domenica 5 luglio 2015

Guerra alla guerra



Guerra alla guerra

di Roberto Nistri

In tempo di guerra il diavolo
Fa più spazio all’inferno
                                                                                                        Vecchio proverbio tedesco

      Il 15 maggio 1921 duemila persone marciarono fino a sera per le strade di Los Angeles, giungendo alle soglie di una rivolta: erano i veterani mutilati che raccontavano del mostruoso vampiro che aveva svuotato il mondo, succhiando il sangue di milioni di persone.  Era la danza macabra dei senza volto, dei torsoli umani, dei freaks. La storia si rappresentava ormai come un’anonima catena di montaggio verso il massacro. Il regista James Whale, ricordando i suoi atroci giorni di guerra, si sarebbe ispirato per la maschera di Frankenstein  a quei reduci trasmutati,  quei “cari mostri” che avrebbero fatto la fortuna di Hollywood, con il grande cinema Horror.

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      Nel centenario della “madre di tutte le guerre”, in qualche aula scolastica  forse si aggira ancora lo spettro di Gavrilo Princip, la testa di turco, il folle terrorista che doveva spalancare le porte dell’inferno, moltiplicando le deviazioni irrazionali e demoniache. In realtà doveva essere l’ultimatum austriaco alla Serbia a fungere da detonatore del conflitto, considerando che tutte le potenze interessate avevano già il colpo in canna. L’Europa aveva deciso di autodistruggersi. Iniziava la marcia dei sonnambuli verso l’abisso. Una guerra fra teste coronate: parenti, cugini e cognati. La lunga miccia era accesa da tempo. Le guerre balcaniche,  suscitate negli anni precedenti,  avevano accumulato furori interimperialisti per i possedimenti coloniali e le rotte commerciali, con una corsa ormai sfrenata al riarmo. Guerra alla guerra, il generoso slogan di socialisti e libertari,  doveva finire strozzato nel grande Pandemonium, la festa di tutti i diavoli e dei grandi profittatori. La grande speranza della Internazionale socialista naufragava indecorosamente, votando nel parlamento tedesco i crediti di guerra. Non s’inchinavano al militarismo solo  Rosa Luxenburg e Karl Liebknecht. Avrebbero pagato con la vita la loro fierezza, mentre duecento milioni di individui iniziavano a marciare verso la catastrofe, convinti che la guerra sarebbe stata facile e breve: illusi dalla solita fiaba del “tutti a casa per Natale”.

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      In Italia, malgrado una maggioranza neutralista nel parlamento,  ma anche nei settori popolari, veniva attuato un golpe strisciante gestito dalla Corona, dai potentati economici, dalle gerarchie militari, da intellettuali come D’Annunzio,  che furono capaci di mobilitare ampi settori dell’opinione pubblica a favore dell’Intervento. Il nazionalista Corradini  nel 1910 aveva proclamato: “L’Italia è una nazione proletaria che ha bisogno di una guerra vittoriosa!”
Scriveva Giovanni Papini nel 1914: “Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai,  finchè dura… Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Non si rinfaccino, a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa posson servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere?” . Miti funesti, che avrebbero causato inutili lacrime per la morte del letterato Renato Serra, partito volontario e caduto sul Podgora, in un universo dio fanghi e di stenti.  Rimarranno i versi del fantaccino Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Anche se a Bolzano, nel centenario del conflitto, il sindaco continua la sua guerra, rifiutandosi di esporre il tricolore.

                                                                                   Ci avevano nel palmo della loro grande mano
                                                                                                     Quando fingevamo di  essere morti
                                                                                                                               Bricks Are Heavy

      Squillavano ormai le trombe del  mainstream patriottardo e menzognero. Una catena di genocidi, dal 1914 al 1918, doveva insanguinare il vecchio mondo e le sue appendici coloniali, coinvolgendo settanta milioni di maschi europei (quattro milioni gli italiani) e altrettante persone legate ai giovani mandati “al fronte”.  In pochi mesi, “l’epoca bella della modernità trionfante si  tramutava  nell’epoca tragica della modernità massacrante” (Emilio Gentile). Una civiltà suicida sui fronti di guerra  veniva subito avvertita da testimoni come Freud, Hesse,  D.H. Lawrence come il naufragio dell’uomo europeo.Tutti i sogni di gloria sarebbero stati risucchiati nel  gorgo infame. Un grande testimone dell’epoca, lo scrittore Stefan Zweig, nel suo libro Amok poteva parlare di “follia rabbiosa” di monomania omicida e insensata.  La guerra  come festa celebrava i trionfi della macchinolatria futurista.
       Come avrebbe argutamente  rievocato lo scrittore Beniamino Placido, in un sabato dell’agosto 1914 ,  nelle cerimonie religiose tenute nello stesso giorno a Berlino e a Parigi, i ministri del culto garantivano il pieno sostegno di Dio alle  nazioni reciprocamente belligeranti.  Addirittura il laicissimo governo dei Giovani turchi stimolava l’odio religioso musulmano contro gli “infedeli”, inneggiando alla” guerra santa”, organizzando il primo genocidio del  Novevento, la strage degli armeni.   La grande illusione: quella che doveva sanzionare la fine di tutte le guerre, doveva rivelarsi  la “madre di tutte le guerre e di tutte le menzogne”. La storica americana Barbara Tuchman ha segnalato che, quando l’esercito tedesco invadeva il Belgio e la Francia nel 1914, i soldati tedeschi cantavano canzoni patriottiche quando marciavano,  quando si fermavano per una breve sosta e anche nel momento precedente il riposo notturno. I sopravvissuti alla guerra hanno poi ricordato quei canti senza fine come il peggior tormento patito nel periodo dell’invasione. Da parte loro, i comandi si sentivano quasi alleati contro un avversario comune: la mente dei soldati.

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      La “miracolosa” tregua di  Natale del 1914, quando i nemici fraternizzarono nelle “terre di Caino” nonostante l’opposizione degli ufficiali  (evento ricordato da Paul Mc Cartney in  Pipes of Peace)  doveva rimanere nella memoria e nel mito come una testimonianza di umanità fra le trincee. Il 24 pomeriggio i tedeschi facevano sporgere dalle trincee alberelli illuminati e di fronte gli scozzesi rispondevano con i suoni struggenti delle cornamuse. L’8 gennaio la prima pagina del Daily Mirror era occupata da una foto di nemici affratellati” (Luigi Zoja). Intanto  la guerra industriale aveva  inventato l’aviazione, i carri armati, i gas: la battaglia diventava massacro indifferenziato di uomini e bestie, in balia del perpetuo frastuono della storia. Non mancavano le menti illuminate: Benedetto Croce, in accordo con Romain Rolland, dichiarava che gli intellettuali non dovevano prestarsi al ruolo di “sacre meretrici” per la patria.  Purtroppo,  come diceva il  Manzoni, sovente il buon senso si nascondeva dietro il senso comune.
      Così  scoccava l’ora nera della caccia agli untori, i disfattisti, i  pacifisti imbelli.  Di contro il mito del “buon soldato”,  sempre pronto a morire cristianamente per la Patria, mentre il nemico era ovviamente degradato al rango di grottesca caricatura.  Stereotipi ben riconoscibili ancora oggi  nella storia politica d’Italia.  Nasceva la guerra di massa combattuta da un “ soldato senza nome e senza qualità”,  dal fascismo poi monumentalizzato nell’icona del “milite ignoto”.  Padre Agostino Gemelli, il fine psicologo, teorizzava che il buon soldato era l’idiota, lo spersonalizzato, colui che non si chiedeva  mai il perché,  l’homme machine. Un popolo ingenuo ed ignorante era mandato ad un appuntamento fatale con scarpe di cartone e moschetti difettosi, catturati da comandanti narcisisti e irresponsabili, che costringeranno lo storico al ruolo di “accanito collezionatore di ammutinamenti,  di proteste e di ogni possibile segno di dissenso sociale e militare” (Mario Isnenghi).
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       L’attacco al Lusitania,  il  lussuoso piroscafo oceanico, affondava gli ultimi sogni della Belle Epoque,  trascinando sul fondo 1201 passeggeri e qualunque codice d’onore. I civili erano ormai un bersaglio legittimo e non accidentale. Gli Stati Uniti si decidevano ad entrare in guerra contro la Germania, mentre  I tedeschi, durante la marcia sul Belgio,  massacravano migliaia di civili. Mario  Desiati ha  raccontato  una incredibile vicenda salentina: alcuni comuni fra cui Taviano, venivano circoscritti in una zona rossa, quella  dove ancora era diffuso il vaiolo, ma la necessità di arruolamenti, richiamava al fronte a migliaia, di infetti o non infetti (cfr. la Repubblica-Bari, 15 febbraio 2015).
         I soldati vagheggiati dagli scrittori dell’epoca suscitavano fantasie infantili di voluttuosa obbedienza meccanica, come i soldatini di piombo idoleggiati da Paolo Buzzi. L’esercito come generatore di ordine.  Più truculente le fantasie di pulizia etnica: D’Annunzio in   Laus vitae  esaltava i ginecei violati, dove sbattere come cuccioli i pargoli del grembo nemico, da bruciare col fuoco finchè non rimanesse germe alcuno.  Corrado Govoni in “Guerra!” promuoveva lo sfondamento della porta ostile, l’impiccagione del proprietario, lo stupro della figlia e, se di gradimento, lo sgozzamento della poveraccia.  “E’ giunta la razza assassina!”,  proclamava Clemente Rebora. La guerra come festa, sospensione delle regole nella vita associata.   Sono giunti i violenti e gli eroi. Con  ben altra sensibilità, in tempi successivi,   il grande Stanley Kubrick avrebbe saputo rappresentare l’infame eruzione escrementizia,  grondante negli  Orizzonti di gloria . All’epoca, la propaganda coinvolgeva già  l’industria cinematografica italiana, che si guardava bene dall’usare la griglia pulp e cannibalesca dei letterati citati. Si privilegiava invece un registro sdrammatizzante e macchiettista, come il  Maciste alpino del 1916,  con il forzuto Bartolomeo Pagano che fronteggiava gli austroungarici a suon di ceffoni e frasi sentenziose.  Nella realtà incombevano le psicopatologie,  punite come insubordinazioni o autolesionismi. La esperienza bellica avrebbe coinvolto potentemente l’arte cinematografica,  ma anche la pittura. Picasso,  scampato in quanto spagnolo al grande scannatoio,  passeggiando per  Parigi si accorgeva che anche il cubismo era finito  in prima linea,  modello per il camuffamento di convogli militari in assetto mimetico.  In realtà c’era un esercito di artisti in divisa, di pittori soldati: partivano cantando per il fronte e finivano a correre nel fuoco, con un blocco di disegni in tasca.

