Intervista di Anita Preti a Roberto Nistri sulla chiusura estiva del Museo Archeologico
di Anita Preti.
Già edita in: Quotidiano 30 giugno 2013
© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati.
...La notizia aveva suscitato scalpore, se ne parlava nelle edicole che sono le tribune del popolo. "Taranto capitale della cultura? E chiude il Museo? D'estate!", sì, l'ha proprio ascoltata Roberto Nistri, scrittore, storico, a lungo docente nel prestigioso liceo Archita.
"Io mi sento fasullo nel fare qualsiasi commento. Facciamo sempre la figura di quello che va controcorrente. Da noi vince invece la "Prozac leadership", quella che infonde calore, sicurezza, ti eccita: "Basta rimboccarsi le maniche!". Ed invece siamo di fronte ad una catastrofe cronica, di lunga durata, che va ben oltre le origini dell'Italsider-Ilva. Da noi si fa tutto quello che non si fa nel resto del mondo".
Così Nistri non può essere tenero con l'ignavia dei più:
"Questa città sembra come se fosse vuota, occupata abusivamente dagli abitanti. E' un contenitore di ricchezza di cui può disporre in minima parte. Noi siamo custodi di un Pil dai confini ineffabili e siamo ostaggi di forze autorevoli che ci mettono in riga".
Come nel caso del Museo.
"Quel pizzico di salvezza che abbiamo è legato a tutto ciò che non ha niente a che fare con la grande industria, che è a latere della monocultura industriale. Queste isole residuali, queste zone franche sono poche. E l'unico tratto identitario, conosciuto e riconosciuto su scala planetaria da tempi remoti e fino ai giorni che arriveranno, è il Museo. L' unico patrimonio che possa restituire ed anche innescare una sorta di riconquista di titoli onorifici che una storia cattiva ci ha dissipato. Allora aspettiamo".
Non c'è scelta.
venerdì 9 agosto 2013
Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto
Alessandro Leogrande e i fumi di Taranto
di Roberto Nistri© Roberto Nistri. Tutti i diritti sono riservati
Alessandro Leogrande è nato giornalista. Nei corridoi del liceo “Archita” s’impegnava nel giornalino d’Istituto e scriveva ponderosi saggi sulla rivista “Galaesus”. Partecipava ad un confronto fra una ventina di studenti e lo scrittore e critico cinematografico Goffredo Fofi, che lo sollecitava a intervenire ad un convegno a Napoli sulle culture giovanili nel sud. Suggerimento accettato da Alessandro che, marinando alcune giornate scolastiche, pubblicava in seguito puntuali resoconti sul “Quotidiano” di Taranto. A Roma si laureava bene in Filosofia, senza farsi imprigionare nella gabbia dell’esamificio. Collaborando alla rivista “Lo straniero”, incominciava a condurre numerose inchieste per Radio Popolare e, nel novembre 1998, per la tarantina Primavera Radio raccoglieva preziose interviste sulle condizioni di lavoro nel Siderurgico. Una importante esperienza è stata certo quella di giornalista accreditato presso il G8 di Genova. Quasi come congedo dalla piccola patria pubblicava nel 2000 una robusta inchiesta su Taranto, una città “emblematica della storia italiana di fine millennio, modello per lo sviluppo del mezzogiorno degli anni sessanta, divenuta poi l’incubo degli anni novanta”.
I sempre più numerosi titoli di Leogrande evidenziano la ricchezza delle sue esplorazioni: Criminalità: il versante adriatico del 2002; Le male vite, storie di contrabbando e multinazionali del 2003; Nel paese dei vicerè, l’Italia tra pace e guerra del 2006, Ragazzi di mafia del 2008; Uomini e caporali, nuovi schiavi nelle campagne del sud del 2008; Il naufragio della Kater i Rades, morte nel mediterraneo del 2011; Fumo sulla città, del 2013. Come si vede, lo scrittore ha voluto curiosare su terreni poco battuti, frequentati da eterni stranieri, anime danneggiate, figure che abitano sull’orlo, mafiosi, contrabbandieri, migranti in viaggio verso un buco nero, mercati di braccia e corpi, fra prigioni e racket dei caporali. Alessandro è scrittore di corpi in fuga, rappresentati con ricognizione analitica, puntuale, senza imbrigliare la voglia di capire e di raccontare, mettendo in gioco la propria soggettività: ne Le male vite, si veda il racconto di Ciccio Prudentino, il “signore delle sigarette” con il suo socio Quaranta, che giocano a carte con il famigerato comandante Arkan nel casinò di Pogdorica, perdendo assieme tre miliardi e mezzo di lire: una forma di omaggio o prezzo da pagare per stringere affari con il comandante delle Tigri e criminale di guerra. Con lo stesso tono da film di Orson Welles, si svolge la conversazione con un altro giocatore corsaro e perdente, come il pittoresco vice del granguignolesco Giancarlo Cito. Ma qui incappiamo in un detour, un incessante andirvieni fra il primo e l’ultimo libro di Alessandro.
