo fatto di metalmezzadri, e che ciò fosse ancora più complicato dopo la privatizzazione.” La difficoltà del rapporto con la città nasce da qui. “Ricordo ancora”, dice Desiati, “quando nel 2009, presentammo a Taranto il libro sull'Ilva di Giuliano Foschini, 'Quindici passi'. C'era molta tensione in sala. Lì ho capito che una parte di città, già esasperata, non voleva più avere rapporti con la politica, anche se prometteva un cambiamento.”

lunedì 6 gennaio 2014

Gli ultimi fuochi

Gli ultimi fuochi

di Roberto Nistri

già edito in: Taranto Oggi - 31 dicembre 2013

Nei primi anni Ottanta Taranto viveva la sua ultima stagione felice. Era una città con una forte e riconosciuta identità: godeva ancora di un benessere più o meno diffuso e risultava plausibile una prospettiva di innovazione culturale , un non- solo- acciaio volto ad arginare lo strapotere della monocultura. Con la conclusione della Vertenza Taranto, bene o male era stata riassorbita la disoccupazione di ritorno e la base operaia rimaneva ancora la spina dorsale della città , mentre alla Fiat la composizione metalmeccanica subiva una pesantissima contrazione. Certo la felicità non disdegnava la compagnia dell’ottusità. Il mucchio selvaggio delle ditte appaltatrici rimaneva il brodo di cultura di una rampante economia criminale, mentre sul mercato dell’acciaio i paesi emergenti diventavano sempre più competitivi. Nel futuro di Taranto erano sempre appostati i mille errori del suo passato.
“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”, aveva scritto Dickens nel Racconto delle due città, e anche quel titolo calzava a pennello per l’eterna Taranto duale. Il giocattolo doveva essere frantumato da un articolo del grande Sandro Viola, Un salto nell’Italsider, così Taranto si è uccisa, in “la Repubblica” del 29 settembre 1985. Era il de profundis della città-azienda, destinato a suscitare polemiche e proteste fra gli operatori culturali, che proprio in quegli anni si erano impegnati nel risanamento della Città vecchia e in una strategia di reconquista di un primato culturale antagonista rispetto al tardo municipalismo “cataldiano”. In verità Viola non aveva mancato di apprezzare una “buona sorpresa”:  una piccola scuola di storici della Taranto industriale, che aveva già prodotto validi approfondimenti scientifici, “a partire dal fortunato esordio di un libro di Roberto Nistri, Cafoni, arsenalotti e galantuomini”. In effetti, per la prima volta e in pochi anni,  la cultura cittadina poteva esibire un corredo di pubblicazioni molto apprezzate nella storiografia nazionale, che dovevano funzionare da volano per la nascita di riviste e di case editrici ancora oggi operative, anche con un ruolo propositivo da parte delle Istituzioni. Veniva a determinarsi una sinergia miracolosa fra Giuliana Ermacora, dirigente del CRSEC Regione Puglia, Giuseppe Francobandiera dirigente del circolo aziendale dell’Italsider e massimo operatore culturale del Mezzogiorno, nonché Tommaso Anzoino, illuminato assessore alla cultura del Municipio di Taranto.
Si trattava dunque di un passaggio realmente cruciale e ricco di chiaroscuri. E’stato piacevolmente rievocato il 18 dicembre 2013 nella splendida location  di via Duomo, con una godibile “chiamata alle arti” di molti operatori musicali e artistici di quegli anni, in occasione della presentazione del libro di Sergio Natale Maglio: Taranto new Wave, una meritoria pubblicazione dell’editore Scorpione che, nell’immane pubblicistica jonica inzuppata di diossina e benzoapirene,  ha offerto la storia inedita di una  musica giovane prodotta da ragazzi  che inseguivano  una utopia fra due mari: “Dedicato a chi l’ha visto e a chi non c’era /  e a chi quel giorno lì / inseguiva una chimera” (Ivano Fossati).
Si racconta la  romantica vicenda di una generazione nata in piazza della Vittoria che, fra gli ultimi anni ’70 e i primi anni ’80,  ha voluto puntare su Taranto, ha cercato di essere protagonista di una svolta al contempo politica e musicale, al di fuori e contro il recinto siderurgico, costruendo gemellaggi sonori con altre dimensioni musicali come Pordenone, avendo anche come sponda eccentrici intellettuali “adulti” che  frequentavano il mitico Caffè  di via D’Aquino; una esperienza  anche quella  proficua e irripetibile.  L’onda lunga della contestazione giovanile doveva frangersi sulla Nuova Frontiera della droga e della malavita organizzata. Ma della storia dispersa di quella  meglio gioventù si continuerà ancora a raccontare. Utopia, utopia, per piccina che tu sia…

martedì 24 dicembre 2013

Il mago e la politica

Il mago e la politica

Disponibile in lettura in formato pdf il mio saggio: Il mago e la politica in P. ARESTA (a cura di), Giordano Bruno, nolano e cittadino europeo, Atti della giornata di studi nel IV centenario del rogo - Grottaglie gennaio 2002, Scorpione ed., Taranto 2004.
ISBN: 9788880991236
E' possibile acquistare il volume anche on line, cliccando qui sotto:

