venerdì 18 marzo 2016

«Taranto rinasce con i provinciali» Nistri: il mancato rapporto fra città e hinterland è stato la grande occasione perduta



«Taranto rinasce con i provinciali»

Nistri: il mancato rapporto fra città e hinterland è stato la grande occasione perduta

Articolo pubblicato in: La Gazzetta del Mezzogiorno di Lunedì 18 gennaio 2016, p. VI

di Fulvio Colucci

«L’idea del libro mi è venuta ricordando l’anziano contadino della provincia che mi chiedeva sempre: “e tu, a ci appartieni?”. Lo storico Roberto Nistri ama ironizzare con graffiante leggerezza sugli episodi della storia, grandi o piccoli che siano. Così, rievocando il passato, trovano spazio le uova di Martina Franca «arrivavano freschissime » e mille altri aneddoti di quella galassia, finora poco esplorata dal punto di vista storiografico, delle relazioni (mancate) fra la città e il suo hinterland. «Una incerta appartenenza » è il titolo dell’ultimo libro dell’intellettuale tarantino edito da Scorpione (10 euro). «Analizzo un periodo importante: dal 1860 al 1914, con un occhio particolare alla Belle Époque. Nei suoi ultimi lavori la Taranto del passato diventava occasione per riflettere sul futuro, in particolare rispetto alla vicenda siderurgica. Le pagine di “Una incerta appartenenza” rappresentano, invece, una cesura con quel filone narrativo. «Ho chiuso con la dimensione tarantino-siderurgica. Ho travasato a sufficienza due mari in un bicchiere. Ritenevo inutile accanirsi sul “paziente”. Mancava, invece, la dimensione del racconto storico sulle relazioni fra la città e la provincia. Un grande punto di debolezza per Taranto, una grande occasione perduta».

Perché?

«Quando si dice: occorrono alternative alla siderurgia si dimentica che esistevano ben prima della nascita delle acciaierie. A Taranto e in provincia. Penso all’agricoltura e al commercio. Al porto mercantile. Nel libro analizzo storicamente la situazione al momento dell’arrivo della Marina Militare, quando tutto cambia. S’impone l’industria pesante e la politica si adatta, chinando la testa. Penso alle figure dei sindaci dell’epoca, ridottesi a gestire finanziamenti a pioggia arrivati dallo Stato, grazie ai buoni uffici del sottosegretario alla Guerra Federico Di Palma. Avrebbero potuto, invece, tessere relazioni con i Comuni vicini: Martina Franca, Manduria, Massafra erano realtà economicamente vivaci. La mancanza di rapporti ha nuociuto di più alla città».

In che modo?

«Perché i Comuni della provincia hanno continuato a fare da soli mantenendo la propria vivacità. Taranto si è intorpidita nelle sorti progressive della Marina e poi dell’acciaio. E ha fatto propria quella visione di cui parlava Enrico Presutti, il funzionario tecnico del governo Giolitti che due secoli fa stese una specie di “planimetria economica” del territorio. Presutti scriveva, guardando alle trattative tra proprietari terrieri e rappresentanti sindacali dei braccianti: “I padroni non considerano i contadini uomini come loro”. Ecco, questo concetto può estendersi alla borghesia tarantina, borghesia del mattone, i palazzinari che fuori dal circuito degli espropri terrieri e della cementificazione, non hanno saputo elaborare un’idea di città. Essi non vedevano solo il proletariato e il sottoproletariato cittadino fuori dalla sfera “umana”, ma anche gli abitanti della provincia. Quest’errore pesa sulle spalle di Taranto in modo decisivo».

Che intende col termine provincia vivace?

«Oggi se provi a portare il nome di un intellettuale come Cacciari o di un architetto come Renzo Piano a Taranto rischi di non vedere nessuno all’incontro. Diversamente, in provincia, il fermento culturale è palpabile e se porti un nome importante troverai le sale piene. Sembrano dettagli, ma non lo sono. Aggiungo che “Una incerta appartenenza” scandaglia la storia dei Comuni del Tarantino rilevando la presenza di fatti e personaggi importanti, per esempio nella storia del movimento socialista, tra gli anarchici. Se la città e i centri minori avessero avuto una coscienza dell’identità e del destino comune, la storia sarebbe andata diversamente e Taranto non avrebbe vissuto quel torpore secolare cui facevo cenno».

