martedì 21 aprile 2015

70esimo anniversario della Liberazione. Convegno a Taranto il 24_04_15

70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


UNIVERSITA' di TARANTO- VIA DUOMO (Borgo antico)

24 Aprile 2015 - ore 10.00


TARANTO: 25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2015

Saluto:
EZIO STEFANO Sindaco di Taranto
Introduce:
GIOVANNI BATTAFARANO Presidente ANPI-TARANTO
Interventi:
SALVATORE ROMEO Istituto Studi Storici "L'Economia"
PINO STEA Storico "La Politica"
ROBERTO NISTRI Storico "La Cultura"
Conclude:
ANTONIO URICCHIO Magnifico Rettore dell'Università

al termine della conferenza ci sarà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso sul "70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


ANPI TARANTO

Settantesimo della Liberazione:  25 aprile 1945 -  25 aprile 2015

Roberto Nistri - Cultura e territorio a Taranto

1. L’illusione della Fiera del Mare e la “bella morte” del Premio Taranto (1946-1953)

      La città si era misurata onorevolmente con il grande conflitto mondiale, giocando un ruolo di primo piano nella fase finale della guerra, conseguendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte delle forze alleate per l’eccellenza delle maestranze, in virtù anche di un apparato industriale conservato praticamente intatto: una eccezione fra le grandi città italiane. Inevitabili erano le preoccupazioni per l’azzeramento della flotta e una difficile riconversione da una economia di guerra a una di pace.  Doveva da subito affacciarsi la richiesta,  un po’ peregrina,  di un “risarcimento” per l’impegno patriottico sostenuto dalla cittadinanza.
      Si apriva una nuova stagione,  non di entusiasmo ma certo di passione. Ricorrendo a  un titolo di Dickens , Il racconto delle due città, abbastanza appropriato per la Taranto bimare, si potrebbe dire: “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Il 14 agosto 1946 veniva inaugurata, alla presenza del capo dello Stato Enrico De Nicola, la Fiera del Mare: una messa in valore di attrezzature e capacità produttive concernenti la cultura del mare e la capacità di creare un mercato marinaro, unico in Italia e in Europa. Un brand eccellente. Purtroppo l’iniziativa doveva svilupparsi fiorente in quel di Genova, mentre a Taranto nel ’51 la Fiera chiudeva i battenti: gli stands, diventati luoghi di convegno per coppiette, venivano demoliti con le ruspe. Il fallimento di una imprenditoria sui generis, incapace di schiodarsi dalla monocultura statale.
      Una sorte più gloriosa ma più sofferta  doveva toccare al Premio Taranto: il Premio del Mare, per la narrativa e le arti figurative. L’ iniziativa  nasceva con l’esclusivo sostegno di privati cittadini, per lo più ex studenti del liceo “Archita”, con  una giuria di alto rispetto presieduta da Giuseppe Ungaretti. Partecipavano protagonisti di primo piano della cultura italiana, come  Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Gianna Manzini, Enrico Falqui, Marco Valsecchi, Pier Paolo Pasolini… La produzione pittorica - Meloni, Casorati, Birolli, Pirandello, Turcato, Apollonio -   all’insegna dell’arte d’avanguardia,  scandalizzava il basso provincialismo meridionale, ma dalla stampa nazionale veniva  paragonata alla Biennale di Venezia. Un “critico” barese vaneggiava di una donna incinta svenuta al cospetto dell’arte astratta, ma l’operazione, con gran concorso di pubblico, doveva fare scalpore.   La manifestazione veniva ripresa in diretta da “La Settimana Incom”, il cine giornale dell’epoca e  la mostra veniva ospitata a Roma e a Milano.   “La Fiera  letteraria”  avrebbe dedicato all’evento un corposo numero speciale.
      Onore e gloria per Antonio Rizzo e il Circolo di cultura? Quando mai! L’Amministrazione Provinciale, in prima linea l’assessore Monfredi, sollecitava una rapida sepoltura del Premio, con strascichi  giudiziari.   Come si diceva,  “non ci furono mai giorni così belli, non ci furono mai giorni così brutti”.
       Nel 1953 il Premio Taranto chiudeva i battenti, con il  De Profundis di Ungaretti: “Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia”. Non ci sarebbe stata la quinta edizione: si preferiva salvarne la memoria, piuttosto che sottometterla alle indebite appropriazioni da parte di istituzioni e politici di basso conio. Rimane la memoria. “Favolosi quegli anni, avrebbe ricordato Rizzo”.

2. Glorie  di Terronia

       Il Premio aveva dovuto combattere contro il “culturame”scelbiano e il “melmoso” italo-maccartismo denunciato da Francesco Flora,  con la riduzione di opere d’arte a sagre parrocchiali (Leonida Répaci). Si metteva di traverso anche l’ottuso stalinismo antiastrattista, sul quale  in seguito lo storico Paolo Spriano avrebbe calato un velo pietoso.  Ma le minacce più insidiose provenivano dal sottobosco dei pseudoartisti senza arte né parte, sempre in cerca di patroni e patronesse da mungere. Valga l’esempio della ingloriosa “Università dei Terroni”  che apriva sede a Taranto in via Gorizia n.16. Come si leggeva nello Statuto del 1946, l’Ente veniva istituito per propugnare “la giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti”.  Un programma assai bizzarro: anticipando Andy Wharol, venivano promessi cinque minuti di gloria per ogni aspirante “Sacerdote dell’arte”.  L’impegno era quello di difendere “tutti i valori dello spirito di Terronia”, termine che acquisiva un significato di nobiltà, tanto da garantire titoli onorifici: Libero docente, Cavaliere dello Spirito,  addirittura Senatore, con tanto di timbro del regno di Terronia. Quasi la Cacania di Musil e la Freedonia dei fratelli Marx.  Poetastri spostati e maestri di non si sa che,  si allocavano nel sottobosco autocraticamente governato dal grafomane Franco Di Napoli, che riusciva a pietire qualche blando conforto dal direttore del museo archeologico e dal rettore dell’Università di Bari. Incredibilmente tale baraccone  veniva preso sul serio da non pochi notabili locali, della Camera di Commercio e dell’Associazione degli industriali, molti dei quali erano fieri avversari del Premio Taranto.  Solito spirito di cricca e  produzione accademica nulla.

3.  Jonica autarchia editoriale

      La civica biblioteca “Acclavio”continuava ad essere  frequentata da una ristretta cerchia di eruditi e cultori di storia patria, ma lo stesso direttore Vito Forleo doveva ammettere che a Taranto non si riusciva a pubblicare alcuna ricerca confrontabile con gli studi baresi, come la “ Rassegna pugliese”  o i  tre volumi di Terra di Bari.  “Colpa dell’incostanza e della tendenza al rinvio, il lavorare ignorandosi l’un l’altro, quel rimettersi al caso…” (citato da Silvano Trevisani, 2015). Dal punto di vista editoriale, per opuscoli e opuscoletti d’occasione,  bastava e avanzava il buon tipografo- editore Salvatore Mazzolino; non era il caso di spingersi oltre le mura cittadine. Forse è più interessante rilevare come, durante il fascismo, nella borghesia “illuminata” tarantina non si era registrato un solo abboccamento con Casa Laterza e il circolo antifascista  dei crociani. Negli anni della rinascita  veniva anche  sprecata  l’occasione offerta dall’editore Lacaita di Manduria, che intendeva coagulare un ampio fronte della cultura anticonformista , a partire dal primo Convegno Pugliese per la laicità dello Stato e della scuola Nazionale, tenutosi proprio a Taranto, nel 1948,  nel teatro Fusco. Nel ’49 Piero Lacaita, in stretto sodalizio con lo storico Gabriele Pepe e uomini come Basso,  Fiore e Canfora, avviava la sua attività editoriale. Nella città bimare  non scattava un  feeling con la nascente casa editrice,  ad appena 30 km. Da Taranto.   Magari i cataloghetti del Premio Taranto, confezionati al risparmio e rapidamente esauriti, avrebbero avuto una veste più adeguata e certi rapporti si sarebbero  irrobustiti.   Solo in tempi successivi a Lacaita saranno affidate operazioni all’altezza della editoria manduriana.

4. I cuori malinconici

      Alla città non mancavano le belle intelligenze, apprezzate ben oltre le mura cittadine: il poeta Michele Pierri, che avrebbe sposato la poetessa Alda Merini; il bibliotecario insigne Vito Forleo, storico ed erudito; lo scrittore Cesare Giulio Viola, che avrebbe scritto, dal suo libro Pricò,  la sceneggiatura de I bambini ci guardano (1943)  togliendo la maschera familista ad una dolcezza  soltanto apparente. Ancora con Vittorio De Sica conquistava   l’Oscar con la sceneggiatura del film Sciuscià (1946).  La poetica di Viola oscillava  fra realismo e naturalismo piccolo borghese, fra grigia banalità esistenziale e l’eccezionalità del tragico quotidiano. Era la scrittura dell’uomo scisso, l’intellettuale impossibilitato ad essere se stesso, il dandy  attediato.  Figura archetipa era quel “Diogene Saturnino”  nel quale Vito Forleo aveva rappresentato lo spleen di una lost generation, assolutamente impolitica ed estranea alle storie delle classi subalterne,  a cavallo fra fascismo e nuova democrazia.
      Per completezza si potrebbe impostare una topografia culturale,  che veda ai piani alti la grande storia industriale,  la vocazione ad uno sviluppo donato con correlata servitù volontaria; al piano di mezzo una area minoritaria di intellettuali provvisori, stranieri in patria e spesso sul piede di partenza. Unica eccezione quell’Antonio Rizzo che,  con alcuni  capitani coraggiosi,   sognava per Taranto un nuovo cielo e una nuova terra, sostenendo la necessità di una ricomposta identità cittadina che coniugasse il rispetto verso il passato con l’apertura critica verso il nuovo, mentre al piano di sotto si sedimentava quella che altrove abbiamo chiamato l’ideologia  “cataldiana”.
  Se gli intellettuali si avvolgevano nel loro mantello  di malinconia, il cataldiano “verace” (?!) aveva come compagna fedele la nostalgia: di quello che si era perso,  ma soprattutto di quello che non si è mai avuto. Viene in mente un film cult del 1996:  Trainspotting. Stare seduti e guardar passare i treni. Molto tarantino.

5. Madre nostalgia

      In realtà a Taranto non ha mai assunto rilievo una autentica intellighenzia industrialista, né da parte operaia, né da parte imprenditoriale: una figura fortemente esplicativa doveva affermarsi in seguito con lo stereotipo del “metalmezzadro”.  L’intellettuale dis/organico percepiva la propria inessenzialità. Lo spaesamento produceva la nostalgia dell’altrove, facendo scattare il dispositivo ideologico volto a trasformare la debolezza in virtù. Nel cuore della piazzaforte militare,  l’ininfluente uomo di cultura, professore o avvocato, s’inventava una missione: il paladino della tarentinità. Funzionava una mitologia di matrice municipal-popolare, pensata come argine identitario nei confronti della città mutante. Tale ideologia è stata l’oppio degli intellettuali tarantini, residenti o fuggiaschi, esteti o combattenti. Una idea-forza, impegnata a delineare una mappa sentimentale, una Taranto del cuore:  la vita come cerimonia rituale, osservata come un tempo ciclico,  al riparo dalla temporalità orizzontale del progresso e del consumo. La durezza della storia ha ormai ridotto l’identità cataldiana ad una dimensione residuale e ormai sarebbe vano   attardarsi nell’inseguire la sua ombra. Il  tarantologo del nuovo millennio rimedia qualcosa guidando in visita nel centro storico non i turisti,  ma i suoi concittadini.

6. La guerra del mattone


      Negli anni successivi,  la cittadinanza doveva ancora sbrogliare la matassa di tre piani regolatori: Tian, Bonavolta e Calzabini. Nella fase ancora precedente l’insediamento dell’acciaieria, l’unica iniziativa produttiva era rivolta all’edilizia  in un clima di  deregulation o assoluto far west. Per quanto riguardava il negletto Centro storico, il sindaco socialcomunista De Falco non nascondeva una certa nostalgia per lo sventramento mussoliniano. Non veniva fuori uno straccio di Piano Regolatore innovativo e a Taranto, sul fronte dell’urbanistica e dell’architettura (il linguaggio attraverso il quale il territorio racconta la propria storia)   la Civitas entrava in guerra contro se stessa,  con pervicace autolesioniamo.  Continui processi di mostrificazione, stigmatizzati  dallo storico dell’arte  Cesare Brandi e dal primo ambientalista Antonio Cederna.  Il boom irrazionale delle costruzioni, con la lottizzazione selvaggia e le licenze in deroga, già negli anni ’50 aveva imprigionato  il territorio, precludendo ogni via di scampo. L’amministrazione socialcomunista si impegnava a fondo (coinvolgendo anche la Camera del lavoro e la Cgil) in battaglie di estrema retroguardia,  come il marmoreo aquilifero della prima guerra mondiale.
       Si faceva strada  una vocazione per la grattacielomania che doveva eccitare soprattutto le nuove leve democristiane. Nel 1954 si paventava la demolizione dell’imponente Palazzo degli Uffici,  da sostituirsi con un grattacielo di 30 piani. Per fortuna la “ grande impresa nazionale” doveva scomparire insalutata ospite.  Purtroppo un altro sciagurato progetto,  avviato dai comunisti e portato a compimento dai loro successori,   doveva giungere a efferato compimento.  Trattasi dell’infame grattacielo del Lungomare che, malgrado il vincolo posto dalla Soprintendenza alle Antichità, avrebbe per primo violato  definitivamente il più maestoso affaccio al mare di tutta la Puglia, nascosto  e impedito da una proliferazione ininterrotta di brutture più o meno residenziali, seguendo fino a Capo S. Vito l’ennesimo muraglione,  protettivo del requisito “mare militare”.  Il notevole interesse archeologico dell’insediamento non turbava i sonni di proprietari e architetti.  La questione si risolveva nel  cantiere di notte, con dinamite e pistolettate,  perché gli imprenditori edili non potevano perdere tempo appresso alle Antichità. Il “Corriere del giorno”  commentava cinicamente: tutte le costruzioni di Taranto sono brutte e pertanto “dove ve ne sono 30, possono esservene 31”. Il disegno del Lungomare veniva pregiudicato  indefinitamente e il primo mastodonte, secondo le parole di Antonio Rizzo, poteva lanciare verso il cielo il proprio sinistro barrito di trionfo.