Scorpione editrice

La ballata degli affumicati. Recensione di Alessandro Leogrande


La ballata degli affumicati

Taranto /Ilva Nel libro di Nistri le radici del disastro di oggi

di Alessandro Leogrande

tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 17 dicembre 2013, p. 13

L'ultimo libro di Roberto Nistri, “La ballata degli affumicati” (appena pubblicato dalle baresi Edizioni dal Sud) è una carrellata nella storia recente della città di Taranto. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che Taranto è uno di quei posti che producono più storia di quanta ne possano digerire; ed è questo, forse, uno dei motivi che spiega la copiosa produzione libraria, recente e meno recente, intorno al racconto delle sue vicende. Ci sono stati libri riusciti e libri meno riusciti, libri scritti a distanza (spesso eccessiva) e libri che nascono dalle sue viscere. Nistri è uno dei maggiori interpreti dei fatti accaduti in riva allo Jonio nel Novecento: la gran parte dei suoi libri nasce da un corpo a corpo costante, complesso con la sua città. “La ballata degli affumicati” si colloca quindi su una lunga scia: appena un anno fa, ad esempio, era uscito per Scorpione “Tarentinità. Un'identità residua”. Nella “Ballata” si parla molto degli ultimi due anni di vita cittadina, dell'esplosione del caso Ilva e del nodo irrisolto salute-lavoro, del sistema Riva creatosi dentro e fuori la fabbrica. È una cronaca ragionata degli eventi che aiuta a raccogliere quanto, nella velocità del loro susseguirsi, rischia di andare smarrito. Ma la parte più interessante del libro è forse la prima, quella in cui viene ripercorsa la nascita del siderurgico, la costruzione di quella che il sociologo Domenico De Masi ha chiamato la “fabbrica più moderna del mondo più arretrato”. Molti dei mali tarantini si annidano nel cuore del Novecento, e per capire perché la vicenda appare oggi tanto intricata bisogna (anche) puntare gli occhi nel passato: non è vero, lascia intendere, Nistri che le uniche responsabilità del disastro ambientale siano quelle di “colonizzatori” venuti da fuori. Una parte di città non ha solo voluto la fabbrica: ha tratto vantaggi proprio da “quella” fabbrica, costruita in quel modo, ai bordi della città. “A distanza di mezzo secolo”, scrive Nistri, “ancora ci si chiede secondo quale logica volpina sia stato possibile posizionare un monstruum di tal fatta bocca a bocca con lo spazio abitato. Una costruzione all’incontrario: con l’area a freddo, meno inquinante, posizionata lontana dall’abitato, mentre l’area a caldo, la più tossica, veniva installata a ridosso delle case, tutte preesistenti all’insediamento, come il vecchio cimitero.” Intorno alla vendita dei suoli si scatenò una lotta feroce tra due cordate di imprenditori edili che attraversò il potere democristiano dell'epoca e le classi dirigenti della città. Nistri fa tutti i nomi, oggi in parte dimenticati, di quella storia decisiva. Altro dettaglio ben sottolineato nel libro: la percezione dell'inquinamento non è un fatto recente. Già nell'aprile del 1971 si tenne un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”, in cui l’assessore regionale Giovanni Di Lonardo proclamava: “Non accettiamo questa industrializzazione in maniera indiscriminata, senza salvaguardare la vita e la salute dei nostri concittadini”, mentre venivano presentate relazioni sulle emissioni notturne e sullo stato, già allora compromesso, del Mar Piccolo. Sempre nel 1971, Antonio Cederna scriveva un articolo, “Taranto strangolata dal Boom”, in cui stigmatizzava la cementificazione selvaggia e definiva quello tarantino “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Era possibile costruire un siderurgico diverso, e soprattutto una città diversa, intorno a quel medesimo siderurgico. Ma le cose sono andate diversamente, anche perché Taranto è stata spesso laboratorio della peggior politica del Meridione. Nell’aprile del ’77 veniva diffuso sul settimanale “Dialogo” un allarmante dossier sulla nocività, curato dal dottor Luigi Colapietro dell’Ospedale SS. Annunziata. Nel 1978 Marcello Cometti pubblicava un'inchiesta sull’inquinamento su “Produttività jonica”, mentre su “Rinascita” usciva un reportage di Paolo Forcellini, il quale, recatosi al rione Tamburi, annotava: “Il fetore del gas si sente già a distanza anche in una automobile con i finestrini chiusi”. A esplodere trent'anni dopo è un viluppo sociale-economico incancrenitosi decennio dopo decennio. Nel passaggio dal pubblico al privato, poi, molti fattori del quadro complessivo si sono ulteriormente aggravati, e per certi versi la fabbrica è divenuto un luogo ancora più impenetrabile. Oggi che può aprirsi una nuova fase, qualsiasi cosa voglia farsi di Taranto e della sua fabbrica, bisognerà ricordare la storia che ha generato una delle più gravi crisi ambientali che l'Italia ricordi. Quella storia è specchio dell'Italia e del suo funzionamento, e di come molte analisi lucidamente espresse nei decenni passati siano rimaste inascoltate.

giovedì 19 dicembre 2013

La ballata degli affumicati. Recensione di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati

Ovvero il racconto della città mutante, nell’ultimo libro di Roberto Nistri

di Gaetano De Monte


La ballata degli affumicati, è il titolo dell’ultimo pamphlet di Roberto Nistri, - storico,
filosofo, giornalista - da pochi giorni nelle librerie, Edizioni Dal Sud. Un diario di bordo, riconosce
lo stesso autore, scritto all’ombra della grande mammella siderurgica. Ma non solo. Perché nelle
centinaia di pagine scarse che compongono il libro, gonfio di citazioni filosofiche, letterarie, di film
e di canzoni, oltre la cinquantennale storia della fabbrica di morte che la fa da sfondo, c’è, in
massima parte, il racconto antropologico del cittadino di Taranto e della sua Provincia. Certo anche
e soprattutto nel rapporto con l’Ilva, la grande madre velenosa, ora. La grande balia statale, in un
tempo che sembra non sia mai stato vissuto, ma che in realtà ancora perdura.
Più che un libretto di storia, o un saggio di filosofia, è un’opera di antropologia, dunque, l’ultima
fatica dell’ex professore dell’Archita. Almeno a voler dare a quella parola, il senso proprio datole
dai sostantivi greci dalla quale deriva. Ovvero, άνθρωπος, ànthropos = "uomo" e λόγος, lògos = nel
senso di "studio". Quindi come discorso attorno all’uomo, visto da una molteplicità di angolature:
dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società, quella tarantina in
generale, la siderurgica, nel particolare. Due, che fino a qualche anno fa erano legate da un
matrimonio che sembrava dovesse essere indissolubile, quello tra la fabbrica e la Città di Taranto,
appunto. Un sodalizio entrato in una fase di profonda frattura, forse irreversibile; anche se, non si sa
bene se per qualche prodigio di natura materiale o deficit culturale, la storia d’amore tra i veleni e
Taranto, - ne siamo certi - continuerà.
Almeno fino a quando non si conteranno su di un palmo una mano gli autori tarantini dal pensiero
lungo come lo storico Roberto Nistri, che nella Ballata degli Affumicati non si limita, e non si
arroga, il diritto di fare il punto, ma traccia delle linee: di fortuna, di movimento, di fuga. Teorizza
una cartografia dell’esodo per cercare di venire fuori da quella che definisce, “ la città mutante”.
Perché, scrive Nistri, citando Alessandro Baricco, “non si cambia nulla se non si acquisisce la
capacità di uccidere qualcosa. Non si costruisce quello che noi sogniamo come futuro se non
riusciamo, eterni mammoni, a staccarci da qualcosa che pure è stata parte di noi”. Dalla grande
mammella a cui Taranto doveva le ragioni del suo benessere, ed ora, i motivi di un disastro.
Bisogna saper osare, lascia intendere il Nistri degli ultimi anni, seduto rigorosamente dalla parte del
torto. Ed è per questo, forse, che il Professore ama ripetere, spesso, una citazione dal film francese
“L’odio”, diretto dal regista Mathieu Kassovitz: “questa è la storia di un uomo che cade da un
palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio
si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio,
si concludeva così, la scena iniziale di quel film; metafora perfetta per la parabola di Taranto e della
sua industrializzazione malata. Che lo storico usa per ribadire che occorre una rivolta del pensiero,
capace di riaprire il tempo. Per farla finita con lo stato di eccezione permanente. Con aziende dal
governo caporalesco. Con fabbriche di morte dall’identità preistorica, senza precedenti nella storia
delle relazioni industriali, in Italia.
Quasi un grido di dolorosa colpevolezza è quello che lancia l’autore verso la fine del pamphlet: il
pessimismo del presente, qui, lascia il posto all’analisi della bellezza perduta: “perchè apparteniamo
all’ultima generazione che ha vissuto, combattuto e amato sotto un cielo di Taranto non trafitto
dalle ciminiere. Perché abbiamo visto scomparire lidi e paesaggi omerici”. E ancora, “perché
abbiamo visto, ingoiato dall’Iri, dissolversi un patrimonio di 80 anni di cantieristica, l’unica
fabbrica che realmente poteva essere convertita dal navalmilitare alla nautica da diporto”. Parole
dure come pietre quelle che usa Nistri, per raccontare le biografie di alcuni uomini che hanno
condizionato, speculando, il nostro recente passato; uno di loro, viene raccontato, attraverso la
figura, dai più poco conosciuta, di immobiliarista, anche se in realtà faceva un altro mestiere. Di lui
è stato scritto che allo stesso tempo “poteva essere il Prefetto, il Sindaco, il Presidente della Camera
di Commercio, il Presidente dell’Associazione Industriali”. Peccato che avrebbe dovuto essere un
prete, innanzitutto. L’arcivescovo Guglielmo Motolese, che certo Nistri non considera il tarantino
del secolo, come invece, anni fa, lo incoronò, al termine di un sondaggio, un giornale locale. Con
buona pace della storia e della verità, evidentemente. Di un non tarantino, precisamente un toscano,
ma decisivo nelle vicende dell’industrializzazione, lo storico ne disegna nel libro il profilo di un
personaggio positivo: Alessandro Fantoli, dirigente Iri, poco più che trentenne che aveva militato
nella Resistenza in Toscana, descritto come un funzionario con la schiena dritta, illuminato,
cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti, che si era trovato a giocare una scabrosa partita con vari
affaristi locali, prima di lasciare la città, richiamato dai democristiani romani, a loro volta sollecitati
da quelli martinesi, capeggiati dal fratello dell’arcivescovo, deputato Dc. Sarà pur vero che la storia
non si nutre di ipotesi, ma, forse se avessimo avuto più Fantoli e meno Motolese, avremmo avuto
una cittadinanza meno affumicata, chissà, sembra essere questo, il morale della favola. Per il resto
rimane l’antico, atavico dilemma, andare o restare. Di una cosa però Nistri, appare convinto, che “la
storia sarà raccontata da quelli che ritornano e da quelli che non ritornano”. Come dire che sarà la
fuga a dominare il prossimo secolo dei tarantini, “abbronzati e salati abitanti di un posto pieno di
tutto quello che manca”. E, comunque, “anche se non rimane nulla, è sempre bello scialare fra i due
mari”, ballando la danza degli affumicati.

martedì 1 ottobre 2013

Taranto dal 1943 al 1945: la difficile transizione nella Nuova Italia






Taranto dal 1943 al 1945: la difficile transizione nella Nuova Italia

Edizione ampliata di Taranto 1943-1945 apparso a stampa in “Taranto democratica”, Scorpione, Taranto 2013, pp. 33-49. Vietato utilizzare quest’opera senza il consenso dell’Autore.


© Roberto Nistri 2013.Tutti i diritti sono riservati.


                                                                                                                           Roma, 8 settembre

       Il Governo Italiano, riconosciuta l’ impossibilità di continuare l’ impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, Comandante in capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.
                                                                                                                             Pietro Badoglio