Ma è possibile riconnettere le identità?

«Io provo a sfidare dal punto di vista culturale la mia città in questo senso. Per me è possibile far nascere una “quarta Taranto” integrando, finalmente, la comunità tarantina e l’hinterland. Però attenzione: il mio è un discorso di principio. Non ho un piano operativo. Il libro rappresenta un contributo culturale e spero ne seguano altri, sempre nell’ottica degli studi storici. Certo non possiamo insistere con la storia della Città vecchia».

Ma come? L’Isola è vista da tutti come il futuro.

«Dall’Isola si può tirar fuori poco, facciamocene una ragione. Ammesso poi che arrivino risorse consistenti. La sua fragilità, a partire dal tessuto urbano, è evidente. Come la tela di Penelope, la Città vecchia un giorno si fa e l’altro si disfa. Mancano le idee e non si può piroettare funambolicamente sul filo teso fra Sparta e Matera».

Torna ad essere duro con chi propone lo sviluppo alternativo?

«No io parlo sulla base della storia e dei dati di fatto. Una “quarta Taranto” potrebbe nascere da un nuovo intreccio fra città e provincia, insisto a dirlo. Una specie di trasfusione di sangue dall’hinterland per troppi anni penalizzato dalla città e dalla divorante monocultura, prima militar-industriale e poi siderurgica. Io mi auguro che, saltando l’impianto delle Province, gli attuali amministratori dei Comuni, a partire dal sindaco di Taranto, possano riflettere su un rinnovato contesto di rapporti fra le città: vocazioni artistiche come quelle di Massafra, Manduria, Grottaglie o Martina Franca non vanno sottovalutate. Travasando le energie provinciali è possibile rigenerare la città. Del resto sono proprio gli abitanti dei Comuni più piccoli che hanno fatto grandi le città. Penso a Milano, per esempio, che si dice sia stata costruita dai bergamaschi».

È stato faticoso scrivere «una incerta appartenenza»?

«È stata una operazione difficile, certo. Ho provato a tracciare una mappa ma era impossibile ricostruirla del tutto. Prima accennavo alla speranza di altri studi storici che seguano questo solco appena tracciato. Per trovare altre carte a Taranto e negli altri Comuni, ricostruire il passato, rendere giustizia alla memoria storica e guardare al futuro con una possibilità».

giovedì 17 marzo 2016

Nostalgia di noi, i soggetti

Nostalgia di noi, i soggetti

di Roberto Nistri
Nuova edizione. Febbraio 2016


© Roberto Nistri 2016. Tutti i diritti sono riservati.

Il 26 gennaio 2016, in occasione della “Giornata della Memoria”, organizzata dal Liceo “Archita”, abbiamo presenziato ad un impegnativo dibattito su una tematica ardua e scabrosa, concernente le responsabilità del filosofo tedesco Heidegger, di fronte alla tragedia del nazismo e della Shoà. L’iniziativa è stata molto partecipata, con qualificati interventi letterari e musicali. Benedetto Croce giudicava Heidegger indecente e servile, ma il filosofo Francesco Alfieri, scrupoloso esegeta del corpus heideggeriano, ha offerto ben altra interpretazione. Il punto cruciale riguardava i cosiddetti “quaderni neri”, di recente pubblicati per esteso , che a detta di molti studiosi, chiariscono definitivamente la fisionomia di un tedesco decisamente nazista e certamente antisemita: una adesione profonda e non opportunistica al Fuhrer Prinzip? Si è aperta una seria discussione. Il professore Alfieri ha messo in campo tutta la sua sapienza filologica per liberare Heidegger da fraintendimenti più o meno maleintenzionati. Il dibattito si è prolungato a lungo con giovani studenti che, in barba al disfattismo governativo, sono ancora avidi di umanesimo e filosofia.