7. Paisielliana. Storia di un famoso monumento mai realizzato

      Il sindaco De Falco era un amministratore onesto, ma sicuramente inabilitato per le imprese culturali (da ricordare il pasticcio del Premio Taranto) e doveva impelagarsi in una gaffe siderale, di risonanza europea, a tutto discredito della cittadinanza. Sempre nel 1954 Comune e Provincia stanziavano le risorse per la troppo a lungo agognata erezione di un monumento a Paisiello. Come si dice, una erezione non si discute. Ma per una volta si scoprivano le carte: “si faccia un regolare bando di concorso , affidando ad Antonio Rizzo, l’unico competente sul campo, il compito di ordinare una giuria di tutto rispetto”.  Le aspettative non venivano tradite: membri della giuria erano Cesare Brandi, Raffaele Carrieri, Pericle Fazzini, Ignazio Gardella, Virgilio Guzzi, Marco Valsecchi, Bruno Zevi. Si trattava della prima seria rassegna di scultura moderna ordinata in Puglia e forse in tutto il Mezzogiorno. Partecipava il fior fiore del mondo artistico nazionale e veniva premiata la scultura astratta di Franchina: “un oggetto splendente” secondo Zevi, un “capolavoro” secondo Lionello Venturi. Una alleanza fra politica e cultura finalmente coronata da successo, a tutto beneficio della Città bimare? Troppo bello per essere  vero.
      Nella notte si scatenava il  genius loci, il maligno demone che mandava tutto a carte quarantotto. L’opposizione democristiana si accaniva contro una scultura troppo moderna, incomprensibile per la gente normale. Ci si metteva anche il responsabile del settore culturale del Pci, che telefonava a De Falco per rimproverarlo di voler regalare a Taranto un esempio di quell’arte astratta fortemente avversata a Botteghe Oscure. Sembrava la rimonta dell’Accademia dei Terroni e dei vecchi “sacerdoti dell’arte”, che ancora non avevano metabolizzato il glorioso “Premio Taranto”. Critico di punta dell’arte degenerata era, nientedimeno il missino Telesio Interlandi, razzista di professione e traduttore dei testi hitleriani. Per farla breve , il Sindaco annullava il concorso da lui stesso promosso e bandito,  con strascichi giudiziari e scandalo in Europa, grazie alle cronache de “Les nouvelles littèraries”. Nel 1960 l’opera di Franchina veniva inaugurata a Genova.  A Taranto De Falco rimpiangeva un bel “Paisiello a cavallo”, mentre il democristiano Pignatelli riesumava un busto cimiteriale del vecchio scultore Canonica, commissionato dal podestà Giovinazzi nel 1940! Intanto Raffaele Carrieri  dichiarava di non volere mai  più rimettere piede a Taranto.
       Il Bazar del cattivo gusto trionfava e il pervicace Monfredi promuoveva l’ancora operante legge speciale sullo sventramento del 1934. In  Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi scriveva: “ è Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo potrebbe essere stupenda e invece è squallida”. Privati del Patrimonio, come recita il  bel titolo di Tomaso Montanari: il romanzo criminale di una bieca privatizzazione, spacciata per valorizzazione.

8. Taranto Capitale?

      Nel 1961 s’inaugurava il primo convegno di Studi sulla Magna Grecia e,  nella fase epica dell’insediamento italsiderino, Taranto poteva far valere un non effimero ruolo di Capitale europea. Artisti di gran valore operavano a ridosso della grande fabbrica e vi furono spettacolari happening ecologisti che diffusero anche nel circondario le arti visive come privilegiato strumento critico della riduzione dello spazio urbano a città-azienda. Si aveva comunque la percezione di una estrema fragilità del tessuto sociale. La città grande industriale era ai primi posti nella umiliante graduatoria della mortalità infantile. Lasciava da pensare una impennata della mortalità proprio nei primi cinque anni della “civilizzazione” siderurgica (cfr. F. De Benedetto in “Dialogo”, 27 novembre 1965).
       Purtroppo le istituzioni civili che stavano rilasciando licenze in bianco, in seguito licenze in precario,  all’arciabusivo stabilimento siderurgico, in quel fatidico luglio del ’60, erano impegnate in una tipica discussione tarantina: annientare o meno la fontanella di Piazza  Giordano Bruno con annessi palmizi.  Tarde non furono grazie divine,  ma intanto le ruspe sterminavano un popolo di ulivi. Secondo Antonio Cederna Taranto si presentava come la smentita di ogni decenza urbanistica. Avrebbe scritto nel 1972: “Un ventaglio casuale e approssimativo di strade a raggiera, veri canyons e crepacci, tra case di 9, 12, 22 piani, che si intersecano a casaccio e finiscono in vicoli ciechi, senza un filo d’erba, senza una piazza, un’area pedonale… Caos, congestione, sovraffollamento: è una città che si è autostrangolata, che ha annientato le occasioni offerte dalla topografia e dall’ambiente naturale, a solo vantaggio dei cultori della rendita fondiaria”. Su Corso ai due mari si era avverata la profezia di Rizzo. Non un solo mastodonte, ma una folla di colossi che  ormai  lanciavano i loro trionfanti barriti, squadrando dall’alto in basso un Castello Aragonese che pareva sempre più piccolo.

 9. Il teatro dell’assurdo: Ionesco e la rinocerontite

       Come è potuto accadere? Un testimone autorevole come Giovanni Acquaviva, il direttore del “Corriere del giorno”,   nel 1982 rievocava in una intervista gli anni del saccheggio: “ Si costruiva ovunque, comunque, qualunque cosa. Iniziava un’orgia edilizia senza precedenti, uno scempio che ancora grida vendetta , senza preoccuparsi degli oneri derivati al Comune in fatto di organizzazione dei servizi. Si calpestava il piano regolatore della città senza che nessuno fiatasse, anzi con il beneplacito dei partiti della maggioranza… Era proprio l’amministrazione comunale a favorire questo oltraggio, a incentivarlo. E nasceva la Taranto di oggi, con edifici di undici piani sul mare, da una parte e dall’altra. La città diveniva un solo, mostruoso cantiere edile e nessuno mosse un dito. In quel frangente che ruolo aveva il “Corriere”?  Che poteva fare? Niente di niente. Un giornale aveva il dovere di suonare l’allarme, ma non poteva farlo e non lo fece. Il “Corriere” era della DC, la giunta DC era appoggiata dai missini. Il sindaco DC Monfredi e tutti gli uomini che avevano portato Taranto all’oltraggio urbanistico venivano premiati dagli elettori… Il giornalista è una signora per tutte le stagioni, non l’ho inventato io questo mestiere né le sue regole (intervista di Adolfo Maffei a Giovanni Acquaviva in “Quotidiano”, 4 novembre 1982).
       Sempre rimosso il  minaccioso apologo  della rigogliosa isola di Pasqua, scoperta nel 1722 con migliaia di abitanti e rivisitata nel 1864 con appena 110  superstiti malconci: dissennato  exemplum di autodistruzione del proprio futuro,  per gigantismo e imprevidenza. Un collasso determinato dalla deforestazione che riduceva  progressivamente la dieta, da polli e molluschi, a topi e sterpaglia, fino all’antropofagia. Una demoniaca  dissipazione delle risorse ambientali, determinata da una folle guerra tra i clan,  per l’edificazione di pietrosi mammoni sempre più imponenti, simboli di potenza tecnologica da ostentare per la supremazia politica. Per questo si distruggevano alberi e fibre legnose, e quando i sopravvissuti cercavano di sfuggire all’inferno da essi stessi creato, si accorgevano che non erano più rimaste risorse per costruire una barca. Una parabola semplice e tragica: per soddisfare manie di potenza e di grandezza, si era perso il senso del domani. Contro la religione della crescita per la crescita, rimangono ad ammonirci  i pietrosi signori di una terra desolata.

10. Un simposio di sapienti

      Insediatosi trionfalmente il “Siderurgico”, un gruppetto di “resistenti” cercava di attrezzare culturalmente una serie di robuste casematte, in senso gramsciano, per evitare che il territorio potesse ridursi a mera residualità identitaria. Il Circolo di Rizzo, con il suo work in progress organizzava nel ’66 un ciclo di conferenze sulle più cogenti problematiche dell’epoca, con gli interventi di Bruno Zevi sull’architettura, Arrigo Benedetti per il giornalismo, Pietro Bianchi per il cinema, Carlo Bo per la poesia, Cesare Brandi per la televisione, Gillo Dorfles per le avanguardie artistiche, Umberto Eco per lo strutturalismo, Guglielmo Righini per l’astrofisica, Marco Valsecchi per la scultura, Eduardo Sanguineti per  per il Gruppo 63… Naturalmente si registrava l’insorgenza di un preside (l’eterno ritorno dei “sacerdoti dell’arte”) che dichiarava candidamente la sua incapacità nel venire a capo della letteratura sperimentale, tanto da dover leggere, per  rilassarsi, qualche pagina del Manzoni.  Il bravuomo non intendeva offendere nessuno e Sanguineti replicava che solo il Manzoni avrebbe potuto adontarsi, sentendosi   ridotto alla  stregua  di un ansiolitico. Quegli interventi suscitavano un salutare scalpore,  ma purtroppo la Provincia mancava nel curare la pubblicazione dei testi, dispersi come lacrime nella pioggia. Sempre nel ’66 Rizzo produceva un autentico capolavoro: la rivisitazione di tre sommi tarantini: Giorgio Vigolo per Paisiello (1966, non pubblicato),  Ettore Paratore per Niccolò D’Aquino (1967, pubblicato) e il premio Nobel Quasimodo per Leonida  (1967,) alfine pubblicato in pregevole edizione da Lacaita e poi Mondadori.
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11.  L’Università in fumo e la battaglia per il risanamento del Centro storico

       Il più acculturato sindaco di Taranto , Vincenzo Curci, sosteneva in maniera convinta tali interventi e un paio d’anni dopo lanciava l’idea  di una facoltà tarantina di urbanistica e sociologia, in linea con alcune riflessioni dell’epoca: l’esigenza di una produzione non-solo-acciaio, volta ad attrezzare il territorio nei confronti di una prevedibile invasività dello strapotere industriale.  L’organizzazione del territorio è il linguaggio attraverso il quale la città racconta la propria storia. Parole sante, si diceva. Ma i padroni del vapore, i cantori dell’edilizia selvaggia,  non volevano assolutamente trovarsi fra i piedi sociologi e urbanisti. Il progetto universitario finiva in cavalleria. Per fortuna, a ridosso del fatidico ’68 si poneva mano all’eccellente Piano Blandino, che purtroppo doveva nascere sotto l’ala di un uccello di malaugurio. Illecitamente veniva demolito il settecentesco Palazzo Bellando Randone. Bisognava ricominciare a battagliare, con Giorgio Bassani e Italia Nostra,  con il soccorso della migliore cultura del tempo, da Argan a Brandi,  per salvare la città vecchia  di Taranto. Nel  ’72 veniva presentata al pubblico la raccolta etnografica Majorano con testi pubblicati da Lacaita e poi Einaudi.
      Il patrimonio etnografico di Maiorano doveva essere seriamente valorizzato negli anni ’90, con una strategia di reconquista da parte di un gruppo di studiosi coordinati dall’avv. Petrone,  che hanno ricondotto alle origini tarantine le tradizioni popolari legate ai rituali della Taranta: un brand autentico,  purtroppo poco sostenuto a livello istituzionale. Quei capitani coraggiosi del “Circolo di cultura”  non hanno combattuto invano: con lunga pazienza sono state vinte belle battaglie, per la salvaguardia del fiume Galeso , contro la lottizzazione abusiva delle villette di Lama,  contro la centrale carboelettrica dell’Enel nel 1973, contro la carboelettrica dell’Enel nel 1980,  contro la centrale nucleare ad Avetrana, contro   l’ennesimo Palazzetto dello Sport o Teatro nella Villa Peripato… Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…
      Non sono mancati operatori culturali volenterosi: la Giuliana Ermacora della Regione Puglia,  il dirigente del Circolo Vaccarella Giuseppe Francobandiera,  l’illuminato assessore alla cultura Tommaso Anzoino…  Ma il demone della Taranto che si rinnovava  autodistruggendosi era sempre all’erta. Sandro Viola nel 1985 già lo diceva: la fabbrica si è mangiata la città. Quella che Ungaretti denominava non la Taranto vecchia ma la Taranto più giovane, doveva subire un urbicidio, riducendosi a 2000 abitanti scarsi. Era  ferito a morte un pezzo di quello che la Costituzione chiama il “paesaggio della nazione”.
      Taranto  rimane mobbizzata da 7 decreti pro Ilva e nel cuore dell’Europa industriale perdura una “strage di stato”,  rea confessa e a norma di legge. La crisi ha comunque indotto una fioritura di scrittori, tutti regolarmente “ in noir”,  senza confronto alcuno con il resto del mezzogiorno.