1)  La fine della guerra

     Il giorno in cui gli italiani “cambiarono guerra” , non venne vissuto dai tarantini in maniera traumatica. Una nottata di dolore era stata quella tra il 26 e il 27 agosto, quando il capoluogo aveva subìto una pioggia di bombe. La testimonianza del generale medico Alfonso Leone avrebbe fornito un cupo  quadro d’insieme sulle conseguenze dell’attacco aereo, durato circa mezz’ora nell’area ferroviaria sul rione Tamburi, colpendo anche gli scambi ferroviari di Punta Rondinella di fronte all’Ospedale e il nodo stradale fra Taranto e la Calabria.   In quell’area i tedeschi avevano organizzato un accampamento mimetizzando sotto gli alberi di un grande uliveto un parco di automezzi.  Le bombe causarono diverse vittime per il crollo di case popolari, ma il triste bilancio si accresceva con l’ultimo  bombardamento che  investiva la città il 29 agosto.  Nel periodo successivo Taranto veniva  risparmiata dagli anglo-americani, intenzionati a preservare gli impianti della base navale, per poterli poi utilizzare per lo sbarco.
       L’8 settembre del ’43 la cittadinanza tarantina visse l’annuncio dell’armistizio in maniera del tutto anomala rispetto al resto del paese: malgrado la presenza in Mar Grande delle corazzate Doria, Duilio e Giulio Cesare, con tre incrociatori, torpediniere e sommergibili, non venne sparato un solo colpo. Nella tarda serata due motosiluranti tedesche chiesero l’autorizzazione a lasciare il porto di Taranto, non prima di essersi rifornite di mine magnetiche nei depositi di Buffoluto. Gli occupanti avevano tuttavia cercato di minare il ponte girevole e le banchine del canale di accesso a Mar Piccolo. Il medico militare Alfonso Leone ha ricordato  di aver visto, qualche giorno prima dell’8 settembre, una squadra di scalpellini intenti a preparare, con evidente voluta lentezza, le buche sulle due sponde del canale, destinate ad accogliere le cariche di tritolo. Fortunatamente mancò il tempo per portare a termine l’operazione, ma un mezzo navale tedesco riuscì  a seminare mine nella rada di Mar Grande. Reparti germanici avrebbero tentato, senza riuscirvi, di penetrare nell’area dell’Arsenale militare. Il comandante tedesco si accordò con l’ammiraglio Brivonesi per una tranquilla dipartita notturna dei suoi 250 militari e così i tarantini, dal prefetto Innocenti al commissario al Comune Pampillonia, andarono a dormire, cullati dalla loro buona sorte.
      A 37 chilometri da Taranto, a Castellaneta, i tedeschi in fuga causarono le prime violenze. La piccola patria di Rodolfo Valentino si trovò, dal 9 all’11 settembre, alla mercè delle truppe germaniche che requisirono armi, automezzi e viveri. Per tagliare l’avanzata verso Bari alle forze inglesi che stavano sbarcando a Taranto, i tedeschi sabotarono il tratto ferroviario, tagliarono i cavi elettrici, piantarono mitragliatrici perfino nel cimitero. I castellanetani, guidati dal podestà Gabriele Semeraro, riuscirono a mettere in salvo scorte di farina e di zucchero, nonché casse di medicinali. L’11 settembre vi furono i primi scontri fra tedeschi e anglo-americani. I cittadini misero a punto un piano di difesa aggregando soldati e volontari ma,  infuriando la battaglia alle porte del paese, vennero uccise 25 persone. Tra esse tre soldati e il colonnello Salvatore Argentina di Francavilla Fontana.
        A Taranto,  poche ore dopo la partenza degli occupanti, arrivarono gli “altri”: alle 6,30 a Porta Napoli,  il parroco di San Cataldo, Guglielmo Motolese, venne bloccato da alcuni soldati canadesi che gli requisirono la Topolino. Intanto il fuggiasco Vittorio Emanuele - capo supremo di un esercito nei cui confronti si era macchiato di alto tradimento, abbandonandolo in balìa del nemico -  dopo aver lasciato i nostri soldati armistiziati e senza ordini di fronte ai carri armati tedeschi (nella difesa di Roma moriva il tarantino Massimo De Palma)  si affrettava per arrivare il giorno 10 a Brindisi,  capitale provvisoria dell’Italia libera. Nella città bimare, alle  17,30 del giorno 9,  le navi alleate entravano in Mar Grande. Verso la mezzanotte l’Abdiel, uno degli incrociatori inglesi che si accingeva alle operazioni di attracco,  saltava in aria a circa mille metri dal Castello aragonese, per l’attivazione di una mina, riportando gravi perdite. L’incidente rallentava lo sbarco angloamericano, per la necessaria opera di sminamento.  Per la Taranto “perla del Regime” e “città tre volte fascista”, liberata prima della Liberazione, iniziava un dopoguerra tutto particolare, mentre il resto della penisola doveva ancora affrontare i giorni dell’ira e del dolore.
       Quanto al fascismo jonico, esso era praticamente defunto prima ancora della nascita del governo Badoglio: nel giugno del ’43 i gerarchi tarantini, durante un’ispezione per la consegna del grano agli ammassi, venivano colti in flagrante chiancareddata:  una inopportuna abbuffata con “il nemico alle porte”, che giustificava il feroce sarcasmo inglese del “Daily Telegraph”. La direzione del Fascio veniva azzerata e ricostituita il 24 luglio, ma il giorno dopo il dittatore era gà deposto.  Il maresciallo Amalfitano, della squadra politica della questura, chiudeva la Federazione e si portava a casa le chiavi. Il 26 luglio il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”, il tarantino squadrista Pupino Carbonelli,  faceva capire ai lettori di essere l’unico italiano non informato della fine del Regime. Quando veniva convinto dagli altri redattori  che non era più il caso di elogiare il Duce, Carbonelli scompariva dalla circolazione. Il 28 luglio la “Gazzetta” si decideva finalmente a comunicare la caduta del fascismo.  A Taranto il Prefetto non registrava “alcun turbamento dell’ordine pubblico”.  “La guerra ufficialmente era finita, mentre continuava” (Emilio Lussu).

2 )  L’occupazione alleata

      Dopo lo sbarco dei carri armati, la città cominciava a riempirsi di angloamericani, neozelandesi, australiani, canadesi, francesi, polacchi, algerini, marocchini, sudafricani, indiani, greci, con l’inevitabile  requisizione del cinquanta per cento delle case e dell’ottanta per cento degli edifici pubblici: occupati prima gli alberghi, le ville, gli appartamenti dei gerarchi fascisti e dei cittadini più ricchi, poi gli appartamenti comuni, in primis quelli dotati di stanza da bagno. In due o tre ore bisognava abbandonare mobili e biancheria e il town-major, a titolo di consolazione, suggeriva soltanto di supporre che una bomba avesse distrutto ogni casa. In città risultavano distrutte 800 abitazioni e duemila vani erano danneggiati.  Gli angloamericani si sistemavano nel Palazzo degli Uffici, con requisizione e sgombero del liceo “Archita”:  tutta la suppellettile veniva ammucchiata nel mercato di via Alfieri. I polacchi si sistemavano in Piazza Bettolo, i marocchini sul “monte delle vacche” presso Viale Virgilio,  gli indiani in via Duca di Genova. Gli inglesi occupavano anche il convento di S. Antonio, a ridosso della Villa Peripato: ivi veniva installata una piscina in cemento armato  for officiers only.
      La città era in preda al caos.  Quasi tutti i negozi erano chiusi e mancavano gli articoli di più largo consumo. Tutti i traffici si esercitavano in case e portoni. Rapidamente sorgevano efficienti organizzazioni per il commercio di farina, sigarette, coperte, scarpe, scatole di burro, di carne, di formaggio sottratte ai magazzini degli alleati. Nei pressi del ponte i grandi carri militari dovevano rallentare o fermarsi e la “roba” veniva fatta sparire in un baleno e inghiottita nei vicoli a opera delle bande di  panarijdde, ragazzini lesti e organizzati.  A nulla valevano le requisizioni dei red caps e i cartelli di off limits posti nei punti d’ingresso della città vecchia. Le varie forme di prostituzione e di violenza sessuale non si discostavano purtroppo da quelle ricorrenti nelle altre zone dell’Italia “liberata”. Gli incidenti più frequenti venivano provocati dai soldati inglesi ubriachi e un comportamento particolarmente aggressivo caratterizzava le truppe franco-marocchine. I problemi dovevano ulteriormente aggravarsi per la gran quantità di profughi che cominciavano a pervenire dalle zone di guerra  (già duemila alla fine di novembre, con una consistente presenza di ebrei). Per tempo si era provveduto alla installazione di un ospedale.
      Soddisfare la fame era il pensiero dominante:  si dava la caccia al pane bianco, alla polvere di piselli, al  corned beef.  Le ragazze partecipavano a feste da ballo mentre fratelli o fidanzati attendevano pazientemente fuori dai locali, nella speranza di rimediare qualche scatoletta.  Intanto cresceva una umorale e rozza offensiva nei confronti del commerciante “affamatore”. Eppure quella Taranto così degradata vantava un grande punto di forza: era l’unica città italiana ad aver mantenuto intatto il proprio impianto industriale.