Come dirigente della “Associazione Nazionale Partigiani”, lo scrivente esprime le sue perplessità nei riguardi di una fluviale difesa d’ufficio del filosofo contestato, le cui responsabilità nel dopoguerra venivano riduttivamente applicate alla figura del “simpatizzante”. Troppo poco per un grande accademico, convinto di essere lui il vero Fuhrer. A lungo i colleghi avevano scherzato sul suo “viaggio a Siracusa”, in riferimento al viaggio di Platone, speranzoso di governare filosoficamente il Tiranno. Analoga speranza avrebbe coltivato Gentile nei confronti di Mussolini.

Certo è che Heidegger non ha mai manifestato dubbi: è rimasto un acerrimo nemico della libertà e della democrazia, un nazista convinto, con appesa al petto una decorazione con la croce uncinata, un antisemita di qualità: gli ebrei si sarebbero autodistrutti in quanto “vessilliferi del paradigma calcolatorio!” Una originale rievocazione del “complotto giudaico”.

Il filosofo si sarebbe anche preoccupato di cancellare dal suo opus magnum la dedica al suo maestro ebreo Husserl, non partecipando neanche al suo funerale.

Crimini di pensiero

Nel corso della giornata, solo l’assessore Liviano ha espresso poche ed acconce parole nei riguardi della Vittima Assente. Se nel pubblico fosse stato presente un discendente di un lontano perseguitato travolto dal vortice infame, avrebbe avvertito la propria estraneità in un tempo ormai senza memoria e senza testimoni. La filosofia più che mai deve ancora misurarsi con lo sterminio.

Per quanto ci riguarda, negli anni Sessanta ci siamo fatti i nostri quindici minuti di passioncella per il mago di Messkirch, con il suo “esserci”, il Dasein e l’in der welt sein, lasciando poi senza rimpianti la Selva Nera per accasarci nella più felice Rive Gauche. Il partigiano Pietro Chiodi ci aveva presentato un esistenzialista ateo, mentre il piccolo sciamano era legato ad una vecchia teologia negativa, un neoplatonismo appetibile per uno spiritualismo cristiano sempre in lotta contro la razionalizzazione scientifica e il “disincantamento del mondo” (Weber). L’incantatore nemico della matematica, aveva dichiarato: “ io sono un teologo cristiano!”. Coltivava un pensiero misticheggiante, costellato di promesse abissali con il supporto di fantasie occultiste : un dinamico pusher, spacciatore di principi barbarici e di eccitazioni accademiche, come la “risveglianza dell’Esserci tedesco alla sua grandezza”. Uno scalpellare il nulla, moltiplicando le iperboli con linguaggio doppio, sentenzioso e allusivo. Una parrocchiale custodia del Graal , tutta permeata dal Fuhrer Prinzip , una zuppa d’orzo come quella propinata da Frau Elfride, della quale il filosofo era ghiotto . Karl Lovith, il correttore delle bozze di Essere e tempo, doveva diventare il suo critico più implacabile: occorreva rompere l’incantesimo di una sterile imitazione da parte di una massa di adepti sovraeccitati. Secondo Thomas Bernard, il Guru è stato capace di mettere nel sacco una intera generazione di studiosi, propinando una broda esoterica che ha annegato nel Kitsch la filosofia. Aggiungiamo anche le scopiazzature dal libro dell’ultrarazzista italiano Julius Evola, La rivolta contro il mondo moderno. Decisiva l’opposizione dell’anti Heidegger: il filosofo ebreo Robert Nozick.

Chi oggi sarebbe disposto a seguire i “Pastori dell’Essere” e l’antropologia della “Radura”, misurandosi non con il nulla ma con il vuoto, con tutta la sua forza di risucchio? Franco Volpi, lo studioso italiano che più si è avvicinato a Heidegger, ha considerato ormai irricevibile il suo lascito: sperimentazioni linguistiche che implodono in funambolismi e infine in vaniloqui. Volpi ci esorta a rimetterci in cammino non su presunti “ Sentieri dell’essere”, ma sul Sapere Aude dell’illuminismo radicale.