Abbiamo fatto cenno al testo del 2000, Il mare nascosto: un titolo molto incisivo che indicava l’obsolescenza del Paradigma Mare nel vissuto quotidiano di una Taranto infelix, che per secoli si era fregiata del titolo di Città dei due mari. Un libro di congedo che si portava appresso il solito essere-due, il sentirsi sempre a metà della città, ma anche il libro della conquistata maturità, dell’uscita dalla minorità, in una città governata da un guappo che sognava di essere re, mentre un popolo bambino impazzava. Opportunamente il testo in cui recensivamo gli Jonici Graffiti di Leogrande era titolato Esodi e approdi. Il cittadino adulto se ne va, ma non cesserà di misurarsi con il cuore di tenebra, il diabolus ex machina che si è incistato nel carattere sociale della città ebalica, indossando la maschera proterva del sindaco in orbace oppure quella dello spacciatore di rottame e di diossina.
Il primo libro non si scorda mai, se è un libro seminale come il Terroni del tarantino De Cataldo. Così nel testo d’esordio di Alessandro erano già raccolte, come in un primo movimento musicale, le cellule della successiva ricerca: il filo del Mare nascosto si ritrova in Fumo sulla città; una scrittura che, come una conchiglia, sembra silenziosa ma dentro ci puoi ancora sentire il rumore del mare.
Non si può perdere un legame con una città all’interno della quale si è fatto almeno un pezzettino di storia, nel caso specifico lo scontro con Cito, il ras degli zeloti, ll sindaco nero. Lo choc e lo spaesamento segnavano l’autore nella notte di Valpurga, il 21 dicembre del ’95, quando saltava il coperchio e dal pentolone infernale fuorusciva il Pandemonium, la festa di tutti i diavoli: un corteo aperto da uno striscione con la scritta “Siamo tutti mafiosi”, una fiumana livida e arruffata di diecimila citoisti che imprecavano e minacciavano a destra e a manca, ripetendo in mezzo alle ronde degli ultrà neofascisti: “Chi non salta comunista è”.
Il filo nero di questa vicenda continua a svolgersi in molte pagine di Fumo sulla città. Un pezzo di bravura rimane l’intervista a Mimmo De Cosmo, ex delfino di Cito e sindaco di Taranto dal 1995 al 1999, spodestato dal boss e condannato a tre anni. Dopo aver affrontato in solitudine una sequenza di processi, gestiva una improbabile bottega di antiquariato. Con garbo Alessando tirava fuori dal fascistone incallito un intelligente bilancio dell’avventura citiana. Fin dagli anni sessanta i due squadristi avevano avuto di che brigare nella città di Taranto, Cito come capo indiscusso del manipolo, De Cosmo come guardaspalle e uomo ombra. Impagabile nei filmati goliardici della trash television, quando vestito da Papa benediceva il duce truce, con codazzo di ragazzuole vestite da suore. In realtà era l’unico a non subire totalmente l’arroganza del Piccolo Cesare. Mente fina, fra i due aveva più intelligenza politica De Cosmo, non privo di un certo garbo dialogante.
All’intervistatore Mimino rispondeva con spirito brioso, fumando una sigaretta dopo l’altra e tirando continuamente col naso, invecchiato ma abbastanza lucido nelle sue analisi. Cito era stato assolutamente incapace di organizzare una vera lega meridionale quando il momento era propizio e alle Europee a Milano avevano ottenuto migliaia di voti tra gli immigrati. Ma Il Dittatore dello Stato libero dei Caggioni non sapeva schiodarsi dal suo autarchismo jonico. Quanto agli altri politici, non avevano capito che la città per il 70% era fatta di gente che viveva in periferia, che prima o poi avrebbero preso d’assalto il comune e la città sarebbe finita a rotoli.
De Cosmo si spegneva durante le seguenti elezioni del 2007. Veniva svuotato il suo negozio di busti mussoliniani e nostalgiche cianfrusaglie, orologi a cucù, vecchi lampadari, bambole, nonchè una insegna in corsivo: “Un salto indietro nel tempo”.
Sicuramente la vicenda citiana è risultata cruciale nell’esperienza esistenziale, ma anche di studio e di scrittura, del nostro Leogrande, soprattutto considerando la persistente rimozione, da parte di politologi e analisti tarantini, nei riguardi di quel “bubbone” esploso inopinatamente , per usare la metafora crociana sul fascismo e che invece si sarebbe dovuto studiare “gobettianamente” come il più torbido capitolo di una autobiografia della comunità. Nelle sue molte pagine tarantine l’autore ha messo in guardia contro il frastornante “eccezionalismo tarantino”: disoccupazione, malaedilizia, inquinamento, tumori… Nella crisi di lunghissima durata, per Leogrande sempre “andrebbe ricordato che la politica è stata e continua a essere questa”. Eppure ci sembra che la sindrome Cito abbia avvinghiato lo scrittore e non solo lui. Si avverte come l’eco disperato delle ultime parole di Kurtz in Cuore di tenebra: “Quale orrore”! “Quale orrore”! Addirittura il giornalista Lanucara ebbe a paragonare il Duce dei Caggioni al demone del Necronomicon, quel Cthulhu che Lovecraft rappresentava come una enorme testa di polpo. . Giustamente Claudio Fava in Sud ridimensionava Cito nella categoria del “demone meschino” di Sologub: “ Nemmeno Cito rappresenta veramente il potere a Taranto. Recita, improvvisa, scalcia, si diverte”.