          “Sarei dunque io il solo vigliacco sulla terra?... Perduto in mezzo  a due milioni di pazzi eroici e scatenati e armati fino ai denti? Con elmetti, senza elmetti, senza cavalli, su moto,  urlanti, in auto, fischianti, sparacchianti, cospiranti, volanti,  in ginocchio, scavanti, defilanti, caracollanti sui sentieri, spetazzanti, schiacciati pancia a terra, come in una cella d’isolamento, per distruggere tutto, Germania, Francia e Continenti, tutto quello che respira,    distruggere, più arrabbiati dei cani”… (Louis-Ferdinand Céline).

        Cadorna dixit: “Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Chi retrocede sarà raggiunto dal piombo delle linee retrostanti e dai carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe”.  Il soldato voleva finire la guerra sparandosi a una mano o ad un piede o ad un orecchio. Peggio: gocce di acido muriatico nelle orecchie, timpani forati con chiodi,  iniezioni di petrolio nella spina dorsale.  Le punizioni erano terroristiche. “Hanno cominciato a fucilare i soldati semplici per tirargli su il morale, a drappelli interi”… ‘Sto ragazzo è un anarchico, bisogna fucilarlo…altri più pazienti asserivano che ero soltanto sifilitico e folle autentico e di conseguenza andavo rinchiuso”,  scriveva il francese Céline.
“Nostra patria è il mondo intero, nostra fede è la libertà”, aveva cantato l’anarchico Pietro Gori,  con i suoi cavalieri erranti.  “Andrem di terra in terra / a predicar la pace / e a bandir la guerra”…

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       L’insubordinazione collettiva determinava il ricorso all’odiosa pratica della decimazione, che consisteva nel fucilare un certo numero di soldati, estratti a sorte dal gruppo all’interno del quale si erano manifestati i disordini. Un soldato protestava la sua assenza durante la trista giornata, ma il colonnello replicava paternamente: “non possiamo cercare quelli che c’erano e quelli che non c’erano. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto”.  Fuoco tambureggiante, fuoco d’interdizione, cortina di fuoco, bombarde,  gas, tanks, mitragliatrici, bombe a mano: sono parole, ma abbracciano tutto l’orrore del mondo, scriveva  E. M. Remarque.
       La carne da cannone impazziva. Circa 40.000 soldati erano in preda delle allucinazioni. Si rifugiavano nella follia  come ultima via di fuga: colpiti da disturbi mentali, dopo una troppo lunga permanenza al fronte o per aver subìto violenti bombardamenti.  Anche nei loro confronti si esercitava il dubbio della simulazione.  “Muoiono gelati a centinaia.  Vi sono truppe allo scoperto,  sotto il tiro del cannone nemico e si vuole che avanzino” (da una lettera di un generale dissidente a Giolitti, 1915). Assalti  alla baionetta contro le mitragliatrici. In un solo colpo morivano a migliaia, sotto lo sguardo, sovente esaltato, dei generali posti a distanza di sicurezza.  Nelle trincee sul Carso gli uomini vivevano nel gelo e nel fango, nel puzzo dei loro escrementi, come pidocchi nella cucitura d’una fodera, scriveva Robert Musil.

Non potevano sentire una parola di ciò che dicevamo
Quando fingevamo di essere morti
Bricks Are Heavy (1992)
                                                                                                             
        La dura realtà trapelava dalle scritture di guerra: lettere, messaggi, dediche, pagine di diario e anche canti di trincea.  Gorizia tu sei maledetta, cantavano i soldati che in un solo giorno avevano visto cadere 21.630 morti. Si arrivava alla follia rievocata da Nuto Revelli: “I nostri ci bombardavano per farci uscire dalla trincea, per spingerci all’assalto…ne sono morti a migliaia”.  Nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1917, a Redipuglia:  tumulto bloccato da squadroni di cavalleria, mitragliatrici e cannoni,  2 ufficiali uccisi, altri feriti,  passati per le armi 28 soldati, di cui 12 per decimazione. Il memoriale del generale Tommasi non venne mai reso noto.
       “Il fronte italiano non lo spezza nessuno, dichiarava Cadorna”;  i lhan spezà cun nienti…” raccontavano i soldati. Il momento della verità doveva  giungere a  Caporetto (24 ottobre 1917).   Disastro speculare col futuro otto settembre del ’43.  In ambedue i casi la  mattanza  avrebbe travolto  un popolo di sbandati o in fuga, come nei film  La grande guerra di Monicelli e il  Tutti a casa di Comencini. Come contraltare la pochezza professionale e intellettuale degli alti comandi, paralizzati dalla sorpresa, con quel Badoglio che riusciva, dopo il fuggi fuggi, a rimediare anche una medaglia d’argento: “una brutta medaglia” avrebbe commentato Ferruccio Parri. Una pezza peggiore del buco .
         Come ha acutamente sottolineato Mario Silvestri, l’anniversario di Caporetto nel 1997 ha suscitato più curiosità  e interesse dello stesso anniversario di Vittorio Veneto nel ’98: “Come se la disfatta potesse spiegare più cose della vittoria” . Da quel grande calderone doveva emergere la mitologia della “vittoria mutilata”, il grimaldello che il protofascismo avrebbe utilizzato per la conquista del potere. Destra, sinistra e centro non avevano perso le occasioni per saltare sul “treno della guerra”, considerata un benefico “velocizzatore”  della storia.

       Restava la vera epopea, quella  guerra grande   affrontata da contadini, artigiani, operai, immersi nelle trincee:  scavate all’inizio come rifugi provvisori, diventavano le anticamere certe della morte.  Quando i capi spedivano i soldati all’assalto, sapevano che sarebbero stati falciati dalle mitragliatrici nemiche,  per poi finire nel mucchio della carne perduta. Un evento epocale che sconvolgeva la vita quotidiana di milioni di persone: doveva certo colpire  la sua “grandiosità e spettacolarità, nella  smisurata capacità di annientamento. Quella tragedia ci ammonisce in perpetuo: ci ricorda che se si inventa una nuova arma, prima o poi qualcuno la userà al massimo del suo potenziale (Lara Crinò).  La  modernità aveva regalato ai combattenti il nemico invisibile, la “nube tossica” del fosgene (originariamente usato per la colorazione dei tessuti con cloro e fosforo) e la yprite , cloro e zolfo con un particolare odore di mostarda. Il liquido sparso sul terreno provocava nella trincea ulcerazioni polmonari.  Il fante italiano poteva difendersi solo con un pezzo di pane bagnato in bocca,  e il fazzoletto. Nel luglio del 1916 un bersagliere poteva essere legato ai reticolati per tutta una notte. Giusto per ricordare  il simbolo più duraturo del Novecento: il filo spinato.
     