12 . La bella avvelenata

       Quando ci si trova con le pezze sul sedere, qualcuno tira fuori la risorsa cultura. S’invoca la stella cometa  e prontamente segue una buffa “annunciazione annunciazione!” (cui non segue mai la manutenzione).  In questa stanca corsa del criceto è immancabile lo storytelling dell ’homo politicus con il suo specchietto per le allodole . Il ministro Franceschini e il senatore Grasso si sono affacciati su una  antiquissima urbs dissestata e avvelenata, discettando su una “Taranto Spartana” che “valga come esempio per tutti, un brand mondiale che possa favorire la svolta” (“Quotidiano”, 25 novembre 2014) . Le solite patacche dell’Accademia dei Terroni e dei Sacerdoti dell’Arte: grande ammuina per  spacciatori di finto antico , fabbricatori di  colonne in cartongesso e Zeus di vetroresina,  da propinare  a chissà quali turisti. La verità è che solo i tarantini sono capacissimi di schivare l’esca e abboccare all’amo. In  Totò truffa’62 , spacciandosi per il padrone della Fontana di Trevi, il bidonista riusciva a estorcere quattrini all’allocco di turno. Oggi quello sketch  è  opinione mainstream. C’è poco da ridere, fra imbonitori e brandizzatori…
       Nel 1978 Mario Pedini, ministro piduista per i Beni culturali lanciava la sciagurata metafora del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”: un ritornello ossessivo.  Non considerando alcuni sgradevoli effetti collaterali del regime petrolifero, il ministro Franceschini ha subito dichiarato: “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo (“Il Sole 24 Ore”, 23 febbraio 2014). Il petrolio richiama un altro termine magico: sfruttamento. Secondo il vocabolario,  sfruttare  vuol dire privare un terreno degli elementi  nutritivi, depredare una regione delle sue risorse, ma anche vivere alle spalle di qualcuno, usare o abusare di qualcuno o qualcosa .  La ministra Giovanna Melandri ripeteva che “ l’Italia sta seduta sopra la propria fortuna”: una eccitante  metafora coniata da Nell Kinball, la più celebre tenutaria di bordello degli Stati uniti.
      Tutto questo non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, secondo l’art.9 della Costituzione e una sentenza del 1986 della Corte costituzionale,  indicante la primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici.
       A Taranto i “petrolieri” hanno grattato il fondo del barile già dall’Ottocento. Malgrado i molteplici assalti dei briganti, i beni archeologici sembrano messi in sicurezza nel Museo, anche se concupiti da  pifferai “valorizzatori”, vogliosi di privatizzazioni occulte. Intanto,  fra annunci e decreti, si paventa a Taranto la chiusura  dei corsi di Beni Culturali. Come al solito, Smoke Gets in Your Eyes,  fumo e nulla più.  Non  sono molte le attrazioni monumentali che si offrono ai turisti: rimane un solo “monumento integrale dell’umile Italia da salvare”. Una Città vecchia. Una città del cuore.  La città dei due mari con il suo castello, l’unico autentico brand immortale. Occorre lunga pazienza con le solite facce di sempre.
       Speriamo che Franceschini e Grasso, squillanti annunciatori di una fantasmatica Taranto Spartana,  seppelliscano l’ascia di guerra della ennesima pseudo valorizzazione fasulla. Terrorista è chi devasta.  Resistente è chi misura il progresso non in metri cubi di cemento, appalti e fatturati, ma in qualità della vita, nella devastante crisi del welfare urbano. Seguendo le indicazioni di Salvatore Settis, di  Tomaso Montanari e del collettivo Wu Ming, occorre approntare un argine in difesa della immateriale “piccola bellezza”, un  bene comune e inalienabile.  La battaglia è dura, ma è solo per il difficile che vale la pena di combattere, diceva il vecchio Antonio Rizzo.

Il bibliotecario e la sua ombra. In margine al convegno su Vito Forleo. Taranto 05_02_2015

Vito Forleo

In margine al convegno su Vito Forleo – Taranto 5 febbraio 2015.

Il bibliotecario e la sua ombra

Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, Vito Forleo, il nostro maggiore scrittore municipale e indimenticato direttore della Civica Biblioteca “Acclavio”, per una volta è stato onorato come si conviene, in una città che purtroppo ha perso il filo della propria identità storica. Si sono registrati convegni di buon livello e soprattutto hanno trovato adeguata ristampa le sue opere, da tempo non facilmente reperibili: I giorni di Diogene Saturnino del 1904, Taranto dove la trovo del 1929 e una più completa riedizione dei Poemetti Municipali, già curati da Aldo Perrone e dal Gruppo Taranto.

Tornare ad ascoltare la voce dell’Autore, a seguire la traccia della sua penna fino all’ultimo inchiostro, quando le ali sono ancora gonfie di vento. E’ tale il più autentico omaggio alla scrittura: uno scrigno, quello di Forleo, che forse cela ancora preziosi segreti. Un classico, cioè un letterato di prima classe. Le sue paginette sono ancora offerte speciali, aquiloni che ogni tanto ritornano dagli intermundia, per insaporire le nostre povere scritture.

Custode della memoria, del tesoro più vulnerabile e aggredibile, Vito Forleo è stato il più significativo autore del primo Novecento tarantino. Uno spirito folletto, un inattuale per scelta, un Ufo, un oggetto letterario non facilmente identificabile. Come cifra stilistica, non amiamo l’onda lunga dei superlativi e l’eroicizzazione postuma di un nobile autore, come tanti impigliato nelle pastoie della più greve provincia meridionale. Conosceva il suo destino e se ne fece una ragione. Diventa ciò che sei, era il primo comandamento dell’amato Nietzsche. Mai un cedimento, fino alla fine della strada: Vivre sa vie (Questa è la mia vita).

Laureato in Legge, seguiva la sua vocazione di uomo-libro, gestendo in maniera ineccepibile la civica Biblioteca Acclavio: la Biblioteca del mare, con quelle tre finestre che Sandro Viola avrebbe ricordato con nostalgia. Con puntigliosità maniacale l’austero don Vito riempiva i cestini di minute cartacee da inviare giorno dopo giorno al Municipio, per arricchire la dotazione della Acclaviana. Ma In quelle stanze Forleo avrebbe scritto dell’Arcivescovo Capecelatro, dei Giardini del Peripato, di Choderlos de Laclos, di Paisiello, di Raimondello Orsini, del brigante Pizzichicchio e dei portentosi pesci di Taranto… Le pagine di Taranto dove la trovo racchiudono il libretto d’oro d’un grande erudito foderato di poesia.

Forleo scrisse pochissimo. Perché era un pigrone o perché aveva altro per la testa. A chi doveva rendere conto? Non era un personaggio popolare e non aveva nessuna intenzione di esserlo. Per i suoi concittadini era un inclassificabile, un romantico catafratto nella Biblioteca o nella sua celletta monacale zeppa di carte, al terzo piano, mentre “le rondini saettavano pazze di calore, nel cielo nostro d’oriental rubino”. Un atopos avrebbero detto i greci, un fuori posto ( per qualche tarantino, uno “spostato”) che ogni tanto lasciava cadere una perla di scrittura da conservare nella biblioteca celeste della tarentinità.

Il gentiluomo solitario era anche un uomo scisso, consapevole dell’impossibilità di essere veramente se stesso. Del resto, il secolo che si apriva, apparteneva a Marinetti, non a Forleo. Il misconosciuto campione del decadentismo europeo, era disposto a parlare solo con la sua ombra, il Doppelganger (colui che cammina al suo fianco). Il “doppio” di don Vito era il compagno segreto di sempre: quel Diogene Saturnino del suo capolavoro giovanile , il dandy che poteva solo portare in giro la sua noia, con la sigaretta incenerita sulla bocca: “un fiume di libidine cui mancava la foce di una cocotte, una amante da scegliersi in un pacco di cartoline illustrate, dai contorni indecisi come una polluzione notturna. Le idee si intorbidavano, mentre un lombrosiano esegeta predicava il Sinite parvulos, sottintendendo una tendenza pederastica del Redentore”.

Con il suo Diogene Saturnino , Forleo si era sbattezzato e ribattezzato in onore del primo anticonformista della filosofia, distruttore delle convenzioni sociali e derisore coriaceo e blasfemo. Il “nato sotto il pianeta oscuro”, secondo il dettato aristotelico, abbracciava melanconia e genialità, era un accidioso che, di fronte all’oggetto desiderato, fuggiva quando stava per raggiungerlo, desideroso di abbracciare l’inafferrabile, il fantasma o il fantoccio della libertà. L’homo melanconicus poteva riscattare la sua insania solo nella creatività, desiderando il desiderio, amando la germinazione, lasciandola scorrere nel non finito , nell’incompletezza di una immagine allo stato nascente.

Seduto al solito tavolino, coccolando il suo spleen, Saturnino scriveva ad un destinatario per sempre sconosciuto. Il cappellaccio prendeva le forme di un pipistrello mostruoso. Becchi di gas, mossi dal vento e battuti dalla pioggia, formavano nella lontananza una specie di costellazione piangente. Una ragazzina satanica gli chiedeva petulante cosa volesse dire la parola si-fi-li-de, e lui la rassicurava : “ una nuova marca di cioccolata”. Era il gioco del trickster, del dio briccone, un po’ clown e un po’ furfante. L’armatura della maschera dissimulava, con aristocratico riserbo, il volto dell’inviolabile.

Il Venerdì Santo era stato alleviato nel cavo di una mano inguantata. Il giorno di Pasqua, Saturnino si addormentava fra le strofe di Baudelaire, con voglia di un’arma da fuoco, pronto a schiaffeggiare la prima marionetta digerente che augurasse buone feste. Fuggi il “Mostro Viscido”, la “ maledetta Provincia”, se non vuoi bruciarti le cervella. Al massimo si potrebbe organizzare un Cenacolo: alla Presidenza lo scheletro di un brigante, nel cui cranio, forato da una pallottola, poter inserire una lampadina.

Si gira e rigira sulla parsimonia scritturale di Forleo. Perché non accettare che lui aveva altro a cui pensare? Faceva buchi nei sogni e non doveva render conto a nessuno. Neanche ai trombettieri del Duce e ai postulanti in cerca di medaglie a buon mercato. Come il Bartebly di Melville, sulla corazza del garbato ma implacabile “Preferisco di no”, doveva scivolare ogni offerta di complicità o compromissione. Forleo era il Resistente per eccellenza.

Il flaneur inseguiva il non consumato, nell’inevitabile commercio con gli spettri. Solo seguendo questa traccia è possibile sciogliere una aporia: voler scrivere qualcosa che facesse tremare il mondo e finire come un anacoreta, baciando la polvere dei libri. Quella era la duplicità del dandy superomista, che non si schiodava dal Caffè ai Due Mari, riconciliato con Taranto ma non con i tarantini.

Nel cinema si poteva ben fumare, spiando le complici braci nel tremolìo della magica lanterna. “Il Sahara! Il Sahara! “Seguire sulla sabbia le orme di Marlene Dietrich che seguiva le orme di Gary Cooper. Suprema ironia: l’unico esotico viaggio del bibliotecario doveva ridursi ad una striminzita villeggiatura a Rocca Forzata, ai confini della realtà, con l’uso di una sola modesta stanzetta. Magari in contemplazione di “ una luna con la faccia di una cuoca inebetita”. L’aura della pauperistica micragna di Forleo rimaneva un topos ricorrente, come quello dei quattro gatti al funerale.

Si conserva la bella lezione di un liber’uomo, che non avrà scritto molto, ma che non ha mai dovuto pentirsi per un biglietto compiacente o servile. Come l’antico Diogene aveva allontanato Alessandro dalla sua botte, così l’armatura di Forleo non veniva mai scalfita dalle lusinghe degli ominicchi e dei mezzi uomini. Ha seguìto il suo daimon, è riuscito a non essere come gli altri.

Apprezzava solo i santi volatili, quelli capaci di lievitare . Con immutato spirito di leggerezza , Forleo scompariva in una calda notte d’estate, il 27 agosto 1964. Salutando i quattro gatti, il Saturnino non poteva mancare al rendez-vous .

Aveva scritto: “Io voglio volare e volerò. E sarà in una sera di agosto, stracarica di stelle”!

Tipografia Fratelli Martucci 1904

lunedì 13 aprile 2015

Presentazione "Taranto e il suo Trickster" alla Ubik di Taranto

Presentazione di "Taranto e il suo Trickster", l'ultimo libro di Roberto Nistri, alla libreria Ubik di Taranto, in via Di Palma 69

MARTEDI' 14 APRILE 2015
alle ore 19,00

Converserà con l'Autore:
Fulvio Colucci
Giornalista




giovedì 12 marzo 2015

Il castello dei destini ermetici

Il castello dei destini ermetici

di Roberto Nistri

Articolo apparso ne il “Corriere del Mezzogiorno”, 25 febbraio 2015.
 
© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

      In una sequenza del film Django unchained  di Quentin Tarantino, uno schiavista del Mississippi faceva sbranare dai suoi cani un negro che aveva denominato D’Artagnan. Un bounty killer commentava che Alessandro Dumas non avrebbe certamente tollerato una simile nefandezza: discendeva anche lui da una schiava dei Caraibi. Suo padre era un autentico “vendicatore nero”, il protagonista in carne ed ossa del grande romanzo Il Conte di Montecristo. Poche battute di un Tarantino “doc” indicano  la pista di un cavaliere senza macchia e senza paura,  che doveva finire i suoi giorni nella città bimare, come l’altro generale  napoleonico, il ben noto Laclos. Ormai è acclarato che  il padre di Alexandre Dumas sia stato il “vero” Conte di Montecristo, nato ad Haiti nel 1762,  figlio del marchese Davy de la Paletterie  e di una schiava registrata come Dumas.
       Antoine Alexandre venne dal padre condotto a Parigi, distinguendosi per la prepotente bellezza e per la sua abilità di spadaccino.  Nel fatidico Ottantanove   entrava nell’esercito come sergente, mentre a Santo Domingo gli schiavi venivano affrancati dalle catene.  Il giacobino si spogliava dei titoli nobiliari, cambiava il nome in Alex Dumas e sposava la figlia di un albergatore.
       Per meriti militari diventava colonnello e poi generale, nella campagna in Italia. La sua crescente popolarità faceva ombra allo stesso Napoleone, malamente sconfitto  da Nelson sul Nilo. Il vascello che doveva riportare in patria il generale Dumas naufragava e il condottiero  (forse accompagnato dalla sua ombra : il filosofo Dolomieu)  veniva catturato dai feroci  sanfedisti che avevano consegnato il sud Italia ai Borbone. Dumas finiva scaraventato in una segreta e abbandonato da Napoleone al suo triste destino: doveva morire di stenti. 
      La Francia non avrebbe mai più avuto un generale nero. In suo onore venne eretta una statua in Place Malherbes, distrutta dai razzisti nella Francia hitlerizzata. Lo studioso Tom Reiss  ha studiato nei dettagli tutta la vicenda del conte, The Black Count, della quale si è occupato anche Enrico Deaglio (“il venerdì, 8 marzo 2013).  Non è luogo per discutere tutta la tradizione esoterico-massonica attorno al romanzo (vedi Clara Miccinelli e Carlo Animato (Mediterranee).
       Per quanto ci riguarda, il Castello aragonese di Taranto, un immenso libro di pietra, grazie all’Ammiraglio Ricci , il “ Maestro delle chiavi”,  e alle cure di devoti ed esperti “volontari”, è diventato il sito più visitato in Puglia dopo Castel del Monte e potrebbe ben rivaleggiare con Les Chateau d’if  in Francia. In un recente articolo il giornalista Tonio Attino ha ricostruito brillantemente le peripezie del generale nel suo labirinto, fino alla triste morte per cancro o forse avvelenamento. In una città sempre a caccia di falsi storici e di genealogie farlocche, sarebbe meglio riaprire lo scrigno delle nostre grandi storie cittadine, magari recando  un fiore in una cella di 5 metri per 10, con una moneta francese conficcata nella fessura di un muro. Con una finestrella sul canale navigabile, che permette allo sguardo di inseguire ancora il fantasma della libertà.

venerdì 27 febbraio 2015

Taranto e il suo Trickster. Presentazione alle Officine tarantine

Domenica 1 Marzo ore 18,30 @ OffTopic - Officine Tarantine, in via Di Palma (ingresso dal parcheggio Amat) presentazione del libro "Taranto e il suo trickster. Tra futuristi e spartacisti" assieme all'autore Prof. Roberto Nistri.

Forse in ogni paradiso terrestre si annida un'Ombra, il lato oscuro della Forza. La potenza demonica che ci spinge a farci del male ha un nome nella letteratura etnologica: è il TRICKSTER. Un piccolo demone briccone e malandrino. Vorrebbe essere un dio, ma è solo un apprendista stregone. Inventa trucchi, gioca dei tiri, inganna e si autoinganna da solo.
Solleva una pietra e se la fa cadere sui piedi. Fallisce e ricomincia sempre da capo. E' il genius loci dei tarantini.

L’ultimo libro di Roberto Nistri, Taranto e il suo trickster. Tra futuristi e spartacisti, ripercorre alcuni momenti salienti della storia culturale della città bimare, mostrando le (poche) glorie e le (molte) vergogne succedutesi in riva allo Jonio nel corso del Novecento. La tesi di fondo è che una forza autodistruttiva (“Taranto si ricrea autodistruggendosi”, constata da tempo l’autore) domini le dinamiche culturali tarantine, determinando la sistematica affermazione del brutto. L’analisi culmina nella critica al progetto Taranto spartana, identificato come ultima trovata dello spiritello dispettoso richiamato nel titolo.

Roberto Nistri, nato a Taranto nel 1947, ha insegnato Storia e FIlosofia nei licei, collaborando a molte riviste e testate giornalistiche. E' stato direttore di riviste come "Galaesus" e "Astolfo". Fra le sue molte ricerche, non viene mai meno la sua attenzione critica verso i processi di industrializzazione in terra jonica.

giovedì 11 dicembre 2014

ILVA, una strage di Stato di lunga durata, rea confessa a norma di legge

ILVA, una strage di Stato di lunga durata, rea confessa a norma di legge

di Roberto Nistri
Articolo apparso in "www.ilcorrieredelgiorno.net" il 6 dicembre 2014

     Il sociologo Franco Cassano ha sigillato l’ultima pagina del 2012 con un titolo impegnativo: L’Ilva chiude un’epoca, così la Puglia diventa il crocevia del futuro. Ancora una volta, Taranto città importante, come tante altre volte è stata considerata: prima grande città industriale nel Sud già alla fine dell’Ottocento, protagonista nella navalmeccanica fra la prima e la seconda guerra mondiale, città proletaria e antifascista, con l’orgoglio di arsenalotti, cantierini e siderurgici; tante piume identitarie strappate una ad una da una Storia vendicativa, che ha consegnato ai media e all’immaginario europeo la superstite e triste icona di “città criminale”. Ricorrente è stato il ritornello di una Taranto “osservatorio privilegiato”. Nel 2007 lo scrittore Christian Raimo considerava di grande interesse la città ebalica (con le parabole di Cito e dell’ ILVA, il suo buco di bilancio comunale mostruoso, i suoi record di diossina, il suo mare guasto) “perché dell’Italia è forse l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola”.
     Tutto giusto, ma comprensibilmente l’homo jonicus farebbe volentieri a meno di siffatti riconoscimenti: ormai tutti sanno che nei paraggi degli “osservatori privilegiati” si mena vita assai grama, e qualche volta si muore. Lo sanno anche i grandi protagonisti della politica che, durante la campagna elettorale del 2013, hanno schivato con cura la palla avvelenata della città che chiude un’epoca: sembra che, come in un vecchio film di fantascienza, non la “collina delle polveri venefiche”, ma la città stessa sia stata coperchiata e impermeabilizzata. La storia, come nella canzone di Guccini, ci ha raccontato come finì la corsa. La siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, sindacalisti e giornalisti collusi, faccendieri e amministratori su libro paga e una moltitudine di poveri cristi: doppiamente colpevoli – direbbe Brecht – perché vittime e perché innocenti.
     Anche Pasolini, grande innamorato della città dei due mari, avrebbe detto la sua sui “malvagi dormienti” che seguono la corrente, sulla colpevolezza dell’innocenza, sulla volontà di non sapere. “Meno si sa, meglio si sta”. Ma già nel 1985 il giornalista Sandro Viola parlava di una “città vinta”. Dopo gli ultimi bagliori di cittadinanza attiva negli anni ’70, la Taranto “capitale dell’acciaio”, incredula di fronte al declino dell’Italsider, perdeva la vigilanza sugli effetti perversi della crisi, smarriva gli indici valoriali di una cultura del lavoro che avrebbe dovuto ormai misurarsi col turbocapitalismo della globalizzazione in atto.
     Una comunità da sempre in appalto, ben assuefatta alla “servitù volontaria” , rispetto alla grande monocultura -“ Zitto e mangia” – si trovava ormai sguarnita di fronte a un crescente deficit di democrazia e al dilagare di una economia criminale emergente dalla giungla degli appalti selvaggi. Nella guerra per bande, si coniugavano buone entrature negli ambulacri del potere politico-economico e un feroce controllo del territorio, che doveva lasciare una scia di 160 morti ammazzati. Era l’ora siderale dei cavalieri di sventura e degli stregoni: da Cito, il mazziere nero tangentista e carcerato, “trombone in fiera e Gran Tamburone del Nulla” (Gadda) , alla sindachessa berlusconiana che amministrava il saccheggio del Municipio. Pensiamo ad una poesia del cittadino onorario di Taranto, Giuseppe Ungaretti: Allegria di naufragi.
     A trovarsi a proprio agio era patròn Riva, che nel 1995 aveva acquistato a prezzi stracciati l’acciaieria ribattezzata ILVA. Ormai per la città ebalica si stava perfezionando l’ultima icona identitaria: la città più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa. “E’ arrivato il dissesto e non abbiamo nulla da metterci”.
     L’ Italsider era nata senza regole, fra licenze in bianco e licenze in precario. Per il nuovo padrone della ferriera valeva una sola regola: nessuna regola. Spremere il profitto ed esternalizzare il veleno sulla città ridotta a contenitore di rifiuti: un cronico mix di cadmio, berillio, arsenico, mercurio, nichel, diossina, benzo(a)pirene e via cantando: “da’ padroni di molta buona limosina e chiodi novi da crucifigger la Città” (Gadda). Chi era disubbidiente finiva nella camera della tortura, la famigerata Palazzina Laf, per la quale Riva veniva condannato per mobbing a due anni e otto mesi: una grande vittoria giudiziaria, ma una non bella figura sindacale per la mancata mobilitazione operaia sul fronte della dignità del lavoro. Il gioco di Riva era quello di “confinare i lavoratori più rispettati per dimostrare che la proprietà era nelle condizioni di liberarsi di chiunque” , come ha scritto uno degli “indesiderabili”, Claudio Virtù.
    I sindacalisti tarantini avevano dimenticato il classico motto degli IWW statunitensi: “ An injury to one is an injury to all”. Un torto fatto a uno di noi è un torto per tutti. I comandamenti della dignità costituiscono l’essenza dell’individuo e del suo lavoro. Dignità è non piegare strumentalmente l’altro ai propri obiettivi. La dignità non è monetizzabile, non ha prezzo, non è negoziabile. E’ self respect, onore verso se stessi.
     La storia ha fatto il suo corso. Riva ha tirato troppo la corda ed è finito agli arresti, con gli impianti sotto sequestro. When the shit hit the fan, dicono gli inglesi: quando gli escrementi finiscono nel ventilatore… Per i tarantini continua l’eterna corsa del criceto, in una sorta di “presente remoto”. La proposta di Riva è sempre stata chiara: “inquino o chiudo”. Il tesoretto è stato messo al riparo in terre lontane mentre a Taranto la polluzione continua. Ai tempi della vecchia Italsider si usava la metafora della grande mammella da cui succhiare un perpetuo benessere, oggi risuona il tormentone: “Non si può costringere i lavoratori a scegliere se morire di fame o di inquinamento” (l’esito più probabile è quello di morire affamati e avvelenati).
     Nel 1967 Egisto Corradi proponeva l’immagine di una gigantesca meteorite piombata nella piana degli ulivi. Oggi risulta più attuale l’astronave di Alien: la metafora della grande mammella da cui suggere prosperità ha ceduto il passo ad un biomeccanico parassita che cresce nel corpo della vittima fino a che gli esplode dal petto. Il cancro si è attaccato alle budella, alle viscere della città, ad un corpo vivente che lo ospiti, che gli faccia da madre. Per il finale potremmo rievocare la scena di un cucciolo di Alien che esce dalla pancia di John Hurt: rutta, sputa e se ne va. Questo sembra essere per Riva il ciclo della family: abbandonare l’equipaggio dissanguato, non pagare dazio e ripartire con un’altra astronave.
     I tarantini rimangono custodi di un Pil transnazionale dai contorni ineffabili e ostaggi di una politica industriale che lo Stato rivendica in proprio, in nome dei potenti finanziamenti erogati in un cinquantennio, pur versando lacrime di coccodrillo sulla vergognosa trascuratezza della salute dei tarantini rimasti al palo: da una parte uno sgangherato piano “salva Ilva” e dall’altra nessun piano “salva Taranto”, bensì fumosi progetti di bonifica di suoli, sottosuoli, falde acquifere, fondali marini, gallerie sotterranee che, sotto le scuole del quartiere Tamburi, portano all’ ILVA le acque di raffreddamento. Allo stato dell’arte “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire” (Marx) partorisce solo volatili chimere che sbattono agli angoli dei Ministeri, come smarriti uccelli notturni. Le abbiamo provate tutte e “ci chiediamo/ se quel posto dove andiamo / non ci inghiotta e non torniamo più” (Paolo Conte).
     Diciamola tutta: un crimine industriale ha fatto esplodere una catastrofe ambientale che storicamente si presenta come una catastrofe cronica, risalente addirittura all’era preitalsiderina. In fondo sappiamo l’avvenire a memoria. “Catastrofe” è parola greca che indica un “rivolgimento”, per conseguenza del quale tutto radicalmente muta solo per fare ritorno ad un punto di partenza, in uno spazio immarcescibilmente immutabile, che consente il perpetuo ripetersi dei mutamenti marcescibili. Il futuro prossimo della città jonica è affidato alla Magistratura e alla Corte costituzionale. Vale sempre l’ammonizione di Brecht: “E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare”. Ma tocca pur sempre alla testa la prima mossa. Per il momento a Taranto è ancora in atto una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare…

mercoledì 5 novembre 2014

Taranto nella grande guerra. Sul palcoscenico della grande storia



Piazza Giordano Bruno nel 1913

Taranto nella grande guerra. Sul palcoscenico della Grande storia

di 
Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2014. Tutti i diritti sono riservati.