Comunque quella sindrome ci sembra abbia parzialmente velato l’acume giornalistico di Alessandro, in occasione della insorgenza dei “non rappresentati” nella piazza del 2 agosto 2012, quando si determinava la spettacolare contestazione dell’Apecar nei confronti di una gestione sindacale non sempre limpida. In quell’occasione lo scrittore ebbe ad usare un lessico secondo noi poco opportuno: “ultrà, fascisti e teppisti” nei riguardi di operai e giovani precari o disoccupati. Molti fra i presenti in quella manifestazione, compreso lo scrivente, accoglievano lo squillo di tromba dello sgangherato trabiccolo come un liberatorio “Arrivano i nostri!” Crediamo di non sbagliare, pensando che Leogrande abbia invece visto, in quella folla casinara, risorgere le truppe cammellate del citoidi, i fantasmi di quel lontano 21 dicembre del 1995. Ci sembra che il seguito degli eventi non gli abbia dato ragione, anche se nel futuro quei maligni “spiriti animali” potrebbero riprendere a sputare fuoco. Di questi accadimenti abbiamo discusso con Leogrande, e si continuerà a discutere a lungo, con quanti dentro e fuori la città continueranno a spingere la pietra lungo una strada tutta in salita, per difendere una città chiamata Taranto, che subisce una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
Nella sezione sezione conclusiva del libro, Zibaldone delle polveri, l’autore riapre la problematica della grande industria su uno scenario globale che vede ancora una volta la città di Taranto come un osservatorio (si fa per dire) privilegiato di questo angustioso presente storico. In Leogrande apprezziamo una dimensione molto minoritaria nel dibattito cittadino. Lo scrittore ha forte il senso della memoria o addirittura della memorialistica : in particolare la memoria del lavoro. Ebbene, mentre la siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, faccendieri e giornalisti su libro paga, Alessandro cerca di misurarsi con una enorme problematica industriale dalla quale è assente il grande motore dello sviluppo storico: il conflitto sociale. In questa incerta vicenda sembra del tutto irreale applicare la tradizionale dialettica hegeliana servo/padrone. Funziona invece il paradigma della Shoa, il rapporto fra vittima e carnefice, con l’inevitabile overdose di memoria, testimonianza , emozione, nonchè l’indesiderabile effetto collaterale del negazionismo. E’ un continuo rivivere la tragedia senza tuttavia superarla, come scrive Miguel Gotor. Lo scrittore sembra fiducioso, l’illuminismo meridionalistico di Leogrande si muove controcorrente, anche se in tutta una serie di scritti evidenzia e lamenta la desertificazione industriale del meridione. Non sappiamo quanto abbia ragione, ma sappiamo che vuol vedere la storia rimettersi un moto.
L’aspetto che tuttavia consideriamo particolarmente importante di Fumo sulla città, non riguarda tanto il lato economico, attorno al quale ormai è fiorita una sterminata pubblicistica, quanto la ripresa della questione urbanistica, sulla quale anche gli ambientalisti dicono poco o niente. Sono puntuali le pagine sulla città vecchia e sul Borgo, ma soprattutto lo scrittore riesce a cogliere la dimensione residuale dell’abitare: una non-città dai margini indistinti che si sperde in un gigantismo edilizio del tutto incongruo, con uno sfinire in irredimibili periferie di Case Bianche che non sono più bianche. Massi squadrati dalla campagna, sulle erbacce si alza direttamente il cemento. La città è diventata sempre più un arcipelago di satelliti, con scarse strutture e infrastrutture. Ma il centro intorno al quale questi satelliti dovrebbero girare collassa. “In queste periferie muore il Sud”, ha scritto Leogrande. Da queste banlieues, dai margini della città, lo scrittore ha alzato lo sguardo per scrutare la sorte di questo mondo di stranieri, dell’emarginato braccato da tutti, come nel film L’odio di Mathieu Kassovitz (1995) con il suo folgorante incipit:
“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete
‘fino a qui tutto bene…’
‘fino a qui tutto bene…’
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.