venerdì 13 novembre 2015

Quando ricordare la guerra non è vuota retorica


Quando ricordare la guerra non è vuota retorica



di Roberto Nistri

in: La Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì 23 ottobre 2015

La giornata di studi del  4 ottobre, promossa dalla benemerita Associazione degli «Amici dei Musei», curata nei dettagli dalla presidente Annapaola Petrone Albanese, ha supplito egregiamente alla latitanza delle istituzioni municipali. Per una volta, la città di Taranto ha onorato seriamente il sacrificio di tanti concittadini che hanno consumatole loro vite in quel conflitto che non si è mai esaurito e che, a tutt’oggi, ci rende ancora eredi e sudditi della pestilenza bellica, che continua ad ingrassare e onorare i mercanti di cannoni e i produttori su larga scala di sua maestà, il filo spinato.
Quel feticcio supremo della guerra infinita, il simbolo par excellence della reclusione universale, che moltiplica muri e trincee nella generale omologazione fra carcerati e carcerieri. La memoria storica della sciagurata deflagrazione, causata da un sabotaggio, della corazzata «Leonardo da Vinci» nel Mar Piccolo di Taranto nella notte del  2 agosto 1916 doveva comportare la morte di 227 membri dell’equipaggio e 21 ufficiali.
Senza le paccottiglie retoriche che nel passato hanno ammorbato la locale memorialistica cittadina, relatori esperti come l’ammiraglio Ermenegildo Ugazzi, Comandante Marina Sud, e gli ammiragli Fabio Caffio e Fabio Ricciardelli della Fondazione Michelagnoli, hanno presentato una ricostruzione accurata ma non pedante di quella tragica vicenda. Questo in virtù anche di un affascinante documentario d’epoca: Morte e resurrezione di una nave. Appassionante anche la relazione dell’architetto Augusto Resta sulla pregevole operazione di restauro del busto di Leonardo da Vinci, posizionato nella Villa Peripato a ricordo del tragico evento.
Nel passato non sono mancate al riguardo le corbellerie toponomastiche. Sul finire degli anni ’50, in una rassegna del Comune di Taranto, non mancavano topiche gustose. Per esempio, a cercare informazioni sul perché di una «rampa Leonardo da Vinci», si incappava in una strana minibiografia dell’illustre personaggio: «Perfezionò le conche, iniziò lo sparo (sic!) dei mortai grandinifughi, costruì molti canali lombardi, studiò il volo degli uccelli in relazione all’aviazione (?) e fondò la dottrina (!) del moto ondoso».
Messo a posto l’ingegnere Leonardo, la giornata di studi si concludeva con grande soddisfazione dei presenti per il risanamento del busto rivolto a Mar Piccolo, pur rimanendo come sempre perplessi di fronte alla enigmatica epigrafe posta a suo tempo dal magniloquente Criscuolo: La codardia nemica distrusse la nave il valore l’italico impero. Tre complementi oggetto distrutti dalla codardia nemica.

Le due città e una tarantola



Le due città e una tarantola


 di Roberto Nistri

© Roberto Nistri 2015. Tutti i diritti sono riservati.