      “Se tu potessi sentire / ad ogni sobbalzo / il sangue che arriva / come un gargarismo dai polmoni      rosi dal gas / tu non diresti con tale profondo entusiasmo / ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria / la vecchia bugia:  dulce et decorum est pro patria mori.  Wilfred Owen 1917. Soldato inglese,  morto per “fuoco amico” pochi giorni prima della fine della guerra.
      
        I piloti delle Squadriglie di bombardieri Caproni sul fronte italiano,  dovevano essere decisivi nella battaglia di Vittorio Veneto. Ma Pietro Larigiola poteva testimoniare della fame e dei lavori forzati nel,  già allora tristemente noto,  campo di Mauthausen.  Anche sul fronte italiano i piedi si congelavano e i sottufficiali costruivano il regno del terrore. Con il protrarsi del conflitto,  i messaggi alle famiglie   raccontavano solo della nuda vita nella trincea,  la vita che vuole ancora vivere.  Un contadino scriveva con semplicità alla moglie: “Si vede proprio che questa guerra non ha fine”. Offensive inutili e diserzioni disperate.  La guerra non era una festa e alcuni artisti e letterati come Ardengo Soffici e Massimo Bontempelli avrebbero testimoniato quanto fosse stata sventata la loro generosa giovinezza  (Cesare De Seta).
       Il paradigma della “guerra di posizione , come tutti sanno,  sarebbe stato in seguito  proposto da Antonio Gramsci ai comunisti  italiani , come un modello di strategia rivoluzionaria:   per i proletari un poco gioioso assalto al cielo,  una  Stairway to heaven al ritmo della tradotta e del  Ta pum, Ta pum.  Un ritornello ispirato al rumore dei minatori nelle gallerie e agli spari della fucileria austro-ungarica. Intanto nell’agosto 1917, a Torino, contro gli speculatori e i cosiddetti “pescicani”,  che si ingrassavano con la guerra, esplodeva una protesta spontanea che doveva essere repressa con 41 morti e una lunga serie di dure condanne da parte dei tribunali militari. L’unica legge era quella marziale,  la guerra faceva strame dei diritti, la fabbrica taylorista costruiva l’operaio-soldato perfetto: un “pezzo” da montare,  l’  ironman  vagheggiato da Marinetti.

E quando ebbe attraversato il ponte,

gli si fecero incontro i fantasmi

Nosferatu (1922)

      L’unica proposta dignitosa del Centenario  rimane  quella di riabilitare i militari assassinati. Restituire l’onore alle vittime della giustizia sommaria,  passati per le armi ad opera di altri militari: una violenza gratuita, una strage di stato a norma di legge,  contro soldati italiani.  L’Italia deve riconciliarsi con i suoi figli ammazzati. I principali paesi belligeranti hanno da tempo riabilitato,  nella memoria nazionale, togliendoli dal ghetto della vergogna e della rimozione,  i fucilati nella schiena che avevano chiesto rispetto.  Manca all’appello il nostro paese, che più largo uso ha fatto della giustizia sommaria: 750 fucilati con processo,  200 colpiti da decimazione per estrazione a sorte, un numero incalcolabile di psicolabili e di protestatari. Onore al regista Francesco Rosi,  che per primo ha posto il problema con il suo film Uomini contro.

                                                                         ***

      Onore al sindaco Edimiro Della Pietra che,  rischiando una denuncia di apologia di reato, ha elevato un monumento a Cercivento, campo di fucilati. I soldati della zona, che conoscevano quel terreno palmo a palmo ,  si rifiutavano per missioni evidentemente suicide. Quando i comandi decisero un attacco in pieno giorno,  senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggerivano di compiere l’assalto col favore della notte e questo bastava per la corte marziale. Nel processo notturno gli accusati erano decine e ciascuno aveva nove minuti per l’autodifesa.  Un’ora prima dell’alba, la sentenza e la fucilazione. Tre scariche e tre colpi di pistola alla testa. Erano emigranti dalla Germania che avevano scelto di rientrare per “servire la patria”.
       L’intero reparto veniva trasferito per punizione.  Dopo 70 anni il nipote del fucilato Gaetano Ortis , “recalcitrante e vigliacco”,  chiedeva la revisione del processo, ma il tribunale di Roma rispondeva beffardamente: la domanda non poteva essere accettata, perché non presentata dall’interessato. Paolo  Rumiz ha ricordato quell’Andrea Graziani, noto per avere fucilato un soldatino che lo aveva guardato con la cicca in bocca.  A guerra finita qualcuno avrebbe trovato il  Graziani morto lungo la ferrovia.  Mentre la febbre “Spagnola” provocava 500.000 morti, la riorganizzazione dell’esercito operata da Armando Diaz e l’ultima leva dei “ragazzi del ’99 consentivano di scatenare contro gli austriaci una serie di offensive sul Piave che dovevano culminare nello scontro finale di Vittorio Veneto.  Il 9 novembre 1918,  per le molteplici ferite, si spegneva a Parigi il poeta Guillaume Apollinaire, che nel suo epitaffio aveva scritto: “Io lego all’avvenire la storia di Apollinaire, che fu alla  guerra e sembrava essere ovunque”.  Ungaretti , nel tripudio parigino della fine del conflitto,  si affrettava a recapitare al caro amico Guillaime i suoi sigari preferiti, ma lo trovava ormai morto nel suo letto.
       Sui muri si scriveva: “Dietro al ponte c’è un cimitero,  cimitero di noi soldà”…

                                                          Madremorte

        Il protagonista del romanzo autobiografico di Erich M. Remarque cadeva nell’ottobre 1918. Veniva ritrovato con la faccia sul terreno, come se dormisse. Aveva una espressione serena, come fosse contento di finire così. Era una giornata così calma e silenziosa , che il bollettino del Comando  Supremo si limitava a queste parole:  Niente di nuovo sul fronte occidentale. Rimane il titolo più famoso su quella “notte di uomini”.  La “vittoria assassina” (V. Majakovskij) era l’incubatrice de  L’uovo del serpente (Ingmar Bergman). Ormai l’Europa, inquieta e impoverita, era  assuefatta al contatto quotidiano con la morte di massa. Inarrestabile era ormai  l’escalation del warfare tecnologico.  I trattati di pace  dovevano essere altre micce, pronte ad esplodere nel turbolento dopoguerra. La prima guerra mondiale era di fatto l’origine della  “guerra civile europea” che sarebbe durata trent’anni, come ebbe a scrivere J. Hobsbawm.  Il vignettista Scalarini, alla vigilia di Natale del 1920 pubblicava sull’ “Avanti !”  l’immagine di una  Madremorte, la guerra, che si apprestava  a depositare il proprio figlio, il fascismo,  nella mangiatoia del capitalismo. I diari di guerra di Gadda possono essere considerati il podromo dell’Italia malata di fascismo perenne.


Testi di riferimento:

Italo Pietra,  Non scappi, c’è una medaglia per lei! , in “l’Espresso”, 23 dicembre 1977
Maurizio Bettini,  Quel filo spinato che segna il ‘900, in “la Repubblica”, 20 agosto 2005
Antonio Gibelli,  La grande guerra. Storie di gente comune,  Laterza, Bari, 2014
Emilio Gentile,  Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Laterza, Bari, 2014
Mario Isnenghi,  Il mito della grande guerra, Il Mulino,  Bologna, 2014
Gian Enrico Rusconi, 1914:attacco a occidente,  Il Mulino, Bologna 2014
Angelo Gatti,  Caporetto-Diario di guerra,  Il Mulino, Bologna, 2014
Aldo  Cazzullo,  La guerra dei nostri nonni,  Mondadori, 2014
Paolo Rumiz,  L’ultima ferita della Grande Guerra: l’Italia riabiliti i militari fucilati, in “la Repubblica”, 31 ottobre 2014.
Erich M. Remarque,  Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929
Louis-Ferdinand Cèline,  Viaggio al termine della notte, Roma , 1932

Filmografia italiana:
Maggi e Borgnetto,  Maciste alpino,1916
Mario Monicelli,  La grande guerra, 1959, censurato e vietato ai minori
Vittorio Cottafavi,  La trincea, 1961
Sergio Corbucci,  Il giorno più corto, 1963
Ermanno Olmi,   I recuperanti, 1970
Alfredo Giannetti,   La sciantosa. Il soldatino e la soubrette, 1970
Francesco Rosi,  Uomini contro, 1971
Pasquale Festa Campanile,  Porca vacca, 1982
Leonardo Tiberi,  Fango e gloria. La Grande guerra,  2014
Ermanno Olmi,  Torneranno i prati, 2015
Paolo Cevoli,  Soldato semplice,  2015

Prima del film di Monicelli,  la Grande Guerra non esisteva per il cinema italiano. Quarant’anni erano trascorsi dalla fine del conflitto ’15-‘18, senza lasciare un solo titolo degno di ricordo. E ciò mentre gli stranieri avevano allineato una bella serie di capolavori: da Charlot soldato del 1918 a Orizzonti di gloria di Kubrick del 1957. Doveva toccare al maestro della commedia all’italiana, in una situazione politica alle soglie di un tentativo autoritario del governo Tambroni,  di restituire al fante tremebondo l’onore del sacrificio estremo, ovviamente misconosciuto. L’eroe senza nome della  “guerra nel fango”.