      1. Sul palcoscenico della Grande Storia

       Taranto assisteva, arrendevole e compiaciuta, alla progressiva militarizzazione della sua economia e del suo territorio, come ha scritto Matteo Pizzigallo. La macroscopica presenza dell’insediamento industriale continuava a modificare le coste, le altimetrie del suolo, fagocitando al suo interno masserie, chiese e ville signorili, condizionando il disegno della città e le direttrici della sua impetuosa crescita. Taranto subiva una espansione demografica tra le più imponenti d’Italia, con flussi provenienti dalle aree rurali e importazioni di manodopera specializzata (cfr. (Giuliano Lapesa, Taranto dall’Unità al 1940). La struttura industriale della città veniva ad essere cospicuamente amplificata, nel periodo immediatamente precedente l’entrata in guerra, dalla installazione dei Cantieri Navali “Franco Tosi”,  sulla spiaggia a nord del Mar Piccolo:  una società di Legnano con  strutture di ben altro rilievo rispetto ai modesti  cantieri Frontini  (1903 - 1906) e   Salerni (1906 - 1915).  I tempi erano acceleratissimi: mentre il cantiere si stava ancora approntando,  venivano già stipulati i contratti per le prime ordinazioni della Marina italiana. Si trattava di due sommergibili da 277 tonn. e dieci dragamine da 200 tonn. Nel 1915 veniva completato il primo sommergibile.
      Il 4 giugno 1916, dalla scalo improvvisato sul quale era stata impostata cinque mesi prima, veniva varata,  alla presenza del Duca degli Abruzzi,  la prima nave interamente costruita nello stabilimento:  il rimorchiatore “Villa Cortese” per i servizi dello stesso Cantiere.  Presenziava il Duca degli Abruzzi e veniva offerto dal   Moderno Caffè  Greco ricco champagne frappè.  Seguivano in breve tempo due sommergibili e dieci dragamine. L’impresa era abbastanza  “protetta”: si agganciava al complesso navalmeccanico tarantino, utilizzando strutture già esistenti (bacini, pontoni…) ottenute in prestito dal Regio Arsenale,  nel quadro di una prospettiva bellicista ed espansionista. Nel 1915 sarebbe stato completato il primo sommergibile. Un ottimo affare per Tosi , che già produceva per la Marina motori navali nei suoi cantieri di Legnano. Un impianto del genere non esisteva in tutto l’arco dello Jonio e nel basso Adriatico. I terreni venivano concessi a prezzi molto accessibili e le commesse erano garantite.
      Si trattava di investimenti che sicuramente non andavano nella direzione di una auspicata diversificazione produttiva, ma anzi la monocultura dipendente tarantina risultava perpetuata e tonificata, con le solite attività satellitari di tipo metalmeccanico, finalizzate alle esigenze  del “Mare Militare”  ed  estranee al libero mercato. Con i Cantieri veniva indotto  nel tessuto sociale  un forte incremento di   manodopera, caratterizzata da un antagonismo sociale che non trovava riscontri nelle maestranze del Regio Arsenale, ben garantite e influenzate dalla ideologia della “grande famiglia”. Si trattava comunque della più grande concentrazione operaia del Mezzogiorno, non priva di iniziativa anche nelle piccole ditte, come gli operai della  Brambilla che, nel pieno dell’ondata militarista, scioperavano per un aumento salariale, ottenendo risultati dopo due giorni di agitazione. Nel 1914,  durante la “settimana rossa” veniva  proclamato lo sciopero dei ferrovieri, sostenuto anche da alcuni portuali e mitilicultori. Fallita l’iniziativa,  il fuochista socialista Luigi Guidetti raggiungeva i rivoltosi di Ancona, inseguendo un sogno insurrezionale destinato a dissolversi,  mentre già rombavano i cannoni.

      2. Si apriva il Grande Gioco

      Nella fase di preludio alla grande mattanza si era aperto il Grande Gioco dei posizionamenti più o meno occulti, nella guerra sotterranea dei soldi e degli agenti segreti, che non pochi  danni dovevano procurare in terra jonica. Mussolini era stato il primo a saltare il fosso, passando dalla neutralità all’interventismo.  Il nuovo giornale, il “Popolo d’Italia” era stato, se non proprio “lanciato”, per lo meno vigorosamente sostenuto da sovvenzioni provenienti dal Governo francese:  prima 15.000, poi versamenti mensili di 10.000 franchi,  inviati  dal ministro socialista francese Marcel Sembat.   Benito finiva per accumulare 100.000 franchi e cercava di accaparrarsi anche rubli dello zar,  per l’attacco che alcuni interventisti di sinistra volevano portare ad una caserma austriaca,  per creare un casus belli.
        In quella frenetica giostra,  molte speranze e timori si concentravano sulla figura del neoeletto Giacomo Della Chiesa, il poco conosciuto  Benedetto XV, le cui simpatie politiche non risultavano ancora chiare alle potenze belligeranti che, comprensibilmente, cercavano di attrarlo nella propria orbita,  anche con sostegni economici: il nuovo Papa si era ritrovato con le casse vuote e senza l’ “obolo di San Pietro”, in quanto la guerra stava azzerando i contributi di pellegrini e turisti. Da subito tedeschi e austriaci si attivavano con cospicue donazioni attraverso le banche svizzere. Per il Papa la linea di condotta più sensata doveva essere quella del neutralismo italiano che,  nel  fatale 1914, manteneva ancora un certo consenso. Benedetto XVI lo avrebbe ricordato come “ uomo della pace”, preoccupato per la “inutile strage” e soprattutto per l’aggressività montante nei confronti dell’amata cattolicissima Austria. Gli austriaci avevano un elenco di parlamentari sul loro libro paga, il cui voto poteva essere influenzato con cinque milioni. Già nell’aprile del 1915 il governo italiano prendeva atto che il Santo Padre era schierato con gli Imperi centrali. I finanziamenti germanici dovevano durare fino alla fine della guerra. Quello che non  era  prevedibile, era la disgraziata circostanza che il Papa dovesse personalmente invischiarsi  in una spy story  molto tormentata:   analoga  a quella, certo molto meno incresciosa, di  un Benedetto del secolo dopo.  
      Secondo John Pollard, Benedetto, al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, veniva preso da autentica angoscia ( Il papa sconosciuto , Ed. San Paolo, 2001).  I  francesi  chiamavano Giacomo Della Chiesa non il “Papa della pace”, ma  il “papa crucco”, le pape Bosche.  In Vaticano girava disinvoltamente un diplomatico accreditato presso l’ambasciata tedesca a Roma, residente a Lucerna e attivo organizzatore di una rete di spie e informatori operanti in Italia.  Quel Franz von Stockhammern che si era addirittura intrufolato di notte nel Vaticano,   eludendo ogni sorveglianza, per arruolare Benedetto nel suo piano clandestino. Ma nell’ombra si muoveva un personaggio di più alto livello.
      Giovanni Della Chiesa   aveva conosciuto il giovane e aitante Rudolph  Gerlach come allievo all’Accademia dei Nobili Ecclesiastici e lo aveva preso a benvolere, non sapendo (?) del suo contatto con l’Evidenzbureau, il servizio informazioni austroungarico: una fitta rete di rapporti segreti i cui fili erano manovrati proprio dal suo più stretto collaboratore. John Pollard    suppone che Benedetto “avesse uno speciale affetto” per Gerlach . Era  Un uomo dalla personalità affascinante,  entrato anche nelle grazie della  ex regina Maria Sofia di Napoli, dipinta da D’Annunzio come l’Arcigna aquiletta bavara.  Nel conflitto  era schierata attivamente nei confronti dell’Impero germanico e dell’Austria-Ungheria, nella speranza di un ripristino del Regno delle Due Sicilie: sospettata di coinvolgimento in atti di spionaggio e sabotaggio, forse per questo veniva denominata  la “regina degli anarchici”.  Non mancava  tuttavia di visitare i campi dei prigionieri italiani, che  non capivano chi fosse quella signora che parlava napoletano-tedesco e distribuiva sigari e bonbon.  (Arrigo Petacco).  Tempo dopo sarebbero stati arrestati tre deputati (Adolfo Brunicardi, Enrico Buonanno e Luigi Dini) del giro di donna Sofia e soprattutto di Gerlach, il monsignore “cameriere”, dalle cui mani passavano tutti i documenti riservati.
       Proprio nella fase in cui l’Italia stava per schierarsi con l’Intesa,  si  potevano mettere a rischio le già difficili relazioni tra lo Stato italiano e il Vaticano. Il fidato consigliere, ben  assestato nella corte papalina  , aveva già allestito la più fitta rete di servizi segreti operante in Europa. Si prodigava  con ingenti fondi in difesa della neutralità, finanziando giornali e gruppi di pressione favorevoli al non intervento, come   “La Vittoria”,  “Il bastone” e “Il Corriere d’Italia”,  che riceveva da Berlino ben 22.000 lire al mese.   Nella  sua postazione privilegiata  il signor G.  raccoglieva informazioni di prima mano e agiva in accordo con un  intermediario governativo, il barone Carlo Monti.  Aveva utilizzato grosse somme di denaro ricevute dal barone Franz von Stockhaammern,   Fino alla fine della guerra il Vaticano (le cui casse languivano) avrebbe incassato dai tedeschi somme favolose tramite banche svizzere, in particolare dal  Credit Suiss. Quanto al governo italiano, si era reso conto ben presto che il papato si era definitivamente schierato dalla parte degli Imperi centrali. Veniva attivata una ambasciata inglese proprio per neutralizzare l’invadenza germanofila. L’arcispia Stockaammern si era addirittura intrufolato nottetempo in Vaticano, eludendo la sorveglianza della polizia italiana e delle guardie svizzere. Nel finale di partita  Gerlach, da maggio 1915  considerato la superspia del Kaiser nel Vaticano, distribuiva cinque milioni di lire a membri della curia, giornalisti e politici.  Anche gli austriaci avevano un elenco di parlamentari italiani sul loro libro paga, nella centrale di Zurigo.
      Veniva dichiarata guerra all’Austria, con imbarazzo da parte del Governo, ma soprattutto del Vaticano. Per la prima volta erano costretti a interloquire: quasi un abbozzo di “riconciliazione”.  Intanto  l’aitante aristocratico dai modi brillanti,   che aveva  accesso a documenti riservatissimi, era solo agli inizi di una stupefacente carriera.   Gerlach   aveva già informazioni precise sul numero dei soldati presenti in Francia e nei Dardanelli. Ormai in guerra contro l’Italia, il  Barone bavarese carpiva tutti i segreti militari e passava le notizie ai servizi di  Intelligence attraverso i corrieri postali del Vaticano. I servizi austriaci conoscevano in anticipo tutti i piani italiani, prima e dopo l’entrata in guerra.  Gli agenti di  G. avrebbero presto sabotato officine, fabbriche e arsenali a Cengio,  Genova, Livorno, Terni, La Spezia… Il prezzario del sabotaggio era di 300.000 per un sommergibile, 500.000 per un incrociatore, un milione di lire per una corazzata. I soldi per gli attentati erano depositati presso una banca di Lugano.

      3. L’incisiva presenza dei Nazionalisti

       Proprio a Taranto si levavano  le prime voci in favore della guerra, con la “Libera Parola” e la “Voce del Popolo”. “Il Nazionalista di Taranto” era, tra l’altro, l’unico giornale a prendere sin dall’inizio posizione contro austriaci e tedeschi, mentre la stampa nazionalista auspicava in genere l’intervento accanto gli imperi centrali. Si dichiarava per l’intervento sin dall’8 agosto 1914: “La guerra va accettata come una necessità e come un dovere per mantenere ed accrescere la civiltà che rappresentiamo”.  A Taranto era presente una robusta  componente della Associazione Nazionalista Italiana (ANI) e si faceva anche sentire un drappello di futuristi.  “L’idea nazionale” simpatizzava per la Germania, riceveva la visita del socialdemocratico tedesco Sudekum, volto a incoraggiare una campagna nazionalista perché l’Italia onorasse i suoi impegni verso la Triplice. Ma ai nazionalisti l’Austria non andava bene come alleata. A un certo punto l’interventismo italiano propendeva in misura maggioritaria al fianco dell’Intesa e  alla fine quello che importava era il “bagno di sangue” rigeneratore. I nazionalisti si adeguavano.  Non mancava il sostegno della Fiat, della Terni e dei fabbricanti di armi.  Nelle campagne cresceva intanto il malumore per il caroviveri e anche tale pressione spingeva speculatori e agrari verso un rapido superamento del neutralismo. 
       I nazionalisti si mobilitavano a Taranto prima che altrove: già nel novembre 1914 si segnalavano scontri fra nazionalisti e socialisti, ma incidenti più proccupanti si verificavano il 15 febbraio 1915,  quando alcuni giovani nazionalisti manifestavano contro il Consolato germanico, provocando una contromanifestazione dei neutralisti e determinando tafferugli e arresti. La città si preparava alla guerra. Il 30 ottobre si registravano, alla presenza del sovrano,  imponenti esercitazioni navali che, per lo scoppio prematuro di una granata, causavano la morte di un guardiamarina  e quattro uomini di equipaggio.
       Dalle classi subalterne,   soprattatto nel contado, non si registravano segnali di grande entusiasmo. I socialisti, malgrado affollati comizi, come quelli  tenuti nel mese di febbraio dall’ on. Campanozzi a Taranto, Castellaneta, Ginosa, Palagianello, Francavilla Fontana,  non si impegnavano più di tanto. In un rapporto del Prefetto di Lecce si poteva leggere che “il 20 aprile 1915 a Lecce la maggioranza delle classi dirigenti è per la guerra (…) e così a Taranto e a Brindisi”. A Taranto il “blocco d’ordine” non incontrava   difficoltà nel coagularsi attorno al sostegno a Salandra:  una volontà  di guerra beneaugurante per l’economia tarantina.  I finanziamenti  per l’industria navalmeccanica erano cospicui,   c’era quasi  piena occupazione e non pochi lavoranti dei campi si arrangiavano, fra città e campagna,  con piccole attività  di ambulanti.
      Nelle giornate del “maggio radioso” l’indignazione contro Giolitti prendeva un carattere popolare: un corteo di 3.000 persone il 16 maggio percorreva le vie cittadine inneggiando a Salandra con musiche, bengali, e bandiere distribuite dai consolati “amici”.  La musica della R. Marina percorreva le vie della città vecchia al suono di inni patriottici, seguita da gran folla di popolani e di donne plaudenti.  Da molte finestre venivano lanciati fiori ai marinai. Al palazzo dell’Ammiragliato una commissione con l’arcivescovo Cecchini pregava l’Ammiraglio Cerri di trasmettere al Sovrano i voti augurali del popolo. Il 23 maggio due navi tedesche, la “Goeben” e la “Breslau” erano alla fonda nelle acque di Mar Grande . Si saggiava il campo per una pacifica sfida calcistica. Si prevedeva una grande affluenza di spettatori, ma  certe scadenze  imponevano un prudente rinvio dell’incontro a data da destinarsi. La guerra veniva dichiarata  e la città era ormai “Piazzaforte marittima in istato di resistenza”.