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lunedì 1 luglio 2013
I colori del tarantismo
I colori del Tarantismo

Uno dei fenomeni più dibattuti nell’ambito degli studi antropologici è il tarantismo. Diverse sono le interpretazioni che si sono date del fenomeno. Per i più, sulle orme dei medici Epifanio Ferdinando e Giorgio Baglivi, il tarantismo è una malattia da ricondurre ad una sindrome tossica da morso di aracnide velenoso. Per Tommaso Cornelio, i tarantati non sono altro che dei dolci di sale. Per altri invece, al pari del medico Francesco Serao, il tarantismo è una falsa credenza popolare frutto della superstizione. C’è poi chi collega il fenomeno con la malinconia, e non mancano coloro che, come Ignazio Carrieri e Francesco De Raho lo riconducono ad una alterazione psichica dipendente o indipendente dall’aracnidismo. Ernesto de Martino, invece, grazie ai dati raccolti durante la ricerca sul campo nell’estate del 1959, sostiene l’irriducibilità del fenomeno a disordine psichico, e mette in risalto la sua autonomia simbolica, culturalmente condizionata, cioè un suo orizzonte mitico-rituale di ripresa e di reintegrazione rispetto ai momenti critici dell’esistenza, con particolare riferimento alla crisi della pubertà, e al tema dell’eros precluso e ai conflitti adolescenziali, nel quadro del regime di vita contadino.
Il tarantismo, secondo Ernesto de Martino, offriva l’occasione per evocare e configurare, per far defluire e per risolvere i traumi, le frustrazioni, i conflitti irrisolti nelle singole vicende individuali, e tutta la varia potenza del negativo che, rivissuta nei momenti critici dell’esistenza,veniva simbolicamente riplasmato come morso di taranta che scatena una crisi da controllare ritualmente mediante l’esorcismo della musica, della danza e dei colori.
Lontana dalle dotte disquisizioni, il tarantismo secondo la gente di Puglia, è causato dal morso di un animale, la taranta che “pizzica” preferibilmente le donne, durante il lavoro nei campi, al piede, alla mano o al pube, nell’ardore dell’estate. Copiosa è la bibliografia sul tarantismo che negli ultimi decenni si è arricchita grazie soprattutto agli studi di Eugenio Imbriani, Roberto Nistri, Carlo Petrone, Rosario Quaranta, Anna Maria De Vittorio, Enza Musardo Talò e Giovanni Fornaro, i quali mercoledì 19 giugno, alle ore 17,30, nel salone di rappresentanza di Palazzo Galeota a Taranto, parteciperanno alla Tavola rotonda “I colori del tarantismo. Il tarantismo a Taranto e dintorni”, coordinata da Antonio Basile.
Con questa iniziativa, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Taranto in collaborazione con la Società di Storia Patria per la Puglia di Bari e la Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Taranto, si intende porre l’attenzione sulla varietà delle forme assunte dal fenomeno, sulla base delle informazioni e delle fonti che possediamo.
Il tarantismo osservato da Ernesto de Martino è diverso da quello visto dai tre studenti di Emilio Lovarini a Taranto nella seconda metà dell’Ottocento, e quello osservato da Nicola Caputi è diverso da quello raccontato da Vincenzo Bruno, ed ancora, Annabella Rossi, in Campania, racconta altre storie così come le raccontano gli studiosi che saranno ospiti della Tavola rotonda. Particolarmente significativo, infine l’omaggio ad Alfredo Majorano di Luigi Ferrucci e di Giovanna Lamura, che hanno realizzato un video alquanto suggestivo che racconta i veri colori del tarantolismo.

Uno dei fenomeni più dibattuti nell’ambito degli studi antropologici è il tarantismo. Diverse sono le interpretazioni che si sono date del fenomeno. Per i più, sulle orme dei medici Epifanio Ferdinando e Giorgio Baglivi, il tarantismo è una malattia da ricondurre ad una sindrome tossica da morso di aracnide velenoso. Per Tommaso Cornelio, i tarantati non sono altro che dei dolci di sale. Per altri invece, al pari del medico Francesco Serao, il tarantismo è una falsa credenza popolare frutto della superstizione. C’è poi chi collega il fenomeno con la malinconia, e non mancano coloro che, come Ignazio Carrieri e Francesco De Raho lo riconducono ad una alterazione psichica dipendente o indipendente dall’aracnidismo. Ernesto de Martino, invece, grazie ai dati raccolti durante la ricerca sul campo nell’estate del 1959, sostiene l’irriducibilità del fenomeno a disordine psichico, e mette in risalto la sua autonomia simbolica, culturalmente condizionata, cioè un suo orizzonte mitico-rituale di ripresa e di reintegrazione rispetto ai momenti critici dell’esistenza, con particolare riferimento alla crisi della pubertà, e al tema dell’eros precluso e ai conflitti adolescenziali, nel quadro del regime di vita contadino.Il tarantismo, secondo Ernesto de Martino, offriva l’occasione per evocare e configurare, per far defluire e per risolvere i traumi, le frustrazioni, i conflitti irrisolti nelle singole vicende individuali, e tutta la varia potenza del negativo che, rivissuta nei momenti critici dell’esistenza,veniva simbolicamente riplasmato come morso di taranta che scatena una crisi da controllare ritualmente mediante l’esorcismo della musica, della danza e dei colori.