Roberto Nistri, 12 maggio 2015


Tutti i diritti riservati









giovedì 21 maggio 2015

Biblioteca meridionale: Franco Cassano, Il pensiero meridiano


FRANCO CASSANO, Il pensiero meridiano, Bari 1996.

Recensione di Roberto Nistri

Abbiamo presentato il libro il 28 maggio 1996, nel salone de “La nuova Sem”. 
Il testo integrale dell’intervento è reperibile  in “Galaesus”, Taranto, n.20.

Con la lama gentile di una scrittura accattivante e lieve, ma strutturata come una rete a maglie strette che sembra non lasciar sfuggire alcuna delle questioni cruciali del nostro tempo, Cassano taglia e sagoma la fisionomia di uno scritto di fine millennio, un testo-manifesto che già nelle prime sei pagine offre una sorta di dichiarazione programmatica: “Non pensare il sud alla luce della modernità ma, al contrario, pensare la modernità alla luce del Sud”. Un pensiero unico è la peggiore delle idolatrie . E’ legittimo lavorare solo per una cultura che riconosce la parzialità di ogni dimensione. Il Mediterraneo che “media le terre” ne è l’esplicazione. Il confine non è il luogo dove il mondo finisce ma quello dove i diversi si incontrano. Il pensiero meridiano nasce dal “sospetto per questa chiusura del mondo in cui i vincitori pretendono di imbottigliare l’umanità all’interno di un solo gioco, quello in cui hanno vinto e continueranno a vincere… Si racconta una favola ai perdenti: questa volta è andata male,  ma le iscrizioni alla corsa sono sempre aperte. Ognuno si presenta da solo e deve battersi contro tutti, tentando almeno di lasciarsi qualcuno dietro le spalle. Agli uomini “correnti” che hanno interiorizzato l’imperativo della velocità, tanto da amministrare il proprio corpo come impresa, il pensiero mediterraneo offre un riparo ai profughi del pensiero veloce, “quando la macchina inizierà a tremare sempre di più e nessun sapere riuscirà a soffocare il tremito”.
      Il mare greco è arcipelago, simbolo di differenza e di relazione. Fra dialogos e polemos è nata l’Europa. Ma il pensiero meridiano perde se non cambia la vecchia pelle del pensiero “meridionalistico”, se non affronta una prassi straordinaria che, diceva Giordano Bruno, comporta il “disquarto” della vecchia pelle. Non possiamo ritrarci di fronte alla mutazione. Questo Sud, questo territorio sarà universale o morirà.

martedì 19 maggio 2015

Biblioteca meridionale: Claudio Fava, L'Italia dimenticata dagli italiani


CLAUDIO FAVA, L’Italia dimenticata dagli italiani, Milano 1995.

(Un viaggio nel sud d’Europa, in “Taranto Città futura”, “LiberEta”, agosto 1995)

Recensione di Roberto Nistri
Pubblicazione integrale in “Galaesus”, n. 19.

Claudio Fava, figlio di Giuseppe Fava, vittima della mafia, conferma un limpido impegno civile senza committenza politica, senza appartenenza di botteghe e complicità di cordata. L’unica appartenenza, dichiarata e irrinunciabile, è ad una terra, a una storia, a una memoria: a un sud che non è quello lagnoso e vittimista, cinico e rapace, ma è quello che ha il volto fiero e malinconico di Gian Maria Volontè nelle sue interpretazioni dei personaggi di Sciascia. Da giornalista di razza, Fava percorre e ripercorre le strade di questo sud, continuamente scrivendo e riscrivendo le carte dei bisogni e delle speranze, dei vecchi e dei nuovi poteri, la topografia dei contropoteri, della resistenza alla sopraffazione e al degrado. Una voce che rompe il silenzio del sud, un sud che è stato zittito, colpevolizzato da una sorta di rivoluzione passiva che lo indica come il “piombo” nelle ali dello svilippo… Se vogliamo liberarci da questa sorta di ipnosi, non dobbiamo cedere alla tentazione del cupio dissolvi, dello spirito apocalittico, del pathos della rovina, dell’estetica del relitto. Dobbiamo resistere al canto delle sirene dei malintenzionati adulatori, dei colonialistici “valorizzatori”,  con i loro stipendiati trombettieri. Il vero amico del Sud non può essere uno specialista della dimenticanza, uno stiratore di panni sporchi o un fabbricatore di scacciapensieri. Deve essere un uomo-contro, che riesce a serbare la memoria del dolore, che è capace di criticare amando… 

sabato 16 maggio 2015

Piazza Giordano Bruno e la storia d'Italia

Piazza Giordano Bruno nel 1900

Giovanni Artieri, "Roghi e duelli"

di ROBERTO NISTRI

Articolo tratto da "QUOTIDIANO", del 5 aprile 1994)

Si presenta come un intenso pellegrinaggio nel passato delle idee, nella storia di una romantica "Italietta" di cento anni, fa, il dodicesimo volume di Giovanni Artieri: Roghi e duelli. Eretici, martiri, provocatori (Mondadori). Viene offerta un'esposizione documentaria e quasi giornalistica, più che un'analisi storica, di semi-dimenticati eventi e personaggi dell'età crispina, perché spesso - dice Artieri - il lettore ha maggior diletto nel toccare con la mente le prove, gli scritti, le testimonianze. La storia si conclude con il colpo di sciabola nella gola del deputato Felice Cavalletti, "il bardo della democrazia". Le prime pagine del libro ci fanno invece girovagare per Campo dei Fiori dove oggi riposa, nella solitudine propria dei monumenti dimenticati, la statua di Giordano Bruno eretta nel 1889: fatidica epitome del libero pensiero, gli occhi polemicamente rivolti verso quel Vaticano che lo spirito postrisorgimentale vedeva come avversario della patria una e laica. Il 1888 era stato un anno segnato da duri scontri fra clericali e anticlericali.

Dopo vani negoziati con la Santa Sede, il Crispi aveva dato sfogo alla delusione scatenando una campagna che doveva culminare nella solenne manifestazione romana per l'inaugurazione di un monumento al grande eretico, nel luogo stesso ove Giordano Bruno aveva trovato la morte sul rogo. La statua venne commissionata allo scultore Ettore Ferrari, gran maestro della massoneria, che aveva disseminato in tutta Italia un numero incalcolabile di Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele a cavallo e via dicendo. Il 9 giugno l'orazione inaugurale venne tenuta dall’indiscusso specialista in laiche predicazioni, Giovanni Bovio che aveva dettato la bella epigrafe: A BRUNO / IL SECOLO DA LUI DIVINATO / QUI/DOVE IL ROGO ARSE.
A leggere queste prime pagine del libro sulla statua di Bruno e l'epigrafe
di Bovio, non poteva non ritornarci alla memoria un episodio di storia jonica, che certamente avrebbe incuriosito Giovanni Artieri.
Già un anno prima la città di Taranto si era mobilitata per sostenere la celebrazione dei filosofo "d'ogni legge nemico e dogni fede", inviando al Presidente del Consiglio l'ordine del giorno dettato dall'avvocato Pietro Pupino-Carbonelli: "Taranto, commemorando oggi il martire del libero pensiero, Giordano Bruno, fa voti che nel luogo dove la ferocia della Curia romana arse vivo l'eroe in nome di Dio, sorga tosto il monumento che voto di popolo gli ha decretato, qual rivendicazione dovuta alla memoria del sommo filosofo, come protesta solenne della coscienza nazionale". Questo ordine del giorno era stato adottato all'unanimità dai partecipanti alla manifestazione del 19 febbraio 1988, quando venne intestata al filosofo nolano la piazza centrale del Borgo.
Così la cronaca del periodico Taras: "Il Comitato, composto dalla rappresentanza municipale, con a capo il nostro Sindaco, Cavalier Vincenzo Sebastio di tutte le scuole del Ginnasio Archita, delle Tecniche e delle elementari, e parecchie associazioni, si mosse al suono dell'inno dal palazzo di città per recarsi allo scoprimento della lapide commemorativa ... Mentre altri sindaci canonizzano insieme al clericalume i loro santi, il Sindaco di Taranto, insieme alla rappresentanza comunale, battezza la gran piazza del Borgo col nome più grande, più puro, Giordano Bruno". A questo punto l'egregio sindaco scoprì la lapide con l'epigrafe dettata da Giovanni Bovio (non meno bella di quella per Campo dei Fiori), su invito del Pupino Carbonelli: CHI MUORE PER IL LIBERO PENSIERO / ONORA LA PATRIA / APPARTIENE AL MONDO / BRUNO.
Dopodiché il corteo si recò nell'atrio del ginnasio Archita, dove il pubblico fu sfiancato dall'esimio professor Pellizzari, la cui conferenza durò "più ore" (come annota La Sentinella e "tutto estesamente trattò, cosa che annoiò un tantino" (come riferisce il cronista di Taras). E così la città ebbe la sua Piazza Giordano Bruno, che continuò per un pezzo a essere luogo di conllitti fra fazioni, come l'anno successivo, i1 9 giugno, quando i cattolici fecero affiggere, sulla chiesa di San Domenico una epigrafe "riconsacratoria" della città.
I cittadini presero familiarità con il combattivo nome della piazza, ma nel contempo, a partire dal "patto Gentiloni”, presero a smorzarsi i bui lenti spiriti laici della classe dirigente tarantina: per frate Giordano tornavano i tempi brutti. Il Fascismo non poteva certo tollerare a lungo questa bandiera dci "libero pensiero" infissa al centro della città: alla prima occasione la lapide scomparve e piazza Giordano Bruno fu "normalizzata" e ribattezzata piazza Italo Balbo.