    3 )  L’orgoglio dell’industria militare

      Come già nel primo dopoguerra,  solo gli arsenalotti e i cantierini continuavano a tenere alto il loro protagonismo sociale. Dall’8 settembre 1943 al 31 luglio 1945 venivano riparate ben 1846 navi:  621 della Marina da guerra alleata, 1022 mercantili, 203 piroscafi nazionali in servizio alleato, centinaia di unità da guerra italiane. Per circa 2.100 interventi si arrivavano a contare punte di 13.000 operai e 2.000 impiegati. I lavori venivano eseguiti a tempo di primato per ogni unità riparata. Le autorità navali britanniche si profusero in elogi e ampi riconoscimenti ai tecnici e alle maestranze dell’Arsenale e del Cantiere Tosi per la perizia professionale dimostrata, in particolare per la riparazione della  Abercrombie.  Il porto di Taranto sostenne per venti mesi l’iniziativa militare, garantendo anche il rimpatrio di decine di migliaia di militari italiani:  furono aperte le porte dell’Arcivescovado e venne installato il Campo di “S. Andrea”. 
     In questo Campo furono internati tra il febbraio e il maggio 1946, sotto il controllo inglese, circa diecimila prigionieri italiani: si andava da prigionieri catturati prima dell’ 8 settembre a internati appartenenti alle forze nazi-fasciste, fino ai cosiddetti “recalcitranti”: componenti delle Brigate Nere, della Legione  “Muti”, della X Mas , della “Folgore” e dei repubblichini del maresciallo Graziani. Dalla fine del ’45, man mano giungevano oltre 20.000 ex prigionieri provenienti da India, Kenia, Egitto, Sud Africa, Inghilterra. Era penoso il pellegrinaggio di parenti che giungevano da varie parti d’Italia per cercare contatto con propri congiunti.  Un campo provvisorio veniva allestito in un uliveto alla periferia di Taranto, per accogliere centinaia di ebrei di diversa nazionalità e slavi. Mentre andava esaurendosi l’impegno bellico, fra settembre e novembre  del 1945, si dovette  fronteggiare anche il flagello della peste.


 4 )  Il Comitato di Liberazione Nazionale

       La componente operaia, con il suo alto peso specifico nell’economia cittadina, con alle spalle un’antica tradizione organizzativa e una opposizione non eclatante ma comunque onorevole al regime fascista, aveva le carte in regola per guidare la transizione al postfascismo. “Rossi ed esperti”,  si diceva. A questa componente dovevano fare riferimento i capi delle organizzazioni politiche e popolari, per lo più confinati e fuoriusciti, che dopo lunghi anni di lontananza o di reclusione dovevano riorientarsi in una realtà magmatica e scombussolata. Del rinnovamento politico avrebbe dovuto farsi carico il Comitato di Liberazione Nazionale che tuttavia a Taranto non aveva liberato niente e nessuno e poteva solo collaborare con gli angloamericani. Non mancavano le discussioni, come quelle sulla toponomastica: in genere vennero ripristinati i toponimi del periodo pre-fascista, ma piazza Giordano Bruno non riuscì a riconquistare la sua vecchia targa. Il filosofo abbruciato dovette cedere il toponimo a Maria Immacolata.
       Nominato commissario al Comune l’avvocato Agilulfo Caramia, nel settembre del ’43 si costituiva il C.L.N.  nella tipografia del liberale Nicola Pappacena: presenti, oltre al proprietario del locale, Drago e Solari per i socialisti, Voccoli e Renzulli per i comunisti, Santulli per gli azionisti, D’Elia e Pierri per i democristiani. L’unico “intellettuale” del gruppo a godere di un certo prestigio culturale era  Ciro Drago, direttore del Museo, al cui interno aveva costituito clandestinamente una prima cellula del  C.L.N.  ospitando, su interessamento del comunista Voccoli, il senatore Palermo, perseguitato politico, responsabile per il Mezzogiorno della formazione dei Comitati. Al Drago si affiancavano i comunisti Latorre e La Sorsa, i cattolici Mastronuzzi e Sgarrone, il Lamanna per il Partito d’Azione (la consistenza dei socialisti e azionisti era quasi irrilevante).  Da parte loro i liberali si consideravano i legittimi rappresentanti della borghesia cittadina e gli eredi della tradizione municipale prefascista: tale componente doveva inevitabilmente riprodurre le vecchie fazioni rissose e personalistiche,  con un prevedibile approdo al partito de “L’Uomo Qualunque”.