Lontana dalle dotte disquisizioni, il tarantismo secondo la gente di Puglia, è causato dal morso di un animale, la taranta che “pizzica” preferibilmente le donne, durante il lavoro nei campi, al piede, alla mano o al pube, nell’ardore dell’estate. Copiosa è la bibliografia sul tarantismo che negli ultimi decenni si è arricchita grazie soprattutto agli studi di Eugenio Imbriani, Roberto Nistri, Carlo Petrone, Rosario Quaranta, Anna Maria De Vittorio, Enza Musardo Talò e Giovanni Fornaro, i quali mercoledì 19 giugno, alle ore 17,30, nel salone di rappresentanza di Palazzo Galeota a Taranto, parteciperanno alla Tavola rotonda “I colori del tarantismo. Il tarantismo a Taranto e dintorni”, coordinata da Antonio Basile.
Con questa iniziativa, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Taranto in collaborazione con la Società di Storia Patria per la Puglia di Bari e la Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Taranto, si intende porre l’attenzione sulla varietà delle forme assunte dal fenomeno, sulla base delle informazioni e delle fonti che possediamo.
Il tarantismo osservato da Ernesto de Martino è diverso da quello visto dai tre studenti di Emilio Lovarini a Taranto nella seconda metà dell’Ottocento, e quello osservato da Nicola Caputi è diverso da quello raccontato da Vincenzo Bruno, ed ancora, Annabella Rossi, in Campania, racconta altre storie così come le raccontano gli studiosi che saranno ospiti della Tavola rotonda. Particolarmente significativo, infine l’omaggio ad Alfredo Majorano di Luigi Ferrucci e di Giovanna Lamura, che hanno realizzato un video alquanto suggestivo che racconta i veri colori del tarantolismo.
domenica 30 giugno 2013
Una sudditanza condivisa
Articolo tratto da: Corriere del Mezzogiorno, 2013
di Michele Pennetti
TARANTO - Una sudditanza condivisa per decenni, un invischiamento deliberato, una rivoluzione passiva che si è tradotta fuori tempo massimo in una sintesi di cittadinanza attiva. Se il presente e il futuro di Taranto restano legati al suo passato, all'Ilva o ex Italsider che dir si voglia, è per l'incapacità di emendarsi dal peccato originale dell'etero-direzione e per le troppe battute perse anche quando c'erano carta (i soldi) e penna (gli strumenti normativi) per schizzare un progetto differente dalla company town. Dicendola con Roberto Nistri, professore di storia e filosofia in pensione, studioso forsennato dei processi d'industrializzazione in terra jonica, scrittore prolifico che nel libro "Tarentinità un'identità residuale" del 2011 aveva previsto lo sbaraccamento dei Riva e il facsimile dell'esproprio, "domani, nonostante l'azione della magistratura e il commissariamento del governo, non si riesce a immaginare Taranto senza un'Ilva, nè a individuare una proposta di risarcimento, una corsia d'uscita dal tunnel della monocultura dell'acciaio. In egual modo, senza l'adattamento di Taranto al potente di turno e la bassezza della sua borghesia, senza una classe politica che negli ultimi 40 anni è salita alla ribalta nazionale solo grazie a Giancarlo Cito, senza il piegamento al padrone pubblico o privato, non ci sarebbe stata questa Ilva inquinante e giganteggiante. Il Riva premiato in Germania è il medesimo di Taranto. La differenza è che in Germania le regole le fanno rispettare, a Taranto l'unica regola era che non esistevano regole. Fossero esistite, non si sarebbe sprecato un patrimonio di credibilità riassunto da un film del 1967, "Promesse di marinaio", che raccontava la vicenda di ragazza milanese scesa a Taranto per cercare lavoro".
Ma il difetto di fabbricazione viene da lontano se già nel 1913, un secolo fa, Luigi Ferrajolo su "La voce del popolo" invocava la calata degli imprenditori del Nord per dare impulso al turismo e divincolarsi dalla morsa naval-militare sopravvenuta a fine '800 con l'innesto dell'Arsenale. "Un passaggio - ricorda Nistri - che portò la città fuori da una rocca, dall'isola in cui era rimasta inscatolata per 1300 anni, determinando la nascita dell'attuale borgo. Una trasmutazione piovuta dall'alto così come le successive commesse belliche, fonte di ricchezza, espansione e persino accettazione di condizioni lavorative al limite. La Spangler tratteneva agli operai il 25% dei salari. Ma il contesto assistenziale e distributivo, intrecciato all'opera di contenimento del municipio, garantiva la pace sociale". La stessa che nel secondo dopoguerra Taranto sembrò smarrire.