Alla caduta del fascismo scompariva il nome del barbuto gerarca. Per  coerenza e senso storico sarebbe stato opportuno ripristinare la vecchia intestazione della piazza, sia perché tutti i tarantini continuavano a chiamarla "Giordano Bruno" sia perché questo nome ben avrebbe rappresentato la volontà di rinascita contro il dispotismo. E invece, sotto l'egida del commissario prcfettizio cav. uff. avv. Agilulfo Cararnia, vecchio liberale e massone, si passò da P. Giustizia e Libertà a P. della Conciliazione, per approdare, infine, a P. Maria Immacolata (come si vede, la storia d'Italia in una pialla). L’avv. Temistocle Scalinci della commissione per la toponomastica, tentò nel 1946 di convincere il sindaco comunista Voccoli di ripristinare il vecchio toponimo e ci riprovò nel 1951 e nel 1957 con altre amministrazioni. Tutto inutile: forse anche le forze politiche della "nuova Italia" non avevano in grande simpatia il "libero pensiero".

Comunque, per strade tortuose, il filosofo perseguitato ha continualo a resistere. La vecchia lapide venne ritrovata da Scalinci e fatta apporre a sud-est del Palazzo degli Uffici, ove l'epigrafe di Bovio continua ad ammonire i ragazzetti che si accalcano attorno ai telefoni. E resiste anche l'abitudine di qualche vecchio tarantino che ancora oggi, dopo tanti anni, continua a chiamare la piazza centrale del Borgo: Piazza Giordano Bruno.

martedì 21 aprile 2015

70esimo anniversario della Liberazione. Convegno a Taranto il 24_04_15

70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


UNIVERSITA' di TARANTO- VIA DUOMO (Borgo antico)

24 Aprile 2015 - ore 10.00


TARANTO: 25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2015

Saluto:
EZIO STEFANO Sindaco di Taranto
Introduce:
GIOVANNI BATTAFARANO Presidente ANPI-TARANTO
Interventi:
SALVATORE ROMEO Istituto Studi Storici "L'Economia"
PINO STEA Storico "La Politica"
ROBERTO NISTRI Storico "La Cultura"
Conclude:
ANTONIO URICCHIO Magnifico Rettore dell'Università

al termine della conferenza ci sarà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso sul "70° ANNIVERSARIO della LIBERAZIONE


ANPI TARANTO

Settantesimo della Liberazione:  25 aprile 1945 -  25 aprile 2015

Roberto Nistri - Cultura e territorio a Taranto

1. L’illusione della Fiera del Mare e la “bella morte” del Premio Taranto (1946-1953)

      La città si era misurata onorevolmente con il grande conflitto mondiale, giocando un ruolo di primo piano nella fase finale della guerra, conseguendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte delle forze alleate per l’eccellenza delle maestranze, in virtù anche di un apparato industriale conservato praticamente intatto: una eccezione fra le grandi città italiane. Inevitabili erano le preoccupazioni per l’azzeramento della flotta e una difficile riconversione da una economia di guerra a una di pace.  Doveva da subito affacciarsi la richiesta,  un po’ peregrina,  di un “risarcimento” per l’impegno patriottico sostenuto dalla cittadinanza.
      Si apriva una nuova stagione,  non di entusiasmo ma certo di passione. Ricorrendo a  un titolo di Dickens , Il racconto delle due città, abbastanza appropriato per la Taranto bimare, si potrebbe dire: “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Il 14 agosto 1946 veniva inaugurata, alla presenza del capo dello Stato Enrico De Nicola, la Fiera del Mare: una messa in valore di attrezzature e capacità produttive concernenti la cultura del mare e la capacità di creare un mercato marinaro, unico in Italia e in Europa. Un brand eccellente. Purtroppo l’iniziativa doveva svilupparsi fiorente in quel di Genova, mentre a Taranto nel ’51 la Fiera chiudeva i battenti: gli stands, diventati luoghi di convegno per coppiette, venivano demoliti con le ruspe. Il fallimento di una imprenditoria sui generis, incapace di schiodarsi dalla monocultura statale.
      Una sorte più gloriosa ma più sofferta  doveva toccare al Premio Taranto: il Premio del Mare, per la narrativa e le arti figurative. L’ iniziativa  nasceva con l’esclusivo sostegno di privati cittadini, per lo più ex studenti del liceo “Archita”, con  una giuria di alto rispetto presieduta da Giuseppe Ungaretti. Partecipavano protagonisti di primo piano della cultura italiana, come  Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Gianna Manzini, Enrico Falqui, Marco Valsecchi, Pier Paolo Pasolini… La produzione pittorica - Meloni, Casorati, Birolli, Pirandello, Turcato, Apollonio -   all’insegna dell’arte d’avanguardia,  scandalizzava il basso provincialismo meridionale, ma dalla stampa nazionale veniva  paragonata alla Biennale di Venezia. Un “critico” barese vaneggiava di una donna incinta svenuta al cospetto dell’arte astratta, ma l’operazione, con gran concorso di pubblico, doveva fare scalpore.   La manifestazione veniva ripresa in diretta da “La Settimana Incom”, il cine giornale dell’epoca e  la mostra veniva ospitata a Roma e a Milano.   “La Fiera  letteraria”  avrebbe dedicato all’evento un corposo numero speciale.
      Onore e gloria per Antonio Rizzo e il Circolo di cultura? Quando mai! L’Amministrazione Provinciale, in prima linea l’assessore Monfredi, sollecitava una rapida sepoltura del Premio, con strascichi  giudiziari.   Come si diceva,  “non ci furono mai giorni così belli, non ci furono mai giorni così brutti”.
       Nel 1953 il Premio Taranto chiudeva i battenti, con il  De Profundis di Ungaretti: “Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia”. Non ci sarebbe stata la quinta edizione: si preferiva salvarne la memoria, piuttosto che sottometterla alle indebite appropriazioni da parte di istituzioni e politici di basso conio. Rimane la memoria. “Favolosi quegli anni, avrebbe ricordato Rizzo”.

2. Glorie  di Terronia

       Il Premio aveva dovuto combattere contro il “culturame”scelbiano e il “melmoso” italo-maccartismo denunciato da Francesco Flora,  con la riduzione di opere d’arte a sagre parrocchiali (Leonida Répaci). Si metteva di traverso anche l’ottuso stalinismo antiastrattista, sul quale  in seguito lo storico Paolo Spriano avrebbe calato un velo pietoso.  Ma le minacce più insidiose provenivano dal sottobosco dei pseudoartisti senza arte né parte, sempre in cerca di patroni e patronesse da mungere. Valga l’esempio della ingloriosa “Università dei Terroni”  che apriva sede a Taranto in via Gorizia n.16. Come si leggeva nello Statuto del 1946, l’Ente veniva istituito per propugnare “la giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti”.  Un programma assai bizzarro: anticipando Andy Wharol, venivano promessi cinque minuti di gloria per ogni aspirante “Sacerdote dell’arte”.  L’impegno era quello di difendere “tutti i valori dello spirito di Terronia”, termine che acquisiva un significato di nobiltà, tanto da garantire titoli onorifici: Libero docente, Cavaliere dello Spirito,  addirittura Senatore, con tanto di timbro del regno di Terronia. Quasi la Cacania di Musil e la Freedonia dei fratelli Marx.  Poetastri spostati e maestri di non si sa che,  si allocavano nel sottobosco autocraticamente governato dal grafomane Franco Di Napoli, che riusciva a pietire qualche blando conforto dal direttore del museo archeologico e dal rettore dell’Università di Bari. Incredibilmente tale baraccone  veniva preso sul serio da non pochi notabili locali, della Camera di Commercio e dell’Associazione degli industriali, molti dei quali erano fieri avversari del Premio Taranto.  Solito spirito di cricca e  produzione accademica nulla.