       Mi trovavo a frequentare  per la prima volta la città di Lecce verso la metà degli anni ’60, ospitato da Adolfo Buja,  ex compagno di banco al liceo “Archita”  di Taranto, che si era trasferito in terra salentina .  In quel tempo entrava in funzione il primo altoforno dell’Italsider,  ma questo  non  angustiava minimamente quella my generation che, per ultima, aveva avuto il privilegio di vedere il cielo di Taranto non trafitto dalle ciminiere. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare che, nell’anno di disgrazia 2013,  il Comune di Lecce dovesse manifestare serie preoccupazioni per i fumi tossici provenienti da Taranto. Il soggiorno leccese doveva risultare molto istruttivo per lo scrivente: Rino Buja,  grande erudito locale, mi illustrava fatti e misfatti della città, senza fare alcun cenno al tarantismo e alle sue ritualità. Avrei in seguito compreso che, in quel periodo, la musica tarantolata non godeva di particolare fortuna nella cultura borghese cittadina. Non per questo la tradizione si era esaurita. Una vivace testimonianza del tarantismo nel decennio precedente veniva offerta dall’erudito Giovanni Antonucci in una lettera al tarantino Cosimo Acquaviva il 26 novembre 1950: “Io ebbi uno zio dalla vita alquanto irrequieta, tutto preso da velleità di canto e di essere un violinista. Quando qualche tarantolare era colta dalla frenesia del ballo, lo si chiamava perché mettesse in pratica le sue doti musicali: io bambino di 7 od 8 anni correvo cogli altri a vedere la scena che svolgevano in qualche casa a piano terreno e colle porte aperte” (1).
       A dire il vero la  Città  Barocca , considerata arretrata e sonnolenta, era abbastanza snobbata dai tarantini, che in quella fase stavano vivendo l’ebbrezza della grande mutazione industriale. Anche lo scrivente , dopo aver frequentato qualche salotto old fashion e fascistino, in cui era tabuizzato l’argomento Jo Staiano (il primo trans che si era fatto onore nel felliniano La dolce vita)  pensò bene di ritornare di corsa fra i due mari, con tutto l’affetto e la simpatia per la “Bella addormentata”.  Sembrava una città in bilico fra magia e deserto che sarebbe piaciuta al  flaneur Roger Caillois, il cercatore dei “demoni meridiani” della tradizione folclorica, che nella sua Guida Blu aveva rievocato anomalie e sregolatezze, come vetrine che esponevano pipistrelli-vampiro appesi a testa in giù, “simili da lontano a ombrelli di seta neri riposti in buon ordine”.
      Si ritornava  a frequentare Lecce nei paraggi del ’68, quando vi erano abboccamenti fra i combattivi universitari baresi e tarantini e gli ammuinati studenti leccesi che, quanto a contestazione, stavano un po’ scarsi. Eppure proprio in quel contesto avevamo la fortuna di conoscere fugacemente la Rina Durante che, come ha scritto Ilaria Marinaci,  era riuscita a vedere prima degli altri il Salento del futuro , fondando il canzoniere Grecanico Salentino , contribuendo alla riscoperta del griko e analizzando fenomeni identitari come il tarantismo. Accanita masticatrice di tabacco,   avrebbe scritto anche uno splendido racconto Intitolato  La Luce, sulla acciaieria di Taranto (Manni, 1996). Alessandro Leogrande ha tracciato un bellissimo profilo di Rina Durante, proprio a partire dall’esperienza del ’68 e dintorni: La liana arborea e la fine dell’utopia, in “Galaesus”, Taranto, 2014.  “Vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…nel paese dell’Eco che mi hanno detto risuonare di suoni”, canti notturni di suonatori erranti, fra risentimento e sfinimento …
      Protagonista autorevole di quella stagione di “radiose utopie”, per tirare su i  ragazzi che,  a partire dalle facoltà occupate, non trovavano una fabbrichetta ove distribuire qualche volantino, la Durante faceva una mossa geniale simile a quella di Galilei, quando puntava verso le stelle quel cannocchiale che tutti consideravano solo un oggetto di trastullo. La  signora Rina ebbe la bella pensata di far entrare nell’Università alcuni suonatori di musica di tradizione, che all’epoca rimediavano qualcosina fra matrimoni e compleanni:  nell’Ateneo doveva fare furore il Toto di Calimera. La mossa galileiana della Durante era  straordinaria: si apriva una storia e peccato che, nella anticopernicana Taranto di ieri e di oggi, nessuna testa pensante sia stata capace di una simile genialata.  Le due città continuavano ad avere storie divaricate,  ma era Lecce che iniziava ad incrementare passo dopo passo il proprio sex appeal.