 5 )  I cattolici in politica

     La Democrazia Cristiana sorgeva presso la sede della Fuci ma faticava a far emergere un gruppo dirigente che avesse una qualche memoria storica del vecchio Partito Popolare. Aveva tuttavia un sicuro punto di riferimento nel giornale “Giustizia sociale”: otto numeri fra il 28 novembre 1943 e il 16 gennaio 1944.  Il direttore responsabile era una figura abbastanza eccentrica nel panorama politico municipale, il medico e poeta Michele Pierri.  Ex marxista, uscito dal carcere fascista nel 1934,  aveva elaborato una forma di cattolicesimo di sinistra e aveva cercato di organizzare un gruppo di “opposizione illegale cattolica”, promuovendo nel 1944 un collegamento con la tendenza nazionale capeggiata da Franco Rodano.  Le idee progressiste di Pierri costituirono la base programmatica del primo nucleo democristiano,  alquanto radicale a giudicare dal manifesto  (pubblicato su “Giustizia sociale” del 28 novembre)  con cui il nuovo partito si presentava ai lavoratori:  “ La Democrazia cristiana, volendo realizzare nel campo sociale i principi di giustizia e di amore che sono contenuti nel Vangelo, intende restituire ad ogni lavoratore la dignità e la libertà economica calpestata dal capitalismo, facendo partecipare tutti i lavoratori  (…)  al possesso della proprietà  (…)  socializzando cooperativamente il grande capitalismo  (…).  Con tale base d’indipendenza economica, la Democrazia cristiana intende costruire uno Stato democratico,  che dia effettiva indipendenza sociale e politica ad ogni lavoratore e lo liberi dal timore di ritorni alla soggezione del capitalismo sotto qualsiasi forma”.  “La moltitudine dei proletari bisognosi - si legge nell’organo della sezione jonica della Dc - e il grandissimo esercito dei braccianti della campagna, ridotti a un’infima condizione di vita” pongono la necessità che  “in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con equa proporzione presso i ricchi,  e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori d’opera”.
      In quel momento,  principale terreno d’intervento della propaganda democristiana era quello dell’ineguaglianza sociale,  affrontata non soltanto sul piano della redistribuzione della ricchezza, ma anche su quello dei rapporti di produzione. Partecipazione agli utili e ai capitali nei settori aziendali,  sviluppo della proprietà terriera tramite l’organizzazione di cooperative di credito, produzione e consumo,  erano i capisaldi del programma lanciato sulle colonne del tarantino “Giustizia sociale”,  che trovava riscontro nell’organo della Dc barese, “Il Risveglio”, che nel gennaio del ’44 avvertiva gli industriali che  “da un problema di ricchezza si passerà nel secondo dopoguerra a un problema di collaborazione nella produzione”.  Risultava robusta l’influenza del popolarismo sulla stampa, ma emergevano forti differenziazioni fra i gruppi dirigenti: non a caso nel ’46, con l’emarginazione della corrente popolarista, dovevano concludersi le vicende del barese “Risveglio” e del tarentino “Corriere jonico”.
       Se la Dc trovava difficoltà a inventarsi quasi dal niente un gruppo dirigente, il Partito comunista aveva buone credenziali per porsi alla testa dello schieramento antifascista: era l’unico partito ad aver conservato durante tutto il ventennio una opposizione organizzata al Regime, mantenendo solide radici nella classe operaia dell’Arsenale e dei Cantieri  (l’unica componente solida in una città allo sbando)  e potendo offrire l’esperienza di tre generazioni di dirigenti antifascisti da Voccoli a Latorre a De Falco. Malgrado la dabbenaggine dei gerarchi, succubi del salentino Starace o del foggiano Caradonna, il fascismo jonico non era stato un “regime da operetta”. Il suo volto più violento si era manifestato già nel luglio del ’21 con l’assassinio dell’operaio dei Cantieri “Tosi” Raffaele Favia e il 28 aprile del ’22 con l’uccisione del comunista Giuseppe Migliaresi. I comunisti potevano vantare quadri dirigenti temprati da una fiera opposizione, non scalfita dalla persecuzione e dalla prigionia: Odoardo Voccoli era stato condannato due volte dal Tribunale Speciale, prima a 12 e poi a 4 anni di carcere. Suo figlio Wsevolod era morto in carcere, come Alessandro Volta, Antonio De Valeris e i fratelli Mellone (condannati a 10 anni di carcere, Francesco moriva nel ’28 e Federico nel ’36).


6)  Le forze social-comuniste e i sindacati

        Si avviava prontamente la riorganizzazione e la sede del Partito veniva aperta il 21 novembre del ’43, in via Berardi n. 79:  “entrando per la prima volta, dopo  dopo vent’anni di vita clandestina e perseguitata, in una sede ufficiale nostra, rivedendo alla luce le nostre rosse bandiere ed i nostri fatidici simboli - che nascondemmo lungamente alle perquisizioni degli sgherri della reazione - un’onda di commozione ci è salita al cuore”.  Si formavano le cellule di partito e organismi come il Fronte della Gioventù e l’Unione Donne Italiane. Attraverso figure come Giuseppe Latorre, commissario provinciale dei sindacati dell’Industria,  i comunisti fornivano al movimento una proposta assai moderata e legalitaria, mirata a non esasperare le lotte rivendicative,  puntando piuttosto sul consolidamento dell’organizzazione sindacale in fabbrica.  Fra il ’43 e il ’48  l’organizzazione sindacale conosceva a Taranto il vertice della propria rappresentatività, mentre i partiti erano ancora impegnati in processi di omogeneizzazione interna.  Nel gennaio del ’44 si costituiva in Arsenale uno spaccio aziendale con adeguate attrezzature e mezzi di trasporto. Si avviava anche la gestione del cinema  “Cral Arsenale”, un centro culturale che doveva assolvere ad una funzione anche sociale e ricreativa,  e di un arenile fornito di cabine in muratura per i bagni lungo la litoranea per S. Vito. Si moltiplicavano anche le pratiche di assistenza e previdenza.        
      Quando gli operai del  “Tosi” scioperarono per reclamare cospicui aumenti salariali, con fatica i dirigenti sindacali evitarono possibili violenze.  Il 30 aprile 1944 in Arsenale si registrarono momenti di nervosismo: gli operai avevano smantellato fasci littori ed espressioni “artistiche” del regime,  sostituendoli con simboli del lavoro, simboli che diedero fastidio ad alcuni ufficiali nostalgici, che determinarono l’intervento di marinai armati di moschetti e baionette. La mattina del 1° Maggio del ’44  falci e martelli di dimensioni gigantesche e slogan antifascisti istoriavano le pareti delle officine.  Malgrado le intimidazioni di alcuni colpi di moschetto, una bandiera rossa sventolava sulla tettoia della navata centrale,  per celebrare la giornata internazionale del lavoro.     Nel mese di giugno, gli arsenalotti attuarono il primo vero sciopero a causa del costante rincaro dei prezzi.  Dopo  più di venti anni si apriva una trattativa fra l’Amministrazione e i rappresentanti dei lavoratori.  Imponente fu il comizio tenuto in Arsenale da Giuseppe Di Vittorio nel giugno del ’44, seguito da un tratto di Mar Piccolo verso i Cantieri Navali, con l’equipaggio che cantava l’Inno dei lavoratori e l’ Internazionale.  L’8 settembre del 1944 veniva ricevuta in Arsenale una delegazione sindacale anglo-americana.
       La sofferenza sociale doveva comunque dar luogo a moti di protesta che talvolta scavalcavano con irruenza tanto le rappresentanze politiche quanto i limiti della legalità,  come nei tumulti scoppiati il 2 febbraio 1944.  Un corteo di 3000 operai, in larga parte dei Cantieri, assaliva la Prefettura rompendo i cordoni della polizia e delle forze armate, scovando ricche e ben occultate scorte di prosciutti, formaggi, sacchi di farina e caffè.  Ancora più esasperati, i manifestanti si misero alla caccia del prefetto Soprano, un vecchio arnese del fascismo che a Napoli, il 23 settembre del ’43, aveva costretto i giovani, pena la fucilazione, ad eseguire lavori forzati agli ordini dei tedeschi.
      Il prefetto, tirato fuori da uno sgabuzzino dove si era nascosto, venne trascinato a forza alla testa del corteo e in piazza Carmine, vedendolo sfinito, i dimostranti lo misero su una carriola. Solo l’intervento dei dirigenti comunisti riuscì ad evitare il peggio ed il misero potè trovare rifugio nella chiesa del Carmine, sostenuto dalle robuste braccia di un appuntato. Significativamente i soldati e marinai accorsi non spararono neanche un colpo, fidando sull’autorevole intervento dei dirigenti operai. Il prefetto si dimise e nel mese di marzo, alla presenza di 500 lavoratori dei Cantieri, venne costituita la Camera del Lavoro. I lavoratori del “Tosi” si diedero anche un organo di stampa: “Lo Scalo”, redattore Franco Candelli.