      4. La piazzaforte militare

     Taranto era la Base navale più importante e al contempo il rifugio più sicuro per la flotta interalleata italiana, francese e inglese, con la sede del 9° Reggimento Fanteria. Mentre il Comando Militare provvedeva alle opere di fortificazione e di difesa nello Jonio e nel basso Adriatico, la popolazione civile si organizzava in vari comitati. Funzionava da subito la Croce Rossa per la raccolta della lana, per i degenti, per un servizio d’informazioni. Veniva aperta una Casa del Soldato e un dispensario diretto dal dott. Lucio Moro. Prontamente le signore si distinguevano nella raccolta di offerte d’oro e d’argento, comprese alcune elargizioni inusuali.  Due funzionari sanitari attuavano con successo l’idea di raccogliere offerte per la guerra nelle case da the.  Raccolte 1934 lire e altre oblazioni una tantum,  i due patrioti si compiacevano perché tutte le tenutarie delle case di piacere esistenti in Taranto e le donne ad esse iscritte, avevano con entusiasmo risposto all’appello con magnifica solidarietà patriottica. Abbiamo constatato che il tesoro dei sentimenti morali non è spento in quelle disgraziate travolte dai marosi della vita” (cfr. “Voce del popolo”, 20 novembre 1915).  Intanto, “al cospetto del Mare jonio”, il commendator Criscuolo tromboneggiava inesausto: “ A te, o re, duce della nuova epopea, questo popolo acclama… l’armi levando, i volti , per gloria lucenti passano, d’assalto e fuoco e di vittoria allegri”.
      Martina Franca era la prima cittadina in terra d’Otranto ad istituire la tessera dell’annona e a costituire un Comitato di assistenza civile per le famiglie bisognose dei chiamati al fronte. 50 giovani martinesi non sarebbero tornati, ma gli amministratori si impegnavano in molteplici opere pubbliche, dalla costruzione del teatro alla sistemazione di piazze e giardini, per dar lavoro ai disoccupati. A Grottaglie ben 225 uomini non fecero ritorno Si era comunque installata una struttura militare che doveva giovare alla cittadinanza, e cioè l’aereoscalo Mario Arlotta, dal nome del giovane aviatore scomparso nel mare Adriatico.
       La mattina del 24 maggio partivano da Massafra 500 militi, accompagnati dalla fanfara di Peppino Tedesco. Alla stazione di Taranto, mentre si caricavano i muli requisiti dalle autorità militari, il consigliere don Peppantonio Scarano elevava il morale dei partenti e dei familiari. Nella serata iniziava l’oscuramento e in caso di attacchi aerei le campane della torre dell’orologio dovevano suonare grazie al guardiano della torre: il signor Cosimo Pranzo, con il suo fucile da caccia a tracolla. Ogni giorno partivano tradotte cariche di soldati, dirette al fronte. Il 6 luglio arrivava la notizia del primo caduto di guerra massafrese, Cosimo Sasso. Il 12 agosto, sulla linea ferroviaria Taranto-Napoli, nel tratto del ponte sul fiume Patemisco, quattro individui travestiti da monaci,  con donne al seguito, si  aggiravano con aria sospetta. I militari freddavano due di loro, mentre gli altri si dileguavano a nuoto. Girava la voce  che fossero spie austriache, ma erano due poveracci in compagnia di donnine: uno dei due era il Frate Antonio con la barba rossa, pseudo-eremita che menava vita avventurosa nelle grotte di Mottola. Il 10 maggio 1917 arrivava da Mottola un altro Messia,  che garantiva la fine della guerra per il 17 maggio e se ne ripartiva con le bisacce piene di ogni bene.  Intanto tutti si rivolgevano al “barbiere letterato”,  per rispondere alle lettere dal fronte. Ai colombi domestici bisognava tagliare le ali, perché non si confondessero con i piccioni viaggiatori,  usati come “portaordini” militari. Il 7 febbraio 1916 si inaugurava l’Acquedotto Pugliese con l’inaugurazione in piazza Giordano Bruno: scaturiva faticosamente un primo zampillo d’acqua del Sele. Il 3 aprile  giungeva a Massafra una lettera sfuggita alla censura, in cui il bersagliere Rocco Ladiana, dal settore carsico di Tolmino, ammetteva che l’osso “era troppo duro da spolpare”.
      Durante la guerra Taranto, l’unico porto di grande ampiezza e l’unico cantiere completamente attrezzato in prossimità della zona dell’attività bellica, funzionava da base principale per le forze navali. Non era teatro di guerra (non subiva  nessun attacco per mare né si segnalavano incursioni di aerei nemici)  di esso era però il retroscena. Le operazioni sul mare avevano come punto di riferimento le due basi navali di Brindisi e Taranto.  Il mar piccolo ospitava la flotta da guerra italiana e alcune unità navali inglesi di sostegno, mentre l’Arsenale provvedeva ai nuovi impianti di armi, agli adattamenti dei nuovi sistemi protettivi, alle continue riparazioni necessarie al naviglio silurante. Veniva riparato lo scafo del piroscafo “Orione”, squarciato da un siluro,  e quello del cacciatorpediniere francese “Brory”, danneggiato dallo scoppio di una mina. Veniva ricostruita la prua del caccia francese “Boutefeu” , che era stata danneggiata da un investimento in mare,  e così quella de C.T. “Chinery”. Riparazioni venivano fatte anche allo scafo del piroscafo “Bulgaria”, raggiunto da un siluro, mentre veniva ricostruita la prora del C.T. “Carini” e riparata la cisterna “Giove”. Di grande rilievo tecnico erano interventi come quello effettuato nel dicembre 1916 di recupero, ricostruzione e riallestimento di un sommergibile posamine tedesco, autoaffondatosi durante le attività di rilascio di mine nelle acque di Taranto. A causa  dell’urto contro una mina, il sommergibile si spaccava in due tronconi,  e dopo gli interventi di riparazione veniva consegnato alla Regia Marina e ribattezzato “XI”. La difesa era potenziata con mine e ostruzioni. Vigilavano aerei , idrovolanti e dirigibili.   La città fungeva da capolinea e centro di smistamento per le spedizioni in Grecia,  Albania, Macedonia e Montenegro (cfr. Vito Antonio Leuzzi, La grande guerra in Puglia, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 16 ottobre 2014).
      Si scriveva una bella pagina con il salvataggio dell’esercito serbo, dopo la sconfitta inflitta da austriaci e tedeschi al  re Pietro. Dalla metà di dicembre 1915 al 24 febbraio del 1916,  furono trasportati dall’una all’altra sponda dell’Adriatico 260 mila uomini.  Impegnativo doveva essere il trasporto di 50 mila uomini a Salonicco, estrema ala orientale dell’esercito interalleato. Il secondo seno di mar Piccolo diveniva il porto della nuova intendenza per l’armata d’Oriente, sulle cui rive, fra Buffoluto e Cimino sorgevano città effimere, baracche di lamiere ondulate che contenevano in media 40.000 uomini.  L’andirvieni incessante dei convogli di piroscafi e navi di scorta motivava la nascita di giganteschi accampamenti,  dove si avvicendavano decine di migliaia di giovani di varia estrazione, in una babele di lingue.

5. Fra esotismo e servitù militari

       Non considerando il favoleggiare del poeta Carrieri su asciutti ufficiali britannici, col casco bianco e i favoriti, maestosi indiani coi turbanti di seta, piccoli giapponesi indaffarati e sfuggenti, sultani, belle donne, pirati… Rimangono belle pagine di Vito Forleo  sulla pittoresca internazionalità militare di Taranto: “Certo, quei marinai britannici natanti nell’immensità dei loro pantaloni, quei marinai della Repubblica che ostentavano sul berretto la nappina rossa… Vaste pennellate di kaki e di blu orizzonte si distendevano sul nostro austero grigioverde… E poi gonnellini di high-landers scozzesi, turbanti d’indiani , facce gialle d’annamiti, facce nere di malgasci,  si offrivano, impreveduti e gratuiti  ‘numeri d’attrazione’, alla curiosità della cittadinanza. Di così vasta e impetuosa ondata esotica, a guerra finita, che cosa rimase? Quasi nulla. Un Caffè degli alleati  in una strada eccentrica; qualche insegna con la scritta: Automobiles, marchez au pas; un posteggiatore che per le fumose taverne della banchina di Cariati andava massacrando it’s a long way to Tipperary” …
      Truppe franco-inglesi, provenienti anche dalle lontane colonie dell’India e del Tonchino, dopo una sommaria preparazione alla vita di trincea, venivano dislocate ai vari fronti, imbarcate per Salonicco o trasportate per ferrovia verso la Francia . Munito di biglietto per Salonicco, in realtà un argonauta senza meta,  giungeva a Taranto uno svogliato  soldato: il grande Alberto Savinio che, alcuni decenni dopo,  avrebbe onorato il “Premio Taranto”. “Mi sento coperchiato da un’ombra: l’ombra di una tettoia, la tettoia di una stazione: la stazione di Taranto!  Lo scrittore riconosceva su quella enorme boa armata il ponte dei due mari,  “potente e trinato che, se apre l’abbraccio, dà libero volo alla flotta di battaglia, e se lo chiude, la raccoglie tutta nell’interno ventre liquido”.  Con il suo occhio ciclopico Savinio percepiva e dipingeva il fascino “mostruoso” dei terramaricoli, dei pesci-quasi uomini, dei “tritoni bimbi” che guizzavano nel canale, a pochi passi da una “nidiata di meretrici , irte sui tacchi rossi alti come trampoli, beccheggianti davanti alle porticine buie ”. Si coglieva immediatamente la comica fisionomia di una città duale, quella nuova  con una gota rasata e quella vecchia con la faccia   non rasata. Al momento della inutile partenza, l’argonauta veniva salutato da una frotta di sfottenti sirene cha cantavano ritornelli da operetta, “sporgendo le poppe brillanti dal mare… in un sogno profumato di vento e di sale”.  In seguito Savinio avrebbe dichiarato: “ Io ho vinto la guerra, sono rimasto vivo!”. Nello stesso periodo ad Udine usciva semiclandestino Il porto sepolto in cui Ungaretti, che nel secondo dopoguerra doveva prodigarsi a Taranto nelle più belle battaglie culturali, lui che aveva combattuto in trincea, poneva in primo piano l’uomo-fante in una condizione di assoluta precarietà

      6. Boom economico e paralisi  civile a Taranto

      La città che anni addietro sembrava scivolata fuori dalla storia, si affacciava invece al centro del palcoscenico internazionale, crocevia della storia più grande e più folle, la guerra. Per provvedere ai nuovi impianti di armi, agli adattamenti dei nuovi sistemi protettivi, alle continue riparazioni di un naviglio silurante già logorato dalla guerra di Libia, attraeva come una calamita soldati da tutte le parti del mondo ma anche una nuova leva di tecnici e maestranze dal circondario e da tutta Italia. In Arsenale si lavorava a pieno ritmo anche di notte. Un vero e proprio boom economico, con uno straordinario rigonfiamento del tessuto urbano, pagato inevitabilmente con il totale asservimento alla militarizzazione. Anche la pesca nelle acque dello Jonio veniva vietata. Pagava soprattutto la città vecchia, con la stazione ferroviaria, i magazzini generali e il porto mercantile,  isolata dal ponte girevole tenuto aperto in permanenza,  per timore di atti di sabotaggio che, inutilizzandolo, avrebbero impedito l’entrata e l’uscita delle navi. Il 16 marzo 1916 il sommergibile tedesco “U.C.12” esplodeva nelle acque di Taranto, presso l’isola di S.Paolo, mentre posava le torpedini destinate a far saltare le unità navali italiane. Il timore degli attentati era ragionevole, considerando che il 27 settembre 1915, nel porto di Brindisi, la corazzata Benedetto Brin era saltata in aria.