3.  Jonica autarchia editoriale

      La civica biblioteca “Acclavio”continuava ad essere  frequentata da una ristretta cerchia di eruditi e cultori di storia patria, ma lo stesso direttore Vito Forleo doveva ammettere che a Taranto non si riusciva a pubblicare alcuna ricerca confrontabile con gli studi baresi, come la “ Rassegna pugliese”  o i  tre volumi di Terra di Bari.  “Colpa dell’incostanza e della tendenza al rinvio, il lavorare ignorandosi l’un l’altro, quel rimettersi al caso…” (citato da Silvano Trevisani, 2015). Dal punto di vista editoriale, per opuscoli e opuscoletti d’occasione,  bastava e avanzava il buon tipografo- editore Salvatore Mazzolino; non era il caso di spingersi oltre le mura cittadine. Forse è più interessante rilevare come, durante il fascismo, nella borghesia “illuminata” tarantina non si era registrato un solo abboccamento con Casa Laterza e il circolo antifascista  dei crociani. Negli anni della rinascita  veniva anche  sprecata  l’occasione offerta dall’editore Lacaita di Manduria, che intendeva coagulare un ampio fronte della cultura anticonformista , a partire dal primo Convegno Pugliese per la laicità dello Stato e della scuola Nazionale, tenutosi proprio a Taranto, nel 1948,  nel teatro Fusco. Nel ’49 Piero Lacaita, in stretto sodalizio con lo storico Gabriele Pepe e uomini come Basso,  Fiore e Canfora, avviava la sua attività editoriale. Nella città bimare  non scattava un  feeling con la nascente casa editrice,  ad appena 30 km. Da Taranto.   Magari i cataloghetti del Premio Taranto, confezionati al risparmio e rapidamente esauriti, avrebbero avuto una veste più adeguata e certi rapporti si sarebbero  irrobustiti.   Solo in tempi successivi a Lacaita saranno affidate operazioni all’altezza della editoria manduriana.

4. I cuori malinconici

      Alla città non mancavano le belle intelligenze, apprezzate ben oltre le mura cittadine: il poeta Michele Pierri, che avrebbe sposato la poetessa Alda Merini; il bibliotecario insigne Vito Forleo, storico ed erudito; lo scrittore Cesare Giulio Viola, che avrebbe scritto, dal suo libro Pricò,  la sceneggiatura de I bambini ci guardano (1943)  togliendo la maschera familista ad una dolcezza  soltanto apparente. Ancora con Vittorio De Sica conquistava   l’Oscar con la sceneggiatura del film Sciuscià (1946).  La poetica di Viola oscillava  fra realismo e naturalismo piccolo borghese, fra grigia banalità esistenziale e l’eccezionalità del tragico quotidiano. Era la scrittura dell’uomo scisso, l’intellettuale impossibilitato ad essere se stesso, il dandy  attediato.  Figura archetipa era quel “Diogene Saturnino”  nel quale Vito Forleo aveva rappresentato lo spleen di una lost generation, assolutamente impolitica ed estranea alle storie delle classi subalterne,  a cavallo fra fascismo e nuova democrazia.
      Per completezza si potrebbe impostare una topografia culturale,  che veda ai piani alti la grande storia industriale,  la vocazione ad uno sviluppo donato con correlata servitù volontaria; al piano di mezzo una area minoritaria di intellettuali provvisori, stranieri in patria e spesso sul piede di partenza. Unica eccezione quell’Antonio Rizzo che,  con alcuni  capitani coraggiosi,   sognava per Taranto un nuovo cielo e una nuova terra, sostenendo la necessità di una ricomposta identità cittadina che coniugasse il rispetto verso il passato con l’apertura critica verso il nuovo, mentre al piano di sotto si sedimentava quella che altrove abbiamo chiamato l’ideologia  “cataldiana”.
  Se gli intellettuali si avvolgevano nel loro mantello  di malinconia, il cataldiano “verace” (?!) aveva come compagna fedele la nostalgia: di quello che si era perso,  ma soprattutto di quello che non si è mai avuto. Viene in mente un film cult del 1996:  Trainspotting. Stare seduti e guardar passare i treni. Molto tarantino.

5. Madre nostalgia

      In realtà a Taranto non ha mai assunto rilievo una autentica intellighenzia industrialista, né da parte operaia, né da parte imprenditoriale: una figura fortemente esplicativa doveva affermarsi in seguito con lo stereotipo del “metalmezzadro”.  L’intellettuale dis/organico percepiva la propria inessenzialità. Lo spaesamento produceva la nostalgia dell’altrove, facendo scattare il dispositivo ideologico volto a trasformare la debolezza in virtù. Nel cuore della piazzaforte militare,  l’ininfluente uomo di cultura, professore o avvocato, s’inventava una missione: il paladino della tarentinità. Funzionava una mitologia di matrice municipal-popolare, pensata come argine identitario nei confronti della città mutante. Tale ideologia è stata l’oppio degli intellettuali tarantini, residenti o fuggiaschi, esteti o combattenti. Una idea-forza, impegnata a delineare una mappa sentimentale, una Taranto del cuore:  la vita come cerimonia rituale, osservata come un tempo ciclico,  al riparo dalla temporalità orizzontale del progresso e del consumo. La durezza della storia ha ormai ridotto l’identità cataldiana ad una dimensione residuale e ormai sarebbe vano   attardarsi nell’inseguire la sua ombra. Il  tarantologo del nuovo millennio rimedia qualcosa guidando in visita nel centro storico non i turisti,  ma i suoi concittadini.

6. La guerra del mattone


      Negli anni successivi,  la cittadinanza doveva ancora sbrogliare la matassa di tre piani regolatori: Tian, Bonavolta e Calzabini. Nella fase ancora precedente l’insediamento dell’acciaieria, l’unica iniziativa produttiva era rivolta all’edilizia  in un clima di  deregulation o assoluto far west. Per quanto riguardava il negletto Centro storico, il sindaco socialcomunista De Falco non nascondeva una certa nostalgia per lo sventramento mussoliniano. Non veniva fuori uno straccio di Piano Regolatore innovativo e a Taranto, sul fronte dell’urbanistica e dell’architettura (il linguaggio attraverso il quale il territorio racconta la propria storia)   la Civitas entrava in guerra contro se stessa,  con pervicace autolesioniamo.  Continui processi di mostrificazione, stigmatizzati  dallo storico dell’arte  Cesare Brandi e dal primo ambientalista Antonio Cederna.  Il boom irrazionale delle costruzioni, con la lottizzazione selvaggia e le licenze in deroga, già negli anni ’50 aveva imprigionato  il territorio, precludendo ogni via di scampo. L’amministrazione socialcomunista si impegnava a fondo (coinvolgendo anche la Camera del lavoro e la Cgil) in battaglie di estrema retroguardia,  come il marmoreo aquilifero della prima guerra mondiale.
       Si faceva strada  una vocazione per la grattacielomania che doveva eccitare soprattutto le nuove leve democristiane. Nel 1954 si paventava la demolizione dell’imponente Palazzo degli Uffici,  da sostituirsi con un grattacielo di 30 piani. Per fortuna la “ grande impresa nazionale” doveva scomparire insalutata ospite.  Purtroppo un altro sciagurato progetto,  avviato dai comunisti e portato a compimento dai loro successori,   doveva giungere a efferato compimento.  Trattasi dell’infame grattacielo del Lungomare che, malgrado il vincolo posto dalla Soprintendenza alle Antichità, avrebbe per primo violato  definitivamente il più maestoso affaccio al mare di tutta la Puglia, nascosto  e impedito da una proliferazione ininterrotta di brutture più o meno residenziali, seguendo fino a Capo S. Vito l’ennesimo muraglione,  protettivo del requisito “mare militare”.  Il notevole interesse archeologico dell’insediamento non turbava i sonni di proprietari e architetti.  La questione si risolveva nel  cantiere di notte, con dinamite e pistolettate,  perché gli imprenditori edili non potevano perdere tempo appresso alle Antichità. Il “Corriere del giorno”  commentava cinicamente: tutte le costruzioni di Taranto sono brutte e pertanto “dove ve ne sono 30, possono esservene 31”. Il disegno del Lungomare veniva pregiudicato  indefinitamente e il primo mastodonte, secondo le parole di Antonio Rizzo, poteva lanciare verso il cielo il proprio sinistro barrito di trionfo.