7)   La vischiosa transizione

       Il 9 maggio 1944 Ciro Drago veniva con decreto prefettizio nominato Sindaco, ma il C.L.N. menava vita assai grama. Un tentativo di dibattito veniva suscitato dal giornale  “Forze Nuove”, nato il 19 ottobre del ’44 come organo del  C.L.N.  della provincia, diretto da Michele Pierri, ma il tessuto della generica unità antifascista si andava sfilacciando. Le divergenze emergevano con sempre maggiore chiarezza e cominciavano ad evidenziarsi schieramenti ben distinti. La tradizionale componente laica e liberale si faceva sedurre dalla sirena qualunquista: la  “Voce del Popolo” dell’8 gennaio 1945 presentava il “nuovo grande settimanale italiano ‘ L’Uomo qualunque’ (…)  che interpreta magistralmente il pensiero della stragrande maggioranza degli italiani” e questo mentre nel resto del paese,  i partigiani stavano combattendo l’ultima sanguinosa battaglia per aggiustare gli errori dei padri e conquistare all’Italia il passaporto per la libertà.
      Nel successo dell’  “Uomo Qualunque”, il giornale diretto da Guglielmo Giannini dopo la  caduta del fascismo,  umori e veleni dell’oscuro ventennio si mescolavano a paure e diffidenze per una democrazia ancora sconosciuta. Giannini si può considerare a buon diritto il profeta dell’antipolitica:  grande istrione, una sera a Cagliari incantò una piazza trascinando 30mila persone a cantare in coro Dove sta Zazà.
     Mentre al nord si selezionava sul campo di battaglia la formazione di una nuova classe dirigente,
in un contesto come quello tarantino di  “altro dopoguerra”, la transizione politica presentava caratteri sempre più vischiosi e gattopardeschi. Le misure,  avviate dal Comando Alleato, di epurazione degli ex camerati che avevano commesso “azioni delittuose” e di  defascistizzazione come rimozione dalle cariche acquisite per  “meriti fascisti”,  non vennero applicate con mano pesante. Non subirono alcun fastidio zelanti propagandisti della cultura di Regime come il preside del Liceo classico Luca Claudio - come ha scritto Francesco Terzulli,  aveva per tempo  distrutto  materiali compromettenti dell’epoca fascista - e l’ispettrice Maria Luigia Quintieri che,  per tutto il Ventennio era stata considerata l’unico vero “uomo forte” dello sgangherato Fascio tarantino. Come ha ricordato il vecchio fascista Peppino Marzullo, il comportamento del presidente del Comitato di epurazione Voccoli “non fu vendicativo”.
      In un dattiloscritto datato 16 novembre 1983  (Sezione “Mandragora” del Msi)  si cita l’esistenza, fra il 15 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, di un Fascio clandestino sovvenzionato da una nobildonna per sostenere le famiglie dei carcerati. Citati come aderenti: Marzullo, Giudetti, Paragona, Priore, Blandamura, Catapano, Paddeu, Caggia, Buzzerio, Cavani, Pierri della X Mas. Quasi tutti gli ex camerati poco compromessi riuscirono senza difficoltà a mimetizzarsi negli ambienti conservatori e qualunquisti. Il periodico democratico-liberale “La Rinascita” considerava addirittura l’epurazione come la  “malattia del secolo”.