       7. Alba di sangue a Brindisi

       La guerra infuriava da quattro mesi in Europa e Brindisi rappresentava un importantissimo teatro per le operazioni militari. Erano da poco passate le ore 8.00 del mattino di lunedì 27 settembre 1915.   Un buon numero di persone assistevano all’alzabandiera e ascoltavano marcette militari. In quel momento si registrava un boato terrificante che faceva tremare l’intera città. La nave era esplosa e la forza d’urto aveva proiettato in alto, per molti metri, poveri corpi straziati di marinai. Del contrammiraglio Rubin  De Cervin si reperivano solo alcuni brandelli. Sulla corazzata esplodeva il deposito di munizioni e un forte incendio si sviluppava su tutta la nave che affondava lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Qualche incertezza nel conteggio, ma si parlava di 456   vittime ,  scomparse o irriconoscibili. Esclusa l’eventualità di una azione di sommergibili nemici, in quanto il porto era chiusa da una rete metallica risultante integra ai successivi controlli, le alternative erano secche: o si trattava di una incredibile dabbenaggine per la maldestra disposizione della “Santabarbara” presso la sala motori oppure si trattava di un attentato.  Si ventilava la paternità di un sabotaggio da parte di  austriaci e tedeschi, forti di un attivo sistema spionistico. Quattro inchieste  reticenti producevano un pugno di mosche. Nomi di presunti colpevoli sparivano dalle carte, documenti importanti finivano strappati o mutilati. Insabbiamento generale di indagini mai rese pubbliche “per non dare vantaggio al nemico”.
       A distanza di un secolo quei morti chiedono ancora giustizia.  Rimane la medaglia d’oro ad un ufficiale che, sebbene colpito dall’esplosione e lanciato in mare con gravissime ustioni, si prodigava in operazioni di salvataggio, fino a giungere morto in ospedale. In seguito sarebbero stati condannati tre marinai  e un caporale in un contesto molto confuso. Il 16 marzo 1916 un tale Cesare Merlatti, detenuto nelle carceri di Ancona per spionaggio, riferiva al tenente dei carabinieri Enrico Locatelli alcune rivelazioni avute da un certo Benser intorno al disastro. Diceva che un tale Itasark, messosi a Venezia d’accordo con due albergatori tedeschi, per mezzo di essi avrebbe trovato un marinaio di Mestre, il quale, dietro compenso di 85 mila lire, con un ordigno a forma di orologio, avrebbe fatto saltare in aria la nave, riuscendo a mettersi in salvo. Veniva avviata l’istruttoria, ma il 10 luglio si dichiarava il non luogo a procedere contro tutti gli imputati, per insufficienza di prove. Intanto il marinaio Vezio Diamantini, rinchiuso nelle carceri di S. Elmo con Achille Moschini, denunciava il suo compagno per confidenze su una rete di sabotatori.
       Si appurava che un altro imputato, Giorgio Carpi, prima e durante la guerra, aveva ricevuto denaro dal nemico. Il commerciante Vincenzi era latitante, forse ucciso dai tedeschi in quanto doppiogiochista. Il commissario di P.S. Cimmaruta e il capo furiere Criscuolo, venivano  prima condannati, poi assolti per mancanza di prove. Il Tribunale Militare condannava Giorgio Carpi ,  Achille Moschini  e Guglielmo Bartolini alla fucilazione nella schiena. La pena si commutava in ergastolo e alla fine sarebbe subentrata la grazia.   Carpi e  Moschini dovevano anche rifondere i danni all’avvocato Rocco, che si era costituito parte civile per la morte del figlio Oberdan, avvenuta a bordo della sfortunata nave (Saverio La Sorsa).   La grazia ai prigionieri doveva subentrare in tutt’altra fase storica, durante la piena riconciliazione fra l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler.  Pezzi grossi erano rimasti nell’ombra e,  ancora nel 1925 il regime copriva l’ex ufficiale della Regia Marina, tale Cesare Santoro, accusato di complicità per l’affondamento della “Leonardo”

8. Guerra di spie

       Testimonianza della scrittrice Rina Durante:  Si racconta che a Otranto si era visto lampeggiare  sui bastioni, qualche minuto prima di un bombardamento. Qualcuno ancora oggi crede di sapere che a fare i segnali fu un giovane di trent’anni che faceva però il doppio gioco. A Tricase circolavano due strani personaggi, certamente al servizio dello spionaggio tedesco, uno, e l’altro del controspionaggio inglese… Un mio parente era ufficiale di cavalleria presso la piazzaforte di Taranto quando, a un ballo della Marina conobbe una splendida donna che aveva un leggero accento straniero. Lei accettò di trascorrere con lui ore indimenticabili, ma al mattino era scomparsa lasciando un biglietto: ‘Dimenticami, la mia vita è così strana’… Il giorno dopo, il 2 agosto 1916, la Leonardo da Vinci saltava in aria nel porto di Taranto. Giovani biondi dalla nuca altera, belle dames sans mercì, siluette dall’ancheggio sapiente turbavano le coscienze dei nostri nonni” :  Guerra di spie, in “ Quotidiano”, 31 maggio 1984; Guerra nell’Adriatico, 24-31 maggio 1984.
       Sulla stampa francese e statunitense il ciambellano Gerlach veniva indicato come l’artefice dei sabotaggi , che avevano provocato l’affondamento delle due più grandi corazzate italiane.
 Per cogliere qualche sprazzo di verità  bisognava  mettersi sulle piste  di monsignor spione,   i cui intrighi dovevano essere sventati solo dalla mirabile operazione Zurigo.
   Il 23 giugno 1917, l’ineffabile Rudolph Gerlach veniva condannato all’ergastolo da un tribunale militare italiano per “aver comunicato notizie militari allo spionaggio nemico”. Sul prelato pesava un corpo di imputazioni pesanti. Era accusato di tirare le fila di una importante rete di spionaggio internazionale organizzata da Berlino e Vienna.   C’era ovviamente il suo zampino nella oscura vicenda della Benedetto Brin, dopo appena quattro mesi dall’inizio delle ostilità. Eppure La Segreteria di Stato e lo stesso Pontefice tentarono di bloccare il provvedimento giudiziario. Alcuni mesi prima del verdetto, il 6 gennaio 1917 il monsignor barone veniva scortato sino alla frontiera, accomodandosi nella neutrale Svizzera su un treno confortevole. Il Vaticano si era premurato di pagare una munifica parcella all’avvocato della spia del Kaiser.   “Benedetto fra le spie”  accusava una improbabile  macchinazione massonica in combutta con i servizi francesi.  Fra faccendieri e femmes fatales,  era la vicenda di Taranto e della “Leonardo Da Vinci” che aveva fatto scoperchiare il pentolone nero.

      9. Lo scrittore e la sua ombra

      Chi era Archita Valente? Nato a Taranto il 13 settembre del 1875, doveva morire nel tetro penitenziario di Avellino,  nel novembre del 1918. Scrittore dalla personalità complessa e contraddittoria, tendente a un qualche romantico maledettismo, i suoi amici romani non lo avrebbero mai considerato un “genio del male”,  dal fascino tenebroso dell’agente segreto votato al plotone d’esecuzione. Allievo del liceo Archita di Taranto, tra l’estremo scorcio dell’ottocento e i primi del  novecento, veniva contagiato dall’intensa attività di una eccezionale stagione teatrale.  Al Politeama Alhambra, al Marconi, all’Eden , al Paisiello, nella sua città venivano rappresentati Carlo Veneziani e Cesare Giulio Viola. Il tarantino Lucio Ridenti entrava nella compagnia di Ermete Novelli e nel 1915 si faceva avanti il conterraneo Filippo Surico. A Roma, del tutto indisponibile agli studi di giurisprudenza,  Archita viveva gli ultimi fuochi della belle epoque,  fra la Sala Umberto e l’Ambra Jovinelli, dove D’Annunzio cominciava a cimentarsi come cronista mondano e la regina del Tabarin era la grande diva Anna Fougez, la superba icona degli anni Venti, al secolo la tarantina Annina Pappacena Laganà.
      Sotto il segno dannunziano,  nel 1899 Valente pubblicava una modesta raccolta di novelle, ma un “dramma sociale” intitolato Gli ultimi saranno i primi, veniva proibito dalla Prefettura. Assiduo frequentatore di teatri, biondo, alto e muscoloso, gioviale e amicone, Valente era l’eterno provinciale che rimaneva sempre ai bordi. Frequentava giri importanti: Marinetti e Pirandello, Scarfoglio e Serao; non invitato da alcuno, Archita  interveniva ogni sera, grosso, beato, ridente, riempiendo con la corpulenta persona tutt’un tavolino… Voglioso di respirare atmosfere letterarie, non si curava di essere inerme bersaglio di continue frecciate ironiche, come ha scritto Ettore Panareo. Lucio D’Ambra raccontava di un tiro mancino giocato alle spalle di Archita, che aveva organizzato al Caffè Aragno un banchetto per venti persone, le quali si assentavano malignamente,  mentre il tapino si risolveva a pasteggiare solitario a capotavola, offrendo gratuitamente cibo a una ventina di passanti. Archita Valente non si arrendeva e riusciva a far girare sue opere con la prestigiosa compagnia di Ermete Zacconi, sembra anche a Parigi e a Taranto. Continuava a macinare libri e testi teatrali, ma le critiche erano sempre implacabili. Anche la moglie gli creava impicci: amante del direttore del gaz Pouchain, dopo l’improvvisa morte di questi, si doveva accollare il pagamento di un mobile donato e non pagato. Ridotto in condizioni disagiate,  nel biennio precedente lo scoppio della guerra,  su di lui calava il silenzio. Quando si venne a sapere delle macchinazioni di Archita, i letterati del gruppo romano rimasero attoniti. Il poeta trilussa componeva un sardonico epigramma: “Quello tradiva? Mi stupisco assai/ che avesse intelligenza col nemico/ se con gli amici non ne aveva mai”. La figura del buontempone tarantino si era ridotta a quella di “demone meschino”.

10. L’agente segreto

      Una mattina di aprile del 1916 (l’annus terribilis della Leonardo Da Vinci) il controspionaggio italiano riceveva la visita dell’avvocato Antonio Celletti, amico dello scrittore tarantino Archita Valente,  sempre alle prese con strani pacchi ricevuti da sconosciuti e molto attento agli annunci de “Il Giornale d’Italia”, in particolare le “Rubriche per cuori solitari”.  Lo scrittore jonico, sempre attaccato al tavolo da gioco, perdeva somme di denaro troppo al di sopra delle sue possibilità.  Inizialmente la polizia si mostrava scettica e si limitava a sospendere il passaporto di Valente, già remunerato come ex informatore. In realtà Archita aveva accettato di passare informazioni ai tedeschi  in cambio di un cospicuo assegno mensile e di diversi premi per incarichi speciali. Con il suo codice segreto,  lo scrittore poteva comunicare che lo ZIO= Generale Cadorna era in viaggio= offensiva militare…  “ZINGARA TI AMA” oppure “ZINGARA FARA’ TARDI”. Un codice cifrato che veniva decodificato oltre le Alpi. Valente, privato del passaporto,  pregava  l’amico Grassi  di portare a Lucerna alcune lettere per il Barone Stockhammern, l’ormai noto spione.  Grassi doveva presentarsi al Barone declamando Nel mezzo del cammin di nostra vita.  In realtà Celletti, in accordo con la polizia italiana,  prendeva il posto di Grassi, all’insaputa di Valente.  Veniva accolto da Mario Pomarici, giornalista italiano filotedesco,  che riferiva anche del ruolo di Valente, esperto operatore di messaggi in codice.  Veniva fuori il nome di Rudolf Gerlach come il principale agente , nonchè l’avvocato Giuseppe Ambrogetti , spedizioniere del Vaticano e vari cardinali e vescovi. Ritornato a Roma Celletti denunciava Valente,  che veniva rilasciato ma lungamente sorvegliato, mentre cercava di abborracciare una sorta di doppio gioco riguardo “piste clandestine”  in Italia e Svizzera, che lui avrebbe seguito come ex informatore,  per poter  fornire rivelazioni al Governo italiano…  Londra, Parigi e Washington già propendevano per le fucilazioni, ma con il Vaticano occorreva prudenza. Valente parlava come un fiume in piena, indicando proprio in Ambrogetti colui che gli recapitava lo stipendio mensile. Valente veniva accusato di aver ricevuto un sussidio mensile di 3.000 lire per la stampa del giornale “Il bastone” fino al dicembre 1916, da parte dell’ineffabile Gerlack. Con l’acquisizione dei cifrari di Zurigo venivano smascherati i sabotatori della “Brin” e della “Leonardo”. Quaranta arresti in Italia. la sorte di Valente era segnata. Veniva condannato a trent’anni. Proprio analizzando il “caso Valente”, Carlotta Latini ha ragionato sulla “giustizia di eccezione”,  che permetteva ai militari di applicare il codice penale dell’esercito anche nei riguardi dei borghesi,  come nei casi di “disfattismo minuto”.  L’avvocato Giuseppe Ambrogetti, agente speciale della Curia per i trasferimenti di denari tedeschi, imputato per alto tradimento doveva scontare tre anni di galera. Condanna per intelligenza col nemico,  anche senza intenzione di tradire. Pomarici si rifugiava in Svizzera . Il consigliori del Papa  veniva condannato in contumacia,  ma si allontanava verso la Svizzera su un vagone di prima classe.  Valente veniva accusato di alto tradimento: mentre Pomarici si rifugiava in Svizzera. Valente aveva tradito il mandato di informatore , per aver ricevuto 3.000 lire  per  il giornale “La Vittoria”. Nel trattato di Londra firmato da Sonnino veniva aggiunta una clausola segreta, l’articolo 15, su richiesta di Londra, Parigi e San Pietroburgo, che impediva l’intervento del Vaticano o di qualsiasi funzionario della Santa sede, in una futura conferenza di pace.