Tra il 1948 e il 1960 - anno della posa della prima pietra all'Italsider - si susseguirono cortei, manifestazioni di piazza, proteste collettive. La gente rivendicava una città diversa, che uscisse dalla nuova rocca: quella innalzata dalla Marina. "Il problema è che quando è stata costruita la terza - continua il prof - la comunità ad ogni livello si è accucciata là dentro, nel suo habitat naturale. Chi è abituato a forgiare tondini, mediamente può essere un eccellente esecutore però non un creativo, un inventore, un produttore di idee e soluzioni". Piuttosto, un collezionista di occasioni sciupate. Triennio 1959-1961: il consorzio Asi ottiene in affidamento il piano urbanistico connesso all'area industriale e lo delega, per inabilità di competenze, all'Italsider. Anno 1972: Muschio Schiavone, presidente della Provincia, inizia a combattere la presenza di elevati tassi di inquinamento e impianta le prime centraline di rilevamento, rimosse dal suo successore Tarantino. Anno 1989: una legge "di sostegno e deindustrializzazione", a margine di uno studio di Gregotti Associati e con un meccanismo di dismissione compensato da 3119 nuovi posti di lavoro, viene stracciata da un saccheggio di risorse che ha la sua sublimazione nel caso della Sural. E poi lo schiacciamento perpetuo sull'acciaieria. "Favorito - spiega Nistri - da un approccio discorde. Con l'Italsider non si registrarono grandi eventi corruttivi. Si agì di pastetta, come nell'affidamento della formazione alla Fim-Cisl controllata da monsignor Motolese. Si largheggiò con gli straordinari. E si fece leva sul circolo Ilva per creare un feeling con la città inondandola di tessere gratis e biglietti omaggio. Con l'Ilva tutto questo è diventato subcultura, degradando dal familismo al paternalismo autoritario, dai concerti sull'erba ai tornei aziendali di calcetto, dal distacco oggettivo con la vita della città alle relazioni untuose con l'arcivescovado". Per non parlare dei buoni da 100 euro da spendere presso Auchan, incassati dagli operai nei reparti dove si verificano ufficialmente meno incidenti e, sostengono le malelingue, si nascondono per convenienza non pochi sinistri. "E in mezzo tra le due epoche c'è stata la regressione etica dell'indotto, con "Il Messicano" Antonio Modeo che riciclò il denaro sporco della criminalità organizzata". Una storia di fronte alla quale, nel bene e nel male, a dispetto di inchieste e commissariamenti, la città appaltata non è ancora in grado di calcolare una via di fuga.
Michele Pennetti
di Michele Pennetti
TARANTO - Una sudditanza condivisa per decenni, un invischiamento deliberato, una rivoluzione passiva che si è tradotta fuori tempo massimo in una sintesi di cittadinanza attiva. Se il presente e il futuro di Taranto restano legati al suo passato, all'Ilva o ex Italsider che dir si voglia, è per l'incapacità di emendarsi dal peccato originale dell'etero-direzione e per le troppe battute perse anche quando c'erano carta (i soldi) e penna (gli strumenti normativi) per schizzare un progetto differente dalla company town. Dicendola con Roberto Nistri, professore di storia e filosofia in pensione, studioso forsennato dei processi d'industrializzazione in terra jonica, scrittore prolifico che nel libro "Tarentinità un'identità residuale" del 2011 aveva previsto lo sbaraccamento dei Riva e il facsimile dell'esproprio, "domani, nonostante l'azione della magistratura e il commissariamento del governo, non si riesce a immaginare Taranto senza un'Ilva, nè a individuare una proposta di risarcimento, una corsia d'uscita dal tunnel della monocultura dell'acciaio. In egual modo, senza l'adattamento di Taranto al potente di turno e la bassezza della sua borghesia, senza una classe politica che negli ultimi 40 anni è salita alla ribalta nazionale solo grazie a Giancarlo Cito, senza il piegamento al padrone pubblico o privato, non ci sarebbe stata questa Ilva inquinante e giganteggiante. Il Riva premiato in Germania è il medesimo di Taranto. La differenza è che in Germania le regole le fanno rispettare, a Taranto l'unica regola era che non esistevano regole. Fossero esistite, non si sarebbe sprecato un patrimonio di credibilità riassunto da un film del 1967, "Promesse di marinaio", che raccontava la vicenda di ragazza milanese scesa a Taranto per cercare lavoro".
Ma il difetto di fabbricazione viene da lontano se già nel 1913, un secolo fa, Luigi Ferrajolo su "La voce del popolo" invocava la calata degli imprenditori del Nord per dare impulso al turismo e divincolarsi dalla morsa naval-militare sopravvenuta a fine '800 con l'innesto dell'Arsenale. "Un passaggio - ricorda Nistri - che portò la città fuori da una rocca, dall'isola in cui era rimasta inscatolata per 1300 anni, determinando la nascita dell'attuale borgo. Una trasmutazione piovuta dall'alto così come le successive commesse belliche, fonte di ricchezza, espansione e persino accettazione di condizioni lavorative al limite. La Spangler tratteneva agli operai il 25% dei salari. Ma il contesto assistenziale e distributivo, intrecciato all'opera di contenimento del municipio, garantiva la pace sociale". La stessa che nel secondo dopoguerra Taranto sembrò smarrire.