 8)  Esaurimento del C.L.N

     Il blocco delle sinistre si riconosceva, dal giugno del ’45, nel giornale  “Unità Proletaria”, con una campagna per la salvaguardia degli impianti industriali, la riconversione degli apparati produttivi dall’industria di guerra a quella di pace, con il relativo passaggio dall’una all’altra delle maestranze specializzate, mentre erano in atto processi di smantellamento e di espulsione della manodopera,  soprattutto femminile, dal processo produttivo. Per la prima volta l’8 marzo 1945, su iniziativa di una operaia di Buffoluto, Matilde Pignatelli della direzione sindacale, si tennero assemblee in diversi reparti femminili, illustrando il significato della Giornata Internazionale della Donna.
     Il partito cattolico tendeva a polarizzare il fronte moderato, con una rapida mutazione nel giro di pochi mesi. Le idee generose e forse ingenue di Michele Pierri venivano progressivamente accantonate. Quella eredità era ancora avvertita nel  “Corriere Jonico” uscito il 13 gennaio del ’45 con un editoriale intitolato Rinnovarsi,  ma nella primavera il gruppo di Pierri, Mandrillo, Amoruso, Manganella, Di Noia, Curci, Vinciguerra, era ormai emarginato. La leaderschip della Dc jonica veniva assunta dal  “colonialista” Domenico Latanza, proveniente da Tecazzè, che in anni successivi doveva coerentemente transitare nelle schiere neofasciste.
       Il C.L.N. concludeva la sua storia con il comizio del 25 aprile in piazza della Vittoria.  Già nascevano a Taranto e in provincia (Martina Franca, Massafra, Palagianello…) le prime sezioni di partigiani che ritornavano alle loro case e non mancavano di onorare i caduti. Nel 2010 Mario Gianfrate ha rievocato sul  “Corriere” alcuni eroici tarantini, come il sottotenente Cataldo Zingaropoli che, arruolatosi nella formazione partigiana  “Garibaldi”, cadde in uno scontro all’arma bianca a Sangiaccato il 16 novembre 1943;  il capitano medico Antonio Quagliati che, al rientro dalla Grecia, si pose in contatto con gruppi partigiani ma, catturato dalle SS , venne trucidato nel campo di Buchenwald;  nello stesso campo morì Cataldo Blasi, mentre a Dachau morirono Luigi Balsamo, Pietro  Di Roma e Michele Schiavone; a Gusen Costantino Basile, Alfonso Fratini, Alessandro Massante, Francesco Moschettini, Giuseppe Riccardi, Floriano Buccolieri. Uccisi dai nazisti furono anche il capitano Celestino Basile e Domenico Carucci. Una lapide posta nel 1947 ricorda gli uomini del Cantiere “Tosi” caduti durante la Resistenza. Deportati a Mauthausen: Pericle Cima, ingegnere; Alberto Giuliani, perito tecnico; Carlo Grassi, tubista; Francesco Orsini, tornitore; Angelo Santambrogio, operaio; Antonio Vitali, tubista; Ernesto Venegoni, modellista. Caduti in combattimento: Dante Galeazzi, meccanico; Gaspare Calini, fabbro; Luigi Ciapparelli, operaio; Elio Colombo, impiegato; Gaetano Colombo, tornitore; Marcello Colombo, disegnatore; Adelmo Marinoni, tubista; Ernesto Musazzi, manovale.  

                                                                      ***

       Fra i non pochi antifascisti tarantini che parteciparono alla Resistenza , si ricordano belle   figure di patrioti esemplari.  Mario Gianfrate ha rievocato il ruolo esercitato dal giovane Franco Basile nelle file socialiste delle “Brigate Matteotti”. Si distinse nella battaglia di Tuscania, nel viterbese, lanciandosi arditamente in un assalto contro i reparti tedeschi, scagliando bombe a mano contro le loro postazioni. Nello scontro cadde trafitto dai colpi di mitragliatrice nemica. Ha scritto di lui Beno Gessi, il comandante della Brigata, poi divenuto sindaco di Tuscania: “Con entusiasmo e coraggio visse le ultime ore della sua giovinezza, confondendo la sua sorte con quella dell’Italia, per cancellare l’infamia di oltre vent’anni di oppressione”.

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     Di rilievo i tre partigiani Pandiani: Bernardo, Pietro e Laura, nati a Taranto da Enrico e Addolorata Pisani.  Venivano da una famiglia di tradizioni garibaldine: il nonno aveva partecipato alle Cinque giornate di Milano, dove era rimasto ferito, poi alla difesa di Roma nel 1849.  Bernardo Pandiani, professore di matematica, ferito in Libia, operò come vicecomandante della brigata Giustizia e Libertà sul fronte dell’Appennino tosco-Emiliano. Gli venne conferita la Medaglia d’argento per aver collocato mine anticarro su una rotabile frequentata da colonne tedesche e per aver salvato dall’accerchiamento un presidio partigiano, respingendo i ripetuti attacchi tedeschi e recuperando quadrupedi , armi e materiali. Anche la sorella Laura ebbe a militare nella Brg. “Giustizia e Libertà” - Montagna, con il riconoscimento di Partigiana dal 27 novembre 1943 alla Liberazione.
       Il fratello Pietro,  ufficiale d’artiglieria,  inviato in Spagna nel 1936, venne poi spedito in Libia dove restò ferito come il fratello. In cura presso l’Istituto Rizzoli di Bologna, il professor Oscar Scaglietti, antifascista, fece loro conoscere Mario Jacchia  (medaglia d’oro alla memoria)  che li informò sul Partito d’Azione e fece loro conoscere Mario Bastia,  altro martire della Resistenza bolognese,  Pietro Foschi e Gianguido Borghese.
     Da questa piccola cerchia nacque la brigata Giustizia e Libertà che, oltre a Gaggio Montano e Castel d’Aiano, agì a Lizzano in Belvedere, Fanano e Ronchidos, sotto il comando di Pietro Pandiani (Captain Peter).  La formazione era ininterrottamente impegnata in quotidiani combattimenti dal luglio all’ottobre 1944.  Durante l’assalto a Monte Belvedere,  il 12 dicembre 1944 perse la vita Antonio Giuriolo,  di cui scrisse Luigi Meneghello in “Piccoli maestri” .  Testimonianza di Francesco Berti Arnoaldi,  Liceale al Galvani di Bologna: “Il 24 giugno salii alla chiesetta di Ronchidoso. Lì,  in una sorta di foresteria,  presto mi raggiunsero una trentina di compagni di liceo.  Più tardi giunse il capitano Pietro Pandiani, un ufficiale che aveva combattuto a Tobruk.  C’era un bel clima da stato nascente, il capitano era deciso, determinato.  Trenta ragazzi e un capitano: l’immagine stessa della Resistenza. Formammo la brigata  GL - Montagna, l’unica nel bolognese”.
      Pietro Pandiani il 21 aprile 1945 entrava a Bologna alla testa dei suoi uomini.  Venne riconosciuto partigiano con il grado di tenente colonnello dall’11 ottobre 1943 alla Liberazione. In quella brigata militava anche il giornalista Enzo Biagi,  che ha lasciato un commosso ricordo del partigiano tarantino:  “ Il capitano Pietro, per noi giovani uomini di Giustizia e Libertà, è stato non solo uno straordinario comandante, ma anche un esempio di rigore, di pulizia, di modestia. Voleva proteggerci, e non solo dai pericoli della guerra, ma anche dagli equivoci della politica, dalle furbizie delle piccole strategie, dai compromessi disinvolti. Ha vissuto con rara coerenza: quando tutti, o quasi, hanno avuto l’occasione di ottenere qualche beneficio, lui non ha chiesto nulla. Non è stato un reduce ‘di professione’. Non ha fatto carriera. Non ha cercato né gli hanno dato un buon posto. Lo ha conservato, però, nel cuore dei suoi vecchi ragazzi, e il tempo, e i fatti che ci assalgono, rendono più acuto il rimpianto”.


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