10. La notte di Taranto

       La notte del 2 agosto 1916, il Mar Piccolo di Taranto pareva una foresta, con gli alberi della prima squadra azzurrati dal mascheramento notturno. Era una notte senza luna e afosa. Verso le 23.00 La “Leonardo Da Vinci” veniva scossa da un rombo sordo che saliva dal fondo. Lo scafo tremava ed esplosioni sempre più frequenti squassavano il ventre della nave. Alle 23.40 l’esplosione spaccava la “Leonardo” in tanti crateri, con un rombo che percorreva l’aria per molte miglia. Fiamme altissime illuminavano la notte e i marinai venivano inghiottiti nelle voragini prodotte dagli scoppi. Alle 24.45 la corazzata si capovolgeva. Uno scoppio del deposito munizioni aveva fatto saltare in aria e quindi affondare in mar Piccolo la più potente delle sei dreadnoughts di cui era composta la prima “squadra da battaglia” della flotta italiana. La nave si capovolgeva e s’immergeva, lasciando fuoriuscire dall’acqua, per cinque metri, la chiglia puntata verso il cielo illuminato dai riflettori. Trovavano la morte 227 membri dell’equipaggio e 21 ufficiali. La commissione d’inchiesta accertava senza alcun dubbio la natura dell’attentato e non mancava di evidenziare alcune deficienze del servizio di bordo, nella sorveglianza della piazzaforte e in certi particolari riguardanti la disciplina dell’armata. Testimonianza del prof. Giacinto Peluso:  “con papà al fronte, la notte del 3 agosto 1916 fummo svegliati verso le 23 da uno scoppio tremendo che scosse la città dalle sue fondamenta. Di quelle ore apocalittiche noi ricordiamo un cielo rosso come quello che ora si vede in direzione del ‘siderurgico’, tante grida e tanto, tanto pianto. Dal balcone della nostra abitazione nel Vico Statte che affacciava, a causa del dislivello, al di sopra delle terrazze dei palazzi della via Di Mezzo, si spaziava su tutto il Mar Piccolo gremito di navi italiane ed alleate. L’unità colpita era la corazzata ‘ Leonardo  da Vinci’, una unità davvero temibile con le sue 26mila tonnellate di stazza, 13 cannoni da 305 disposti in cinque torri blindate, che si inabissava dopo essersi capovolta e si adagiava sul basso fondale con la carena che affiorava dalla superficie del mare. La città vecchia era particolarmente interessata perché parecchi marinai imbarcati sulla  ‘Leonardo’ erano tarantini’. Nel nostro vico, per esempio, abitava un sottufficiale con moglie e tre figli in tenera età e lasciamo immaginare le scene di disperazione quando,  in un baleno si conobbe il nome dell’unità”.  L’immane detonazione era stata avvertita anche a Massafra, con un grande bagliore che illuminava a giorno la zona e i paesi circostanti. Veniva fissata la taglia di centomila lire per chi riusciva a scoprire i dinamitardi. Si trovavano coinvolti un commissario di P.S. e un commerciante latitante (probabilmente liquidato dai servizi nemici in quanto doppiogiochista). Dalle carte trafugate a Zurigo emergeva il ruolo delle superspie e venivano scoperti ed arrestati 40 informatori e sabotatori residenti in Italia. La commissione d’inchiesta presieduta dall’ammiraglio Napoleone Canavero non riusciva a cavare un ragno dal buco.  Giungeva un plico sigillato dal Ministero della Marina, che doveva contenere le prove della colpevolezza e le cause dell’affondamento, ma la commissione non aveva il potere di aprire il plico, che veniva requisito, censurato e inviato alla magistratura. Una trionfale retata di spie e un pugno di mosche (Luigi Bazzoli).  Un vile attentato, dicevano tutti! Dati i tempi, nel 1917 , i  signori Vile decidevano bene di cambiare il nome in Villa.

11. Il colpo di Zurigo

      Dipanata, almeno parzialmente, la rete informativa dei servizi tedeschi, si decideva un attacco
frontale alla centrale di Zurigo nella sede del Consolato austriaco, dove il Console Mayer aveva in dotazione fondi illimitati per i sabotaggi. Il Ministero della Marina non doveva risultare coinvolto.  Il capitano di Vascello Marino Laureati e il Capitano di Corvetta Pompeo Aloisi organizzavano  una squadra di specialisti,  compredente anche un abilissimo scassinatore di professione, Natale Papini. Nella notte di Carnevale del 22 febbraio 1917 si raggiungeva la cassaforte, utilizzando sedici chiavi per aprire sedici porte. La 17° porta non era prevista. Bisognava provvedere a tempo di record e si ritentava nella notte del 24, sabato grasso. Si lavorava durante tutta la notte, sfidando anche un gettito di gas venefico. Si riusciva al fine a impadronirsi dei codici cifrati e dell’elenco completo delle spie austriache in Italia. Veniva anche prelevata una ingente somma di denaro che passava al controspionaggio della Marina. Forzata la cassaforte, si acquisiva una relazione completa sull’affondamento della “Leonardo” e sui piani per far saltare la “Giulio Cesare”. Due valigie di documenti con la lista completa di tutte le spie agenti in Italia, fra i quali Archita Valente,  complice nella distruzione della “Leonardo da Vinci” .  Da quella operazione veniva tratto un film di Lionello De Felice: Senza bandiera, prodotto nel 1946, ma uscito solo nel 1951. In seguito sarebbe stato prodotto anche uno sceneggiato in tre puntate per RAI 1.

12.  Verso il dopoguerra

      Coprifuoco, oscuramento totale, requisizioni di locali,  strozzavano sempre di più le libertà individuali e collettive. Lo stato di eccezione recava in grembo i futuri gravi problemi della smobilitazione e della riconversione,  da una economia di guerra a una di pace, nel quadro di una mentalità ormai congelata. Soltanto il ceto operaio aveva visto crescere il proprio prestigio,  acquistando una posizione centralissima nella vita cittadina. Si costituivano cooperative di ogni genere,  per fronteggiare i prezzi proibitivi dei generi alimentari e delle case. Nel 1916 veniva inaugurato il Bacino Ferrati,  adibito prevalentemente al recupero sommergibili. Nel 1917 venivano carenate 500 navi da guerra e 60 piroscafi, con un indotto francamente sproporzionato. Mentre a Taranto era in corso di demolizione la ringhiera in ferro della Villa,  il 22 maggio 1917, dopo  11 mesi di prigionia trascorsi nel campo di Mathausen, grazie allo scambio di mutilati ed invalidi fra l’Italia e l’Austria, veniva rimpatriato a Massafra il sottotenente Cosimo Licurgo. Il 2 luglio il fante Davide Sorrentino, forse finto pazzo per non andare al fronte, si denudava e attraversava Massafra con la baionetta per ammazzare il Capitano, ma veniva fatto rinsavire da alcuni fruttivendoli. Nell’agosto 1916 la “Voce del Popolo” aveva pubblicato  una documentazione dell’Ufficio del Lavoro che indicava Taranto, fra tutte le città d’Italia con il primato del rincaro dei generi di prima necessità, con aumento del 48%  per cento. Grossi affari per gli speculatori, rispetto e invidia per i navalmeccanici,  ma livore antioperaio espresso dai ceti medi e piccolo borghesi che vedevano scadere il loro tenore di vita. Durante tutti gli anni di guerra, i socialisti  tenevano alta la loro bandiera con il battagliero giornale “Grido del popolo” che sosteneva in particolare i lavoratori del mare. Non mancava una propaganda antimilitarista in Arsenale a opera di Cataldo Mongelli, Paolo Illuzzi, Umberto Boccuni, Cosimo Zito e Francesco Ippolito. Nel 1918 si registrava il primo sciopero del dopoguerra dei giovani allievi dell’Arsenale per l’abolizione del lavoro domenicale. La richiesta veniva accolta, ma gli organizzatori venivano duramente puniti. Il 21 ottobre 1918 a Massafra si segnalavano molti ammalati di “Spagnola”, la febbre micidiale che doveva procurare più morti della guerra.  Il 4 novembre giungeva il bollettino della Vittoria. Nel Salento,  a Taranto si registrava il minor numero di caduti: 227. Una strada cittadina ricorda un autentico eroe, il Maggiore Angelo Berardi,  che allo scoppio della guerra conquistava subito una medaglia d’argento. Per la bravura dimostrata in numerose azioni, si poneva alla testa dei piloti di dirigibile e veniva fregiato di nuova medaglia d’argento, della croce di guerra belga e di quella italiana. La fase più intensa della sua attività seguiva la ritirata di Caporetto. Volava infaticabile tutte le notti per colpire con le sue bombe i ponti sul Tagliamento  e sulla Livenza , sulle arterie del Trentino e le balze alpine. Compiva 18 ore di volo consecutive e batteva il record mondiale d’altezza per dirigibile. Nell’agosto del ’18 rovesciava sul nemico, con dieci ardite azioni una enorme quantità di esplosivi. Durante l’azione decisiva, dall’alto poteva assistere alla tremenda disfatta degli austriaci. Per ironia della sorte, il grande aviatore doveva incontrare la morte sul golfo di Taranto, scomparendo in un viaggio da diporto, per ricongiungersi con la famiglia.
      Durante tutta la guerra, il cantante tarantino Enzo Tacci, esponente di punta del canzoniere napoletano e del “cafè-chantant” ai tempi di Gilda Mignonette, si era prodigato con innumerevoli spettacoli che si davano nelle immediate retrovie, negli ospedaletti da campo del fronte… In una lettera in data 25 marzo 1927,  E.A. Mario gli scriveva: “Caro Tacci, tu sei il cantore della “Leggenda del Piave”, della canzone che era il grido d’una aspirazione,  che faceva sognare una rinascita. Canta ancora, se questa è la tua missione”. E questa rimase fino alla fine la sua missione.

***

       Il 21 febbraio 1919 il Comando in capo del Dipartimento marittimo decretava la fine dello “Stato di resistenza”. Nel mese di novembre,  concerto ai giardini Peripato con la Banda della Marina e la Banda inglese. In Puglia i caduti in guerra erano 28.195: a Bari 4.572; a Barletta 6.394; a Foggia 5.287; a Lecce 6.953; a Taranto 4.989.
      Della più audace impresa del controspionaggio italiano, il caso Zurigo, non è rimasta traccia documentale. A seguito di un film uscito nel 1955, alcuni protagonisti  raccontavano qualcosa sulle pagine della “Domenica del Corriere”, del 20 marzo 1955. Nel 1954 in Parlamento si era discusso di un possibile intervento a favore dell’ “agente scassinatore” Papini, malato e ridotto alla fame, ma tarde furono grazie divine. L’unico documento superstite, conservato in Archivio, è una ricevuta riguardante una cassettina di latta con i  gioielli di proprietà del Mayer, cavallerescamente restituiti dagli italiani. Leggibile una iscrizione: Frida e Rudolph, sposi.
       I dossier concernenti la “Benedetto Brin” (vittime 400) e la “Leonardo Da Vinci” (vittime 249) rimanevano indefinitivamente secretati e, fra i maneggi dell’autorità militare e di quella politica, andavano  praticamente distrutti. Documenti importanti  erano stati strappati o mutilati (Luigi Bazzoli). I molti inquisiti del “caso Brindisi” dovevano essere fucilati nella schiena, poi condannati all’ergastolo e infine graziati. Per il sabotaggio della “Leonardo” erano stati assolti per insufficienza di prove una decina di imputati .
      Gerlach, “la spia venuta dal Vaticano”, veniva decorato dal Kaiser Guglielmo II  a Berlino e dall’imperatore Carlo I a Vienna . Benedetto XV si spegneva il 22 gennaio 1922, dopo essersi tormentato per l’imbroglio del “cameriere”.  A metà degli anni ’30, l’astuto bavarese si ritrovava ancora a trafficare nel Bel Paese, nostalgicamente desideroso di un qualche  Souvenir d’Italy. Sia pure in ritardo,  la polizia fascista si accorgeva di quello strano condannato all’ergastolo e monsignor spione preferiva scomparire di nuovo.  Abbandonata la carriera ecclesiastica, riceveva  onorificenze da diverse nazioni per i servizi prestati. Adottava lo stile di vita dell’uomo d’affari cosmopolita e conduceva a Davos “vita di secolare convivenza” con una contessa. Moriva in Gran Bretagna nel 1945, dove aveva vissuto sotto falso nome, collaborando con i servizi segreti di Sua Maestà.
      Archita Valente, sepolto nel carcere duro di Avellino, poneva fine ai suoi giorni precipitando nel vuoto da una finestra. Circostanza anche questa non priva di ombre. Era il 7 novembre 1918.
Quattro giorni dopo, l’11 novembre, in una Taranto festante per la fine vittoriosa della guerra, Marietta De Vincentis, madre del suicida, seguiva la sorte del figlio, anch’essa precipitandosi da una finestra. Come scriveva Enzo Panareo: “tutto come in uno di quegli scadenti drammi borghesi, dei quali Archita Valente era stato appassionato, anche se sfortunato, autore”.

      Tra le canzoni in voga ce n’era una portata al successo dalla tarantina Anna Fougez , che sembrava interpretare uno stato d’animo collettivo: l’orrore per la guerra, per il sangue versato sulle trincee del Carso e lungo le sponde del Piave. Il ritornello faceva così:

Cuore, so che vuoi goder
So che vuoi per te rose d’ogni color
Ma le rose rosse no, non le voglio veder…


Testi di riferimento:

Saverio La Sorsa, La Puglia e la guerra  mondiale, Ed.Casini, Bari-Roma 1928.
Enzo Panareo,  Archita Valente: dalla letteratura allo Spionaggio, “Sallentum”, Anno , n.IV, n. 3.
La più audace impresa del controspionaggio italiano nella prima guerra mondiale, “ Storia illustrata”, Settembre 1969, n.142.
Aa.vv.  La Città al borgo, Mandese editore, Taranto 1983.
Fernando Ladiana e Espedito Jacovelli, Massafra e la Grande Guerra, Cspcr Massafra, 1984.
Nino Bixio Lo Martire, I Cantieri Navali di Taranto, Coop.19 luglio, Taranto 1990.
Roberto Nistri, Civiltà dell’industria, Scorpione editrice,  Taranto, 1988
Corrado Pasquali, 1914-1918, L’armata silente, Bolzano 2004.
Rosa Alba Petrelli, L’Arsenale Marittimo Militare di Taranto, Perugia, 2005.
David Alvarez, I servizi segreti del Vaticano, Newton Compton editori, Roma, 2008.
Eric Frattini,  L’entità, Fazi Editore, Roma, 2009.
Aa.vv.  I Cantieri Tosi, Fondazione Michelagnoli, Taranto, 2013.
Annibale Paloscia,  Benedetto fra le spie, Mursia editore, 2013.
Filmografia:
Lionello De Felice, Senza bandiera, prodotto nel 1946  uscito nel 1951.
Adolfo Fenoglio, Accadde a Zurigo,  Sceneggiato in tre puntate puntate su Rai 1, 1981.