Tra il 1948 e il 1960 - anno della posa della prima pietra all'Italsider - si susseguirono cortei, manifestazioni di piazza, proteste collettive. La gente rivendicava una città diversa, che uscisse dalla nuova rocca: quella innalzata dalla Marina. "Il problema è che quando è stata costruita la terza - continua il prof - la comunità ad ogni livello si è accucciata là dentro, nel suo habitat naturale. Chi è abituato a forgiare tondini, mediamente può essere un eccellente esecutore però non un creativo, un inventore, un produttore di idee e soluzioni". Piuttosto, un collezionista di occasioni sciupate. Triennio 1959-1961: il consorzio Asi ottiene in affidamento il piano urbanistico connesso all'area industriale e lo delega, per inabilità di competenze, all'Italsider. Anno 1972: Muschio Schiavone, presidente della Provincia, inizia a combattere la presenza di elevati tassi di inquinamento e impianta le prime centraline di rilevamento, rimosse dal suo successore Tarantino. Anno 1989: una legge "di sostegno e deindustrializzazione", a margine di uno studio di Gregotti Associati e con un meccanismo di dismissione compensato da 3119 nuovi posti di lavoro, viene stracciata da un saccheggio di risorse che ha la sua sublimazione nel caso della Sural. E poi lo schiacciamento perpetuo sull'acciaieria. "Favorito - spiega Nistri - da un approccio discorde. Con l'Italsider non si registrarono grandi eventi corruttivi. Si agì di pastetta, come nell'affidamento della formazione alla Fim-Cisl controllata da monsignor Motolese. Si largheggiò con gli straordinari. E si fece leva sul circolo Ilva per creare un feeling con la città inondandola di tessere gratis e biglietti omaggio. Con l'Ilva tutto questo è diventato subcultura, degradando dal familismo al paternalismo autoritario, dai concerti sull'erba ai tornei aziendali di calcetto, dal distacco oggettivo con la vita della città alle relazioni untuose con l'arcivescovado". Per non parlare dei buoni da 100 euro da spendere presso Auchan, incassati dagli operai nei reparti dove si verificano ufficialmente meno incidenti e, sostengono le malelingue, si nascondono per convenienza non pochi sinistri. "E in mezzo tra le due epoche c'è stata la regressione etica dell'indotto, con "Il Messicano" Antonio Modeo che riciclò il denaro sporco della criminalità organizzata". Una storia di fronte alla quale, nel bene e nel male, a dispetto di inchieste e commissariamenti, la città appaltata non è ancora in grado di calcolare una via di fuga.
Michele Pennetti
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Taranto anni 2000
sabato 29 giugno 2013
Dalla dittatura alla Repubblica. Recensione di Gaetano De Monte
da: TarantoOggi,
Mercoledì 8 Maggio 2013, pagina 7
Un
viaggio a più voci nel libro di Giovanni Battafarano su taranto
Dalla
dittatura alla Repubblica
Una
vasta cornice di pubblico, lunedì sera, nella sala del centro sportivo Magna
Grecia, ha fatto da cornice alla presentazione del libro ‘Taranto Democratica,
dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946’, da pochissimi giorni in libreria,
edito da Scorpione Editrice. Un volume collettaneo, a più voci, curato da
Giovanni Battafarano, responsabile Anpi per il Mezzogiorno e presidente
provinciale della stessa associazione dei partigiani d’Italia. Un’opera che si
avvale degli storici tarantini Alfredo Anzoino, Roberto Nistri, Pinuccio Stea.