7. Paisielliana. Storia di un famoso monumento mai realizzato

      Il sindaco De Falco era un amministratore onesto, ma sicuramente inabilitato per le imprese culturali (da ricordare il pasticcio del Premio Taranto) e doveva impelagarsi in una gaffe siderale, di risonanza europea, a tutto discredito della cittadinanza. Sempre nel 1954 Comune e Provincia stanziavano le risorse per la troppo a lungo agognata erezione di un monumento a Paisiello. Come si dice, una erezione non si discute. Ma per una volta si scoprivano le carte: “si faccia un regolare bando di concorso , affidando ad Antonio Rizzo, l’unico competente sul campo, il compito di ordinare una giuria di tutto rispetto”.  Le aspettative non venivano tradite: membri della giuria erano Cesare Brandi, Raffaele Carrieri, Pericle Fazzini, Ignazio Gardella, Virgilio Guzzi, Marco Valsecchi, Bruno Zevi. Si trattava della prima seria rassegna di scultura moderna ordinata in Puglia e forse in tutto il Mezzogiorno. Partecipava il fior fiore del mondo artistico nazionale e veniva premiata la scultura astratta di Franchina: “un oggetto splendente” secondo Zevi, un “capolavoro” secondo Lionello Venturi. Una alleanza fra politica e cultura finalmente coronata da successo, a tutto beneficio della Città bimare? Troppo bello per essere  vero.
      Nella notte si scatenava il  genius loci, il maligno demone che mandava tutto a carte quarantotto. L’opposizione democristiana si accaniva contro una scultura troppo moderna, incomprensibile per la gente normale. Ci si metteva anche il responsabile del settore culturale del Pci, che telefonava a De Falco per rimproverarlo di voler regalare a Taranto un esempio di quell’arte astratta fortemente avversata a Botteghe Oscure. Sembrava la rimonta dell’Accademia dei Terroni e dei vecchi “sacerdoti dell’arte”, che ancora non avevano metabolizzato il glorioso “Premio Taranto”. Critico di punta dell’arte degenerata era, nientedimeno il missino Telesio Interlandi, razzista di professione e traduttore dei testi hitleriani. Per farla breve , il Sindaco annullava il concorso da lui stesso promosso e bandito,  con strascichi giudiziari e scandalo in Europa, grazie alle cronache de “Les nouvelles littèraries”. Nel 1960 l’opera di Franchina veniva inaugurata a Genova.  A Taranto De Falco rimpiangeva un bel “Paisiello a cavallo”, mentre il democristiano Pignatelli riesumava un busto cimiteriale del vecchio scultore Canonica, commissionato dal podestà Giovinazzi nel 1940! Intanto Raffaele Carrieri  dichiarava di non volere mai  più rimettere piede a Taranto.
       Il Bazar del cattivo gusto trionfava e il pervicace Monfredi promuoveva l’ancora operante legge speciale sullo sventramento del 1934. In  Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi scriveva: “ è Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo potrebbe essere stupenda e invece è squallida”. Privati del Patrimonio, come recita il  bel titolo di Tomaso Montanari: il romanzo criminale di una bieca privatizzazione, spacciata per valorizzazione.

8. Taranto Capitale?

      Nel 1961 s’inaugurava il primo convegno di Studi sulla Magna Grecia e,  nella fase epica dell’insediamento italsiderino, Taranto poteva far valere un non effimero ruolo di Capitale europea. Artisti di gran valore operavano a ridosso della grande fabbrica e vi furono spettacolari happening ecologisti che diffusero anche nel circondario le arti visive come privilegiato strumento critico della riduzione dello spazio urbano a città-azienda. Si aveva comunque la percezione di una estrema fragilità del tessuto sociale. La città grande industriale era ai primi posti nella umiliante graduatoria della mortalità infantile. Lasciava da pensare una impennata della mortalità proprio nei primi cinque anni della “civilizzazione” siderurgica (cfr. F. De Benedetto in “Dialogo”, 27 novembre 1965).
       Purtroppo le istituzioni civili che stavano rilasciando licenze in bianco, in seguito licenze in precario,  all’arciabusivo stabilimento siderurgico, in quel fatidico luglio del ’60, erano impegnate in una tipica discussione tarantina: annientare o meno la fontanella di Piazza  Giordano Bruno con annessi palmizi.  Tarde non furono grazie divine,  ma intanto le ruspe sterminavano un popolo di ulivi. Secondo Antonio Cederna Taranto si presentava come la smentita di ogni decenza urbanistica. Avrebbe scritto nel 1972: “Un ventaglio casuale e approssimativo di strade a raggiera, veri canyons e crepacci, tra case di 9, 12, 22 piani, che si intersecano a casaccio e finiscono in vicoli ciechi, senza un filo d’erba, senza una piazza, un’area pedonale… Caos, congestione, sovraffollamento: è una città che si è autostrangolata, che ha annientato le occasioni offerte dalla topografia e dall’ambiente naturale, a solo vantaggio dei cultori della rendita fondiaria”. Su Corso ai due mari si era avverata la profezia di Rizzo. Non un solo mastodonte, ma una folla di colossi che  ormai  lanciavano i loro trionfanti barriti, squadrando dall’alto in basso un Castello Aragonese che pareva sempre più piccolo.

 9. Il teatro dell’assurdo: Ionesco e la rinocerontite

       Come è potuto accadere? Un testimone autorevole come Giovanni Acquaviva, il direttore del “Corriere del giorno”,   nel 1982 rievocava in una intervista gli anni del saccheggio: “ Si costruiva ovunque, comunque, qualunque cosa. Iniziava un’orgia edilizia senza precedenti, uno scempio che ancora grida vendetta , senza preoccuparsi degli oneri derivati al Comune in fatto di organizzazione dei servizi. Si calpestava il piano regolatore della città senza che nessuno fiatasse, anzi con il beneplacito dei partiti della maggioranza… Era proprio l’amministrazione comunale a favorire questo oltraggio, a incentivarlo. E nasceva la Taranto di oggi, con edifici di undici piani sul mare, da una parte e dall’altra. La città diveniva un solo, mostruoso cantiere edile e nessuno mosse un dito. In quel frangente che ruolo aveva il “Corriere”?  Che poteva fare? Niente di niente. Un giornale aveva il dovere di suonare l’allarme, ma non poteva farlo e non lo fece. Il “Corriere” era della DC, la giunta DC era appoggiata dai missini. Il sindaco DC Monfredi e tutti gli uomini che avevano portato Taranto all’oltraggio urbanistico venivano premiati dagli elettori… Il giornalista è una signora per tutte le stagioni, non l’ho inventato io questo mestiere né le sue regole (intervista di Adolfo Maffei a Giovanni Acquaviva in “Quotidiano”, 4 novembre 1982).
       Sempre rimosso il  minaccioso apologo  della rigogliosa isola di Pasqua, scoperta nel 1722 con migliaia di abitanti e rivisitata nel 1864 con appena 110  superstiti malconci: dissennato  exemplum di autodistruzione del proprio futuro,  per gigantismo e imprevidenza. Un collasso determinato dalla deforestazione che riduceva  progressivamente la dieta, da polli e molluschi, a topi e sterpaglia, fino all’antropofagia. Una demoniaca  dissipazione delle risorse ambientali, determinata da una folle guerra tra i clan,  per l’edificazione di pietrosi mammoni sempre più imponenti, simboli di potenza tecnologica da ostentare per la supremazia politica. Per questo si distruggevano alberi e fibre legnose, e quando i sopravvissuti cercavano di sfuggire all’inferno da essi stessi creato, si accorgevano che non erano più rimaste risorse per costruire una barca. Una parabola semplice e tragica: per soddisfare manie di potenza e di grandezza, si era perso il senso del domani. Contro la religione della crescita per la crescita, rimangono ad ammonirci  i pietrosi signori di una terra desolata.