       Intanto nel 1971, avendo a lungo frequentato la casa di Alfredo Maiorano, avevamo avuto modo di apprezzare in anteprima la ricchezza del suo repertorio etnografico, potendo  anche  seguire la sapiente cura esercitata da Antonio Rizzo e Alberto Cirese, nell’allestimento della grande mostra sulle tradizioni popolari,  che doveva costituire un vero primato nell’Italia meridionale. Sulle tristi vicissitudini del costituendo Museo, la storia è nota. L’infelice gestione, da parte degli amministratori, della donazione di don Alfredo, era già un segnale inequivocabile dell’inarrestabile declino di una cultura cittadina ormai slegata dalla propria storia.
       Nel 1984 usciva il film di Giuseppe Schito,  Il ragazzo di Ebalus (1984): si raccontava di un giovane terrorista in crisi che, in fuga da Milano, cercava l’aiuto dei compagni dell’Italsider di Taranto. Braccato sia dai poliziotti che dai brigatisti, veniva ospitato da un vecchio contadino, reincarnazione di quell’agricoltore di Corico (l’attore Cucciolla)  che, incontrando Virgilio sotto le torri della rocca di Ebalo, lo introduceva alla magia del mondo contadino, volta a sconfiggere la cultura della violenza. Casualmente proprio in quel periodo seguivamo a Taranto il processo alla colonna tarantina di “Prima Linea”, scrivendone qualcosa in A sud del Sessantotto. Erano gli anni di una svolta epocale, traumatica. Le cose stavano cambiando. Con l’esaurirsi della Vertenza Taranto, la città e la grande fabbrica correvano ormai, senza alcuna consapevolezza,  nel tunnel del declino. Qualcuno armeggiava attorno a serrature che chiudevano male sull’infinito (Aragon).  I più morivano per attacchi di scetticismo. Invece la barocca “città del sonno” veniva risvegliata dal “folk revival” salentino e poi baciata dal più che principe Edoardo Winspeare .   Le raccoglitrici di tabacco salentine, rimaste inceppate negli ingranaggi di una mobilità sociale negata, non danzano più cercando di schiacciare con il piede quel ragno immaginario che era il simbolo del loro mal di vivere. Nuove generazioni hanno fatto della taranta un emblema identitario trasversale. Da zavorra del passato a risorsa per il futuro, da relitto folklorico a bene culturale. Una nuova patria culturale, avrebbe detto Ernesto  de Martino, da ricordare a 50 anni dalla morte. Egli fece del tarantismo l’emblema di un Meridione dell’anima, come ha scritto Marino Niola.
      Le “spose di San Paolo” non roteavano più la testa e non si arrampicavano sull’altare della barocchissima cappella di Galatina, ma i turisti giungevano a frotte in cerca di buone vibrazioni. Come ha scritto Marino Niola, l’ombra dell’Aracne mediterranea non ha mai abbandonato questi luoghi: “ Resta tra le spighe del grano e le foglie del tabacco come una cifra nascosta, che si rivela nei bagliori visionari della campagna abbacinata dal sole e risorge nel riverbero bizantino del tramonto, quando il cielo diventa una iperbole scarlatta  sospesa sopra un orizzonte di assoluti”.
       Ai piedi di Santu Paulu rimane uno scorpione sormontato da due serpi, sullo sfondo di una ragnatela. Il guanto era  stato rovesciato e il logo antico si andava trasformando nel simbolo positivo di una economia sostenibile e attrattiva. Si metteva in moto una grande avventura che avrebbe fatto di Lecce e del Salento un cosmopolita luogo del cuore; una storia molto lunga, attorno alla quale valorosi studiosi hanno variamente discettato.   Nell’arco di alcuni decenni, con un vasto retroterra di esperienze musicali e spettacolari, Lecce meritoriamente godeva di una pulita economia turistica, con la sua Renaissance pizzicofila. Gli anziani coetanei tarantini  di quei giovinotti del ’68, dopo decenni di volantinaggi al “Siderurgico” si ammuinavano con la ballata degli affumicati. La storia aveva rovesciato la frittata. Culturalmente Lecce e Taranto si avvicinavano:  è da ricordare la mirabilesi  operazione di Koreja e del Sud Sound System in  Acido fenico: la ballata del camorrista Mimmo Carunchio, dal testo del tarantino Giancarlo De Cataldo ispirato alla banda Modeo (2003).