“E’l’ultimo lascito scientifico che Alfredo Anzoino consegna alla città” dice
subito, in apertura di serata, un commosso Giovanni Battafarano mentre ricorda la
figura dello storico contemporaneista, scomparso solo pochi giorni fa. Anzoino,
intellettuale apprezzato, dirigente scolastico dell’Archita, rappresentava al
meglio una generazione di giovani docenti che negli anni ’60 erano convinti di
avere una missione fondamentale. Quella di garantire la possibilità, cioè, agli
studenti dei ceti popolari, di acquisire gli strumenti culturali. In un Paese,
l’Italia, che negli ultimi trent’anni ha attraversato un profondo processo di
rimozione e mistificazione della guerra di liberazione, in cui si è fatta
strada, a livello politico e storiografico, l’immagine del “fascismo buono”, la
stessa, identica, operazione culturale che fu fatta per le colonie e “gli
italiani brava gente”, ‘Taranto Democratica, dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946’
ha la pretesa di colmare i vuoti lasciati dalla storicistica ufficiale, dagli
insegnamenti nelle scuole, dalle stesse posizioni, a volte ambigue, delle
istituzioni politiche. Per raccontare, spiegare, far conoscere, tutto ciò che è
avvenuto, senza limiti, luci ed ombre, di quel periodo, momenti di vittoria e
sconfitta, di elaborazione e lutto. Ma ‘Taranto Democratica, dalla dittatura
alla Repubblica 1943-1946’ è un’opera fondamentale, anche, perché mira a
sfatare un pregiudizio: quello del sud che ha conosciuto poco la resistenza, ed
ancor meno l’antifascismo. “Pregiudizi infondati, perché Taranto ha conosciuto l’antifascismo,
espressosi in varie forme, così come in altre città del sud”, si legge nella
prefazione scritta da Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, al volume che
fa parte di un percorso che l’Anpi di Taranto ha avviato già da qualche tempo: quello
di far vivere il percorso della memoria attraverso momenti di grande spessore
artistico e culturale. Come è stato già fatto con la mostra di pittura sulla
resistenza del maestro Enzo Falcone, tenutasi l’anno scorso nella galleria del
Castello aragonese. O così come si sta facendo con il progetto di costituzione
della biblioteca dell’antifascismo a Taranto, (1922- 1946); un piano di lavoro
che avvalendosi di un apposito comitato scientifico, coordinato da Giuseppe
Stea, e composto da valenti storici, giovani e meno giovani, si sta ponendo
l’obiettivo di costituire un archivio della documentazione esistente
sull’antifascismo e la resistenza in terra ionica. L’opera, quindi, altro con è
che un tassello di quell’opera di ricostruzione della nostra storia locale che
va dagli ultimi anni del fascismo fino alla nascita della Repubblica, che l’Anpi
sta portando avanti. In una città, Taranto che pagò un alto prezzo in termini
di carcere e morte per gli antifascisti. Un antifascismo, quello ionico, di
matrice prevalentemente comunista, che poteva contare su leader prestigiosi
come Odoardo Voccoli, sindaco di Taranto e senatore della Repubblica, Giuseppe Latorre,
deputato al Parlamento, ma anche su un diffuso numero di quadri intermedi che
permettevano all’organizzazione di radicarsi non solo tra gli operai, ma anche
tra i pescatori, gli artigiani e i ferrovieri. “Ma Taranto ebbe la
particolarità di essere stata anche una città fascistissima” scrive Giovanni
Battafarano. E prove lo sono il ruolo di primo piano assegnato alla città dalla
strategia espansionistica del regime e i tantissimi investimenti
infrastrutturali che determinarono la piena occupazione e di conseguenza un
vasto consenso al regime. Questo volume, quindi, ha anche l’ambizione di
ricostruire la maniera in cui Taranto passa dall’entusiasmo per la guerra alla
lotta antifascista. All’interno tre saggi ricostruiscono gli ultimi anni della
guerra che poi diventerà di liberazione. Nel primo ‘L’altro dopoguerra e la
nascita della nuova Italia’, Roberto Nistri ricostruisce il periodo che va
dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Descrivendo la caduta del regime,
arricchendola con note farsesche che dimostrano quanto qui il regime non cadde
con quell’aurea di tragicità che si riscontra da altre parti d’Italia. Nel
saggio uscito postumo, Alfredo Anzoino ricorda i tarantini caduti durante la resistenza
e la guerra di liberazione, a tanti dei quali è dedicata, anche, una lapide a
Palazzo di Città, affissa dalla giunta municipale il 25 aprile 1947. In quella
lapide manca una figura prestigiosa di quella gloriosa pagina di storia
tarantina. Il colonnello dei carabinieri Ugo De Carolis, caduto alle Fosse
Ardeatine. Non manca la figura del carabiniere, invece, nella rievocazione
offerta nel libro, da Anzoino. Al posto del docente scomparso, è toccato a
Salvatore Romeo, giovane dottorando in storia, relazionare nell’incontro.
Nell’ultimo saggio scritto da Giuseppe Stea, siamo già oltre la guerra: 25
aprile 1945 – 2 giugno 1946 è il periodo breve ma intentissimo con cui si
chiude il libro. Quella gloriosa tradizione di storia politica, culturale e
sociale, sul cui ritorno, nel tempo in cui si richiama una nuova stagione
costituzionale, si dichiara scettico il magnifico rettore dell’ateneo barese
Corrado Petrocelli, a cui sono state affidate le conclusioni dell’incontro.
Gaetano
De Monte
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venerdì 28 giugno 2013
Taranto a vita bassa: La ricchezza perduta dei due mari
Taranto a vita bassa: La ricchezza perduta dei due mari
Il giornalista - attivista Gaetano De Monte cita il mio libro "Taranto a vita bassa":
lunedì 20 maggio 2013
Taranto Democratica dalla dittatura alla Repubblica
A.N.P.I. Taranto - Taranto Democratica
dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946
Presentazione del libro "Taranto democratica dalla dittatura alla Repubblica 1943-1946"
Presenti due autori Roberto Nistri e Pinuccio Stea presso la libreria Gilgamesh il 20 maggio 2013
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