10. Un simposio di sapienti

      Insediatosi trionfalmente il “Siderurgico”, un gruppetto di “resistenti” cercava di attrezzare culturalmente una serie di robuste casematte, in senso gramsciano, per evitare che il territorio potesse ridursi a mera residualità identitaria. Il Circolo di Rizzo, con il suo work in progress organizzava nel ’66 un ciclo di conferenze sulle più cogenti problematiche dell’epoca, con gli interventi di Bruno Zevi sull’architettura, Arrigo Benedetti per il giornalismo, Pietro Bianchi per il cinema, Carlo Bo per la poesia, Cesare Brandi per la televisione, Gillo Dorfles per le avanguardie artistiche, Umberto Eco per lo strutturalismo, Guglielmo Righini per l’astrofisica, Marco Valsecchi per la scultura, Eduardo Sanguineti per  per il Gruppo 63… Naturalmente si registrava l’insorgenza di un preside (l’eterno ritorno dei “sacerdoti dell’arte”) che dichiarava candidamente la sua incapacità nel venire a capo della letteratura sperimentale, tanto da dover leggere, per  rilassarsi, qualche pagina del Manzoni.  Il bravuomo non intendeva offendere nessuno e Sanguineti replicava che solo il Manzoni avrebbe potuto adontarsi, sentendosi   ridotto alla  stregua  di un ansiolitico. Quegli interventi suscitavano un salutare scalpore,  ma purtroppo la Provincia mancava nel curare la pubblicazione dei testi, dispersi come lacrime nella pioggia. Sempre nel ’66 Rizzo produceva un autentico capolavoro: la rivisitazione di tre sommi tarantini: Giorgio Vigolo per Paisiello (1966, non pubblicato),  Ettore Paratore per Niccolò D’Aquino (1967, pubblicato) e il premio Nobel Quasimodo per Leonida  (1967,) alfine pubblicato in pregevole edizione da Lacaita e poi Mondadori.
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11.  L’Università in fumo e la battaglia per il risanamento del Centro storico

       Il più acculturato sindaco di Taranto , Vincenzo Curci, sosteneva in maniera convinta tali interventi e un paio d’anni dopo lanciava l’idea  di una facoltà tarantina di urbanistica e sociologia, in linea con alcune riflessioni dell’epoca: l’esigenza di una produzione non-solo-acciaio, volta ad attrezzare il territorio nei confronti di una prevedibile invasività dello strapotere industriale.  L’organizzazione del territorio è il linguaggio attraverso il quale la città racconta la propria storia. Parole sante, si diceva. Ma i padroni del vapore, i cantori dell’edilizia selvaggia,  non volevano assolutamente trovarsi fra i piedi sociologi e urbanisti. Il progetto universitario finiva in cavalleria. Per fortuna, a ridosso del fatidico ’68 si poneva mano all’eccellente Piano Blandino, che purtroppo doveva nascere sotto l’ala di un uccello di malaugurio. Illecitamente veniva demolito il settecentesco Palazzo Bellando Randone. Bisognava ricominciare a battagliare, con Giorgio Bassani e Italia Nostra,  con il soccorso della migliore cultura del tempo, da Argan a Brandi,  per salvare la città vecchia  di Taranto. Nel  ’72 veniva presentata al pubblico la raccolta etnografica Majorano con testi pubblicati da Lacaita e poi Einaudi.
      Il patrimonio etnografico di Maiorano doveva essere seriamente valorizzato negli anni ’90, con una strategia di reconquista da parte di un gruppo di studiosi coordinati dall’avv. Petrone,  che hanno ricondotto alle origini tarantine le tradizioni popolari legate ai rituali della Taranta: un brand autentico,  purtroppo poco sostenuto a livello istituzionale. Quei capitani coraggiosi del “Circolo di cultura”  non hanno combattuto invano: con lunga pazienza sono state vinte belle battaglie, per la salvaguardia del fiume Galeso , contro la lottizzazione abusiva delle villette di Lama,  contro la centrale carboelettrica dell’Enel nel 1973, contro la carboelettrica dell’Enel nel 1980,  contro la centrale nucleare ad Avetrana, contro   l’ennesimo Palazzetto dello Sport o Teatro nella Villa Peripato… Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…
      Non sono mancati operatori culturali volenterosi: la Giuliana Ermacora della Regione Puglia,  il dirigente del Circolo Vaccarella Giuseppe Francobandiera,  l’illuminato assessore alla cultura Tommaso Anzoino…  Ma il demone della Taranto che si rinnovava  autodistruggendosi era sempre all’erta. Sandro Viola nel 1985 già lo diceva: la fabbrica si è mangiata la città. Quella che Ungaretti denominava non la Taranto vecchia ma la Taranto più giovane, doveva subire un urbicidio, riducendosi a 2000 abitanti scarsi. Era  ferito a morte un pezzo di quello che la Costituzione chiama il “paesaggio della nazione”.
      Taranto  rimane mobbizzata da 7 decreti pro Ilva e nel cuore dell’Europa industriale perdura una “strage di stato”,  rea confessa e a norma di legge. La crisi ha comunque indotto una fioritura di scrittori, tutti regolarmente “ in noir”,  senza confronto alcuno con il resto del mezzogiorno.

12 . La bella avvelenata

       Quando ci si trova con le pezze sul sedere, qualcuno tira fuori la risorsa cultura. S’invoca la stella cometa  e prontamente segue una buffa “annunciazione annunciazione!” (cui non segue mai la manutenzione).  In questa stanca corsa del criceto è immancabile lo storytelling dell ’homo politicus con il suo specchietto per le allodole . Il ministro Franceschini e il senatore Grasso si sono affacciati su una  antiquissima urbs dissestata e avvelenata, discettando su una “Taranto Spartana” che “valga come esempio per tutti, un brand mondiale che possa favorire la svolta” (“Quotidiano”, 25 novembre 2014) . Le solite patacche dell’Accademia dei Terroni e dei Sacerdoti dell’Arte: grande ammuina per  spacciatori di finto antico , fabbricatori di  colonne in cartongesso e Zeus di vetroresina,  da propinare  a chissà quali turisti. La verità è che solo i tarantini sono capacissimi di schivare l’esca e abboccare all’amo. In  Totò truffa’62 , spacciandosi per il padrone della Fontana di Trevi, il bidonista riusciva a estorcere quattrini all’allocco di turno. Oggi quello sketch  è  opinione mainstream. C’è poco da ridere, fra imbonitori e brandizzatori…
       Nel 1978 Mario Pedini, ministro piduista per i Beni culturali lanciava la sciagurata metafora del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”: un ritornello ossessivo.  Non considerando alcuni sgradevoli effetti collaterali del regime petrolifero, il ministro Franceschini ha subito dichiarato: “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo (“Il Sole 24 Ore”, 23 febbraio 2014). Il petrolio richiama un altro termine magico: sfruttamento. Secondo il vocabolario,  sfruttare  vuol dire privare un terreno degli elementi  nutritivi, depredare una regione delle sue risorse, ma anche vivere alle spalle di qualcuno, usare o abusare di qualcuno o qualcosa .  La ministra Giovanna Melandri ripeteva che “ l’Italia sta seduta sopra la propria fortuna”: una eccitante  metafora coniata da Nell Kinball, la più celebre tenutaria di bordello degli Stati uniti.
      Tutto questo non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, secondo l’art.9 della Costituzione e una sentenza del 1986 della Corte costituzionale,  indicante la primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici.
       A Taranto i “petrolieri” hanno grattato il fondo del barile già dall’Ottocento. Malgrado i molteplici assalti dei briganti, i beni archeologici sembrano messi in sicurezza nel Museo, anche se concupiti da  pifferai “valorizzatori”, vogliosi di privatizzazioni occulte. Intanto,  fra annunci e decreti, si paventa a Taranto la chiusura  dei corsi di Beni Culturali. Come al solito, Smoke Gets in Your Eyes,  fumo e nulla più.  Non  sono molte le attrazioni monumentali che si offrono ai turisti: rimane un solo “monumento integrale dell’umile Italia da salvare”. Una Città vecchia. Una città del cuore.  La città dei due mari con il suo castello, l’unico autentico brand immortale. Occorre lunga pazienza con le solite facce di sempre.
       Speriamo che Franceschini e Grasso, squillanti annunciatori di una fantasmatica Taranto Spartana,  seppelliscano l’ascia di guerra della ennesima pseudo valorizzazione fasulla. Terrorista è chi devasta.  Resistente è chi misura il progresso non in metri cubi di cemento, appalti e fatturati, ma in qualità della vita, nella devastante crisi del welfare urbano. Seguendo le indicazioni di Salvatore Settis, di  Tomaso Montanari e del collettivo Wu Ming, occorre approntare un argine in difesa della immateriale “piccola bellezza”, un  bene comune e inalienabile.  La battaglia è dura, ma è solo per il difficile che vale la pena di combattere, diceva il vecchio Antonio Rizzo.