      Eppure le due città offrivano ben diversi marcatori identitari: Taranto rimaneva  sottomessa alla monocultura siderurgica, Lecce valorizzava la propria tradizione pizzicomane. A ciascuno il suo, considerando che ogni monocultura recava in grembo una minaccia e anche la Città Barocca oscillava tra incanto e autarchia, magari spacciando vetusti stereotipi che fingevano vita novella, riducendo la filologia ad ancella del turismo. Nella terra di sotto  nessuno era immune dalla malinconica sindrome delle dissolvenze, degli oggetti smarriti, dei buchi neri. Per questo era importante unire molte solitudini per una piccola ragione di allegria, scacciando il demonio dalla bocca. 
       Si poteva riflettere sul sogno di Jung, durante il viaggio che lo portava insieme a Freud negli Stati Uniti, mentre maturava il suo dissenso nei confronti dello scientismo  del  Maestro. Jung sognava di scendere nella sua casa sempre più verso il “profondo”,  trovando in una grotta due teschi: le due culture, si diceva una volta. I due teschi rappresentavano le due  forme del pensare: il fisicalismo di Freud e il simbolismo di Jung, la ratio e l’icona, la techne e il mito.  Con una eccessiva semplificazione si potrebbe dire che la città del mito ha battuto la città del logos. Convinti da sempre della necessaria concordia discors fra il logo e il mito, non siamo tanto babbioni da contropporre la fucina di Efesto al reincantamento dionisiaco. Diciamo soltanto che il brand della Taranta si presentava,  nell’immaginario collettivo,  molto più attrattivo di quello dell’Ilva.
       Nel 1996 recensivamo il libro di Franco Cassano, Il pensiero meridiano, in cui si invitava a “non pensare il sud alla luce della modernità, ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud”. Si trattava di “restituire al sud l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri”. Un programma audace, in una qualche maniera interrotto o incompiuto, tuttavia ricco di suggestioni in riferimento alle due città . Sempre nel 1996 veniva prodotto Pizzicata di Edoardo Winspeare, il regista che doveva diventare  l’ambasciatore nel mondo del “tarantismo” e della “salentinità”: purtroppo stereotipi che rischiavano di imprigionare l’artista in una sola dimensione.  La filmografia di Edoardo non era certo riducibile alla pizzica come rock’n roll  mediterraneo: le sue erano anche storie di clandestini, trafficanti di droghe, Dark ladies della Sacra Corona Unita, vite in bilico fra musica e contrabbando, in una Puglia dove si scontravano  tradizioni antichissime e criminalità imprenditoriale.
       La frequentazione di Winspeare, soprattutto durante la produzione a Taranto del film Il miracolo (2003) si costituiva nella memoria cittadina come  un momento alto di battaglia culturale. Il miracolo deve essere girato a Taranto, diceva Edoardo. “Questa città possiede la luce più struggente d’Italia… Taranto è perfetta perché è sia spaventosa, con l’impianto siderurgico più grande d’Europa a ridosso della città, sia  il più incantevole luogo  ameno della Magna Grecia, circondata dall’acqua che riflette per ogni dove la luce”.  Cercando i volti fra gli studenti del liceo “Archita” e i ragazzini dei vicoli della città vecchia, l’artista promuoveva  una grande operazione maieutica per la cittadinanza. “Taranto è sempre molto bella”, diceva il regista all’intervistatrice Anita Preti, “ma è anche un luogo dove la violenza è palpabile, una città continuamente ferita”.
       Nell’estate del 2002 presentavamo nella città di Ebalo una corposa raccolta di studi a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, dal titolo molto esplicativo Il ritmo meridiano - La pizzica e le identità danzanti del Salento, in evidente sintonia con la riarticolazione del rapporto fra modernità e tradizione proposta da Cassano.  Sotto l’influsso incoercibile dello “spirito del tempo” , nella stessa estate veniva dato alle stampe un compendio storico-filologico della  Taranta tarantina.  In quel momento quasi felice,  la città riconquistava una  primogenitura indiscutibile , invero mai contestata dagli acculturati: il musicologo Aristosseno di Taranto raccontava di “epidemie di danza” attorno al dio della  maschera e dell’ebbrezza, Dioniso. Antidotum tarantulae, che il medico Paracelso chiamava  Lasciva Chorea, ballo licenzioso. Da Marino a Lubrano si era diffuso un immaginario colto di tutta Europa, al punto che nel Cinquecento, Cesare Ripa poteva raffigurare il tacco d’Italia come una bella danzatrice, vestita di un sottil velo costellato di tarantole.
      Si restituivano  ai due mari le origini del culto della Taranta, smarrito negli anni della grande industrializzazione. Un gruppo di “scienziati tarantoleschi”, coordinati da Carlo Petrone, raccoglieva  tutte le documentazioni reperibili nel territorio jonico su una antica cultura che ancora oggi si offre come un accumulatore di potenza di grande valenza simbolica. Con una strategia di Reconquista la Taranta  ritornava a casa.  Esaurita una  prima edizione del volume, ne veniva  pubblicata una seconda  molto più ricca. E  si continuerà ancora a ricercare, spinti dal desiderio di ritornare a casa e poter rivedere quel luogo come se fosse la prima volta.
      La memoria del Ragno veniva riattivizzata in terra jonica, ma nel frattempo era andata  smarrita una città.  Purtroppo nella antiquissima urbs la techne è stata assolutizzata, abbiamo peccato di  yubris (dismisura) e le potenze degli inferi si sono scatenate diffondendo il Male nostrum. Per poter evitare che la stessa  mater tarantula finisca asfissiata fra le emissioni dell’Ilva e dell’Eni, volenterosi artisti  si sono impegnati nel recupero del ritmo mediterraneo,  per scacciare i maligni vapori, traducendo il mood della pizzica in world music. Fra i non tantissimi, il maestro concertista Mimmo Gori ha raccolto attorno a sé valorosi musici tarantati e non scoordinati, promuovendo il Festival dello Scorpione.  
      Si tratta del più antico emblema di Taranto,  in seguito sostituito dal più accattivante Delfino. In effetti lo Scorpione,  ma anche il  santo Ragno, non brillano per benevolenza.  “Qui lo scorpione è padrone /  e la tarantola ruffiana /di un’antica follia”: così poetava Raffaele Carrieri, ricordandoci che i culti antichi avevano a che fare con un sangue russu russu. Lo Scorpione era una icona  abbastanza lugubre. Gli Africani evitavano di pronunziarne il nome perché portava male. Era minaccioso a causa della coda terminante in un rigonfiamento colmo di veleno che alimentava il pungiglione. Amava la solitudine e gli angoli oscuri, pronto a uccidere il disturbatore. Produceva  effetti allucinatori ed esperienze di transizione ad una realtà altra. Presso i Dogon rappresentava il clitoride asportato. Il più pauroso romanzo di Stephen King era l’apocalittico L’ombra dello scorpione.
      Ma i tarantini sono ormai abituati a frequentare la  Danse macabre. Del resto l’uzzolo zombaiolo e il Negramaro non ci devono far dimenticare il cuore di tenebra della tarantola. “Chi o cosa mi possiede?” rimane l’incipit di ogni horror territory.  L’Uomo Nero, lo Spauracchio, il Babau, il mito deambulante del “fantasma della mente”, il male che si rincorre e si trasforma nella sfera freudiana del perturbante, l’Unheimliche che sfalda il tessuto delle cose “reali”. Nella stasi del tempo immoto,  la calura della controra fa socchiudere le palpebre e nel giallo mare di grano s’intravede un tremolìo, una  figurata malìa e  si avverte lo straniamento dell’essere “posseduti”,  del non sentirsi soli nella propria pelle.  La tarantola è per eccellenza il qualcosa che si nasconde dietro i filari di grano,  la presenza invisibile che si muove tra le spighe. In una città virata in noir, chi combatte da sempre quello scherzo di cultura e non  di natura che è la kinghiana Mangler    (la macchina infernale) può ben avviare nelle notti pizzicate  La danse du dèsir  fra tarantole e scorpioni. I tarantini sono ormai abituati a frequentare la Danse macabre, in the Dark side of the moon.  Il mondo, diceva Ernesto De Martino, ha più che mai fame di simboli per dire i suoi mali, per lenire i suoi dolori.  Ciò che è emerso può affondare e ciò che è affondato può riemergere.   Contro il gigante di ferro  ci si può sempre  difendere,  extrema ratio,  con lo  “sputo medicinale”   e risanatore:  l’arma segreta del  principe  taumaturgo Totò  (2).

NOTE

1) Cfr. Cosimo D’Angela,  Lettere di Giovanni Antonucci a Cosimo Acquaviva (1939-1953) in    “Cenacolo”, N.S. III, 1991, Mandese editore, Taranto, 1991.
2) Cfr. Giancarlo Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale,  Congedo editore, Galatina (Le), 2004.